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manifesto-incerto-aspettando-frederic-pajak
Keystone
Frédéric Pajak, di nazionalità svizzera e francese, tra gli ospiti di Babel

Manifesto incerto 9 - estratto

Il cielo si spoglia, scaglia via i suoi stracci bianchi screziati di grigi. Sulla sua pelle azzurra scivola ora l’universo che fino a poco fa, nel pomeriggio, era soltanto una macchia di colore sull’infinito. Lo conosciamo a memoria, questo cielo sgombro, maestoso, con le sue galassie e quella manciata di stelle così familiari. Eppure, al calar d’ogni sera, ritorna con un nuovo enigma. Ah, com’è sfibrante la scienza che si ostina a quantificare l’ineffabile, a illuminare l’invisibile!

Ogni mattino, il cielo si riveste; e ogni sera si spoglia nella penombra che incalza. Il suo corpo nudo gioca a nascondino con le nebbie. Ah, quanto m’annoia la scienza che si ostina a circoscrivere il cielo, a smussare la Terra e a scandire l’eternità in anni luce!

L’orologio non lo porto più. Il bell’orologio d’oro di mio padre ormai s’è fermato. Ce l’aveva al polso il giorno in cui è morto in un incidente stradale. Le ore non le conto più: mi scorrono lente addosso e mi cancellano un poco per volta. Non ci vuole nessun talento a invecchiare: è una pratica da contabili. Chiunque ami le cifre ama deperire.

Il treno mi riporta a Parigi. Il mio vicino, un adolescente, si è piazzato gli auricolari nelle orecchie e li ha collegati al cellulare. Si rintana nel suo mondo contenuto, familiare, meccanico. Con le dita contratte sulla piccola tastiera, gioca a un giochino qualunque. Gioca contento, sicuro che nessuna conversazione lo distrarrà dalla sua distrazione codificata. Cerca di dimenticare il tempo del viaggio, ma il tempo non si dimentica di lui, e lo rosicchia meticolosamente.

Contemplo dal finestrino i campi di grano maturo, braccia spalancate su boschetti allineati come fanti da cui si staccano centinaia di corvi. Poi, in un attimo, ecco la periferia, un puzzle che si completa senza posa, con i suoi cubi incastrati gli uni sugli altri, le sue villette sparse ornate a stento di giardinetti e alberi secchi ammantati da un’invisibile polvere tossica.

Mi viene in mente l’inferno evocato in un’antichissima canzone greca, dove «si cuociono fumi, si mangiano notti».

*

Sono arrivato di buon mattino, non per brandire una spada né per portare la pace, ma soltanto per diffondere il dubbio, per far vacillare i sì e i no. C’è sempre un’esitazione pronta a insinuarsi tra l’affermazione perentoria e la negazione ostinata, come un crepaccio nel terreno dopo un grosso terremoto. Vi si può infilare la mano, la testa, l’intero corpo; vi si può sprofondare un gregge di pecore con tanto di pastore. È buio, il fondo della voragine, quella voragine d’un bruno nerastro dove il dubbio si veste. Da lì, avvolto in quel colore d’ombra, parte per la sua parata al grido di: «Al diavolo l’acre realtà!». Al diavolo questa balla camuffata sotto la maschera del realismo che, in nome di una pace da equilibristi, in nome della tirannia dell’agio, in nome di un progresso cieco vorrebbe convincerci che le sventure della vita siano immutabili, irreversibili. Sbagliano però quanti gridano il proprio «no al realismo»: il no è soltanto il rovescio del sì. Di fronte al nemico è meglio giocare d’astuzia, mischiare le carte, prendere tempo. Bisogna colpirlo con una pioggia di incertezze, simile a un guanto da bagno che scivola dalla nuca alle anche e poi insapona uno a uno i muscoli delle gambe, fino alle dita dei piedi. Allora il nemico sarà denudato, lavato di qualsiasi affermazione, di qualsiasi negazione. E, infine, sarà pronto a morire.

Quando avevo diciassette anni giuravo a chiunque fosse disposto a crederci che il mio campo visivo si era ridotto fin dalla nascita, che non riuscivo a vedere ai lati. Per questo, andavo dicendo, ero in grado di cancellare il superfluo e concentrarmi unicamente sulle cose che mi si paravano davanti, come fossero un bersaglio. Volevo guardare soltanto il cammino di fronte a me, il cammino e basta. Ero un somaro testardo, penserete. Proprio così.

*

Era il 1982. Ho come l’impressione che tutto sia cominciato in quel giorno d’estate, a bordo di una vecchia imbarcazione che risaliva il fiume Giallo – detto «dolore della Cina» – agitando il fango e spingendolo fino alle sponde delle grotte del tempio di Bingling, di fronte alle quali, scolpito nella falesia, s’innalza per ventisette metri d’altezza il Buddha monumentale della dinastia Tang. La barca è zeppa di cinesi elettrizzati dalla gita sui flutti, elettrizzati all’idea di onorare la grande divinità.

E poi, uscendo dalla cabina, è comparsa lei, nella sua uniforme maoista verde militare, un’esile ragazza col volto sformato dai grandi occhiali da miope, i capelli d’un nero brillante raccolti a coda di cavallo. Lì, nella sua ridicola uniforme, irradiava la propria bellezza sopra ogni cosa, ma nessuno, a parte me, la vedeva. I passeggeri hanno cominciato a intonare i propri canti e, quando è stato il suo turno, una voce melodiosa e dolcissima, dagli accenti strazianti, ha messo a tacere il piccolo consesso. Si udivano giusto lo sciabordio dell’acqua sulla chiglia e il borbottio del motore. Mi è venuta la pelle d’oca, avevo le lacrime agli occhi. Non sarebbe bastata l’intera polizia cinese per silenziare quella voce aerea e dirompente a un sol tempo. Lì, su quella bagnarola singhiozzante, di fronte a quella platea di bravi soldatini comunisti, la grazia e la poesia avevano trovato la propria dimora.

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