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Simone Cristicchi (foto: Ambra Vernuccio)
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L'intervista
01.08.2020 - 11:250
Aggiornamento : 15:38

La cura Cristicchi

Durante il lockdown ha scritto due poesie e un album intero. A colloquio con il cantautore, domenica 2 agosto al LongLake Festival Lugano

Lo si ascolta indifferentemente con la voce da poeta, da cantante e con quella da attore. E nei primi due casi, generalmente, le cose coincidono. Quanto all’attore, Locarno se lo ricorderà nel locale Teatro nei panni di Raffaello, quarantenne super-sensibile rimasto bambino nel ‘Manuale di volo per uomo’, scritto con Gabriele Ortenzi, una delle tante forme, anche e frequentemente teatrali, assunte da Simone Cristicchi da quando voleva cantare come Biagio Antonacci sino a oggi. Era il novembre del 2018 e tante cose dovevano accadere: quell’opera teatrale doveva ancora generare ‘Abbi cura di me’, in gara a Sanremo 2019, e portarci ‘Il primo giorno di un mondo nuovo’, poesia nata durante la lunga attesa per tornare a riveder le stelle ma soprattutto il sole. Poesia diventata oggi, anche, canzone. «Durante la quarantena ho provato a trasferire in versi quello che stavo vivendo, immaginando un ritorno. Ho provato a regalare un messaggio di speranza per le persone che hanno vissuto questa costrizione e soprattutto per chi si è visto confinato in un piccolo appartamento». Da cui il suo ‘Vademecum per un recluso’, videopoesia divenuta virale quanto la prima. «Mi sono reso conto – aggiunge il suo autore – che anche in un momento così triste e drammatico l’artista può comunque trovare una chiave per raccontare da una prospettiva diversa».

Tante altre cose sono accadute dalla ritrovata libertà. Giusto il tempo di festeggiare la Confederazione e il Ticino accoglierà Cristicchi – con le dovute distanze, ma non è niente di personale – domenica 2 agosto a Lugano all’interno dell’omonimo LongLake (Terrazze Foce, ore 21, evento gratuito. Iscrizione obbligatoria su www.prenota.lugano.ch). È una tappa del suo ‘Abbi cura di me – Nuovo Tour 2020’ e nell’attesa lo raggiungiamo in una delle città italiane simbolo della pandemia, alla vigilia di un doppio appuntamento teatrale con ‘Li romani in Russia’, il più recente Cristicchi attore. «Brescia è una città cui sono particolarmente legato. I miei ultimi spettacoli sono prodotti dal Ctb (Centro Teatrale Bresciano, ndr) insieme al Teatro Stabile d’Abruzzo. Ho creato un rapporto di fiducia molto profondo con la città, con le persone. Visto quanto è accaduto, non può che essere un momento importante». Umanamente e lavorativamente: «Anche noi artisti abbiamo sofferto. Personalmente ho avuto una tournée dimezzata ed è stato un danno economico per me, ma soprattutto per la squadra che mi segue».

‘Ti immagini se cominciassimo a volare’ 

«In che senso? Mah, ognuno è libero di dire quello che vuole. Ma chi l’ha detto?». Simone Cristicchi non si è sentito “umiliato e offeso” dal lockdown come Andrea Bocelli. Un po’ perché «davvero non conosco la vicenda» e un po’ perché «per me è stato un momento, a suo modo, molto bello. Mi sono fermato, ho potuto tornare a scrivere canzoni, mettendo insieme un disco intero nell’arco di un mese e mezzo». Ed è arrivato il momento di testare le nuove canzoni con il pubblico e Lugano, almeno per un paio di esse, è coinvolta nel test. In quello che la poesia di cui sopra definisce “mondo nuovo”: «Come scrittore non posso non percepire che c’è stato un prima e un dopo, ma la scrittura non ne risente. La mia attitudine è quella di scrivere cose che possano restare nel tempo, che riescano a durare al di là del momento contingente». Come accade in ‘Abbi cura di me’, canzone che nel febbraio del 2019 saliva sopra una sedia come l’Antonio che sa volare, per fare del palco dell’Ariston un tutt’uno tra Sanremo e il Premio Tenco, dove in effetti entrambe le manifestazioni si svolgono, ma guardandosi sempre un po’ di traverso: «È stata una canzone particolare, diventata a mia insaputa uno strumento di riflessione. In tante scuole italiane è argomento di riflessione ed è impressionante perché non mi era mai capitato in passato, se non forse con ‘Ti regalerò una rosa’» (da dove arriva l’Antonio).

