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‘Visitando un museo, sono le opere che ci guidano’
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15.12.2021 - 21:37

Padronanza dello sguardo, arte e cinema per Adriano Kestenholz

‘Spunti, finestre, entrate’. È lo storytelling chiesto da Ticino Film Commission, presentato al Museo Vincenzo Vela di Ligornetto

Il territorio ticinese come luogo di produzione cinematografica. Lo abbiamo anticipato su queste pagine (quelle del Mendrisiotto, ma non solo di Mendrisiotto si parla), lo confermiamo su queste altre, a presentazione avvenuta. Osservati dai volti scolpiti da Vincenzo Vela nell’omonimo Museo di Ligornetto, del Mendrisio Film Fund hanno parlato oggi Niccolò Castelli, direttore di Ticino Film Commission (Tfc), e la vicesindaca di Mendrisio Francesca Luisoni. Raccontato con la velocità di un indietro-veloce: il Mendrisio Film Fund è incentivo economico regionale dotato annualmente di un massimo di 30mila franchi che arrivano dalla città di Mendrisio, la prima a rendersi protagonista di un’iniziativa di tale tipo. Il fondo permette a società di produzione cinematografica (non solo film, anche serie), svizzere o d’oltre confine, di ricevere un credito per le spese dirette (con un massimo del 30% sul totale) laddove la produzione coinvolga aziende, strutture, servizi, professionisti della città di Mendrisio. L’agevolazione significa indotto economico del quale potranno beneficiare alberghi, ristoranti, artigiani, servizi locali.

A garanzia di riuscita stanno i primi otto anni di Ticino Film Commission: «Seicentomila franchi d’incentivi che hanno portato a un ritorno sul territorio di circa 13 milioni di franchi», riassume Castelli, portatore di aneddoto: «Fu un workshop di Ermanno Olmi ad Arzo a spingermi definitivamente verso il cinema», a testimonianza che «più sono i progetti, più la rete si amplia, creando occasioni». Oltre quelle già create dal Mendrisiotto terra di confine, e dal San Gottardo, di confine non di meno. «Tfc offre servizi gratuiti, recupera luoghi, consulenze, professionisti del settore, fino alle istituzioni», e per l’essere il cinema «arte che si muove», sul territorio ne beneficiano tutti, «dal panettiere che fa il panino per la crew agli hotel e ai ristoranti». E tutto il resto, professionalmente e turisticamente parlando. Con un auspicio: quello di «riuscire a fare in modo che si possano raccontare storie locali. Questo – specifica Castelli – è un territorio che si presta a vari tipi di cinema, alla commedia e al thriller, al documentario e al film d’arte. C’è tanto spazio per fare, i mezzi di produzione e diffusione stanno cambiando».

L’evidente e il sommerso

Sotto gli occhi scolpiti da Vela è transitato anche il regista e produttore svizzero Adriano Kestenholz per palare di storytelling, andando egli a rinforzare la sezione ‘Storie’ del sito di Tfc con ‘La padronanza dello sguardo’, un racconto fatto di testi e immagini che va ad aggiungersi ai già presenti ‘Fermi nel tempo’ di Klaudia Reynicke, ‘Là dove si pensava la guerra’ di Erik Bernasconi, ‘Le terre del Ceneri’ di Olmo Cerri, e ai ‘Luoghi metafisici’ di Francesco Rizzi. «Lo storytelling è importante per creare nuove partnership e collaborazioni», spiega ancora Castelli introducendo Kestenholtz. «Ci consente di conoscere i luoghi e i relativi dietro le quinte, per poi proporli alle produzioni. Questo museo, per esempio, non sarebbe assolutamente sfigurato in ‘Vestito per uccidere’ di Brian De Palma». Là, nel 1980, era il Philadelphia Museum of Art.

