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Culture
06.04.2019 - 11:150

Di Houellebecq, amore e psicofarmaci: ‘Serotonina’

Un romanzo che si pone come feroce affresco della condizione umana: siamo soli, e solo i sentimenti (forse) ci salveranno

Farsi di psicofarmaci per rendere più sopportabile la propria esistenza, o almeno non così odiosa. Ottenendo, come risultato accessorio, l’impotenza e l’addio all’unica cosa divertente che c’era: il sesso. Prendersi la propria dose di serotonina per provare a corrompere il proprio cervello e illuderlo che no, dai, non va poi così male. Salvo poi rinchiudersi in un albergo, stanza rigorosamente per fumatori, che diventa la propria nuova abitazione dopo aver scoperto che la tua bella fidanzata giapponese con la metà dei tuoi anni in realtà fa orge con sconosciuti e si dà alla zoofilia mentre aspetta che muori per ereditare.

È questa la storia di Florent-Claude Labrouste, agronomo quasi cinquantenne che odia tutto, a partire dal suo nome. È questa la storia che è di Florent-Claude Labrouste ma che Michel Houellebecq, cantore di depressi, avviliti e sconfitti dalla vita da quando ha iniziato a scrivere romanzi, rende universale. Perché da vero entomologo della società Houellebecq seziona tutto – le persone, i rapporti umani, le istituzioni, la modernità, