L'intervista

Elina Duni in tutte le lingue del mondo

L’addio a Tirana, lo shock di Lucerna, i Beatles unici ‘amici’, poi la ricostruzione. Stasera a JazzAscona ritira lo Swiss Jazz Award

Alle 21.45, Stage Seven
(Theresa Pewal)
28 giugno 2025
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Non è il primo premio che riceve, ma lo Swiss Jazz Award è speciale: «Mi ha toccata la motivazione, l’avere ispirato nuove generazioni di musicisti. Il poter trasmettere è una delle cose più belle». JazzAscona premierà Elina Duni stasera, in occasione del suo concerto. L’artista svizzero-albanese salirà sullo Stage Seven alle 21.45, in quintetto con Robert Luft (chitarra), Matthieu Michel (flicorno), Patrice Moret (basso) e Corrie Dick (batteria). Aspettando la musica, l'abbiamo incontrata.

Sei nata a Tirana in una famiglia di artisti. Quali ricordi hai di quel periodo, in particolare della tua prima esibizione da bambina?

La mia primissima esibizione fu a un festival per bambini. Fin da piccola cantavo e ballavo, ero molto sensibile alla musica. A 5 anni ho chiesto ai miei genitori di prendere lezioni di pianoforte. Avere un pianoforte in casa, però, in Albania era un lusso assoluto. Era riservato soprattutto ai figli di musicisti o compositori. I miei genitori erano due intellettuali: mio padre regista, mia madre scrittrice, non avevamo un pianoforte. Ogni tanto potevo esercitarmi nella ‘Casa dei Pionieri’, ma era raro. Ricordo che mio zio mi costruì una tastiera disegnata sopra un pezzo di legno, e mi disse: “Allenati con questa.” Era surreale, ma era tutto quello che avevo. Poi un giorno, mentre ero a passeggio con mia madre, incontrammo un suo amico che era diventato compositore di canzoni per bambini. Le disse: “Tua figlia canta molto bene, portala da me, magari le faccio cantare qualcosa a uno dei festival.” Così, quasi per gioco, un vicino mi accompagnò e da lì tutto iniziò. Facevamo le prove con l’orchestra e tutto sembrava molto naturale per me. Non mi facevo domande, andava tutto bene, ero a mio agio sul palco.

Ti ricordi quel primo momento in scena?

Sì, benissimo. Mia madre era venuta con tutta la famiglia, un po’ preoccupata che potessi dimenticarmi le parole! Mi avevano fatto mettere un bellissimo vestitino nero, mi avevano fatto due trecce, messo un cappello… era un'immagine insolita per l'Albania dell’epoca, dove le donne non potevano vestirsi liberamente, per via di regole molto rigide. Così tutto ciò che mia madre avrebbe voluto mettere lo fece indossare a me. Era un modo per esprimere una libertà che lei non aveva. Mi ricordo che prima di salire sul palco le dissi: “Mamma, sento qualcosa qui,” indicandole lo stomaco. Era il mio primo contatto con l’ansia da palcoscenico, anche se allora non sapevo cosa fosse.

Poi sono entrata in scena, ho fatto un inchino, e la sala è esplosa in applausi, ancora prima che aprissi bocca. C’era qualcosa in quell'immagine – la bambina con il cappello, le trecce, il vestito elegante – che colpì subito. C’era anche il direttore dell’Accademia delle Scienze, amico di mio nonno, che disse a mia madre: “È già un’artista. Non ha nemmeno cantato e ha conquistato tutti”. Alla fine, ho cantato, ho avuto un grande successo, tre richieste di bis. Io, ovviamente, volevo vincere il primo premio – ero già molto ambiziosa (ride). Ma all’epoca tutto era un po’ pilotato, niente era davvero meritocratico. Vinsi comunque il terzo premio, e ci rimasi male.

Che tipo di canzoni cantavi allora? Musica folklorica?

No, erano canzoni per bambini, una specie di musica leggera o varietà, nulla di folklorico in quel momento. Il repertorio tradizionale sarebbe arrivato più tardi.

