L'APPROFONDIMENTO
27.04.2019 - 06:200

Ma che cos'è questa cosa che chiamiamo 'Cultura'?

Bertoli vs Farinelli, due storie e due sensibilità a confronto, a partire da una domanda: che cosa intendiamo oggi per cultura?

Erano i due candidati – uno ufficiale, l’altro ufficioso – alla stessa poltrona, quella della cultura e dell’educazione cantonali. Usciti dal vortice delle elezioni, torniamo a puntare un faro su ciò che intendiamo per cultura attraverso Manuele Bertoli e Alex Farinelli. Diplomatosi come maestro e poi laureatosi in Diritto a Ginevra, Bertoli è stato segretario dell’Associazione inquilini della Svizzera italiana e poi direttore di Unitas, l’associazione ciechi e ipovedenti. Sposato e padre di due figli, è entrato in Gran Consiglio nel 1998 e dal 2011 è Consigliere di Stato. Farinelli, 20 anni più giovane, laureato in Economia e politiche internazionali, è collaboratore di direzione della Società svizzera impresari costruttori sezione Ticino. Due generazioni, due sensibilità, due storie e due culture politiche a confronto.

Quale significato assegna alla parola ‘cultura’?

MB: Cultura, a mio modo di vedere, è di base tutto ciò che dipende dall’attività umana. Da sempre il genere umano ha avvertito il bisogno di rappresentare la realtà circostante, che poi vuol dire rappresentare la propria realtà interiore. Cultura, in sintesi, è ciò che ci distingue dagli altri esseri viventi in termini espressivi e cognitivi, il segno distintivo degli uomini, almeno di quelli che non si autolimitano nella soddisfazione dei loro istinti primari.

AF: Non ne assegno uno solo. Da un lato è il nostro patrimonio materiale e immateriale: l’insieme delle nostre tradizioni, le arti, la letteratura eccetera. In un senso un po’ più stretto le varie forme che le arti possono assumere. In generale qualcosa che contraddistingue la specie umana e che distingue le popolazioni fra di loro, più in particolare le espressioni concrete che questo può assumere. Anche il vino è cultura.

Che cosa non è cultura?

MB: Dovrei rispondere che non è cultura tutto ciò che non ha relazione umana. In realtà sempre più spesso, soprattutto nella nostra contemporaneità, si ha a che fare con manifestazioni umane che stentiamo a credere possano considerarsi processi culturali, attività che richiedono cioè un pur minimo processo di conoscenza, di espressività artistica o di memoria storica. Eppure anche l’orrendo, col finire, è attività umana e dunque processo culturale, non per forza positivo.

AF: Difficile dirlo, tutto ciò che fanno gli uomini ha a che fare con la cultura. Un esempio concreto: delle opere di design che nel loro periodo storico venivano semplicemente reputate degli oggetti di uso comune, nel tempo sono state interpretate come espressione di un patrimonio culturale. Il linguaggio è una forma di evoluzione culturale. Tutta l’attività umana plasma la cultura, ne entra a far parte. L’evoluzione che sul lungo tempo si ha in un ambito dell’attività umana si riflette negli altri: adesso sembra svilupparsi un movimento all’insegna di una spiccata sensibilità ambientale, questo sono certo che avrà un impatto anche su diverse espressioni culturali e artistiche. Questo per dire che noi siamo la cultura, di fatto. Siamo tutti custodi e parte di una cultura. Il che non vuol dire che siamo tutti artisti...

Lei cosa cerca nella cultura?

MB: La conoscenza, l’appagamento della curiosità, la bellezza, la sorpresa, le emozioni. Quello che la vita ci sa dare di meglio.

AF: Banalmente cerco qualcosa che mi piaccia, qualcosa di “piacevole” che per me va di pari passo con “comprensibile”. Tutti possiamo fruire di una melodia o di una mostra, però capirle è un’altra cosa; per questo cerco di andare verso qualcosa che sono in grado di comprendere, quindi di apprezzare.

Quali sono le forme di cultura che più la seducono e a cui più si avvicina?

MB: Da sempre la letteratura e la musica, ma direi le arti in genere, con evidenti limiti sull’arte figurativa. Mi torna difficile fare una scelta specifica perché in realtà ogni espressione culturale non ha confini e spazia nell’universo delle capacità umane. E tutte sono necessarie al nostro percorso esistenziale.

AF: Sicuramente la musica, che sia d’orchestra o pop. L’opera, ogni tanto, perché mette assieme la musica, il canto e il teatro. E mi piace molto scoprire l’architettura, per me ha un suo fascino.

