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'Mi aspettavo il ruggito del leone, ho sentito lo squittio di un topo'
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14.09.2019 - 14:450

'Il Traditore', Don Favino e la mafia (recensione)

La vita del più noto dei pentiti in un’interpretazione magistrale, con l'attore copia conforme del boss dei due mondi

Nella foto di gruppo scattata in una villa sul mare, nel giorno della festa di Santa Rosalia, ci sono entrambi, palermitani e corleonesi; è il 4 settembre del 1980 e Tommaso Buscetta è lì con la terza moglie Cristina; accanto a lei, i due figli dal primo matrimonio e le due figlie di Vera, seconda moglie; Don Masino, appellativo guadagnato a Palermo già da ragazzino, guarda affranto dalla finestra il figlio Benedetto in preda allo sballo; sa che la foto di gruppo è una farsa, che la Seconda Guerra di Mafia è solo questione di mesi e prima di riparare in Brasile affida quel figlio e l’altro, Antonio, all’amico Giuseppe ‘Pippo’ Calò.

Ma il ‘Cassiere di Cosa Nostra’ glieli ucciderà, e così la faida farà col fratello; quando la polizia brasiliana riuscirà a scovare Don Masino in Sudamerica, malgrado il nuovo nome, la seconda plastica facciale e l’alterazione delle corde vocali, il boss senza speranza perché condannato a morte dai corleonesi tenterà il suicidio ingerendo stricnina, poco prima dell’estradizione in Italia. Lì, dopo un inizio riluttante – «La mafia non esiste, è un’invenzione giornalistica. Noi la chiamiamo Cosa Nostra» – ne rivelerà l’organigramma al giudice Giovanni Falcone, per l’aver perso – la mafia, col suo codice d’onore sempre più elastico e una scemata lealtà ai valori della famiglia e al rispetto dei minori – la sua ‘umanità’. Parlerà, Buscetta, una volta chiarito un punto: «Non sono un pentito».

Straripante, ma senza strafare

Presentato in maggio al 72° Festival di Cannes, ‘Il Traditore’ approda nelle sale da oggi, forte dei tredici minuti di applausi della ‘prima’ e del talento straripante di Pierfrancesco Favino, che nel film parla lo stesso mix di italiano, siciliano, portoghese e americano del boss dei due mondi. Visto e rivisto nel suo incedere da e per l’aula-bunker del maxiprocesso di Palermo, il personaggio non chiama particolare gestualità e Favino, che potrebbe strafare, non ne aggiunge altra, facendo di questa copia dell’originale qualcosa di conforme e impressionante per fedeltà, anche nel canto (del boss festaiolo che canta ‘Historia de un amor’, l’attore riproduce finanche le stonature).

Della pellicola, che scorre senza attriti per due ore e un quarto, colpiscono la festa iniziale, che ha tinte e tensioni da ‘Gattopardo’, e il confronto in aula tra Buscetta e Calò: «Mi aspettavo il ruggito del leone, ho sentito lo squittio di un topo», così il Don Masino rinnegato dall’amico d’infanzia, del quale Fabrizio Ferracane rende senza scrupoli anche gli occhiali. La sinergia tra i due è assai più produttiva di quella tra il boss e Falcone (Fausto Russo Alesi), condotta sul filo delle sigarette e di un destino segnato («Si tratta solo di sapere se prima io o prima lei»).

Andreotti con le braghe calate

Sulle note di Nicola Piovani, il quasi ottantenne Bellocchio torna a raccontare pagine di dolorosa storia italiana, trasportando Luigi Lo Cascio (Peppino Impastato nei ‘Cento Passi’ di Marco Tullio Giordana) dall’altra parte della barricata, nei panni di un altro pentito, Totuccio Contorno, parte integrante di una storia condotta tra salti temporali e ricostruzioni maniacali (i dialoghi del maxiprocesso), nuovi punti di vista (l’attentato a Falcone vissuto dall’interno della Fiat Croma bianca), visioni oniriche tipiche del regista (qui non imprescindibili) e un filo d’ironia: nell’atelier del sarto che prende le misure a Buscetta c’è un Andreotti con le braghe calate...

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