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Sébastien Agnetti
Emilie Bujès
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Visions du Réel
22.04.2022 - 08:32
di Ugo Brusaporco

Nyon, un festival destinato a crescere

Il Covid, Bellocchio, le giurie: intervista alla direttrice Emilie Bujès dopo le premiazioni

Incontriamo Emilie Bujès, direttrice del Festival internazionale del Cinema Visions du Réel di Nyon e consulente al programma della Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, proprio dopo le premiazioni di Visions du Réel. Le proponiamo una breve intervista e lei gentilmente accetta.

Emilie Bujès: è stato difficile organizzare questa edizione del festival tra Covid e guerra, tra proiezioni in presenza e online?

Siamo un po’ abituati a situazioni complesse con le due precedenti edizioni (2020 online, 2021 ibrida, ndr), e la guerra ovviamente ci permette anche di mettere in prospettiva i nostri problemi... Bisogna cercare costantemente la strada corretta e cercare di trovarla, comunicare in modo sensibile a tutti i soggetti coinvolti.

Che differenza trova tra organizzare un festival del documentario senza red carpet e un festival della fiction dove i nomi degli attori, delle attrici e dei registi sono i più importanti?

Il rapporto con il pubblico deve essere costruito in modo diverso. Probabilmente può risultare più facile attirare spettatori annunciando attori, attrici o registi noti. Da parte nostra, al di là del genere del cinema del reale, presentiamo anche molti film in prima visione ovvero film che parlano di argomenti non conosciuti alla maggior parte delle persone. È quindi impossibile passare attraverso questa idea di cinema per invitare le persone a unirsi a noi.

La fama dell’alta qualità del festival, la comunicazione, gli eventi organizzati attorno alla programmazione, ma anche gli ospiti sono alcuni degli elementi che ci permettono di attirare il pubblico. E funziona! Abbiamo un pubblico fedele, ma anche un pubblico giovane, internazionale, in continua crescita...

Perché la scelta di Marco Bellocchio in un festival come quello di Nyon?

Innanzitutto perché difendiamo una grande libertà di definizione dei generi. Marco Bellocchio ha realizzato documentari, fiction e anche forme ibride terribilmente moderne ed emozionanti. Inoltre, il suo ultimo film ‘Marx può aspettare’, che abbiamo presentato in anteprima svizzera, è un documentario che racconta come il suicidio del fratello gemello negli anni 70 abbia influenzato tutta la sua opera di narrativa. Realtà e finzione sono costantemente intrecciate, a casa e ovunque altrimenti, a vari livelli. Gli ospiti ci permettono anche di testimoniarlo.

Stiamo assistendo a cambiamenti sempre più grandi nella produzione e nella fruizione dei film, con l’utilizzo dei più disparati media digitali e piattaforme televisive sempre più voraci. Come s’inserisce il Festival di Nyon in questo paesaggio?

Siamo stati il primo festival, e l’unico, a portare online l’intero evento nel 2020: film, masterclass e attività professionali. Nel 2021 eravamo ibridi, avendo riaperto le sale il primo giorno del festival. Quest’anno abbiamo scommesso di tenere online una selezione di film – annunciati giorno per giorno per non mettere in ombra le sale, principalmente per raggiungere altre regioni della Svizzera –, masterclass in streaming, oltre a consentire l’accesso remoto agli elementi della parte professionale del festival.

Per noi è stato fondamentale continuare quanto intrapreso per capire come reagisce il pubblico dopo il Covid. Per quanto riguarda la produzione, i documentari sono sempre stati per natura più flessibili della fiction... Come noi!

Le giurie hanno assegnato i premi di questa edizione. Qual è il rapporto di un direttore del Festival con le giurie, qual è l’importanza di trovare sintonia tra la proposta di un direttore e il giudizio della giuria?

Per me le giurie sono libere. Sono lì a giudicare una selezione, con il loro sguardo, la loro distanza, i loro gusti. A volte non fanno le scelte che avremmo voluto... Ma è così, devi accettarlo. E poi ho visto negli anni che le giurie più vicine non fanno necessariamente le scelte migliori.

Ricapitolando

Ci sorride, Emilie Bujès. E ha ragione perché essere timoniere di un Festival come Visions du Réel è già avere patente per grandi navi. Il palmarès di questo 2022 ha visto vincere al Visions du Réel’s Grand Prix un film svizzero di Tizian Büchi, ‘L’Îlo’. "Un’opera prima – ha scritto la Giuria – che oscilla tra realismo magico e ritratto di una comunità".

Era dal 2013 che un film svizzero non vinceva la competizione. ‘A Long Journey Home’ del filmmaker cinese Wenqian Zhang, anche questa un’opera prima, ha vinto il premio della Giuria del Burning Lights competition. Lo svizzero-giapponese Julie Sando ha vinto il Jury Prize della competizione nazionale. Il premio del pubblico è andato a ‘Fire of Love’ di Sara Dosa.

Questo 53° Festival di Nyon, secondo una prima stima, vanta presenze paragonabili a quelle del 2019, ovvero circa 45mila. Queste si dividono tra il grande pubblico, i 2’100 professionisti accreditati, i 2’600 bambini e ragazzi presenti alle proiezioni scolastiche e i partecipanti alle attività di mediazione culturale, in particolare le nuove offerte per non vedenti e ipovedenti. Un risultato da applausi. E ora il brivido è scoprire il destino di questi film senza tappeto rosso. Emilie Bujès scommette su tutti loro.

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