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26.05.2022 - 19:47
di Pietro Montorfani

Il massimo di diversità nel minimo spazio

‘Un Occidente prigioniero’, due saggi di Milan Kundera appena riuniti in volume da Adelphi

Sarà la recente scomparsa di Vangelis e dei suoi Chariots of Fire, meglio noti alle nostre latitudini con il roboante titolo di Orizzonti di gloria (1981). Sarà il ciclico e insistente riproporsi, su ogni schermo a portata di occhio e di mano, di storie, film e telefilm della mia prima infanzia (Blade Runner, Miami Vice, persino Top Gun), vera apoteosi dei servizi di streaming e dell’industria del remake che tanto caratterizzano questa nostra epoca così priva di fantasia. Sarà, infine, il contesto politico internazionale che da alcuni mesi non fa che rilanciare come un disco rotto quelle contrapposizioni di fronti semplicistiche e manichee (bianco e nero, buoni e cattivi, noi e loro) che credevamo per sempre abrogate dai tribunali della Storia. L’impressione, tra il serio e il faceto, è che non ci libereremo mai degli anni Ottanta, o meglio non ci libereremo mai dell’intero secolo che quel decennio aveva contribuito a definire "breve", e che invece non si persuade ancora ad andare in pensione.

In tale contesto emotivo e culturale, che immagino ampiamente condiviso, la casa editrice Adelphi ha tirato fuori dal cassetto un paio di vecchie lezioni dello scrittore ceco Milan Kundera che, lette oggi, paiono un perfetto vademecum per l’Europa del terzo millennio. La cosa potrebbe anche non sorprendere: chi si circonda di classici, antichi o moderni che siano, finisce sempre per essere "aggiornato" (Giuseppe Pontiggia li chiamava "i contemporanei del futuro"). L’autore dell’Insostenibile leggerezza dell’essere, esule in Francia dal 1975, era all’epoca uno degli scrittori più rappresentativi delle culture europea di area sovietica. La distinzione è importante, e la mette in luce lui stesso nel testo che dà il titolo al libro, Un Occidente prigioniero o la tragedia dell’Europa centrale, scritto nel 1983 e subito entrato nel dibattito pubblico: «In relazione al suo sistema politico, l’Europa centrale è l’Est; in relazione alla sua storia culturale, è l’Occidente. Ma l’Europa sta smarrendo il senso della sua identità culturale, sicché non vede nell’Europa centrale che il suo regime politico».

È il grande tema, tipicamente novecentesco, dello spostamento a occidente del confine orientale con il mondo russo, lungo la linea di demarcazione tra l’alfabeto latino e quello cirillico, a seguito della seconda guerra mondiale. È quella cortina di ferro che troppo spesso abbiamo inteso in termini binari (acceso o spento), come funziona ancora oggi con la NATO, e non secondo le categorie della cultura, dove le sfumature, le sovrapposizioni, l’intrecciarsi e il meticciarsi delle identità permettono alle regioni di frontiera di sopravvivere agli scontri frontali, rendendole proprio per questo tanto più interessanti e ricche di stimoli. È il luogo, non per nulla, delle «piccole nazioni» (Kundera pensa naturalmente a quella ceca, ma lo stesso discorso varrebbe per l’Ungheria, la Polonia, i Paesi Baltici), alle quali la Storia non ha dato che fragilità e sofferenze, graziandole però anche con una vivacità culturale sovente sconosciuta all’Occidente più "occidentale": si pensi al grande cinema ceco e polacco dei Forman e dei Kieslowski, alla letteratura ungherese di un Sandor Marai, un Imre Kertesz o una Magda Szabo, infine all’importante ruolo svolto – in quelle società così esposte alla cultura uniformante dell’ideologia comunista e staliniana – dalla traduzione letteraria.

Kundera non usa mezzi termini e, ripensando ai moti ungheresi del 1956, a quelli praghesi del 1968 e alla persistente opposizione polacca, non teme di affermare che «ciascuna di queste rivolte era sostenuta pressoché dall’intero popolo. Se la Russia non li avesse spalleggiati, quei regimi non avrebbero potuto resistere più di tre ore». Il fatto che ci si ritrovi ancora oggi, a Novecento non concluso, confrontati a simili problemi, spostati soltanto un po’ più a est, è sintomatico di una questione non affrontata (dall’Europa? dall’America?) con la dovuta consapevolezza storica e culturale. «L’Europa centrale voleva essere l’immagine condensata dell’Europa e della sua multiforme ricchezza» continua Kundera, «una piccola Europa ultraeuropea, modello in miniatura dell’Europa delle nazioni concepita sulla base di questa regola: il massimo di diversità nel minimo spazio». Come avrebbe potuto non inorridire di fronte alla Russia sovietica, che si fondava «sulla regola opposta: il minimo di diversità nel massimo spazio»? È il grande confronto dialettico tra una visione imperialista e monocromatica che credevamo defunta e un federalismo dinamico à la suisse, gli «Stati Uniti d’Europa» di Carlo Cattaneo e di tutti quanti ancora credono nel ruolo e nel potere della cultura (storica, politica) in opposizione al più radicale linguaggio delle armi e dei fantomatici "scontri di civiltà". Leggere Kundera, questo Kundera, con un occhio di riguardo a quanto accade ogni giorno nel contesto ucraino potrebbe essere il migliore antidoto alla banalizzazione e alla strumentalizzazione del discorso ideologico, su entrambi i fronti. Un plauso a chi lo ha voluto rimettere in circolazione.

Questo contenuto è stato pubblicato grazie alla collaborazione con il blog naufraghi.ch

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