Letteratura

Il Kenya piange lo scrittore Ngugi wa Thiong'o

Più volte candidato al Premio Nobel per la letteratura, si è spento all'età di 87 anni negli Stati Uniti

Ngugi wa Thiong’o
(Wikipedia)
2 giugno 2025
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Né la prigione né le minacce di morte avevano dissuaso Ngugi wa Thiong’o dal fare i conti con il passato e denunciare le ingiustizie politiche. Quando fu arrestato, alla fine del 1977, dopo aver messo in scena un’opera teatrale critica nei confronti del regime, scrisse il suo romanzo successivo in cella, usando l’unico materiale disponibile: la carta igienica. Di etnia Kikuyu, era considerato un gigante della letteratura africana e una delle voci più importanti del continente. Lo scrittore keniano è morto mercoledì scorso all’età di 87 anni nello stato americano della Georgia, dove aveva vissuto per molti anni, come confermato il giorno successivo da una portavoce della sua casa editrice keniota East African Educational Publishing. Le sue opere sono state tradotte in più di 50 lingue.

Arma e protesta

Autore di romanzi come ‘Il mago dei corvi’, della raccolta di saggi ‘Decolonizing Thought’ e dell’opera autobiografica ‘Sogni in tempi di guerra’, Ngugi wa Thiong’o ha scritto molti dei suoi romanzi nella sua lingua madre, il kikuyu, e non, come altri autori africani, nella in quella degli ex governanti coloniali, tanto utile a facilitare l’accesso al mercato librario internazionale. Questo a conferma del tema principale trattato in vita, lo sfruttamento dell’Africa prima da parte dei colonialisti, poi da parte di altre potenze. La scrittura è stata la sua arma e la sua forma di protesta nella fase finale del dominio coloniale.

Le dure critiche rivolte ai governanti coloniali britannici, ma anche all’allora governo keniota del presidente Daniel arap Moi, hanno creato ripetutamente problemi allo scrittore con le autorità. Moi, al potere dal 1978 al 2002, non solo pretese che fosse recluso, ma fece anche in modo che gli fosse successivamente impedito di insegnare nelle università keniane. Nel 1982 lo scrittore andò in esilio prima a Londra, poi negli Stati Uniti. Nel 1986, nello Zimbabwe, scampò per un pelo alla morte quando le forze di sicurezza scoprirono una squadra di sicari fuori dal suo hotel.

‘La lingua è una zona di guerra’

Nato James Ngugi a Limuru, nel Kenya centrale, il futuro scrittore di successo trovò il nome troppo britannico-coloniale e lo cambiò nel 1976. Il suo primo romanzo, ‘Weep Not, Child’ (1964), dal riscontro internazionale, fu pubblicato con il suo pseudonimo d’infanzia. In questo libro, Ngugi wa Thiong’o affronta il tema della rivolta indipendentista anticoloniale contro la Gran Bretagna scoppiata nel 1952 (guerra dei Mau Mau), argomento assai personale, visto che il padre era uno di quei keniani cacciati dalla loro terra dai coloni bianchi. Il giovane Ngugi perse diversi fratelli nei combattimenti e si sarebbe più tardi battuto con passione per la conservazione delle lingue native in Africa, nonostante solo nella sua terra natale, il Kenya, esistano 42 lingue e quelle ufficiali – lo swahili e l’inglese – consentano la comunicazione oltre i confini etnici.

In un’intervista rilasciata alla stampa, Ngugi ha respinto con forza l’idea che sviluppi regionali come l’inglese nigeriano o keniota possano creare una propria identità. “La lingua è una zona di guerra”, ha sottolineato in un’altra intervista. “Ovunque si guardi nella storia coloniale moderna, l’accesso alla lingua del colonizzatore si è basato sulla morte delle lingue dei colonizzati”.

Il fatto che fosse stato più volte preso in considerazione per il Premio Nobel per la letteratura ma che non lo avesse mai ricevuto, non era poi così importante per lui: “Sarei stato felice se l’avessi ricevuto, ma non scrivo per i premi”, aveva dichiarato, definendosi felice quando i lettori gli dicevano che i suoi libri li avevano influenzati. Tutto questo affetto lo aveva reso una specie di “premio Nobel dei cuori”. ATS/RED