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Babel Atlantica
19.09.2020 - 17:300
Aggiornamento : 23:08

Ilide Carmignani, con parole sue

'Compañera del camino' di tutto Sepúlveda, ma anche traduttrice di Roberto Bolaño. Di 'Amuleto' parlerà al Sociale domenica 20 settembre. L'intervista.

Il giorno in cui Luis Sepúlveda è morto, nell’atmosfera già sufficientemente straniante del pieno lockdown, Ilide Carmignani ci aprì generosamente e non senza dolore il libro dei ricordi che va da ‘Il mondo alla fine del mondo’, il primo libro tradotto per lo scrittore cileno e insieme il primo incontro con lui a Milano, fino all’ultima pagina di un rapporto di stima e amicizia profonda tra un autore e la sua traduttrice durato ventisei anni. Il concetto di ‘compañera del camino’, come volle definirla Sepúlveda – e ferma restando l’esclusività tra i due compagni di viaggio – è applicabile anche ad altri nomi della letteratura ispano-americana cui Carmignani ha dato voce. Di cileno in cileno, Roberto Bolaño, del quale domenica 20 settembre alle 18.30 al Sociale di Bellinzona – nel Babel ‘Atlantica’ che quest’anno naviga le acque tra le Americhe e l’Europa – si omaggia il romanzo ‘Amuleto’ (1999). Affidando l’omaggio a Carmignani. Chi altri?

Ilide Carmignani. È stata lei a scegliere la letteratura ispano-americana o viceversa?

Non saprei. Credo si tratti di un’affinità elettiva. Il mio grande amore di gioventù è stato Cortázar. Poi, come spesso succede, è contato anche lo spirito dei tempi. Ho iniziato a tradurre letteratura di lingua spagnola perché era il momento degli autori post-franchisti, Almudena Grandes, Arturo Pérez-Reverte. E poi è arrivato Luis Sepúlveda che ha riaperto la porta della letteratura latino-americana rimasta socchiusa dopo il boom degli anni Sessanta, dopo García Márquez, Fuentes. Ho iniziato con lui per passare ad altri. E più tardi è iniziata una fase ancora successiva che è quella della ritraduzione dei classici.

Oltre che quella di Sepúlveda, lei è anche ‘voce’ di Roberto Bolaño.

Sì. Sepúlveda e Bolaño sono autori diversi quanto a geografia letteraria. Il primo molto popolare, che ha scritto storie dagli 8 agli 88 anni, con un successo di pubblico incredibile. L’altro, invece, scrittore di culto che ha cominciato a pubblicare tardissimo, per diventare comunque un mito a modo suo. Li accomuna l’essere cileni, l’essere nati a soli cinque anni di distanza e la sensibilità politica e civile. Sepúlveda fu nelle guardie del corpo di Salvador Allende e Bolaño, seppur estremamente critico con tutta la sinistra, rientrò dal Messico nel '73 per sostenere l’allora presidente cileno a pochi giorni dal golpe. Verrà prima imprigionato e poi liberato grazie a due guardie ex-compagni di scuola, malgrado il sospetto di essere un agente segreto per via di un accento ormai messicano. Di quella sensibilità, Sepúlveda ha fatto una bandiera in un modo, Bolaño in un altro. “Tutto quello che ho scritto è stato un canto alla mia generazione”, disse Bolaño, la generazione di giovani latino-americani che ha sacrificato la giovinezza, ch'è andata incontro alla morte e se non era la morte era l’esilio. Lo stesso Sepúlveda ha conosciuto carcere e tortura, e quando Amnesty riuscì a far commutare l’ergastolo in esilio se ne andò a combattere in Nicaragua.

