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Wole Soyinka (Ti-Press/Agosta)
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03.05.2019 - 23:370

Ospite in Ticino il premio Nobel per la letteratura

A Chiasso il drammaturgo africano Wole Soyinka ha ricevuto la medaglia d’argento, massima onorificenza cittadina

Canuto e scarmigliato, Wole Soyinka è proprio come ce lo si immaginava: capelli bianchi di saggezza ma scompigliati di risolutezza, con quello sguardo fiero e un po’ disilluso di chi ha vissuto la storia del proprio Paese, dall’indipendenza ai colpi di Stato alle minacce fondamentaliste, in quello che a un certo punto definirà «il ripetitivo ciclo della stupidità umana».

Ode per Chibok

Nato nella Nigeria colonia britannica, Soyinka ha studiato prima in patria poi in Inghilterra, vivendo il carcere e il lungo esilio per il suo impegno politico; drammaturgo e scrittore, è il primo autore africano a ricevere il Nobel per la letteratura e ha dedicato il suo discorso a Nelson Mandela, all’epoca ancora in carcere in Sudafrica. Una voce critica che non ha alcuna intenzione di tacere, come dimostra – oltre alle parole pronunciate ieri all’incontro con la stampa – il libro che ha presentato durante l’inaugurazione di ChiassoLetteraria, la ‘Ode per Chibok’ (pubblicata, come le altre opere di Soyinka in italiano, da Jaca Book), dedicata alla città della Nigeria dove nel 2014 l’organizzazione terroristica Boko Haram rapì oltre duecento studentesse. Un tema, ha spiegato affiancato dalla sua traduttrice Alessandra Di Maio, «che non ho scelto: è stato lui a scegliere me, è stato un evento duro, surreale, che ha colpito la coscienza dell’intera nazione».

«Che cosa farei se una delle mie figlie fosse rapita, sequestrata sulla via di scuola da questi fanatici che hanno una idea di umanità che di fatto è un incubo?» è la domanda che ha spinto Soyinka ha scrivere questa ode. Perché proprio questa forma? «È molto antica, appartiene a tutte le culture e si presta molto a quello che volevo raccontare». L’ode è «un omaggio alla poesia discorsiva dell’Illuminismo», ha aggiunto Soyinka citando Alexander Pope. Ma l’ode non è solo un genere letterario, «è anche una pratica, tipica della mia tradizione, dove la poesia di elogio serve a sfidare la società, per invitarla a riflettere». Odi che – in Nigeria e più in generale in Africa occidentale – spesso trovano una traduzione musicale.

Il massimo poeta inglese del Settecento e la tradizione orale africana: mondi lontani che nella vita e nell’opera di Soyinka arrivano a toccarsi. «Non so se ho davvero creato dei ponti; quello che so è che provengo da una società in cui la consapevolezza della drammaturgia è molto forte: il teatro è ovunque, è una forma che appartiene a tutti, un teatro fatto di rituali, di legami di parentela, che coinvolge le divinità… una tradizione che è certamente la mia fonte principale». Un teatro che lega la comunità umana «e che va al di là della letteratura scritta, della poesia e del romanzo perché non coinvolge solo la scrittura ma anche altre forme di espressione: dietro ogni rappresentazione c’è un lavoro creativo, invenzione e reinvenzione. Il teatro è una forma infinita di espressione».

Periodo sabbatico dalla politica

Soyinka ha trascorso parte della sua vita lontano dalla Nigeria: la sua voce libera raramente è piaciuta ai vari regimi che si sono susseguiti, da quello di Yakubu Gowon che negli anni Sessanta, durante la guerra civile, incarcerò lo scrittore per due anni al generale Sani Abacha che lo condannò a morte negli anni Novanta. Ma se l’esilio «è una condizione di vita che a lungo è stata con me», Soyinka si è sempre sentito vicino alla sua terra. «Ho dovuto lasciare il mio Paese in una fuga rocambolesca in sella a una motocicletta attraverso la foresta, e quando ho passato il fiume che segna il confine con il Benin mi ricordo di essermi guardato indietro e di aver pensato che per me si trattava di una sconfitta temporanea: decisi di non usare la parola “esilio”, perché ero in un “periodo sabbatico dalla politica”, assolutamente temporaneo».

«Non ho mai sentito di aver voltato le spalle anzi, provo un po’ di invidia per chi riesce davvero a lasciarsi alle spalle la propria casa che è un luogo, un territorio, un ambiente umano – inclusi gli aspetti negativi e frustranti». Di fronte a questo profondo legame di appartenenza, l’esilio diventa semplicemente un «periodo di attività altrove, un singhiozzo temporaneo» che certo non attutisce il dolore per gli eventi dolorosi. Oggi sono i rapimenti di Boko Haram, negli anni dell’esilio la morte dello scrittore Ken Saro-Wiwa, impiccato da Sani Abacha.

E la Nigeria di oggi, con il presidente Muhammadu Buhari recentemente rieletto? «La lotta alla corruzione è stato uno dei punti forti della sua campagna elettorale: è un problema molto sentito dai nigeriani, la corruzione è la prima industria del Paese». Ma secondo Soyinka «Buhari non meritava un secondo mandato perché ha ignorato lo sviluppo di organizzazioni militari che usano strategie che lui, da ex militare, dovrebbe conoscere bene». E il riferimento qui non è tanto a Boko Haram, ma ai pastori nomadi fulani che si sono diffusi sempre più nel sud del Paese: «Appiccano incendi, uccidono con atti molto crudeli: alcune settimane fa sono stato in quelle zone e questi pastori nomadi sono tornati dopo una strage per uccidere di nuovo le persone che hanno partecipato al funerale, compreso il sacerdote». Una tattica utilizzata anche durante l’Apartheid in Sudafrica: le vittime come materiale umano per ulteriori atti di crudeltà, senza il tempo di piangere qualcuno. «È un ciclo continuo di violenza che una volta ho definito “il ciclo continuo della stupidità umana”».

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