Distopie
Fine del mondo senza ombrello
Si può immaginare un mondo alternativo con un male meno ipocrita, se senza male è inconcepibile? (nel frattempo, la rubrica va in vacanza)
(Depositphotos)

Nel mondo c’è la Debolezza, nella forma di esseri umani deboli, per ragioni diverse. Tale Debolezza impietosisce alcuni, insuperbisce altri. Nasce la lotta ininterrotta, il più delle volte sotterranea, degli insuperbiti contro gli impietositi. La storia del mondo potrebbe descriversi un po’ più lungamente, ma anche più brevemente. Si può immaginare un mondo alternativo con un male meno ipocrita, se senza male è inconcepibile? Con esseri umani meno fragili? Meno vittime di ciò che ignorano e delle analisi senza uscita? Alla chiusura di questa prima serie distopica tentiamo un gioco. Collocandolo molto lontano.

Intorno al 28000 l’essere umano non sarà più lo zimbello del proprio cuore, le delusioni gli andranno a sbattere come contro un muro. Avrà dimenticato la nozione di bugia (sarà più forte) e l’uso dell’ombrello che già pare un reperto archeologico. Il ragionare per analisi sarà scomparso a forza di frantumarsi. La sintesi da alcuni millenni sarà considerata troppo poco sintetica. Quando cammina inciamperà solo se lo fa apposta, non ci saranno nasi storti ma la bocca sarà sempre, come adesso, una specie di ferita. I buoni saranno meno timidi, i cattivi cattivissimi ma non vestiranno il male da bene. A ogni età o condizione ognuno sarà visibile a qualsiasi altro, non solo ai bambini. La bellezza sarà ancora un mistero e i sentimenti, aumentati di numero, comprenderanno quelli che già conosciamo ma un po’ più chiari e duraturi. (L’ombrello non occorrerà sostituirlo. Vai sotto la pioggia e non ti bagni. Ti bagni, ma non te ne importa).

Microracconti

Cerco distopie fulminee o fulminanti nell’‘Antología del microrrelato español’ (1906-2011), a cura di Irene Andrés-Suárez. In buona parte dei microracconti che possono aspirare al titolo c’è il mare. In ‘Buco nero’, di José María Merino, un uomo cammina su una spiaggia e trova una bottiglia nera. La stappa, per curiosità o per noia, e la bottiglia inizia ad aspirare tutto: uomo e spiaggia, mare, cielo, vele, nuvole e monti, villaggi e città... In ‘Naufraghi’ (di Esteban Padrós de Palacios) una zattera alla deriva si avvicina alla spiaggia di Miami. I due naufraghi, che si distinguono a stento perché distesi e semicoscienti, sono presi per degli stravaganti: “Che gente strana. Non sanno più che fare per richiamare l’attenzione“. La zattera si allontana di nuovo verso la deriva definitiva.

Il tragico-grottesco è uno dei toni ricorrenti nel genere. ‘El sentenciado a diez muertes’, del grande Gómez de la Serna, mostra grottescamente ma senza allontanarsi dalla realtà che c’è chi vive nella distopia presente, perenne. Una o due circostanze della vita autorizzano il destino, rappresentato da altri esseri umani, a infierire: “... la polizia gli chiese come si chiamava ma lui non se lo ricordava. Distratto da tutte le cose che meritavano la sua attenzione, se l’era dimenticato. Lo misero in carcere, lo schedarono (...) e lo sentenziarono dieci volte alla pena di morte per dieci delitti misteriosi di cui non si era trovato l’autore. E lo uccisero una sola volta, ma in maniera definitiva, perché altro non si poteva fare. Il pover’uomo che non aveva commesso nessuno dei reati che gli imputavano alla fine perfino si pentì. La Giustizia tirò un sospiro di sollievo (...), aveva risolto crimini che non potevano restare senza castigo e avverato l’assioma: ‘la Giustizia prima o poi trionfa’”.

Storie senza ritorno

Una montagna è la scena di ‘Fine della gita’, di Antonio Fernández Molina. L’inizio è idilliaco come in certe storie che finiscono male: “Brillava il sole e l’aria era tiepida. Pacifici animali pascolavano nel prato. Tra loro c’era un uomo con accanto una valigia aperta e vuota”. Uno degli escursionisti gli chiede perché non la chiuda. La risposta non arriva e lui insiste. Finché l’uomo la chiude, con un colpo secco. “In quel momento si fece buio di colpo (...), presto cominciarono a notare la mancanza d’aria”. Dall’eden alla fine del modo in dieci righe. Storie senza ritorno come sono sempre le distopie. La questione infatti è non arrivarci: una volta arrivato puoi solo limitare i danni o peggiorarli apposta fino a che sia finita almeno per te. ‘Memento’ di Miguel Ángel Hernández Navarro, in cui ritroviamo il mare, pare smentire quanto ho appena detto. “Dopo vent’anni di ricerche solcando i mari più lontani, il pirata trovò il forziere del tesoro. Con le lacrime agli occhi e accennando un lieve sorriso, vide che non conteneva oro né reliquie né diamanti, nemmeno monete d’argento ma qualcosa di maggior valore e strano al tempo stesso, un foglio ingiallito che – quando? — qualcuno aveva messo là: la mappa del ritorno”. Quella che poteva essere l’utopia realizzata, l’isola del tesoro, ti suggerisce lei stessa di tornare a casa. Memento volevo destinarlo alla chiusura per il suo alone di speranza. Ma il tema è la distopia: più veritiero sarà un finale disperato, o almeno sospeso. Per ora copio qui Il futuro del polacco Miłosz, piuttosto un microsaggio: “Innumerevoli varietà di malattie mentali, squilibrati che vagano per le strade e parlano da soli (come oggi in California), un generale abuso di sesso e droghe, una diffusa criminalità. Di qui l’esigenza di radunarsi in piccole comunità cementate dal rispetto della ragione, il buon senso (...). E forse in esse, in mezzo al generale abbrutimento, sopravviverà persino la poesia, divenuta prerogativa dei sani fra gli insani, come un tempo lo era degli insani fra i sani”.

La certezza

La questione con i microracconti è che li vuoi sempre più brevi. Anche sei righe sono troppe e solo Monterroso, maestro indiscutibile del genere, era capace di fare quel voleva con molto meno. Come in Salto di qualità: “- Non ci sarà una specie a parte l’umana - disse lei furiosa, scaraventando il giornale nel bidone della spazzatura - alla quale poter passare? - E perché non alla umana? - disse lui.”

Una circostanza ci sarebbe, che ci salva dal peggiore dei mondi futuri. La certezza di non arrivarci che si chiama “fine del mondo”. In una delle sue poesie Frost prevede che il mondo finisca per ghiaccio o per fuoco, due belle fini dopotutto, dice. Ancora più brevemente, misteriosamente, Joubert lo fa finire per aria. Dei quattro elementi proprio il primo: “Dio ritirò il suo soffio e il mondo scomparve. Nessun teatro più, nessun attore, né spettatori; un fumo, e il vapore di un fiato, il calore di un fiato”.

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