In che modo entrano nella sua quotidianità? Come ne fruisce?

MB: Alcune, penso alla letteratura e alla musica, vi entrano con estrema naturalezza, perché parte del mio modo di essere. Sentire musica e suonare, così come ascoltare libri, è per me attività necessaria e sinonimo di libertà.

AF: Di solito, quando c’è qualcuno che organizza qualcosa, ad esempio una visita al Duomo di Milano: noi ticinesi lo abbiamo visto tutti almeno una volta, però una visita di questo tipo è tutt’altra cosa, se ne apprezzano tanti aspetti di cui altrimenti non verremmo a conoscenza. Oppure quando sono in vacanza, e ho tempo di visitare una città, o un museo, una chiesa, un castello, la sede di un parlamento. Meno attraverso la lettura, non sono un grande lettore di saggi, piuttosto di romanzi gialli o di cose tecniche legate al lavoro o alla politica. Ma non sono sicuro di poter definire il Parlamento cantonale una forma di cultura, forse una sua espressione...

C’è un momento della giornata (o della notte) per lei privilegiato per dedicarsi a questo tipo di cose?

MB: Le mie giornate e sempre più spesso anche le mie notti sono dedicate al lavoro. Non mi lamento, l’ho scelto e lo svolgo con passione, ma è un dato di fatto. Ciò nonostante appena posso “rubo” momenti preziosi al resto per leggere ascoltando (tanto) o per suonare (troppo poco).

AF: Quando sono in vacanza o la sera a casa, in particolare per leggere. Anche se di regola quando arrivo a casa è abbastanza tardi...

Ha uno spazio deputato, il “suo” luogo?

MB: Non direi, anche se leggo dappertutto, molto a letto ascoltando i libri di notte. Poi suono dove è possibile, a casa, in ufficio, con gli amici.

AF: No, a parte il mio divano, in genere sono via da casa quando posso dedicarmi a queste cose.

Un consiglio per un amico?

MB: Ne avrei tanti. Pensando a un libro consiglierei ‘Applausi a scena vuota’, l’ultima opera di David Grossman. Racconto che, fra l’altro, ha per protagonista un artista, un attore, e che sa descrivere le relazioni interpersonali come pochi altri. Ma poi finirei inevitabilmente nel vastissimo mondo della musica, dal quale non saprei scegliere tra tante meraviglie del passato e più recenti.

AF: Il primo consiglio è che, secondo me, è sempre estremamente interessante farsi spiegare le cose da qualcuno che le capisce. Scoprire una città o un museo con qualcuno che davvero li conosce fa sì che li apprezzi cinquanta volte tanto.

E un consiglio per il Ticino: come crescere, o meglio evolvere, attraverso la cultura?

MB: Il Ticino ha una storia d’interscambio, non solo prettamente culturale. È sempre stato regione ponte che metteva in connessione realtà diverse. Il Ticino, nella sua storia recente, si è abbeverato alla cultura che qui “transitava” o veniva “distribuita” da chi sceglieva questi luoghi come residenza stabile. La nostra, insomma, è una storia di scambi e di relazioni. Ecco, credo che tutto questo deve continuamente essere valorizzato, perché ci ha plasmato, configurato, ci ha dato identità e ci ha fatto crescere. Una strada che va ancora percorsa, anche in tempi così complicati come quelli che stiamo vivendo, o forse a maggior ragione oggi, di fronte alle tentazioni della chiusura.

AF: Penso che oggi si sia capito che non ha senso contrapporre la cultura ad altri ambiti, come se la cultura fosse qualcosa per le élite che va a togliere il pane di bocca agli altri. La cultura è di tutti e serve a tutti, non ha colore politico. Una popolazione dotata di cultura sta meglio perché essa permette di combattere fenomeni pericolosi: gli estremismi, le intolleranze, il che non vuol dire diventare buonisti o garantisti. Occorre poi capire che la cultura è un grande affare; valorizzare il proprio patrimonio culturale permette di attivare un’economia attorno ad esso.

Un proposito non ancora realizzato?

MB: Continuare a generalizzare gli strumenti d’accesso alla cultura a tutti, permettendo ai più di essere protagonisti consapevoli del percorso della propria esistenza e della propria comunità di appartenenza.

AF: Mi piacerebbe non aver più bisogno di un amico che capisce bene i quadri e me li spieghi, vorrei essere io stesso ad avere un po’ più di cultura. Purtroppo al momento mi mancano il tempo e la voglia di approfondire ciò che mi interessa.

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