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Distopie
laR
 
06.10.2022 - 11:41
Aggiornamento: 15:11

Mi chiamo Montag, brucio libri

Ogni primo giovedì del mese, un libro ambientato in una realtà nella quale preferiremmo non vivere. Cominciando da quella di ‘Fahrenheit 451’

di Marco Stracquadaini
mi-chiamo-montag-brucio-libri
Keystone
Raymond Douglas Bradbury (Waukegan, 22 agosto 1920 – Los Angeles, 5 giugno 2012)

Vita singolare delle parole. Ognuna ne ha una tutta sua. Anche le parole della stessa famiglia hanno una storia propria, come i membri di una famiglia umana. E la parola e il concetto di ‘distopico’ fino a poco fa, vent’anni fa o meno, quasi non esistevano. O meglio vivevano una vita ben nascosta. Il primo a pronunciare (il 12 marzo del 1868) la parola ‘distopia’ fu John Stuart Mill, utilitarista – non occorre essere storici della filosofia per intuire dove va a parare l’utilitarismo –, allievo dell’occasionale proto-distopico Jeremy Bentham il quale progettò un carcere che potesse essere sorvegliato, non si sa perché, da una sola sentinella. Tale trovata doveva incutere enorme soggezione ai carcerati, e in realtà il perché si sa. Se uno solo basta a controllarci..., pensò Bentham che avrebbero pensato i poveri reclusi, col seguito della frase che solo lui potrebbe esprimere al meglio, e che infatti espresse nel suo Panopticon, al quale lavorò vent’anni.

Utopia negativa

La parola, dunque, nata in epoca sommamente distopica di distopia presente – l’infernale Rivoluzione industriale: grande e macchinosa conquista per la quale, per il primo centinaio d’anni, alcuni dovevano pur soffrire un poco – era quasi scomparsa. Poi qualcuno ha scritto un libro distopico da mezzo secolo che non se ne scrivevano, salvo quelli di fantascienza che però tutti chiamavano ‘di fantascienza’, un libro che è piaciuto, oppure fu ideata una serie – poniamo Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, prima romanzo e poi film, poi serie, poi graphic novel... – e la parola è diventata quasi comune.

La distopia è l’utopia al contrario, com’è noto. E fino alla nuova voga della parola era detta così: utopia negativa. Un grande romanzo che si interroga sul futuro dell’umanità e lo vede male (mettiamo che sia stato, altra ipotesi, ‘La strada’ di Cormac McCarthy, 2006) suscita interesse. L’interesse di ogni grande romanzo quale che sia il genere. Nascono tanti figli e nipotini in ogni lingua, in pochi anni. Il mondo editoriale è invaso da una serie di utopie al contrario cresciute più su quel primo grande romanzo o azzeccata serie che sul doveroso pessimismo del momento. E noi siamo nell’imbarazzo del non saper come intendere, valutare, la visione del futuro partorita da tante distopie. Se spaventarci davvero, quanto spaventarci... Si sa che la distopia esagera, ma lo fa per indicare una direzione. "Se continuate così, non finiremo come vi prospetto, forse, ma quasi". Non sappiamo quanta sia la parte d’imitazione o di gioco. Quanto di: "La distopia comincia a funzionare: ne voglio scrivere una anch’io". E ‘funziona’ tanto che la narrativa per ragazzi, la cosiddetta young adult, è una vera fabbrica di distopie.

A giudicare dell’autenticità dovrebbe essere la qualità, come sempre. Saranno vitali e perfino verosimili, che nel nostro caso vuol dire preveggenti, solo le storie riuscite e letterariamente di valore. Che basterà misurare su quelle già riuscite: su Orwell e Huxley, Bradbury, Vonnegut, Zamjatin, Lem, Philip K. Dick. Ma si potrebbe andare indietro fino a Swift, alla Erewhom di Samuel Butler (che ha appena compiuto 150 anni) più indietro alla Storia vera di Luciano o alla Bibbia. Chi più utopista, più distopista dei grandi profeti dell’Antico Testamento?

Dispotico

Il malinconico del gioco o della moda, o anche solo della circostanza, è che forse non vogliamo nemmeno più inventarci un futuro vivibile. Nemmeno per finta ci azzardiamo a pensare un avvenire in cui si possa vivere seppure incredibilmente, inverosimilmente come nelle topie con la u. Le quali però, purtroppo, erano già alquanto distopiche. Si figuravano un futuro modellato su un vago, rimpianto o inesistente passato, utopico per alcuni e involontariamente distopico – cioè dispotico – per altri, di solito la maggioranza. L’intenzione però era buona, l’effetto sempre singolare, qua e là divertente, desiderabile e temibile.

