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24.02.2021 - 20:140

Alla Casa della letteratura le parole tra cura e pandemia

Intervista a Guenda Bernegger, caporedattrice della Rivista per le Medical Humanities e ospite del primo incontro online ‘Fratture e frammenti’

Si parlerà di pandemia, o meglio si parla delle parole della pandemia, alla Casa della letteratura per la Svizzera italiana: il primo appuntamento della stagione – oggi alle 18.30 in diretta streaming su Facebook e YouTube, info: www.casadellaletteratura.ch – dal titolo ‘Fratture e frammenti’ vedrà come ospiti

Francesco M. Cataluccio, autore di ‘In occasione dell’epidemia’ (Edizioni Casagrande, 2020), la poetessa Laura Di Corcia, la traduttrice Ruth Gantert e Guenda Bernegger, caporedattrice della Rivista per le Medical Humanities (www.rivista-rmh.ch) pubblicata dall’Ente ospedaliero cantonale.

È a quest’ultima che si deve il titolo dell’incontro: ‘Fratture e frammenti’ è stato il tema del numero 45 della rivista, uscito un anno fa, «mentre tutto ancora scorreva» ci spiega Guenda Bernegger. «Ci siamo trovati confrontati con la pandemia, con la necessità di tematizzarla mentre eravamo nel mezzo, con il rischio di dire qualcosa  che, anche solo tra il momento della redazione e quello della stampa, rischiava di diventare inattuale». Da qui l’idea di «comporre una sorta di diario collettivo, riprendendo estratti, frammenti di testi, per costruire una narrazione polifonica dell’attualità che fornisse al contempo delle chiavi di lettura, andando oltre la semplice ripubblicazione di cose già scritte». Frammenti, appunto, ai quali è affidato il compito di ricostruire un’immagine parziale e temporanea della pandemia. «Una risposta plurale alla pluralità delle fratture che in questo anno sono avvenute su più livelli e rispetto alle quali non può esserci una lettura univoca». Il bisogno di parlare più linguaggi, «chiedendosi che cosa, in questa pandemia, si ripropone e che cosa invece è nuovo, quanto stiamo proiettando sulla situazione attuale eventi che ci sembrano simili, ma che forse non lo sono: pensiamo alle risonanze della ‘Peste’ di Camus, che in tanti in questo periodo hanno riletto, o della Spagnola».

Ci muoviamo in uno spazio all’intersezione tra scienze umane e medicina e, più in generale, tra discipline che si occupano dell’umano e discipline della cura. «L’idea alla base delle ‘medical humanities’ è che per essere dei “buoni operatori della cura” non si possa trascurare di coltivare la cultura dell’umano, in un dialogo che si rivela fecondo per entrambe le parti» spiega Guenda Bernegger.

La letteratura che ruolo può avere in questo “umanesimo clinico”? In generale, risponde Bernegger, «la cura può trarre dal dialogo con le narrazioni maggiore profondità, rendendo i gesti di chi cura più densi, più consapevoli, più ricchi in quanto accompagnati da un'immagine più profonda dell’umano». Il confronto con la letteratura e con le arti «arricchisce il mio rapporto con l’altro, permette di vederlo con maggiore pienezza, di dare più spessore alla relazione, e anche consente di collocare il proprio agire nel contesto culturale in cui siamo e di capire quali valori stiamo intensificando o, al contrario, trascurando».

E nel caso specifico della pandemia, la letteratura come può essere di aiuto? «Il dialogo con la letteratura e con altre arti è stato, in questi mesi di isolamento, un modo per mantenere un contatto con l’altro: un contatto beninteso mediato, ma comunque una via per sentirsi meno soli». Tornando a rileggere classici come il già citato Camus, i testi «ridiventano occasione di discussione, terreno comune: a dimostrazione della necessità di trovare delle narrazioni condivise, più che mai in momenti di grande incertezza, come questi».

Possiamo pensare a delle narrazioni “giuste” e “sbagliate” della pandemia? «Chiaramente si possono dire cose false e cose vere, ma questo elemento di corrispondenza con la realtà, certo importante, non è determinante per il nostro discorso. Credo ci siano discorsi più produttivi – cioè in grado di produrre cose utili e arricchenti – e discorsi che invece fanno male, che non curano una collettività». E qui ritorna l’importanza della letteratura che «ci può insegnare come parlare anche di cose brutte in modo costruttivo: la lettura di un buon romanzo ci può lasciare un sentimento di serenità nonostante il finale tragico». Da qui, l’importanza di «dotarsi collettivamente di narrazioni che, per quanto singolari, riescano a dare senso a un accadere che – almeno all’inizio – ci ha lasciati senza parole».

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