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Sulla Croisette
14.07.2021 - 18:020

E Cannes non dorme, discutendo di cinema

Scontri fatali tra la denuncia e l'horror, Oliver Stone torna su JFK, e una sfida al movimento Me Too

Doveva succedere, proprio il 14 luglio, festa nazionale, che molti giovani francesi, che lavorano qui al Festival neppure ricordano. Il più preparato ha detto: “Questa è la festa per la Bastiglia, quando hanno cominciato a tagliare le teste a tutti quelli che erano dentro: bisognerebbe farlo ancora e far rotolare la testa di Macron”. Al di là della confusione storica, anche qui a Cannes monta la rabbia per una situazione economica che si fa duramente sentire, anche nel giorno della festa nazionale. Ma torniamo al “doveva succedere”. Era chiaro che con 24 film in concorso, e con il desiderio da parte del direttore del Festival di offrire un panorama a 360 gradi dello stato del cinema di oggi, una discussione, anche feroce, l'avrebbe suscitata il mettere in concorso, nello stesso giorno, due film agli antipodi proprio come idea di cinema e distanza culturale. Due film come l’atteso ‘Ghahreman’ (Un eroe), diretto dal maestro iraniano Asghar Farhadi, e ‘Titane’, diretto dalla trentenne parigina Julia Ducournau. Scontro fatale, che spinge a riconoscere l'unicità e il coraggio di un Festival che ama il cinema, come questo.


‘Ghahreman’ (Un eroe), di Asghar Farhadi (foto: AmirhosseinShojaei)

Dalla denuncia all'horror

Asghar Farhadi è un decano del festival e porta con questo suo ultimo film un suo personale contributo sociale e civile alla crescita del suo Paese, attraverso una presa di posizione precisa verso l’incompetente influenza dei media, il mafioso sistema delle usure, la condizione delle donne segnate dai rigori delle tradizioni famigliari. Al centro della vicenda è un uomo finito in carcere per debiti, che aveva aperto un’attività prendendo dei prestiti, e il suo socio fuggito con i soldi lasciandolo a pagare i debiti; tra entrate e uscite dal carcere, trova l’amore di una 37enne considerata come disgrazia in famiglia, rischiando di restare zitella; ma ciò che è più importante è che s'inventa una storia per pagare il debito, storia che si mostra decisamente tragicomica. Farhadi è autore solido, il suo cinema ha un respiro perfetto, puntuale, la narrazione ha una precisa linearità e la guida degli attori è da applausi. Già si vocifera, non casualmente, di un suo premio nel Palmarès. Ma è proprio il confronto con l'altro film in concorso ‘Titane’, annunciato come un horror, che fa nascere problemi che vanno al di là del genere cinematografico, per affermare, urlando, il peso autoriale femminile rispetto a quello maschile. Il cinema non è neutro, né bipartisan, è espressione di una mente, di un desiderio, di un sogno, del peso della realtà. ‘Titane’ nega subito qualsiasi facile identità, reclamando invece una precisa maternità autoriale. Julia Ducournau compone un film dove l'identità sessuale è profanata, dove lo stesso mettere al mondo esalta il miracolo ermafrodita, un film dove immagini e suoni lasciano il sapore del sangue che scorre, dove l'ignoranza generale è presa in giro per il suo eunucale esistere. Un film dove la trama si scioglie in emozione, dove la grandezza di un attore come Vincent Lindon viene celebrata e dove si scopre una grande attrice al debutto come l'artista multimediale Agathe Rousselle.


‘Titane', di Julia Ducournau (foto: Carole Bethuel)