L’utopista è (era) un moralista preoccupato del presente, che si ingegna di progettare un futuro secondo lui felice. Ad attestare della serietà dell’intenzione bastano i nomi: More, Campanella, Bacone. L’utopista insomma modella un avvenire diverso dal presente. Il distopista prende il presente come punto d’appoggio e lo peggiora a piacimento. Operazione più semplice: molto è già dato. Eppure, anche qui, dipende da chi elabora. A George Orwell la pena per la società in cui viveva plasmò i tratti per sempre (confrontare le facce dei distopisti attuali con quella di Orwell, Philip K. Dick, Huxley). Ma accade come per la satira in generale. Uno la fa soffrendo, un altro godendo. Altri, come forse Swift, le due cose insieme.

Prima puntata

‘Un libro è una pistola carica’

‘Fahrenheit 451’ (1953) è la storia di un risveglio. Percepiamo dalla prima pagina la possibilità di un cambiamento anche se conosciamo Montag nel pieno del suo lavoro: bruciare libri. Presto rivelerà il suo tratto indefinibile tra ilare e curioso, aperto pur dentro dubbi e solitudine – nel mondo programmato per creare solitudini – che farà la sua forza e deciderà la sua vita e forse quella degli altri. Una guerra sta per scoppiare da qualche parte negli Stati Uniti (a romanzo inoltrato si nomina Los Angeles). I bombardieri passano in schiera con la frequenza e la naturalezza degli uccelli, salvo lo spaventoso frastuono. La guerra è la normalità. Chiudersi in casa e spegnere la luce per guardare meglio negli schermi grandi come pareti è la normalità. Così lo è che i pompieri appicchino incendi invece che spegnerli. Soltanto i vecchi ricordano pompieri che spengono.

Also starring

Quali altri personaggi nella storia di Montag? Il suo capo è la minaccia che si ritroverà davanti, e dietro e sopra come nei regimi, mentre avanza nel suo risveglio. Beatty non è il classico monotono e dispotico capo. Motiva il ripudio del pensiero con precise citazioni di classici. Ti spiega con Shakespeare che non puoi possedere un Amleto. Beatty è l’ex umanista convertito? Montag avanza l’interrogativo che anche lui potrebbe fare un passo verso la liberazione, chi sa in quale domani, ma solo uno. Intanto dà fuoco. Brucia le case insieme ai libri, arresta. La moglie di Montag se ne va da sola, semi-addormentata. Stordita dalla radio-conchiglia che le rovescia nell’orecchio parole morte e musica, dalle immagini che l’assalgono dalle tre pareti del soggiorno intorpidendola meglio. Reclamava da Montag la quarta parete-schermo, lui le dice che hanno appena comprato la terza... E poi c’è Faber, il vecchio che sta per riscuotersi grazie a Montag. In realtà è sempre stato sveglio, ma solo e impaurito delle paure dei vecchi. Nell’amico giovane trova il coraggio che non aveva più.

Ma la ragazza Clarisse aveva cominciato a pungolare Montag fin dalla seconda pagina, dolcemente. Lei scambia parole vive con la sua famiglia, nel soggiorno a muri privi di immagini, e lei gli scopre tutti i sentieri dimenticati: alzare gli occhi al cielo o strofinarsi sul mento un dente di leone, scuotere un noce, porsi domande. Il Montag che brucia libri e quello che ne nasconde alcuni in casa, quello morto e quello vivo sono ancora due uomini diversi.

Umanità disumana

Nelle distopie fa freddo, anche in quelle in cui c’è molto fuoco. Fa freddo e spesso è sera o notte. Figurando un’umanità disumana, mancano calore e aria. Poi poco a poco un calore si fa sentire, nelle parole della ragazza e nei pensieri di Montag, nelle prime aspirazioni, nei dialoghi con Faber. Perfino nello scombinato tragicomico tentativo di turbare le amiche della moglie leggendo quella poesia di Matthew Arnold che pare scritta, un secolo prima, apposta per il romanzo. Faber lo sgrida: non può scoprirsi così presto e vanamente, e il destino di Montag comincia a precipitare verso un luogo incognito ma deciso da lui. Il calore rinasce dalle parole e dal tacere delle immagini. Le immagini non danno il tempo di riflettere, sono passate e ne arrivano altre, che non ti daranno il tempo di riflettere. Montag nella sua fuga fuori dalla città incontra altri resistenti. Gli ex lettori che, prima casualmente poi organizzandosi, tesaurizzano – quel che faceva la memoria – le parole che è proibito leggere.

Montag ha qualcosa di calviniano: fischietta con le mani in tasca anche quando è ancora semi-morto come tutti. E si può dire di lui quel che Bradbury dice di Clarisse: "... sembrava osservare ogni cosa con una punta d’ansia gentile (...) Era uno sguardo di pallida sorpresa...". La pioggia scorre qua e là nelle pagine di Fahrenheit 451, troppo scarsa per contrastare il fuoco e con la consueta funzione di immalinconire che ha nell’arte o nella vita. Eppure è anche un ricordo o una promessa, una compagna di cui fidarsi – come sempre in Bradbury il lume della luna –, un invito a resistere. Poi Montag avvertirà, ricorderà che il fuoco non ha solo potere di distruggere, ma di illuminare l’oscurità, i volti, di scaldare.

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