Il suo intervento di domani al Teatro Sociale è incentrato su ‘Amuleto’ di Roberto Bolaño. Scelta condivisa con Babel e per nulla casuale…

Ci è sembrata innanzitutto l’occasione per ricordare un piccolo capolavoro, un lungo monologo non meno bello di ‘Notturno cileno’, altro libro importante di Bolaño. ‘Amuleto’ è una specie di fiume di parole in cui la protagonista è Auxilio Lacouture, una poetessa uruguayana realmente esistita, Alcira Soust Scaffo, rifugiatasi nei bagni della Facoltà di Lettere e Filosofia quando il 18 settembre, in pieno Sessantotto messicano, diecimila soldati occuparono l’università per fermare le proteste degli studenti tra i quali c’era lei, esponente della controcultura messicana pur essendo uruguayana. Quei dieci-quindici giorni vissuti di sola acqua fino all’abbandono dell’edificio da parte dell’esercito, fecero di lei un mito della resistenza al potere raccolto da Bolaño, che la incontrò in quegli anni. In ‘Amuleto’, tutto il dopo Università diventa un sogno, un incubo. Agli inizi di novembre il Messico assisterà alla strage di Tratelolco, la piazza nella quale il presidente darà l’ordine di sparare sugli studenti, uccidendone molti, si dice trecento. Tutto questo prefigura quanto accadrà negli anni Settanta, i golpe in Cile, Argentina, la repressione, la guerra sporca, la tortura, l’esilio. E questa generazione vive in anticipo quello che noi, magari in altre forme, viviamo oggi: l’emigrazione, la precarietà economica e, ultimamente, la pandemia. Sono i rivolgimenti del mondo, le tempeste che ci scuotono.

Per dire del suo rapporto con Bolaño cito da un suo viaggio in Messico: “Ho cercato di avvicinarmi a lui nel modo indiretto, unilaterale e probabilmente goffo di quei lettori un po’ ossessivi che sono i traduttori”. Autoritratto del traduttore a parte, leggo la sua necessità di vivere i luoghi di cui si scrive…

Sì, i luoghi di cui si parla in ‘Amuleto’, ma anche ne ‘I detective selvaggi’. Un traduttore vive dentro un libro per mesi, a volte anni. Se il lettore che legge, per esempio, ‘I detective selvaggi’ sente l’impulso di correre a Città del Messico e andare in Calle Bucareli, vedere il Cafè La Habana, andare all’Alameda a sedersi sulle panchine sulle quale si siede Il Verme, uno dei killer di Villaviciosa, vedere il nord del Messico, si può capire quale spinta possa avere il traduttore che in quel libro ci è vissuto un anno. Mi sento di dire che è un modo per far combaciare le parole e le cose. Uso la parola “combaciare” per citare una bellissima poesia di Nicola Gardini che s’intitola ‘Tradurre’ e che dice “Tradurre è un bacio”. Io sento che per un traduttore passare dalla carta alla carne sia l’essenza della traduzione. Ma sulle tracce di Bolaño sono stata non solo a Città del Messico ma anche a Venezia, per rifare la passeggiata che fa la baronessa Von Zumpe in ‘2666’, l’altro grandissimo capolavoro di Bolaño, per andare a trovare Arcimboldi, scrittore tedesco in odore di Nobel che non ha mai usato il suo nome e nessuno sa chi sia, e che vive a Venezia facendo il giardiniere. Ho attraversato la città da Lista di Spagna fino al Sestiere di Cannaregio e da lì in Calle Turlona, dove i due s’incontrano.

Questo anche per dare un senso alla necessità del traduttore, dice lei citando il filosofo Douglas Hofstadter, grande studioso della traduzione, di non perdere mai il contatto con la realtà…

Hofstadter dice che per tradurre bene bisogna capire un testo, ma per capire bene un testo bisogna conoscere la realtà e quindi aver vissuto. La traduzione è un’interpretazione letteraria ma è anche una forma d’empatia. Non a caso Pennac sostiene che i traduttori siano gli psicanalisti degli scrittori. Si tende a quest’intimità con lo scrittore.

Intimità che nel suo caso l’ha legata in modo molto profondo a Luis Sepúlveda. È cosa che accade spesso fra traduttore e scrittore?

Allora. Intanto bisogna che siano vivi… e io traduco un sacco di morti (sorride, ndr). Cortázar è morto, Borges è morto, Octavio Paz è morto…

…Garcia Marquez è morto…

…Garcia Marquez l’ho proprio sfiorato una decina d’anni fa, quando ho tradotto ‘La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata’ e lui era ancora vivo, ma stava molto male e non ho avuto occasione. In compenso il destino è stato molto generoso con me con Luis Sepúlveda, anche se dopo ventisei anni di felice collaborazione, quest’inverno, come sapete, è stato una delle prime vittime della pandemia.

