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Quatuor Diotima (foto: Priska Ketterer / Lucerne Festival)
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16.08.2021 - 14:24
Aggiornamento: 15:28
di Enrico Colombo

Il Lucerne Festival e il futuro della musica

Dentro un'edizione 2021 con le potenzialità per togliere al concerto il carattere di evento mondano, trasformandolo definitivamente in un impegno culturale

“Ripartire, ricostruire, rinascere. Ce n’è un gran bisogno. La buona notizia è questa: siamo capaci di farlo. È una delle cose che ci riescono sempre”. È l’incipit de ‘I cantieri della storia’, l’ultimo libro di Federico Rampini, pubblicato da Mondadori un anno fa, e mi sembrano parole appropriate per il Lucerne Festival, che dopo l’interruzione dello scorso anno e pur con la pandemia ancora in corso, riparte grazie alla vitalità dei suoi magnifici dirigenti.

Ho qualche anno più del Festival e ricordo la ripartenza degli eventi musicali dopo la seconda guerra mondiale. Nel giugno del 1945 Karl Münchinger (1915-1990) riunì gli amici musicisti dispersi fra le macerie di Stoccarda, trovò uno spazio protetto dalla pioggia e al lume di candela, per un pubblico in piedi con l’ombrello, eseguì musiche di Bach. Fu l’atto fondatore della prestigiosa Stuttgarter Kammerorchester. Ci sono ancora buone ragioni per sperare che l’attuale ripartenza sia meno faticosa e altrettanto fortunata, purché ci si renda conto che dovrà essere di segno diverso: Münchinger si rivolse al passato, il Lucerne Festival deve aprirsi al futuro.

Sabato 14 agosto ho seguito uno stupendo concerto del Quatuor Diotima, la formazione costituitasi a Parigi nel 1996: Yun-Peng Zhao e Constance Ronzatti, violini, Franck Chevalier, viola, Pierre Morlet, violoncello. Cito i nomi anche per evitare il rischio dei luoghi comuni: il recensore ha comunque limiti linguistici per descrivere le esecuzioni musicali a così alti livelli. Il quartetto d’archi è da tre secoli la forma più riuscita nella musica occidentale. Esso resta tuttora la mira, meglio forse dire il miraggio di ogni compositore e di ogni esecutore. Goethe lo definì “come un’elegante conversazione fra quattro persone ragionevoli”. Posso dire che il quartetto parigino ha usato ogni ragionevolezza nel dipanare due partiture contemporanee di sorprendente complessità e bellezza: ‘Unbreathed’ (2017) di Rebecca Saunders (*1967) che è composer in residence, e della quale ascolterò altri brani; ‘no. 1 Prima Maniera’ (2020) di Alex Nante (*1992), che nel 2017 partecipò al primo seminario di composizione di Wolfgang Rihm nell’ambito della Lucerne Festival Academy e fu così bravo da convincere il Festival a commissionargli questo brano.

Il programma di sala era arricchito da una bella presentazione del musicologo tedesco Martin Demmler, che dava indicazioni sui messaggi criptici da scovare negli strani titoli delle due opere, e informava sul retroterra filosofico dei due compositori. Nella splendida interpretazione di sabato le due opere sono apparse profondamente diverse. Quella di Nante una ricerca di magniloquenza estensibile a un’orchestra e alle grandi sale da concerto. Quella di Saunders una ricerca di intimità cameristica, una cura della natura fisica del suono, portato per quanto possibile al limite del silenzio.

Le due opere contemporanee facevano assieme solo quaranta minuti di musica e il distanziamento sociale impone concerti senza pausa. Il programma è stato completato con la Grande fuga op. 133 di Beethoven, opera familiare agli amanti della musica da camera, ma sempre di impervia esecuzione. Splendida l’interpretazione del Quatuor Diotima, signore nelle asprezze timbriche, nei sussulti dinamici, capace persino di scovare in questo Beethoven estremo, tracce di raffinatezze settecentesche.

Sabato ho frequentato per la prima volta il Saal Salquin, un po’ fuori di mano nella Hochschule für Musik. È una bella sala pensata per la musica da camera, dispone di duecento posti o poco più. Con il distanziamento sociale, un posto si e uno no, era completa con centinaio di spettatori, tutti con mascherina, poco invogliati a chiacchierare fra loro, in attesa dell’inizio occupati a studiare il programma.

Questa è una buona notizia. Il Lucerne Festival sembra avere le potenzialità per togliere al concerto il carattere di evento mondano. Non più un’occasione per incontrare amici e chiacchierar con loro, ma un impegno culturale, un vero lavoro, non un passatempo. Una visione affascinante per il futuro della musica.

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