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17.09.2020 - 14:450

Jiří Menzel: per fare un film serve un 'cane bianco che abbaia'

Un ricordo del 'regista cecoslovacco della Nová Vlná', scomparso nella sua Praga. Il vuoto incolmabile di un autore onesto nel suo dire Cinema.

In un'intervista rilasciata durante un corso estivo all'Accademia di cinema di Pizek nell'agosto del 1992 e pubblicata su 'Fuori quadro', il giornale informativo della Ficc (Federazione Italiana Circoli del Cinema), Jiří Menzel dichiarava con lucido realismo: “Io mi sento un europeo di origine ceca, anche se è vero che scrivo per un pubblico ceco, per la sua cultura e, spesso, mi stupisco come tutto questo venga recepito all’estero. Le mie radici sono ceche, ma ciò non è un problema. Il futuro si annuncia nero. Infatti, dobbiamo essere realisti: un domani tutti i film parleranno solo inglese e questo è scandaloso. D'altronde, lo spettatore, se deve entrare in un bel cinema di una grande città, non sceglierà una pellicola cecoslovacca, seppure di grande qualità, ma i film americani, magari quelli di azione con Stallone. Il nostro cinema dovrebbe essere più conosciuto e apprezzato per avere una qualche importanza all'interno di quello europeo, ma noi non abbiamo buoni imprenditori e distributori, perciò, nonostante la nostra ottima tradizione, i nostri attori e autori, siamo tagliati fuori. Neanche la televisione ci aiuterà, anch’essa è totalmente colonizzata dalla produzione in lingua inglese”. E lo diceva lui, regista premio Oscar.

Regista cecoslovacco della Nová Vlná

Jiří Menzel è morto il 5 settembre 2020 nella sua Praga, dov'era nato il 23 febbraio del 1938, un anno prima che i tedeschi invadessero la Cecoslovacchia per dar vita al protettorato 'Reichsprotektorat Böhmen und Mähren' che impose il dettato nazista fino al maggio del 1945. Un periodo nero per uno Stato europeo indipendente esistito dal 1918 al 1992, prima di dissolversi tra la Repubblica Ceca e la Slovacchia; uno stato che non visse molti periodi felici visto che, dal nazismo, finì sotto il pugno di ferro sovietico che ne spense anche le spinte ideali con la repressione del 1968, e che chiuse ogni speranza di un socialismo attento alla libertà umana. Jiří Menzel visse tutto questo e in questi tempi fu attore, sceneggiatore e regista teatrale e cinematografico, meglio conosciuto come il regista cecoslovacco della Nová Vlná, del film vincitore dell'Oscar del 1967, del vincitore dell'Orso d’Oro a Berlino nel 1990, con in mezzo una nomination Oscar nel 1985 e i premi a Karlovy Vary e a Montréal. Oltre a riconoscimenti a Venezia, San Sebastiano, a Telluride, a San Francisco. In totale, 29 premi e 18 nominations per un carnet composto, come regista, da 29 titoli tra lunghi, corti e tv movie, dal corto 'Domy z panelu' (1960) al lungo 'Donsajni' (2013), presentato al Chicago International Film Festival. E se non bastasse, una carriera d’attore cinematografico che conta ben 80 titoli, tra cui 'Strop' (Il soffitto, 1961) e 'Hra o jablko' (Il gioco della mela,1977) di Vera Chytilová, 'Martha et moi' (1990) di Jirí Weiss, 'La petite apocalypse' (La piccola apocalisse, 1993) di Constantin Costa-Gavras, 'Potonulo groblje' (Il cimitero inabissato, 2002) di Mladen Juran. Basterebbero questi dati a dire di un grande uomo di spettacolo, ignorato ai più solo perché si trovava al di là di una cortina che più di ferro era di cultura.

Jiří Menzel non si è mai abbattuto neppure quando lo volevano costringere, per strani motivi politici, a restituire l’Oscar vinto con 'Ostře sledované vlaky' (Treni strettamente sorvegliati, 1996). Ha combattuto a modo suo la censura presentando sceneggiature che avessero al loro interno un "cane bianco che abbaia", come spiegava, cioè deliberatamente qualcosa nella sceneggiatura messo per attirare l'attenzione dei censori, per distrarli dal concentrarsi sul resto del film. Menzel ha pagato le sue idee dopo i carri armati a Praga con l'obbligo di non fare film 'importanti', e lui ha lavorato allora in teatro e girato 'piccoli' film. Ma piccolo non è 'Bájecní muzi s klikou' (I magnifici uomini della manovella, 1979), che fu applaudito a Chicago.  Ha combattuto la mancanza di fondi, perché lo stato non finanziava che in piccola parte il cinema – e di certo non i film di Menzel e dei suoi amici – scegliendo la strada segnata dalla nouvelle vague francese, film girati con mezzi di fortuna, all'aperto, in appartamenti. Lo fece insieme ad altri resistenti del povero cinema cecoslovacco che avevano dato vita con lui alla Nová Vlna: Vera Chytilova, Jaromil Jires, Ewald Schorm, Jan Nemec. E Menzel confidava che la migliore di loro fosse la Chytilova.

Il legame con Bohumil Hrabal

Menzel ha messo in scena la sua Boemia, non quella dei cinegiornali di propaganda, ma quella del popolo, dei villaggi, degli operai, di chi quotidianamente fa una storia lontana dalle storie ufficiali e i suoi personaggi non sono figurine ritagliate, ma vivono con la loro sensualità, con il loro orgoglio di essere vivi. Tra le sue qualità, come regista, quella di saper collaborare. E grande è stata la collaborazione che ha avuto con lo scrittore Bohumil Hrabal, diventata fondamentale per leggere la sua cinematografia. Lo troviamo al suo fianco già nell’esordio nel film collettivo 'Zurnal FAMU - První obcasník' (1961), sua prima fiction; l'anno prima aveva girato un documentario, 'Domy z panelu', sulla vecchia Praga che resisteva alle nuove costruzioni di stile sovietico. Troviamo Hrabal con lui anche nell'ultimo film prima dell’ostracismo cui fu costretto il regista, e il film è il suo capolavoro: 'Skrivánci na niti' (Allodole sul filo, 1969), una grande storia d'amore che tenta di vincere la rozzezza del Potere, un film che trovò la luce solo nel 1990 a Berlino dove vinse l'Orso d’Oro insieme a “Musical box” di Costa-Gavras. E sarà con lui con il primo film che gli fu consentito di girare dopo la sua messa al bando: 'Postriziny' (Ritagli, 1981), che arriverà a Venezia nel 1983. Da Hrabalm, Menzel trae non solo una trama, ma il gusto di una narrazione spesso sommessa, resa con pudore nel dire dei sentimenti e mai mancante di un umorismo illuminista, colorato con leggera ironia.

Ora che Jiří Menzel è morto resta nel panorama cinematografico internazionale un vuoto incolmabile, quello di un autore onesto nel suo dire Cinema, mai attento agli incassi, sempre servitore di un'Arte che gli è servita per raccontare un tempo, il suo, da non dimenticare in nome di una libertà d’espressione negata. E non è forse il nostro tempo? Non è una censura negare gli schermi grandi e piccoli al cinema di tante nazioni preferendo gli standardizzati prodotti imposti dal mercato statunitense?

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