E poi, a un certo punto, ti sei trasferita in Svizzera...

Sì, avevo 10 anni. Mia madre si è sposata con uno svizzero, e così mi ha portata con sé. È stato uno choc fortissimo, l’esperienza dell’esilio. Venivo da un paese pieno di amici, dai miei nonni, dal sole, da una vita sociale molto intensa. Insomma, venivo dal Sud. Siamo arrivati a Lucerna, che è molto diversa da Ginevra. All’inizio siamo rimasti lì, perché ci viveva il mio patrigno. E lì ho sentito davvero la frattura: non parlavo la lingua, e in Albania – che si stava appena aprendo al mondo – gli stranieri erano quasi visti come esseri superiori, intoccabili. Là io ero una sorta di ‘bambina star’, e a Lucerna mi sono ritrovata a essere la povera piccola albanese. I bambini erano freddi, non avevo amici, e gli insegnanti mi guardavano con pietà. Era molto duro. Ho vissuto una solitudine profonda, che ho superato solo grazie alla musica.

Ossia?

Avevo un Walkman e ascoltavo sempre i Beatles, con le cassette che avevo copiato. Loro erano i miei unici amici a Lucerna. Facevo lunghe passeggiate ascoltandoli, imparando ogni canzone a memoria. Le so ancora tutte, oggi. Mi sono rifugiata completamente in quella musica, è stata la mia salvezza.

A Ginevra poi è andata meglio?

Sì, poco dopo ci siamo trasferiti a Ginevra e tutto è cambiato. Ginevra è molto più cosmopolita, piena di stranieri. Ho imparato subito il francese, mi sono integrata naturalmente. E ho anche ripreso gli studi musicali. Una cosa molto interessante è che, durante quegli otto mesi a Lucerna, ho perso anche la mia voce. Non riuscivo più a cantare correttamente, stonavo. Una cosa incredibile. Perdere la propria voce può accadere quando si perde tutto il resto. Quando ti perdi interiormente, perdi anche il tuo suono, la tua intonazione. Ho perso il mio strumento più potente, il mio mezzo di espressione. Ho dovuto ricostruirmi da zero.

È incredibile...

Succede più spesso di quanto pensiamo. A volte capita alle persone che non trovano il proprio posto nel mondo. Alcune donne, ad esempio, parlano con una voce troppo acuta o troppo forzata, come se non fossero in grado di posare la voce in modo naturale. È un segno che non si sentono al proprio posto, che non hanno trovato la propria via, la propria ‘voix’ e la propria ‘voie’, in francese. Nel mio caso, era molto evidente. Quando poi siamo arrivati a Ginevra, tutto ha cominciato a rimettersi in ordine. Ho finalmente potuto iniziare a studiare il pianoforte, cosa che avevo sempre desiderato.

Una storia davvero straordinaria...

Sì. E pensare che il mio è stato un ‘esilio di lusso’, perché non venivo da una guerra, non avevo perso i genitori, non sono mai passata per un centro di accoglienza. Mia madre ha ottenuto la cittadinanza svizzera abbastanza in fretta. Eppure, c’è stata una rottura profonda, una frattura interiore. Ho dovuto ricostruirmi nella solitudine, e io la solitudine non la conoscevo prima di allora.

Nella tua musica si percepisce una certa nostalgia… Forse legata proprio a quella frattura, a un ricordo di felicità perduta?

Sì, certo. Credo che quella frattura, quella ferita originaria, ritorni in diversi momenti della nostra vita. Per me, quella di Lucerna è stata la prima grande rottura, ma la frattura si può ripresentare quando finisce un amore, un’amicizia, o anche per un semplice stato d’animo. Ogni volta, è come se dovessimo ricostruirci da capo. Nel 2018 ho creato un progetto solista, un disco e uno spettacolo in cui ero sola sul palco. Cantavo in nove lingue, recitavo poesie e testi che parlavano proprio di questa frattura. Era un viaggio dentro la perdita, dentro l’esilio, ma anche dentro la ricerca di sé.