Dice Kestenholz, nato a Locarno, vissuto a Ligornetto, regista indipendente e critico d’arte, di madre genovese e padre basilese, con studi parigini: «Il compito datomi non è stato facile. Di primo acchito si pensa al museo come a un set qualsiasi, un luogo architettonico con spazi architettonici all’interno del quale si possono fare riprese e fare film. Questo primo livello di pensiero mi ha sollecitato ad andare oltre. Vedo il museo come un set potenziato, un set che, oltre lo spazio architettonico, raccoglie immagini, sculture, oggetti culturali che hanno uno spessore simbolico preesistente. Mi sono chiesto cosa un cineasta dovrebbe considerare, almeno secondo la mia etica personale. E ho pensato allo sguardo che ci viene dalle opere, piuttosto che a quello che noi portiamo a esse. Visitando un museo, sono le opere che ci guidano». È, appunto, ‘La padronanza dello sguardo’ evocata dal titolo.

Kestenholz, nel suo percorso museale, esplora non solo le sale ma anche i depositi, quella “parte sommersa, lontana dagli occhi del pubblico, dove le opere d’arte intrattengono fra loro misteriose relazioni” (dallo storytelling online): «Ogni museo ha un proprio deposito di opere che giacciono in silenzio, aspettando che un conservatore o un curatore con un’idea particolare le faccia rivivere, portandole nuovamente nella dimensione visibile». I musei sono anche «luoghi di possibili combinazioni per l’avere, le opere stesse, relazioni che contengono potenziali storie». E quanto alla possibilità di relazionarsi: «Ieri ho letto che all’entrata di Palazzo Ducale a Genova sono stati messi due piccoli robot che accolgono il visitatore, che lo guidano attraverso il museo dandogli informazioni. Non ho nulla contro lo sviluppo del digitale, ma il robottino, così come l’audioguida, si fermano a un’interpretazione chiusa, priva dello sguardo soggettivo di un cineasta, per esempio, che si avvicina all’opera e la reinterpreta. L’arte nel cinema è questione di dialogo e non solo di sfondo decorativo».

Finestre

Così chiude il suo intervento Kestenholz davanti alle persone di Vela e agli umani presenti. Così prosegue con noi, a margine dell’ufficialità: «I miei sono spunti, finestre, entrate su di un argomento che avrebbe sviluppi, per ricchezza, per vastità, da libro. Sono spunti sulla relazione che un regista dovrebbe, potrebbe considerare quando entra in un museo. Mi interessa la relazione che si crea tra il linguaggio, nel mio caso quello cinematografico, e le opere d’arte e i musei. Sono assolutamente convinto che i capolavori, molto spesso, obblighino chi li descrive, cinematograficamente o attraverso la scrittura, a dover cambiare qualcosa nell’approccio. I capolavori sono grandi deterrenti di linguaggio, di cultura. Non per niente la pubblicità a volte recupera le grandi opere, anche se in modo un po’ subdolo, per vendere un prodotto e non per arricchire, fermo restando il livello dello spot che in alcuni casi è artisticamente elevatissimo».

L’arte come storia da raccontare, l’arte come sceneggiatura: «A Barcellona, davanti a un Gaudì, puoi raccontare all’infinito; davanti al Barocco ugualmente. Il Barocco è arte dinamica che ti obbliga a spostarti, e ogni volta che ti sposti vedi altro. Nel Barocco c’è il cinema assopito, virtualmente pronto da riprendere, pronto a farsi riprendere». E dunque «le opere vanno ascoltate perché portano, deviano, creano essere stesse racconti. Per questo motivo io rovescio lo sguardo, la provenienza, da noi alle opere: noi guardiamo le opere ma siamo soprattutto guardati da esse; ti fermi davanti a un quadro e vieni catturato da un minimo particolare, un asterisco, un amo che ti afferra, ti trattiene, ti ferma. Da dove giunga lo sguardo è un discorso molto complesso. È solo legato all’intenzionalità? Lo si vede nel gioco della seduzione tra persone, lo sguardo è quell’elemento mobile che non appartiene direttamente al soggetto, ma è legato all’altro. Nello storytelling ho inserito immagini di sculture extra-oceaniche, sguardi che sono quelli ‘dell’altro’, sguardi che spiazzano» (lo storytelling di Kestenholz è su www.ticinofilmcommission.ch/it/adriano-kestenholz).


Da sinistra: Gianna Mina, Adriano Kestenholz, Francesca Luisoni, Niccolò Castelli

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