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Cantautore con violyra e manicaretti
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25.03.2020 - 11:21

Marco Zappa: 'A virus sconfitto capiremo molte cose'

Esule in giardino tra i suoi strumenti: 'Se stai male da solo, la gente può anche fregarsene. Ma stavolta nessuno potrà fare finta che non sia successo niente'

Ci siamo virtualmente autoinvitati a casa dei musicisti per capire come si può fare musica in tempi di 'reclusione'. E lo abbiamo fatto partendo da Marco Zappa ('Ognuno a casa sua', prima puntata).

Elena, sua moglie, sta cucinando. «E io sono qui, davanti alla cucina, a studiarmi questo nuovo strumento che mi sono portato dalle Filippine. Si chiama violyra, è uno strumento a corde trovato da un rigattiere. Le istruzioni sono in giapponese. Puoi suonarlo pizzicato, con arco, col martelletto…». Dalle Filippine, Marco Zappa e consorte sono tornati in Ticino un mese e mezzo fa, ma solo per il rotto della cuffia, transitando dalla Cina. E stanno bene. Per quanto la reclusione possa far bene a un musicista. «Se si pensa che la musica è fatta per avere un pubblico davanti – dice Marco – puoi immaginare l’umore di questi giorni. Ma la fortuna dei musicisti è proprio quella di avere la musica, e la cosa positiva è che sto lavorando a cose nuove guardando al pubblico che le ascolterà. Sono testi forse ancora troppo freschi, ma è uno scrivere pensando che ci sarà qualcuno che leggerà e capirà in quale situazione ci siamo trovati».

La situazione di chi come Elena ha la mente ai suoi cari in Albania, lo stato d’animo di tutti coloro che sono in apprensione per gli affetti che vivono in altre parti del mondo, visto che il problema non ha confini. «Paradossalmente, in questa situazione d’isolamento ti accorgi che non sei solo. E ti rallegri per avere un giardino, una casa, per il fatto di stare bene. Anche se basta pensare a chi sta fuori, in trincea, e per far vivere noi rischia di suo ogni giorno. È uno stare bene veramente relativo che non chiamerei esattamente stare bene. Forse è solo il non pensare che ci dà conforto».


Con la moglie Elena

'Chi, adesso, si sporcherà le mani per andare a lavorare con la terra?'

È un fiume in piena, Zappa. «Dite bene voi giornalisti, quando tutto questo finirà ci saranno stati un prima e un dopo completamente diverso. È in momenti come questi che ci si accorge dello sfasamento della società odierna. Il virus è qualcosa che una volta sconfitto, e come ne usciremo ancora non lo sappiamo, ci aprirà gli occhi sul pericolo di costruire la nostra società sull’interesse finanziario, su qualcosa che deve rendere, e se non rende qui, deve rendere da qualche altra parte». Cantore anche delle assurdità umane, e ancor più nell'ultimo 'PuntEBarrier', Zappa ne ha per quelli di «St. Moritz, per esempio, che non sono contenti perché lì si rifugiano tutti coloro che hanno le ville, alzando il rischio. Ma prima di arrivare a questo, chi li ha attirati lì? Chi ha venduto loro i terreni? Adesso che non fanno più comodo li mandi via?»

Il concetto, trasportato in Ticino, è il seguente: «Mi ricorda tanto l’attitudine di questo Cantone verso i frontalieri, che oggi si rivelano per noi una necessità assoluta. Li abbiamo accolti per motivi finanziari, perché costavano poco, perché sono manodopera che ha bisogno di lavorare. E poi ci scopriamo non autonomi, non in grado di sopravvivere con le nostre forze. Lo dicono i contadini che fra poco avranno bisogno di mano d’opera dall’esterno e non potranno averla. Chi, adesso, si sporcherà le mani per andare a lavorare con la terra?».

'Ul poru diavul, la fai la figüra dal sciur, e’l sciur, quela dal poru diavul'

“Siamo giunti al capolinea, tutti scendono, si continua a piedi!". È l’incipit di ’APiediLungoIlFiume’ (niente spazi, è l’ortografia zappiana), lirica datata 17 marzo 2020 che parla di “serrande abbassate”, di “strisce bianche degli aerei nel blu del cielo” che non si vedono più, del "cercare una luce senza perdere il sorriso" e del desiderio di tornare a “stringerci e a stare vicini veramente”. Per spiegare come la cosa, per una volta, ci riguardi tutti, Zappa ripesca una sua canzone intitolata ‘NeancaUnFiùu’, tratta da un racconto di Mariadele Patriarca e uscita nel 2012 sull’album ‘Polenta e péss’. «È la storia di un becchino che nell’epidemia del 1918 ha due morti dei quali deve occuparsi, il poveraccio nostrano e il riccone di Milano ai quali scambia la bara», con la conseguenza che al funerale “Ul poru diavul, la fai la figüra dal sciur, e’l sciur, quela dal poru diavul”. Riponendo fiducia nel futuro, e studiando la sua violyra, Zappa si prende tempo. «Ce ne vorrà tanto non solo perché la malattia non faccia più paura, ma anche per quello che la situazione ha creato dal punto di vista economico. E siccome la cosa è planetaria, porterà a pensare tutti. Finché stai male da solo, la gente può anche fregarsene. E questa volta nessuno potrà fare finta che non sia successo nulla».

'Pensavo di aver capito'

«Una cosa bella c'è – conclude il cantautore – ed è che non sentono più litigare Di Maio con Salvini. Il governo italiano lavora su cose concrete, ciò che un governo dovrebbe fare sempre, come sta facendo molto bene il nostro, in modo compatto. Quanto durerà? Varrà per tutti quello che è accaduto in Italia dopo la guerra, riscopertasi unita e antifascista. Ci sarà un effetto nell’immediato e poi speriamo che non si ricomincerà da capo». Per dirla con Zappa, ‘Pensavo di aver capito’, quella “forza senza volto” che ci sprona sempre “a non cambiare”.

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