La tua musica viene spesso definita come un incrocio tra jazz e folklore balcanico. Ti ritrovi in questa etichetta o la trovi un po’ riduttiva?

Mi ci ritrovo, ma direi piuttosto jazz mediterraneo, più che solo balcanico. Canto in italiano, in portoghese – anche canzoni del fado – e naturalmente anche in albanese. Quindi allargherei l’orizzonte a tutto il bacino del Mediterraneo. E poi canto anche jazz americano e chanson francese.

Come riesci a trovare l’equilibrio tra l’elemento tradizionale e l’improvvisazione nei tuoi concerti?

Bisogna sapere che anche nella musica tradizionale l’improvvisazione ha un ruolo fondamentale, soprattutto l’improvvisazione modale. Se si ascolta la musica tradizionale albanese o quella dei Balcani, ad esempio, il clarinetto ha un ruolo chiave: apre con lunghe improvvisazioni, sviluppa il tema, lo varia, lo trasforma. È una musica che nasce nelle feste, nei matrimoni, suonata per ore e ore, quindi l’improvvisazione era naturale e necessaria.

Trovo affascinante il tuo saper cantare in nove lingue, fra cui albanese, francese, inglese, italiano…

Sì, è vero! Canto anche in arabo, greco, ho interpretato brani del repertorio armeno, e nel mio nuovo disco c’è persino un pezzo in farsi. Amo profondamente cantare in tante lingue. È come aprire una porta, attraversare un confine invisibile. Parlo fluentemente cinque lingue, ma il linguaggio in sé, anche solo suonare bene dei fonemi stranieri, è per me una ricchezza incommensurabile. Penso che sapere pensare in un’altra lingua sia una delle forme più pure di apertura al mondo.

È anche una forma di migrazione culturale?

Sì. Chi viene da un piccolo Paese, come l’Albania, non ha scelta: deve imparare altre lingue. Non è come per chi nasce in un mondo anglofono, dove la lingua ‘basta a sé stessa’. Io sono cresciuta con l’italiano in sottofondo, tutta l’Albania centrale e del nord era “rivolta” verso l’Italia. Si guardava Rai Uno di nascosto, con le antenne montate artigianalmente. La musica italiana era ovunque: mia madre ascoltava solo Morandi, Celentano, Lucio Battisti, di cui era una fan sfegatata. Ma tutto questo, va detto, era proibito, punibile. Quindi anche l’amore per l’italiano nasce nel segreto. Per me, l’italiano è la lingua dell’infanzia, una lingua calda, affettiva. Poi l’ho studiato, certo, ma le sue radici per me sono legate a casa, alla tenerezza, alla disobbedienza dolce. Dopo, con l’immigrazione, sono arrivate altre lingue, il francese, il tedesco, una dopo l’altra.

C’è una differenza nel modo in cui canti a seconda della lingua?

Assolutamente. Ogni lingua apre una voce diversa, anche fisicamente. Quando canto in italiano, ad esempio, mi viene naturale un’espressione folklorica, mediterranea, profonda, tragica. In portoghese acade lo stesso, emerge una vena di saudade, di struggimento. Il francese, invece, è più sofisticato, più intellettuale: interpreto brani di Gainsbourg, Aznavour… c’è ironia, c’è gioco, c’è l’amore per la parola. Quindi cambia anche l’intenzione vocale, il gesto interiore. In altre lingue che non parlo, come l’arabo, cerco di rispettare i suoni, di avvicinarmi il più possibile alla pronuncia, ma provo anche a lasciarmi trasportare dalla musica del linguaggio. C’è un piacere puro nel pronunciare certi fonemi, nel farsi guidare dalla musicalità stessa della lingua.

La tua musica ha una forte componente poetica. Scrivi i tuoi testi pensando alla voce come a uno strumento?

