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2 set
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16.05.2021 - 15:140

L’originale riscrittura di Mattia Insolia

Il deserto affettivo dei fratelli Acquicella, protagonisti del romanzo d’esordio di Insolia, e il modello di Niccolò Ammaniti

Quando, nel 1999, uscì ‘Ti prendo e ti porto via’ di Niccolò Ammaniti, Mattia Insolia aveva quattro anni. Mi chiedo a quale età lo abbia letto e quale effetto abbia avuto su di lui; e questo non per farsi gli affari suoi (potrebbe averlo letto in età adolescenziale oppure averci lavorato nell’ambito della sua tesi di laurea sugli autori “cannibali”, o le due cose in successione), ma per provare a capire come quel testo (che io continuo a considerare il più riuscito dei romanzi dell’autore romano) abbia agito sulla sua educazione letteraria. Quel che mi pare fuori da ogni ragionevole dubbio è che Insolia lo abbia letto, unitamente agli altri libri ammanitiani: troppi e patenti sono infatti i punti di contatto con il suo libro d’esordio, ‘Gli affamati’, uscito presso Ponte alle Grazie.

A cominciare dall’ambientazione. Siamo in un indistinto Sud Italia, a Camporotondo, centro descritto da pochi tratti sintatticamente giustapposti, come l’Ischiano Scalo di ‘Ti prendo e ti porto via’, di una geografia dai toponimi fittizi ma facilmente collocabili (“Verso il centro, le villette malandate, pareti scrostate e verande macilente, lasciavano il posto alle palazzine tracagnotte, balconi presieduti da gerani mezzo appassiti e da finestre aperte su stanze minuscole”). Un paesotto separato dagli altri comuni da una campagna stremata, da interstizi fatti di discoteche, cavalcavia da cui gettare sassi sulle macchine in transito e strade periferiche dove andare a mignotte: è questo lo sfondo di non luoghi in cui i due fratelli protagonisti, Paolo e Antonio Acquicella, manovale ventiduenne il primo, studente di diciannove anni il secondo, disegnano le sghembe traiettorie con cui, da “affamati”, cercano faticosamente di farsi strada in una vita che ha tolto loro tutto. Percorsi che Insolia fissa nella brevità conclusa e nel tempo sospeso della stagione estiva, momento ormai canonico del romanzo di formazione contemporaneo (ancora l’Ammaniti di ‘Io non ho paura’).

Così come appare riconoscibile la struttura famigliare attorno alla quale è costruita la vicenda: due fratelli adolescenti bloccati in un presente senza sbocchi da un passato tanto doloroso da precludere ogni orizzonte di riscatto. Non più, dunque, l’ansia di diventare grandi, ma la lotta per affrancarsi dalle ferite causate da una famiglia assente: il padre è morto dopo una vita di angherie contro tutto e contro tutti, la madre se ne è andata (ma tenterà un ritorno fuori tempo massimo). Due distinte forme di abbandono che portano a reazioni diverse da parte dei figli: più riflessivo e apparentemente fragile Antonio, più (auto)distruttivo Paolo, che si sente responsabile del sostentamento di un fratello minore cui cerca di insegnare la vita secondo il suo distorto sistema di valori. Anche le figure di contorno rimandano ai romanzi di Ammaniti: dal capo cantiere al quale non accetta di sottostare Paolo, e con il quale questi ingaggerà una lotta che costituisce l’asse portante della vicenda, fino all’agiata famiglia di Italo (il migliore amico di Antonio), che, come i Celani in ‘Ti prendo e ti porto via’ (in cui il bidello della scuola si chiamava proprio Italo), fa da contraltare al deserto affettivo in cui si muovono i due fratelli protagonisti.

Né nuova mi pare l’incapacità dei personaggi di relazionarsi serenamente all’altro: Paolo sfoga la propria omosessualità repressa pestando il suo primo amante dei tempi della scuola; Antonio, richiamando il Cristiano di ‘Come Dio comanda’, fatica a trovare il proprio posto tra i coetanei. Così come appaiono ammanitianamente connotate la figura del cane e l’insistenza su certo iperrealismo anatomico dai tratti fumettistici e grotteschi: “Voleva sentire il naso del bastardo rompersi contro le sue nocche. Vedere il sangue schizzargli fuori dalle narici”.

Infine la struttura del romanzo, costruito, esattamente come ‘Ti prendo e ti porto via’, su un’ampia analessi che ne occupa la quasi totalità dopo l’attacco in medias res e chiusa dalla lettera con la quale Antonio, rivolgendosi a Paolo, rivela la propria responsabilità nella morte del padre, che è sostanzialmente la stessa di Pietro Moroni nell’uccisione della sua professoressa di italiano.

Tuttavia, individuare un modello e seguirlo più o meno fedelmente non significa – è fin superfluo dirlo – (ri)scrivere un libro che esiste già: bastano un solo dettaglio, una sola parola a illuminare una zona sinora sconosciuta di Mondo. I fratelli Paolo e Antonio Acquicella esistono solo grazie a Mattia Insolia, e nessuno potrà più dirli dopo di lui.

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