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laR
 
06.09.2021 - 05:15
Aggiornamento: 08:28

Racconti per scoprire che siamo quello che possediamo

Lionel Shriver è stata ospite di ChiassoLetteraria per presentare la raccolta di racconti ‘Proprietà’

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Con un viaggio da New York che è stato «un incubo», ma Lionel Shriver è arrivata in Svizzera per l’ultima giornata di ChiassoLetteraria. L’abbiamo incontrata, davanti a un’agognata bottiglia di acqua minerale, prima della presentazione del suo ‘Proprietà’, raccolta di racconti pubblicata in italiano da 66th and2nd. Scrittrice e giornalista, Lionel Shriver – ma il vero nome sarebbe Margaret Ann, cambiato a quindici anni per non appiattirsi sullo stereotipo della ragazza con il nastro rosa che sposa il fidanzato di scuola – ha raggiunto la notorietà con ‘Dobbiamo parlare di Kevin’ (diventato anche un film diretto da Lynne Ramsay), romanzo epistolare in cui una madre si interroga sui motivi che hanno portato il figlio quindicenne a compiere un massacro scolastico.

Rispetto a un romanzo, che tipo di narrazione permette una raccolta di racconti?

In questo caso ho cercato di realizzare una raccolta che fosse più vicina a un romanzo della solita raccolta. C’è una coerenza tematica: c’è ovviamente una certa varietà ma anche il tema ricorrente della proprietà. In inglese ‘property’ si riferisce sia agli immobili sia ai beni e questo mi ha dato un’ampia gamma di soggetti, perché si può trattare della tua casa o di un oggetto al quale tieni particolarmente. Non è quindi una raccolta di materiale diverso, unito semplicemente dal fatto di essere scritti dalla stessa persona: nulla di male, in questo genere di raccolte, ma non è quello che ho fatto. Si tratta di racconti scritti in un lungo periodo di tempo, alcuni appositamente.

Possedere case o oggetti, ma mi sembra che sia soprattutto una questione di possedere se stessi, di decidere che cosa fare della propria vita.

Sì. E quando le persone violano la tua proprietà, entrano nel tuo territorio è come un attacco alla tua persona. È per questo che il tema è così emotivamente carico. Uno dei racconti secondo me più interessanti del libro è ‘Terrorismo interno’, che è la storia di un figlio trentenne che continua a vivere in casa con i genitori. Una cosa molto interessante che ho notato è che quando i bambini sono piccoli, la tua casa è la loro casa, non c’è nessun conflitto perché il territorio è condiviso. Quando crescono però è come se tornassi in possesso della tua casa: i figli sono i benvenuti ma quella è di nuovo casa tua e i figli sono ospiti. È imbarazzante quando un figlio grande non lascia la casa e nel racconto i genitori devono far capire al figlio che quella non è più casa sua, mettendolo alla porta e cambiando la serratura. Il figlio non lo accetta e alla fine vince questa che è una vera e propria lotta per il potere.

La casa è una seconda pelle per le persone: questo come si collega al suo vivere tra Londra e New York?

Da anni vivo nove mesi l’anno nel Regno Unito e trascorro l’estate negli Stati Uniti. Penso sia utile tenere il mio mondo un po’ più ampio: se vivessi solo negli Stati Uniti sarebbe un problema perché si tratta di un Paese molto insulare in parte perché è molto grande e quindi sei portato a confonderlo con il mondo intero. Certo questo è parzialmente vero per ogni luogo.

Lei ha pubblicamente sostenuto la Brexit. Posso chiederle perché e se ha cambiato idea dopo il referendum?

No, non ho cambiato idea. Non credo che il Regno Unito avrà solo vantaggi a stare fuori dell’Ue, ma questo è un altro discorso. Ho l’impressione che l’Unione Europea sia diventata qualcosa che non era previsto all’inizio: avrei dato il mio sostegno a un’entità di libero scambio economico, un’alleanza tra Stati fosse sia reciprocamente utile. La libera circolazione delle persone è una bella idea finché hai Paesi grosso modo simili, ma non credo funzioni molto bene quando ti apri a Paesi come quelli dell’Europa dell’est con economie completamente diverse. L’Ue è un’organizzazione politica e di tipo autocratico, pensata per essere antidemocratica, senza rispetto per la volontà popolare.

Dopo il voto sulla Brexit non c’è stata una chiusura, nel Regno Unito?

No, non credo: le relazioni con il resto del mondo sono rimaste. Almeno fino alla pandemia, ma quella ha isolato tutti.

Lei ha anche manifestato un certo scetticismo verso il movimento #MeToo.

Lo sostenevo all’inizio, quando si trattava di casi oltraggiosi di abuso di potere e sono stata felice di vedere quegli uomini finalmente chiamati a rispondere delle proprie azioni. Ma la cosa è degenerata, ogni donna ha una storia di abusi, ogni donna è vittima e non mi piace quando la tua identità e la tua importanza si riduce a essere una vittima, non penso sia una cosa utile per le donne in generale.

La cosa è poi diventata un po’ meschina, con le violazioni via via più piccole, e basta un’accusa per perdere il lavoro, basta aver detto una cosa una volta e si ha la carriera rovinata. C’è anche un elemento di bigottismo che non mi piace per nulla.

Anche questi eccessi sono però legati a una nuova sensibilità che riconosce piena dignità alle donne e rompe il silenzio che circonda certi comportamenti.

Sì, in questo senso non c’è da essere contro o a favore perché dipende dal singolo caso. Sono ovviamente contenta che sembra stiamo andando oltre i ruoli di genere: non sono la tipa che resta in casa a fare figli e sono totalmente a favore del femminismo. Il problema è che spesso i movimenti di liberazione quando hanno successo vanno fuori di testa.

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