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27.06.2022 - 05:30
Aggiornamento: 16:03

Il coraggio di Lilly, che ad Ascona accolse migliaia di bambini

Intervista a Mattia Bertoldi, autore del romanzo storico sulla donna zurighese che diede rifugio a quattromila giovani in situazioni difficili

Non c’è bisogno di essere dei narratori per andare alla ricerca di storie. Mattia Bertoldi è sì uno scrittore e ne ‘Il coraggio di Lilly’ (tre60, maggio 2022) racconta «un personaggio di casa nostra, meno noto di altri, che ha fatto grandi cose in un momento difficile». Però – ci dice il ticinese – ognuno, con i propri strumenti, può scovare vicende più o meno note, che tutte le realtà hanno da offrire. «A me affascina sempre quando scopriamo cose del nostro territorio, che abbiamo vicine a noi, eppure non le percepiamo». Con il suo primo romanzo storico, gli piacerebbe «che il lettore riscoprisse o vedesse con occhi nuovi cosa sia stata Lilly Volkart per Ascona, per il Locarnese e per centinaia di persone. E, in secondo luogo, offrire il pungolo per partire alla scoperta delle tante realtà locali».

Non la conosceva questa donna, che dal 1924 al 1988 ha gestito ad Ascona una casa d’accoglienza per giovani in fuga da situazioni problematiche. «Quando ci si riferisce agli anni della Seconda guerra mondiale, la mente va a nomi famosi come Oskar Schindler. La bibliografia in italiano su Volkart è scarna, ho scoperto di lei attraverso un sito internet che raccoglie biografie in tedesco di personaggi illustri vissuti ad Ascona. Ad appassionarmi è stato anche l’ambiente che lei ha saputo ricreare nelle sue case di accoglienza. Riuscire a gestire oltre cento giovanissimi, ognuno con i propri vissuti e ferite aperte, è sensazionale. Tutto ciò in via Collinetta, strada che conduce al Monte Verità. Da qui è partito il mio interesse, è venuta la spinta alle ricerche ed è nata la voglia di iniziare a scrivere». E leggere di colei che è stata l’unica antenna nella Svizzera italiana dell’Aiuto Svizzero per Bambini Emigranti, è anche leggere di un paese che, da piccolo villaggio di pescatori, prima di diventare ambita meta turistica, si è trasformato in punto di riferimento di accoglienza e passaggio di persone di caratura internazionale. «Anni di una transizione che viveva un po’ tutto il Ticino».

Eppure in una prima stesura non era Lilly al centro della vicenda; bensì Ranieri, bambino di fantasia che a 11 anni scappa dalla guerra e da Domodossola si rifugia ad Ascona. «Ero partito da un personaggio fittizio anche per cautela. Disponevo di molta documentazione sugli anni Trenta e Quaranta, quindi avere un personaggio inventato che parla di quel mondo, significava vedere molto di quelle vicende attraverso gli occhi di un personaggio non reale. Questo mi dava maggiore libertà. Però chiaramente rimanevano in sospeso parecchie domande su Lilly, alle quali peraltro nemmeno la storia sa rispondere. Non c’è, ad esempio, un diario delle lettere di Lilly Volkart; non sappiamo perché lei non abbia mai avuto figli, né da dove sia nato il desiderio di accogliere tanti giovani e per così tanto tempo nella sua vita. Romanzare certe cose per le quali non ci sono riscontri certi, ha permesso di avere un personaggio più tratteggiato e approfondito; un personaggio con un vissuto (la parte più romanzata), che ha poi portato alla creazione delle case di accoglienza».

Le parole del libro han preso vita anche ripercorrendo letteralmente le tracce di chi fuggiva verso la libertà. «È stato fondamentale per raggiungere un buon livello di verosimiglianza nel romanzo. La prima volta che sono stato sulle vie dei contrabbandieri, seguendo anche il testo ‘I sentieri della memoria nel Locarnese 1939-1945’ (Renata Broggini e Mario Viganò, Dadò Editore, 2004), è perché avevo sentito parlare di una fontana detta ‘promiscua’ che segnava il confine tra Svizzera e Italia. Oggi in montagna non si fa caso quando si passa da uno Stato all’altro; ma allora era sinonimo di salvezza». Studiare le lettere degli esuli italiani – spiega Bertoldi – gli ha permesso di capire cosa significasse valicare la frontiera, arrivare in cima a una salita e vedere come prima cosa le luci dei paesi ticinesi, quando in Italia i villaggi erano immersi nel buio per evitare i bombardamenti. «Volevo capire dopo quale salita sarei arrivato a scorgere quelle luci; volevo sentire cosa si ha sotto i piedi, erba oppure rocce?, pensando a quei contrabbandieri e passatori che non dovevano fare rumore per non farsi reperire».

La scrittura come potere

Mattia Bertoldi oltre che di romanzi è autore di articoli di giornale, racconti e serie tv. «Le diverse scritture richiedono diversi vincoli ed è qualcosa che mi affascina e stimola. I vari assetti permettono di mantenere sempre ‘su di giri il motore’, di tenersi cioè in forma, dal punto di vista della scrittura». Scrittura che vede come «una sorta di ponte di comando, di bacchetta magica: qualcosa su cui uno possa avere il controllo in maniera economica, di un mondo o di qualcosa che le parole possono veicolare. Una sorta di potere totale, senza limite. Se non la preparazione o il tempo o lo studio che uno si dà. Nel romanzo storico ciò è fondamentale: non c’è epoca in cui non sia possibile ambientare una storia, a patto di conoscere molto bene il periodo e cosa si provava in quel tempo».

Il personaggio

Volkart’s list

Nasce a Zurigo nel 1897 e muore ad Ascona nel 1988. Cresce a Zurigo – si legge nel sito dell’omonima fondazione – in una famiglia di ‘liberi pensatori’, papà insegnante alla Scuola d’Arti e Mestieri e mamma fiorista. È segretaria del primo ospizio per bambini di Zurigo; nel 1916 apre una pensione studentesca all’allora Polytechnikum (oggi Politecnico Federale di Zurigo). Nel 1921 inizia a lavorare per i medici Max e Minna Tobler-Christinger. In seguito a problemi di salute, su richiesta dei coniugi Tobler, nel 1922 trasloca con i loro figli ad Ascona dove, nel 1924, decide di stabilirsi e di fondare un ospizio per bambini a Casa Cedro, abitazione di Mia Hesse-Bernoulli (prima moglie di Hermann Hesse). Nel 1931 acquisisce la casa in via Collinetta 40.

È una delle venti donne che nel 1933 fondano lo Schweizer Hilfswerk für Emigrantenkinder (Aiuto Svizzero per Bambini Emigranti) che, negli anni, permette a oltre diecimila bambini di essere ospitati in famiglie e istituti svizzeri. Fino al 1947 gestisce l’ospizio ‘Casa Bianca’ ad Ascona e, durante le persecuzioni naziste contro gli ebrei, arriva a ospitare contemporaneamente oltre cento bambini ebrei. In totale quasi quattromila bambini sono accolti nella sua casa e in altre, sul Monte Verità, messe a disposizione per la sua opera.

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