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Tirana, Teatro Nazionale d'Albania (quel che resta)
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30.05.2020 - 15:300

Hanno buttato giù il Kombëtar e ci faranno un discount

Il Teatro Nazionale d'Albania raso al suolo lo scorso 17 maggio nel dissenso generale. Marco Zappa ha messo tutto in musica

“Se ne sono sbattuti il c****, ora tirano su un palazzo”. Il lettore ci perdonerà l’iniziale francesismo, anche se è di Milano (e poi Tirana) che si parla e non di Parigi. La storia di cui scriviamo è tutta albanese, ma sembra avere tratti in comune con ‘Parco Sempione’, canzone degli Elio e le Storie Tese dalla quale il virgolettato è tratto. Anche se in quello che è uno dei capolavori del Complessino, più che del suddetto Parco – all’interno del quale un bonghista incapace di andare a tempo turbava la quiete pubblica sconfessando l’Africa (“Che avrà pure tanti problemi, ma di sicuro non quello del ritmo”) – è delle vicende del fu Parco di Gioia che cantano gli Elii, desertificato nei primi giorni del 2006 “mentre la gente era via per il ponte”, nonostante le “sedicimila firme” e uno sciopero della fame (“Niente cibo per Rocco Tanica”, chiuso a lungo dentro un camper a sensibilizzare la cittadinanza). 


Elio e le Storie Tese, 'Parco Sempione', il singolo

Le due formiche giganti – che è un attimo chiamare “formigoni” – che si cibano di escrementi, raffigurate sulla copertina del singolo, sono un non troppo velato rimando all’allora presidente della regione lombarda; il destino vuole anche che il taglio dei 200 alberi che andavano a comporre il piccolo polmone verde tra grattacieli milanesi abbia poi condotto alla costruzione di Palazzo Lombardia, 161 metri di grattacielo dal quale in questi mesi sono andati in onda gli ottimistici resoconti sulla pandemia regionale, inclusa la nota Legge di Gallera sugli indici di contagio secondo la quale, a fronte di un dato di 0.51, “per contagiare me ci vogliono 2 persone infette nello stesso momento”.

Il farfallino

Detto questo. Cosa c’entrano gli Elii col Teatro nazionale d'Albania? C’entrano. Anche se avremmo potuto citare Ramazzotti ("Hanno buttato giù l’Odeon, e ci faranno un discount"). A Tirana, all’alba del 17 maggio, non proprio “mentre la gente era via per il ponte” ma mentre era in pieno lockdown, le ruspe hanno raso al suolo il Teatri Kombëtar, detto in lingua, concepito dall’architetto Giulio Berté, costruito nel 1939 in piena e italiana occupazione fascista e divenuto centro del nascente quartiere italo-albanese ‘Scanderbeg’ (da cui Circolo Skanderbeg e poi Kinema Teater Kosova, a occupazione conclusa).


Teatri Kombëtar (prima)

Perché mai dunque, in tempi in cui le soluzioni tecnologiche salvano qualsiasi catapecchia, sbarazzarsi di questo “esempio eccezionale dell’architettura razionalista degli Anni Trenta in Albania” (così ne motivava Europa Nostra, federazione pan europea per il patrimonio culturale, l'inserimento nei 7 siti maggiormente in pericolo)? Perché privarsi di un teatro dal gran valore storico anche per la tecnica edilizia utilizzata, un impasto di cemento e fibre di pioppo e alghe, oltre che punto di riferimento culturale del Paese? Semplice: per erigere l’edificio ‘a papillon’ di uno studio d’architettura danese fondato su una partnership pubblico-privata che sin dal suo annuncio ha aperto a tensioni pubbliche e politiche. 