Non affidare la Storia al falso

Il cinema non è quello che Netflix vende, ma quello che vive a Cannes. Trent’anni dopo ‘JFK’, Oliver Stone ritorna su quell’ omicidio irrisolto che ancora oggi segna il destino di un paese come gli Stati Uniti d’America, quello del 35esimo presidente John Fitzgerald Kennedy, e lo fa in base a nuovi documenti e testimonianze emerse proprio dopo l’uscita del suo film nel 1991. Servendosi di narratori vincitori dell'Oscar come Whoopi Goldberg e Donald Sutherland, nonché di un distinto team di esperti medici e balistici, storici e testimoni, Stone presenta prove per convincerci che nel caso Kennedy siamo passati dalla “teoria della cospirazione” alla sicurezza, che si è trattato di una vera “cospirazione”. Si tratta di un documentario, qui fuori concorso, che demolisce tutte le prime indagini fatte da importanti commissioni come la Warren, arrivando a concretizzare il fatto che il presunto omicida di Kennedy, Lee Harvey Oswald, sia estraneo al fatto, come dimostrano le ultime cartelle sul caso rese disponibili in quanto desecretate. Carte che portano dritte a una collusione tra criminali anticastristi, Cia, Fbi, e altre associazioni irritate dalle scelte di politica estera di JFK. C’è in Stone il chiaro intento pedagogico, didattico, di non affidare alla Storia il falso: quel giorno, quel 22 novembre 1963, sul presidente americano spararono da diversi punti, Oswald non discese mai dalle scale del palazzo da cui le indagini hanno fatto partire i colpi, il fucile mostrato non era lo stesso che Oswald possedeva e che si vede nelle fotografie, era della stessa marca ma di un altro modello che egli non aveva mai avuto e che su cui non c'erano le sue impronte. Ma allora perché? Perché non fu fatta l’autopsia al corpo di Kennedy nell'ospedale in cui era stato portato subito e dove era morto, ma solo dopo in una sede della Marina con esperti che non erano esperti? E perché era mostrato un cervello integro spacciandolo per quello di Kennedy quando brandelli della sua materia grigia erano sparsi sul sedile dell’auto e sua moglie Jacqueline ne aveva raccolto un pezzo sul cofano per darlo ai chirurghi dell'ospedale? Si resta sconvolti di fronte alle prove. Oliver Stone ha colpito ancora.

Roth e dintorni

Ancora fuori concorso, ‘Tromperie’ (Inganno) di Arnaud Desplechin, altro film che fa discutere, soprattutto il mondo anglosassone che ha visto nel film una sfida al movimento Me Too. Il fatto è che la pellicola, il cui titolo internazionale è ‘Deception’, perché tratto dall’omonimo romanzo di Philip Roth, ha come peccato originale proprio Roth ritenuto misogino dal movimento, e non a caso anche la sua biografia è stata mandata al macero, non solo per le colpe dell’autore, Blake Bailey, ritenuto colpevole di almeno due stupri, ma come preciso segnale contro tutta la sua ampia bibliografia. Il romanzo, in parte autobiografico, è stato dato alle stampe nel 1990, il film situa l'azione nel 1987 a Londra. Incontriamo il cinquantenne Philip (un bravissimo Denis Podalydes), famoso scrittore americano che qui vive in esilio. Scopriamo che ha un’amante ben più giovane di lui (la straordinaria Léa Seydoux, da sola vale la visione del film, da notare che è presente in quattro film a Cannes quest'anno) che viene regolarmente a trovarlo nel suo ufficio, diventato rifugio per i due amanti; qui fanno l'amore, litigano, si riconciliano e parlano per ore di tutto: delle donne che segnano la vita di lui – una studentessa diventata folle, un’amica distrutta da un cancro mortale – parlano del sesso, della differenza che c’è nel fare l’amore con un circonciso, si confrontano sull'antisemitismo, che lui come ebreo sente particolarmente forte e vivo più in Inghilterra che negli Usa, discutono di letteratura, e della fedeltà a se stessi e a i loro coniugi. Sono entrambi sposati, lei ha anche un figlio.

Arnaud Desplechin dà vita a un film interessante, conscio che proprio ‘Deception’ è solitamente considerato uno degli sforzi letterari più deboli di Roth. Forse proprio per la sua ombra pesante nel gioco narrativo, il regista cerca di affrancarsi dallo scritto dell’amato scrittore, e proprio il cinema lo aiuta. Più che in altre occasioni, si sente come sia riuscito ad abbattere le barriere tra letteratura, teatro, cinema. Non è poco. Molto interessante è l'inserimento di una scena non presente nel libro, che vede lo scrittore al banco degli imputati in un processo in cui lo si accusa di disprezzare le donne, un tentativo del regista, probabilmente, di evitare al film di essere giudicato come i libri di Roth o, forse, per difendere la memoria di uno dei più noti e premiati scrittori statunitensi.

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