“Ti immagini se cominciassimo a volare”, canta Cristicchi. E ‘Abbi cura di me’ quella sera ha preso il volo per atterrare nelle liturgie cattoliche, nei centri di meditazione, negli ospedali pediatrici, nei conventi di clausura. «Alla fine ha dimostrato una forza inaspettata, andando al di là della musica e delle parole». Per toccare il cuore di ogni persona in grado di accettare la propria, costruttiva, fragilità. E il bisogno immediato di prenderci cura, di noi stessi e l’uno dell’altro: «Abbiamo riscoperto questa esigenza, abbiamo cercato di riempire questo vuoto chiamandoci, videochiamandoci. Abbiamo anche scoperto che qualcosa ci separa sempre, e quindi questo invito ad aver cura diventa una richiesta d’aiuto. È una dichiarazione di fragilità, sì, ma anche una preghiera universale, se si tratta di essere credenti».

‘Lo chiederemo agli alberi’

“Il primo giorno / del nuovo mondo / fu il tempo di uscire / al di fuori di noi / dalla Terra imparammo / la grande lezione / rinati alla vita, / più umani di mai”. Forse Cristicchi, almeno lui, super-sensibile come Raffaello, ha capito cosa ci è successo davvero: «A volte basta davvero un alito di vento per far crollare un grattacielo, oppure è il celebre battito della farfalla che scatena un ciclone dall’altra parte del mondo». Forse già lo aveva intuito in ‘Lo chiederemo agli alberi’, traccia due di un songbook con tutto il meglio della carriera uscito dopo quel Sanremo e che porta il titolo del brano in gara. “Lo chiederemo agli alberi come restare immobili. Fra temporali e fulmini”, recita l’incipit: «Abbiamo capito quanto siamo fragili, quanto la nostra condizione su questo pianeta sia labile e delicata. Impariamo dalla terra questa grande lezione. Allo stesso tempo credo che quanto è accaduto abbia prodotto una forza d’animo che ha permesso a tutti di scoprire che ognuno di noi è una piccola tessera, fondamentale. Che si tratti di un artista, di un politico, ma anche del nostro vicino di casa. Tutti abbiamo una grande responsabilità nei confronti della collettività e molto spesso ce ne dimentichiamo. Questo senso di comunanza, di fraternità, di solidarietà esce allo scoperto purtroppo soltanto nelle tragedie». Cita il terremoto del Friuli, Cristicchi, quello dell’Aquila, «i terremoti in cui vengono giù le case, ma si costruiscono i rapporti. E questo mi sembra sia accaduto anche durante quest’esperienza drammatica che ci ha portato a rivedere le nostre vite, le nostre priorità». O almeno se lo augura.

Tornando alla poesia, al suo primo giorno nel mondo nuovo e a quel “rinati alla vita / più umani che mai”, pare che Cristicchi appartenga alla scuola di pensiero di chi sostiene che ne siamo usciti più ricchi (tranne che nel portfoglio): «Io credo ci sia una buona percentuale di persone per le quali il lockdown è stato rivelazione», conclude. «Rivelazione che è anche quella di quale vita hai scelto. Perché ritrovarsi chiusi in un appartamento al settimo piano è una scelta, così come vivere in mezzo alla natura, magari in un paese abbandonato, per andare a ripopolare una campagna. Credo sia lampante che questa costrizione ci abbia messo davanti allo specchio delle nostre scelte, di quello che abbiamo voluto per la nostra vita». E durante il lockdown, pensando al dopo, Cristicchi voleva una grande festa collettiva, “in strada e senza macchine, in piazza. Una festa popolare dove c’è la musica”. E a Lugano, domenica, ci sarà la musica. Questo è certo.

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