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Al centro, con i Chieftains (Keystone)
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Folk
12.10.2021 - 22:26
Aggiornamento: 13.10.2021 - 23:26

È un po’ più scuro il cielo d’Irlanda: addio a Paddy Moloney

Il co-fondatore dei Chieftains è morto all’età di 83 anni. Fu sei volte Grammy con lo storico ensemble, del quale era leader e principale compositore

Non è andato molto distante dal festeggiare le nozze di diamante coi suoi Chieftains. Più a lungo dei Dubliners, molto prima degli U2, dei Clannad, dei Corrs e dei Vad Vuc, Paddy Moloney, morto lo scorso 11 ottobre all’età di 83 anni, “ha portato l’amore per la musica irlandese a coloro che in tutto il mondo l’hanno ascoltata e apprezzata proprio per come trascendesse ogni confine musicale. Il suo lavoro di produttore è stato un contributo di grande integrità, intrapreso per promuovere la musica stessa in un momento in cui i benefici commerciali del farlo erano limitati. La sua eredità rimarrà con noi nella musica che ha creato e portato al mondo”. Usiamo le parole più importanti d’Irlanda, quelle del presidente Michael D. Higgins, per riassumere la figura di un musicista grazie al quale il mondo che ascolta e quello che suona, rockettari inclusi, hanno scoperto le sonorità irish e i relativi strumenti tradizionali. Amandole. Amandoli.

‘Più importante che mangiare’

Di umile famiglia, nato il primo agosto del 1938 a Donnycarney, sobborgo di Dublino, Paddy Moloney si avvicina alla musica grazie a un flauto a fischietto in plastica regalatogli dalla madre. “Ero conscio che i soldi ci mancavano, e ogni scellino ai miei occhi era una fortuna, ma lei non mi ha mai fatto mancare nulla ed è riuscita a farmi studiare», aveva dichiarato soltanto un anno fa. Cresciuto tra musicisti dentro un cottage “che a me sembrava un palazzo”, a casa Moloney si suonava tutte le sere: “Col tempo, suonare era diventato più importante che mangiare”, ricordava il musicista, che a sei anni studiava il tin whistle (come sopra, ma di legno) e a otto, con il maestro Leo Rowsome, le uillean pipes, sorta di cornamusa in cui l’aria è introdotta da un mantice anziché soffiata. Più adulto, suonerà anche la fisarmonica diatonica e il bodhrán, tamburo tipico della musica popolare irlandese.

La storia dice che nel novembre del 1962, dopo giovanili esperienze in duo e trio, Moloney fonda i Chieftains, insieme al suonatore di tin whistle Sean Potts, al flautista Michael Tubridy, al violinista Martin Fay e al suonatore di bodhrán David Fallon. Nel 1968 apre la Claddagh Records, etichetta discografica condotta fino al ’75 da leader delle produzioni traditional e folk. Tra vari rimescolamenti interni, e con l’acquisizione dell’arpista Derek Bell nel 1972, l’intento iniziale di fare “qualcosa di diverso” si consolida negli anni, contaminando non soltanto le sonorità Irish, ma contaminando di sonorità Irish molti dei suoni del mondo, anche i più incontaminabili. Principale compositore e arrangiatore della storica formazione, Moloney ha composto le colonne sonore di film come ‘Barry Lyndon’ di Stanley Kubrick. Nella lunga carriera come solista, spiccano le collaborazioni con Mike Oldfield, Mick Jagger, Sting, Paul McCartney e Stevie Wonder. Insieme ai Chieftains, le collaborazioni portano i nomi di Van Morrison, Mark Knopfler, Madonna, Stones, Ziggy Marley e molti altri. In campo cinematografico, la musica della band irlandese si ascolta anche in ‘Braveheart’ e ‘Gangs of New York’.

I sei Grammy degli ‘Ireland’s Musical Ambassadors’

Dal 1979 al 1988 sono solo candidature, la prima per il settimo dei primi dieci album che dal 1963 in poi si distinguono per la sola numerazione. Il primo Grammy arriva nel 1992 ed è doppio: per ‘An Irish Evening – Live At The Grand Opera House, Belfast’, grammofono (la statuetta della musica) come Best Traditional Folk Album, resoconto di un concerto cui presero parte anche Roger Daltrey (The Who) e Nanci Griffith, e per ‘Another Country’, Best Contemporary Folk Album, la band irlandese fianco a fianco con il gotha del country americano (Willie Nelson, Chet Atkins, Ricky Skaggs, Emmylou Harris, tra i molti); nel 1993 il grammofono è per l’album ‘The Celtic Harp’, categoria Best Traditional Folk Album, vera e propria vetrina per l’arpista Derek Bell.

Nel 1995 il premio va alla Best Pop Collaboration With Vocals per ‘Have I Told You Lately That I Love You?’ con Van Morrison nel fondamentale ‘The Long Black Veil’, anche candidato nella categoria Best Contemporary Album, farcito di collaborazioni. I Chieftains tornano l’anno dopo a ritirare il premio per ‘Santiago’, miglior disco di world music, un viaggio nella musica tradizionale della Galizia e nel folklore galiziano portato nella musica latino-americana dagli emigranti, disco che vede a fianco dei Chieftains, tra gli altri, lo spagnolo Carlos Núñez, gli americani Linda Ronstadt, Ry Cooder e i Los Lobos. Nel 1998 è la volta di ‘Long Journey Home’, Best Traditional Folk Album, colonna sonora del film ‘The Irish in America: Long Journey Home’, nel quale a grandi nomi come Elvis Costello, Vince Gill, Sinéad O’ Connor e l’onnipresente Van Morrison è dato il compito di raccontare in musica la storia degli irlandesi d’America. L’ultimo inchino dell’Academy del disco è la nomination del tributo a Derek Bell, il ‘Live From Dublin’ del 2005.

Nello spazio

Anche grazie a Paddy Moloney, e alle oltre 45 produzioni curate in prima persona, i Chieftains si sono appuntati al petto alcune medaglie: primi musicisti dell’Ovest del mondo a suonare sulla Grande Muraglia cinese, primo ensemble a esibirsi alla Casa Bianca, il titolo di ‘Ireland’s Musical Ambassadors’ e un po’ di storia moderna che va da ‘The Wall’ di Roger Waters nella Berlino del 1990 fino allo spazio profondo, quando il fischietto di Paddy e il flauto di Matt Molloy entrarono in orbita per essere suonati dall’astronauta statunitense Cady Coleman sulla Stazione spaziale internazionale. Era il 2010, e una volta rientrata a terra, Coleman riportò manu propria gli strumenti agli irlandesi in occasione di un loro concerto al Kennedy Center di Washington. Non prima di essersi esibita con essi, in quell’occasione, in uno degli innumerevoli traditional in repertorio, giunti fino a noi.

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