Per la comunità degli artisti (voci raccolte dal Fatto Quotidiano nel 2018), il nuovo teatro sarebbe “un cavallo di Troia”, la scusa per costruire “quattro ulteriori torri cittadine con alberghi, centri commerciali e servizi”; nuovo teatro che per il Primo Ministro Edi Rama, invece, sarebbe il materializzarsi della politica delle 3P, “partenariato pubblico–privato”, per contenere le spese. La svolta nei mesi scorsi (come riporta artribune.com, che ha monitorato la vicenda) con l’interruzione degli accordi con l’impresa danese del ‘farfallino’, il ritorno a fondi pubblici, il riavvicinamento alle esigenze tecniche espresse dagli artisti, previo abbattimento della vecchia struttura. Abbattuta. Dall’Alleanza per la Difesa del Teatro, accuse d’immobilismo al silenzioso ambasciatore italiano, al silenzioso Istituto Italiano di Cultura sito nelle vicinanze del teatro che non c’è più, al silenzioso Stato italiano. Italia che si palesa con gli architetti e docenti dell’Università La Sapienza di Roma (in ordine di firma) Petreschi, Saggio, Menghini, Valentin, per i quali “il principio efficientista e la logica dell’usa e getta hanno avuto la meglio”. In una facile guerra caterpillar vs manifestanti.


Teatri Kombëtar (dopo, Keystone)

C'era una volta il Sociale (e c'è ancora)

La canzone s’intitola ‘QuelSabatoNotte!Perché?’, 10mila views in due giorni. Marco Zappa, che in quel teatro era uno di casa, la esegue con la figlia Daria (violino) e la moglie Elena (cori), in un video che unisce immagini di piazza e archivio personale dentro e fuori il Kombëtar, su base swing alla Jannacci quando l'Enzino ci andava giù pesante senza che si capisse troppo. L’eco del brano è arrivato sino a Ora News, emittente albanese all-news che ha voluto il ticinese collegato da casa all’interno di ‘Tempora’: “Per la cultura bisogna spendere senza volerci guadagnare”, esordisce Zappa riferito a chi i soldi “preferisce spenderli per i palazzi” e confrontando tutto il nuovo visto negli anni a Tirana con quel teatro, “sempre in condizioni disperate”. «Lasciato morire», spiega alla ‘Regione’ il musicista ticinese.

«Mi ha scritto il presidente albanese Ilir Meta – racconta – che è sempre stato contro l’abbattimento, fino all’ultimo». Non a caso, i nomi dei sessantaquattro arrestati per le proteste di piazza includono quello di Monika Kryemadhi, consorte del presidente-leader del Movimento socialista per l’Integrazione, seconda più importante forza di opposizione del Paese. «Una vicenda molto simbolica, una storia assai vicina per caratteristiche al nostro Teatro Sociale, che anni fa visse la medesima incertezza», prosegue il Premio svizzero 2019. «Ma qui da noi si chiese al popolo cosa volesse farne di quel teatro, e il popolo lo salvò, pretendendo che fossero spesi dei soldi per riportarlo alla bellezza originale. A Tirana, invece, hanno staccato la spina». Dentro il Kombëtar, Marco Zappa ha messo piede non più in là del novembre dello scorso anno, a margine della presentazione dell’autobiografia ‘Il vento soffia… ancora’ presentata al Palazzo dei Congressi di Tirana. «Per ventisette mesi, tutti i giorni, tutte le sere, nei pressi del teatro, la gente non ha mai smesso di manifestare».

La storia del Kombëtar che non c’è più è uno dei capitoli di una sorta di diario scritto da Zappa e condiviso sui social in forma di canzoni con relativi video, dalle prime paure (‘AspettandoDiVolare’) alla presa di coscienza (‘PerAdéssABalumInCà’), a quando abbiamo cominciato a mettere fuori la testa (‘Cucù’). Fino ai fatti di Tirana e passando per ‘Change 2020’, una riproposizione video insieme a Oliviero Giovannoni alla batteria di ‘Change’, appunto, title-track del suo primo album solista la cui realizzazione tecnica (era il 1975) tanto ricorda l’odierno e forzato home recording. ‘Change’, cambiamento, mai così attuale in giorni come questi, destinati a cambiare e cambiarci. Con le buone e, a volte, con le cattive.

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