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laR
 
09.11.2021 - 18:58
Aggiornamento: 20:04

‘Piazzale d’Italia’, reperti visivi di Enea Zucchetti

Il suo viaggio nel tempo con protagonista il fu Casinò di Campione è in gara al 25° Festival internazionale del cortometraggio di Winterthur

piazzale-d-italia-reperti-visivi-di-enea-zucchetti
‘L’ho sempre visto, più che come un edificio, come un’entità’

«Amo la natura, visti anche tutti i problemi della contemporaneità, ma preferisco camminare per una giornata intera per le strade di una città che non conosco bene piuttosto che in montagna, e per quanto bella sia la montagna. Trovo più interessante l’imprevedibilità della città, anche i luoghi anonimi, senza qualità, sempre più rappresentativi dell’uniformizzazione, prodotto primario dalla globalizzazione». I nati in condominio ringraziano e gli appassionati d’architettura, anche e soprattutto urbana, ringraziano anch’essi. Lo sguardo ‘cittadino’ del ticinese Enea Zucchetti ha prodotto ‘Piazzale d’Italia’, reperto audiovisivo di una struttura – il fu Casinò di Campione d’Italia, opera di Mario Botta – che la sinossi del corto definisce “enigmatica”, ma che fino a poco tempo fa era tutt’altro che tale. I quasi 14 minuti di film del luganese Zucchetti – classe 1996, transitato da Locarno 72 e altri contesti non necessariamente cinematografici con altra architettura, quella di ‘L’azzurro del cielo’ – gareggiano nella categoria ‘Swiss Competition II - Was kostet die Welt?’ del 25esimo Festival internazionale del cortometraggio di Winterthur, forzatamente online nel 2020, tornato in presenza.

«Ho approcciato questa architettura specifica nel momento in cui è stata chiusa», spiega Zucchetti. «L’ho sempre vista, più che come un edificio, come un’entità. L’ho osservata più volte, ho fatto sopralluoghi. Iniziando a strutturare una narrazione ho capito che non bastavano riprese suggestive». ‘Piazzale d’Italia’ è una costante intermittenza tra passato e presente, tra materiali d’archivio e nuove riprese; decisiva è stata la conoscenza con il possessore di fonti d’archivio della costruzione dell’edificio, per una combinazione tra materiali video nuovi e vecchi che della struttura ipotizzano anche il futuro, visto il suo essere «in un eterno presente, in un’apparenza antica che a me arriva a ricordare qualcosa di egizio, e nello stesso tempo è recentissima, e nel giro di una decina d’anni dall’inaugurazione ha perso totalmente la sua funzione, ferma in un limbo nel quale non si capisce quale destino potrà avere». “Hanno eretto un palazzo e si sono dimenticati lo scopo”, detto con la voce narrante di Michele Rezzonico, definizione di ciò che oggi pare un non luogo, «icona di una certa contemporaneità, ma non certo l’unico edificio che ha subito questa sorte. Un reperto visivo, un oggetto senza tempo, narrato senza particolari fini didattici e informativi se non quelli di suggestionare, incuriosire». Cita le piazze d’Italia di De Chirico, Zucchetti: «“E cosa amerò se non ciò che è enigma”, quella parte difficilmente interpretabile di un’opera d’arte, e anche di una persona, che affascina. Allo stesso modo, nel mio caso, mi piace che lo spettatore guardi non semplicemente all’opera ma sia disposto ad andare al di là della stessa».


Zucchetti (sx) con Werner Herzog (foto: Melisa Margarita)

‘Voglio ballare il pop’

A oggi, nei film di Zucchetti, sono le forme a scorrere nei titoli di coda anziché gli attori. «Architettura non ne ho mai studiata, né a livello universitario, né accademico. L’interesse è principalmente per la spazialità, forse per il crescendo vissuto in esperienze all’interno di discipline in cui la spazialità ha avuto per me impronte importanti. Lo skateboard, per esempio, dove lo sguardo ha una certa intenzionalità a scegliere altre prospettive. Gli scalini, per esempio, che diventano possibilità per fare acrobazie, o un muretto, che diviene elemento per un trick. Sono cresciuto con questa ‘deformazione’ nel guardare alla città, all’architettura, agli oggetti, al design». A questo proposito: «Il Ticino, e lo sto scoprendo negli ultimi anni, non ha avuto grandissimi registi ma grandissimi architetti, da Mario Botta ad Aurelio Galfetti a Peppo Brivio, internazionalmente riconosciuti, personalità che vedo, in un certo senso, come miei maestri. Sento questa grande e importante eredità architettonica sperimentale tanto apprezzata all’estero, mentre in Ticino, soprattutto negli ultimi decenni, si sta creando un paesaggio caotico, confuso, a tratti disastroso. Mi piacerebbe capire come qui da noi possano convivere questa nostra attenzione per gli spazi architettonici e, paradossalmente e parallelamente, la disaffezione totale verso il paesaggio. Quanto successo con il Molino è una parte del discorso». A suo modo, quanto successo col Casinò e un’altra parte.

L’uomo che cade nella piazza antistante il fu Casinò è forse l’unica concessione all’attorialità nei lavori di Zucchetti, che per altro non disegnerebbe film corali. Anzi. «Sono un amante di Buñuel, di Ferreri, di cose da ‘Grande abbuffata’». Prendendo parole al greco Yorgos Lanthimos, tra i registi amati dal ticinese, «“Mi sono stufata di ballare Carmina Burana, voglio ballare il pop”, dice la ginnasta al maestro in ‘Alps’, e io voglio entrare in una dimensione più cinematografica». In questo s’inserisce il recente workshop con Werner Herzog alle Canarie: «Ho iniziato a fare film grazie anche all’incontro con il suo lavoro e trascorrere dieci giorni con lui a Lanzarote è stato una specie di schiaffo, un momento che devo ancora metabolizzare, ma so già che mi ha cambiato la vita». Uno schiaffo soprattutto per un giovane cineasta che a 8 anni s’è invaghito di cinema grazie a ‘2001 Odissea nello Spazio’, visto con suo padre «non capendoci praticamente nulla»; poi, più tardi, fu ‘Apocalisse nel deserto’. Di Herzog, non a caso.

www.kurzfilmtage.ch / www.eneazucchetti.com

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