In realtà, tutto parte dalla storia che voglio raccontare. È il testo che mi guida, prima della musica. Per esempio, la canzone ‘Lost Ships’ è nata da un’esperienza molto forte, Ero in Albania, guardavo il mare, e mi chiedevo come sia possibile che in quell’immensità così bella, che per tanti rappresenta libertà, avvengano tragedie silenziose. È una canzone dedicata ai migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo. Le “navi perdute” sono le anime perdute. Poi arriva la musica, ma solo dopo la visione, dopo il bisogno narrativo. Lo stesso vale per altri brani del disco, come ‘Namn’, che parla della catastrofe ambientale, del nostro essere paralizzati mentre tutto brucia intorno a noi. O ancora, per le canzoni d’amore, nate da situazioni molto particolari. Io mi considero prima di tutto una narratrice. Forse deriva dal fatto che provengo da una famiglia di scrittori. Le storie sono nel mio sangue. E la voce è solo il mezzo per farle vivere.

Dal 2017 collabori con il chitarrista Rob Luft. Come è nata questa intesa artistica così forte? E cosa rende il vostro lavoro insieme così speciale? Ho letto anche che siete sposati…

Ci siamo conosciuti nel 2017 a Losanna, durante il Montreux Jazz Festival. Rob aveva appena vinto il concorso per chitarra e come premio aveva accesso a una residenza artistica con grandi nomi del jazz come Marcus Miller e Trilok Gurtu. Avrebbe dovuto esserci anche Al Jarreau, venuto a mancare poco prima. Così gli organizzatori hanno dovuto trovare un’altra cantante per il progetto. Hanno pensato a me, e ho accettato. Da lì, tutto è avvenuto naturalmente: mi ero appena separata dal mio quartetto, stavo cercando una nuova direzione, avevo in programma un concerto in Macedonia con un repertorio di canzoni albanesi, così ho proposto a Rob di impararle insieme. Siamo andati a provare a Essaouira, in Marocco, e lì ho scoperto quanto sia liberatorio lavorare con un chitarrista: puoi provare ovunque, non hai bisogno di un pianoforte. C’era qualcosa di leggero, nomade in quella collaborazione e nel nostro rapporto. Ancora oggi, quando presento Rob sul palco, dico che è la mia anima gemella nomade, perché condivide con me questa vocazione al movimento, alla libertà.

E sarà con te anche sul palco di Ascona. Che tipo di concerto dobbiamo aspettarci?

Sarà un viaggio musicale, insieme a musicisti straordinari, un quintetto che porterà il pubblico in un percorso fatto di lingue e culture: canzoni in italiano, albanese, francese, inglese… Un vero carnet di viaggio sonoro, tra poesia e radici.

Hai inciso per ECM. Cosa significa collaborare con un’etichetta del genere? Cambia davvero una carriera?

Oggi, dove le carriere si fanno e si disfano su Instagram o TikTok, non so quanto possa influenzare a livello commerciale. Ma per me è stato un passaggio fondamentale. Entrare in ECM significa entrare in una famiglia musicale, quella del jazz europeo, ed è lì che mi sento a casa. La mia musica attinge sempre dalle tradizioni popolari, dalle radici culturali. Quando ho iniziato a lavorare sui canti albanesi e balcanici, ho pensato: “Questa musica può esistere solo su ECM”. Lavorare con Manfred Eicher è stato un grande onore. ECM è una delle poche etichette che ancora oggi non fa concessioni al mercato. Resta fedele all’arte, all’integrità, alla visione. E in un mondo in cui tutto è diventato commerciale, dove spesso il valore più grande è il denaro, il fatto che un’etichetta del genere esista ancora, senza compromessi, è potentissimo. Sono fiera di farne parte.

Ultima domanda. In un mondo così caotico, violento, confuso… Fare musica e condividerla con gli altri è anche una forma di resistenza?

Assolutamente sì. È una forma di resistenza contro il male, contro l’egoismo. In un mondo sempre più digitale, dove le persone sono spesso isolate, il semplice atto di andare a un concerto è già un gesto rivoluzionario. La musica è fisica, è fatta di onde che attraversano il corpo. Deve essere vissuta, sentita sulla pelle. Creare questi momenti condivisi, intimi, profondi… è resistere. È una risposta delicata ma potente al caos, e anche a questa digitalizzazione estrema che rischia di farci dimenticare la bellezza del vivere insieme.

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