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11.08.2022 - 12:23
Aggiornamento: 14:08

Borges, raccontare l’infamia per amore del coraggio

‘Storia universale dell’infamia’, sette storie di Jorge Luis Borges, che di scrivere racconti aveva tanta paura

di Marco Stracquadaini
borges-raccontare-l-infamia-per-amore-del-coraggio
Jorge Luis Borges nel 1951

Nel microracconto di Borges intitolato La trama, Giulio Cesare è incalzato dagli "impazienti pugnali dei suoi amici": nell’espressione c’è tutto Borges. E ci sono i pugnali che percorrono la sua letteratura: simbolici o più che reali, insanguinati.

Jorge Luis Borges non è stato un narratore precoce. Poeta precoce sì: la prima raccolta è del 1923 e lui aveva 24 anni. Ma di scrivere racconti aveva paura. Paura che non passò veramente mai: sempre preferì far parlare un altro. E lui riferisce il racconto del racconto, pienamente sollevato. "Sono il gioco irresponsabile di un timido – scrive dei racconti di cui stiamo per parlare – che non ebbe il coraggio di scrivere racconti e che si divertì a falsificare (...) storie altrui".

Anche in ‘Uomo della casa rosa’, considerato il suo primo racconto e tra i migliori, c’è uno che narra fatti a cui ha assistito (e più che assistito). "Proprio a me vengono a parlare del defunto Francisco Real. Io lo conobbi, benché non fosse questo il suo quartiere: egli era un guappo della zona Nord (...) Non lo vidi più di tre volte, e tutte e tre nella stessa notte...". ‘Uomo della casa rosa’ compare in ‘Storia universale dell’infamia’ (1935). Il libro raccoglie altre sette storie, dai titoli sorprendenti come quello generale: ‘Tom Castro, l’impostore inverosimile’; ‘Un pirata: la vedova Ching’; ‘Bill Harrigan, assassino disinteressato’... C’è stato un tempo dunque, tra il ’33 e il ’34, in cui uno apriva un giornale serale che usciva a Buenos Aires, sfogliava cioè il supplemento del sabato, e si trovava davanti queste storie messe insieme da Borges lavorando su una serie di fonti (‘Life on the Mississippi’, ‘The Gangs of New York’, ‘A History of Persia’), come amava fare. Dato che le storie sono sette, un paio si possono riassumere, perfino svelando la conclusione. Un paio o una sola.

Tom Castro è un giovane, rozzo e benevolo inglese che si ritrova in Australia. Incontra Bogle, dalle trovate geniali e timoroso di attraversare la strada. Da un giornale vengono a sapere che una signora inglese cerca il figlio disperso in mare, quattordici anni prima, nel viaggio da Rio de Janeiro a Liverpool. Bogle spinge Tom Castro, incolto, obeso e calvo, a presentarsi come figlio della signora francese, coltissimo ed elegante, snello. "Il piano era di un’insensata ingegnosità (...) Bogle sapeva che era troppo difficile ottenere un esatto facsimile del sognato Roger Charles Tichborne (...) Così rinunciò a ogni somiglianza". La madre riconosce all’istante il figlio e per un po’ le cose vanno secondo gli scombinati piani. Poi la signora muore e restano gli eredi. Ma un’altra morte è più grave: Bogle viene investito mentre attraversa una strada. Tom resta solo, anzi dimezzato. Viene processato e passa dieci anni in carcere. Quando esce, gira l’Inghilterra "facendo brevi discorsi nei quali si proclamava innocente o si confessava colpevole".

Non molti enigmi, nessun investigatore

Nella storia di Tom Castro e di Bogle c’è impostura ma non infamia. Ma le altre: racconti dell’orrore o meglio crudeli, racconti del raccapriccio, smorzato e insieme sottolineato dallo stile esatto, composto e pausato di Borges. Storie di ottocentesca cronaca nera e gangsterismo, di pirateria cinese del ’700. Non molti enigmi e nessun investigatore. Nessun mistero, per esempio, nella vita breve e negli omicidi di Bill Harrigan, ovvero Billy the Kid, "che morendo a ventun anni lasciava alla giustizia degli uomini un conto di ventun morti ‘senza contare i messicani’". Uccideva ostentatamente e fu ucciso poco meno che ostentatamente, da una sedia a dondolo, dal quasi amico commissario Garrett. Vero mistero però in Hakim di Merv, tintore mascherato – mistero sotto la maschera ovviamente –, magnifico e miserabile simulatore.

Borges ha inventato il racconto d’infamia, praticandolo per tutta la carriera, perché una cosa gli interessava della vita, fino alla fissazione, come poche altre: il coraggio.

Inganno e viltà anche nella morte di Giulio Cesare, che si ripete infinitamente lungo la storia. Così si conclude il microracconto citato all’inizio: "Al destino piacciono le ripetizioni, le varianti, le simmetrie; diciannove secoli dopo, nel Sud della provincia di Buenos Aires, un gaucho è aggredito da altri gauchos e, nel cadere, riconosce un suo figlioccio e gli dice con mite rimprovero e lenta sorpresa (queste parole bisogna udirle, non leggerle): ‘Come, tu!’. Lo uccidono e non sa che muore affinché si ripeta una scena".

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