Posso chiederle a che punto è l’elaborazione del lutto?

Dico la verità. Io lo so che Luis Sepúlveda non c’è più, ma per me è ancora nelle Asturie che scrive. Devo tornare lì, e forse ne prenderò coscienza.

Per passare a temi più leggeri: una traduttrice affermata come lei dice ’no’ come gli attori ai copioni?

Sì, ma devo dire che il mio lavoro a me piace tanto. È chiaro, tradurre un grande scrittore dà molta soddisfazione, ma a me piace anche la traduzione in sé. È proprio bello giocare con le parole. Si può giocare a livelli molto alti con autori molto difficili che a volte ti danno frustrazione, perché quando lavori su un testo che è veramente un capolavoro ti rendi conto di quanto sia difficile restituirlo appieno in italiano. Al tempo stesso c’è un vantaggio. Userò come metafora la musica: quando un bimbo che sta imparando a suonare il pianoforte esegue ‘Per Elisa’, il primo che passa si rende conto che il bimbo strimpella, ma sente che è ‘Per Elisa’. Questo per dire che quando traduci un grande hai l’enorme vantaggio che qualcosa comunque passa. Non se traduci qualcosa di brutto, che diventa zavorra. A me piace la traduzione in sé, che ha un’utilità immediata. Anche la peggiore delle traduzioni qualcosa trasmette: qualcuno che non poteva leggere quella storia, grazie a te può farlo. Il poter essere ponte è bellissimo.

Ponte indispensabile. Senza il suo lavoro chi avrebbe letto mai ‘La gabbianella e il gatto’? E sul trattamento riservato al traduttore, lei non la manda a dire…

Il nostro mondo è invaso dalle traduzioni, non solo esplicite come quelle letterarie, ma anche quelle implicite come il lancio d’agenzia tradotto dall’inglese, che non percepiamo come tale ma è comunque materiale tradotto. Voi svizzeri, con tre lingue, avete una sensibilità per queste problematiche che in Italia ci sognamo. I più giovani hanno viaggiato di più, si rendono conto che il mondo è grande, che le lingue sono tante e che la traduzione è l’altro versante dell’omologazione, della globalizzazione. Se vogliamo salvaguardare le culture locali dobbiamo salvaguardarne le lingue, se tutti funzioniamo in inglese scompare tutto. In questo senso, vedo tanti giovani che provano interesse e ammirazione per chi traduce ed è una grande soddisfazione dopo anni d’invisibilità. L’aspetto ancora difficile è quello economico, il faticare ancora a portare a casa la pagnotta. Non sempre si è messi in condizione di lavorare bene, spesso si fa questo lavoro quando ci si può permettere di farlo e non è giusto. È giusto che a lavorare sia più bravo e non chi può disporre di determinate congiunture, situazione applicabile in Italia a più ambiti culturali. Un’altra cosa: continuo a non riuscire a credere come ancora ci siano premi di traduzione assegnati da giurie di soli accademici che hanno tradotto pochissimo. È come se il traduttore debba sempre essere giustificato da un’ulteriore etichetta e invece è il momento di capire che il traduttore è un operatore culturale a tutto tondo, un interprete, un mediatore. Ottavio Paz diceva che se la letteratura è una funzione specializzata del linguaggio, la traduzione è una funzione specializzata della letteratura.

Per concludere. Si dice che i giornalisti abbiano tutti un romanzo nel cassetto. E che non uscirà mai. E i traduttori? Le traduttrici, nel suo caso?

Nel mio caso no. Quando ti abitui a stare sulle spalle dei giganti fai tantissima fatica a pensare che quel che puoi scrivere tu sia di qualche interesse per gli altri. Questo non vuole dire che un giorno ci si possa divertire a scrivere qualcosa anche solo per scrivere nell’italiano che si vuole, senza più preoccuparsi della corrispondenza a un originale. Ma il traduttore non ha l’urgenza di dire, e fa molta fatica scendere da quelle spalle…

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