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laR
 
18.08.2022 - 10:13
Aggiornamento: 15:36

‘Quer pasticciaccio’ di Carlo Emilio Gadda

‘Quer pasticciaccio brutto de via Merulana’, 1957: scrittura che corre da ferma, personaggi promossi protagonisti appena nominati, spregiudicatezza

di Marco Stracquadaini
quer-pasticciaccio-di-carlo-emilio-gadda
Prima edizione

Da almeno un secolo sappiamo che le descrizioni devono essere brevi. La misura del tempo è mutata violentemente e il lettore si chiede, superate le quattro righe, se non sia il caso di chiudere il libro. Ma Gadda descrive per una pagina e mezza la macchina scassata su cui sale Ingravallo nel decimo e ultimo capitolo ("Una ciabatta d’una macchina, da aver vergogna andarci") e tu vorresti che non si fermasse. Ogni occasione è buona per piantarsi a guardare da ogni lato – e nel suo passato e suo futuro – l’oggetto più banale. Banale per noi.

‘Quer pasticciaccio brutto de via Merulana’ (1957) è l’intraducibile grande romanzo italiano del 900, tra i pochi di valore europeo. Eppure Gadda è una specie di anti-narratore. E Garzanti ce l’aveva con i due "diti" alluci che occupano una buona porzione del capitolo ottavo: dita dei santi Pietro e Paolo, ospiti di un’edicola trovata ai Due Santi, appunto, da Pestalozzi e Fara Filiorum Petri mentre vanno dalla Zamira, cucitrice e protettrice di cucitrici, seguendo la pista dei gioielli rubati. Due furti c’erano stati a tre giorni di distanza, nella stessa palazzina, via Merulana 219, uno dei quali con omicidio. Si segue la refurtiva per arrivare all’assassino.

Gadda in qualità di Gadda – fluviale e imprevedibile, dall’invenzione linguistica inesauribile e dalle metafore scientifiche di tutte le scienze, dall’ispirazione tra saggistica, lirica e filosofica – non poteva avere il successo di Calvino, ma era corteggiato da tutta l’editoria che contava: Longanesi, Einaudi, Mondadori, Bompiani, Garzanti. Lui sapeva trarre meno del minimo possibile. Lo sfruttavano e si lasciava sfruttare, tra varie proteste epistolari. Citati – prima una specie di allievo, poi amico e infine padre – cercava di riparare i danni trattando con gli editori. E quando uscì il Pasticciaccio, Gadda aveva 64 anni, Citati 27.

Tutti i ‘dintorni’ dei libri di Gadda sono interessanti: come sono nati e quando sono iniziati, come mai sono tutti incompiuti (la domanda più difficile). E le richieste degli editori e le risposte dello scrittore, che dice sì ma poi non ce la fa, e quindi le famose, cerimoniose scuse. Il Pasticciaccio doveva uscire in due volumi, ma una volta ripreso (giudicato più o meno a metà) e arrivato al capitolo otto, Gadda decide che nei due che mancano restringerà tutto il potenziale secondo volume. E Garzanti ("Livio non Tito") accetta.

Gioia-dolore di scrivere

La vera trovata del Pasticciaccio è Gadda stesso naturalmente. Con la sua scrittura che corre da ferma; i personaggi promossi protagonisti appena nominati; la spregiudicatezza in ogni senso e ogni campo. Ogni tema, inclusi i più delicati e socialmente protetti (il religioso, il sessuale) forzato dalla lingua che sconquassa senza riguardi e senza uscire dall’innocenza. Basti pensare alle parti sull’omicidio e sul cadavere della donna, Liliana Balducci, così tenute sul limite tra impudicizia e pudore.

Dispiace un poco che l’ispettore "comandato alla mobile" don Ciccio Ingravallo, molisano trapiantato a Roma, che irrompe all’inizio – "misero e pertinace indagatore dei fatti, o delle anime, secondo la legge" – vada un poco sparendo lungo la storia, sostituito da brigadieri e poliziotti semplici. Riappare con forza alla fine, appena sveglio e ancora mezzo addormentato, che si prepara con la più grande flemma all’ultimo giorno di indagine. Don Ciccio è Gadda, evidentemente, ma Gadda è subito anche tutti gli altri – specialmente il commendator Angeloni – e tutto il resto ("gioie" comprese, cui sono dedicate due sfolgoranti geologiche pagine), e così può perdersi.

Gadda è lo scrittore continuamente distratto, iniettato di bile e dalla gioia di vivere scrivendo. Dalla gioia-dolore di scrivere, perché fuori dalla scrittura: ansia, angoscia o depressione. La vena lirica lo distraeva dalla filosofica o dalla saggistica, e le tre insieme gli minavano l’ispirazione narrativa, rallentandola.

Riguardo a quella domanda difficile – perché le sue storie non finiscono –: le cose nella vita si interrompono, riprendono, proseguono travestite... Solo la morte mette la vera fine a tutto. E Gadda poi è Gadda soltanto lui, maestro dello stile più alto e del più basso, del sublime e dello spregevole anche in una stessa frase. I racconti degli altri finiscono, i suoi no.

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