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10.02.2022 - 07:24
Aggiornamento: 15:21

Berlino 72, risorgere dal Covid

Un Festival senza luci splendenti, ma con un’illuminazione sufficiente a verificare se ‘il cinema sta morendo a causa dello streaming’ (Mohsen Makhmalbaf)

di Ugo Brusaporco
berlino-72-risorgere-dal-covid
Keystone
Da giovedì 10 a domenica 20 febbraio

Carlo Chatrian, direttore della Berlinale, ha avuto finora un compito difficile e ingrato, traghettare uno dei più storici e importanti festival cinematografici mondiali attraverso le accidentate strade dettate dal Covid, che ha segnato tutte le attività culturali in ogni parte del mondo, trovandosi poi in questo 2022, che doveva segnare almeno una pallida ripresa di queste necessarie attività, a fare i conti inattesi con i segnali di guerra che riportano la capitale tedesca a guardare con timore a quanto succede sul fronte orientale. Ecco allora spiegato il senso di un programma, quello di questo Festival, che naviga senza luci splendenti, ma con un’illuminazione sufficiente per verificare quanto ha dichiarato il maestro iraniano Mohsen Makhmalbaf a Variety: "Il cinema sta morendo a causa dello streaming”.

Non ci sono titoli, qui, che facilmente si cercherebbero in streaming, aleggia piuttosto in tutto il Festival un’idea di cinema d’essai, di ricerca, rivolto a un pubblico colto qual è quello che affolla le sale berlinesi. Segnale chiaro di questo è la retrospettiva dedicata alla commedia americana, quella elegante e sofisticata che fa a pugni con tante becere commedie campioni d’incasso nel nostro tempo. In competizione troviamo 18 film di cui 9 con bandiera francese esposta contro quattro bandiere tedesche. Un solo film a stelle e strisce, ‘Call Janeby’, attesa opera seconda della regista Phyllis Nagy, di cui nel 2016, il British Film Institute ha nominato ‘Carolÿ, sua opera prima, il miglior film Lgbt di tutti i tempi. ‘Call Janeby’, ambientato negli anni ’60 dello scorso secolo, racconta di una donna e di una gravidanza indesiderata in un mondo di uomini antiabortisti, un tema capace di scatenare ancora oggi polemiche. Tra le protagoniste, Elizabeth Banks e Sigourney Weaver.

Grandi attese

Due film sono coprodotti dalla Svizzera, un buon segnale per il cinema elvetico: il primo è ‘Drii Winter’ (titolo internazionale ‘A Piece of Sky’) di Michael Koch, in cui il regista e attore di Lucerna alla sua opera seconda ci mostra una storia d’amore tra le montagne, tra una giovane madre sola e un bracciante alpino; Ursula Meier invece, già Orso d’Argento qui nel 2012, ritorna a Berlino con ‘La ligne’ (The Line | Die Linieby). Con le attrici Stéphanie Blanchoud e Valeria Bruni Tedeschi, la regista di Besançon racconta un dramma familiare con una donna che porta le conseguenze dell’aver picchiato la madre. Tra i film più attesi: ‘Everything Will Be Ok’ di Rithy Panh, favola distopica del 21esimo secolo con gli animali che hanno ridotto in schiavitù gli umani; ‘Leonora addio’ di Paolo Taviani, che racconta il viaggio delle ceneri di Pirandello dalla Roma fascista alla sua Sicilia nel dopoguerra; ‘Avec amour et acharnement’, una storia di tristi amori firmata da Claire Denis con un cast stellare: Juliette Binoche, Vincent Lindon e Grégoire Colin.

Di certo non meno attesi sono: ‘Peter von Kant’, in cui François Ozon riprende un testo fondamentale della cultura del XX secolo come ‘Le lacrime amare di Petra von Kant’ di Rainer Werner Fassbinder per rileggerlo con Denis Ménochet, Isabelle Adjani, Khalil Gharbia e Hanna Schygulla, che era nel cast di Fassbinder nel film del 1972; ‘So-seol-ga-ui yeong-hwa’(The Novelist’s Film), in cui Hong Sangsoo continua il suo percorso tra cinema e realtà; e ‘Un été comme ça’ di Denis Côté, regista che qui è stato premiato lo scorso anno per ‘Social Hygiene’ nella sezione Encounters. Ora Côté porta la storia di tre donne in un’estate particolare. A un premio punta sicuramente Ulrich Seidl con il suo ‘Rimini’ ambientato in un hotel della città di Fellini dove un gruppo di anziani trascorre l’inverno. Charlotte Gainsbourg è in concorso con ‘Les passagers de la nuit’ di Mikhaël Hersin cui interpreta una donna abbandonata dal marito; ancora una donna al bivio della vita viene raccontata dalla regista berlinese Nicolette Krebitz nel suo ‘A E I O U – Das schnelle Alphabet der Liebe’ (A E I O U – A Quick Alphabet of Love); mentre la Storia fa capolino in ‘Un año, una noche’ (One Year, One Night) del catalano Isaki Lacuesta, che racconta il destino di una coppia di giovani sopravvissuta all’attacco terroristico del Bataclan; ‘Rabiye Kurnaz gegen George W. Bush’, di un regista di solido mestiere com’è Andreas Dresen qui alle prese con una variazione leggera sul pesante tema Guantanamo; e ‘Nana Before, Now & Then’ dell’indonesiana Kamila Andini, che racconta la storia di una donna incapace di dimenticare il peso che la Storia del suo paese ha avuto sulla sua vita.

La terra

Ancora in Concorso tre film che hanno come denominatore comune la terra: ‘Alcarràs’ della catalana Carla Simón che racconta il destino di una famiglia di contadini minacciati dalla posa di pannelli solari al posto del frutteto che da loro sostentamento; un’altra regista, Natalia López Gallardo, alla sua opera prima ‘Robe of Gems’, ci porta nel Messico rurale in un film di perdita e abbandono; e la terra domina ancora una volta il dire del cinese Li Ruijun, che in ‘Yin Ru Chen Yan’ (Return to Dust) ci porta in quella Cina che non vede le luci delle Olimpiadi e non sente le urla minacciose americane e neppure si accorge di questo inquinato pianeta. Forse, in fondo, aveva ragione Rossella O’Hara/Vivien Leigh: serve una terra, che si chiami Tara o un altro nome, per ricominciare anche dopo questi strani anni prigionieri di un virus. E ora a Berlino si alza il sipario, mentre è già cominciata la caccia ai biglietti.

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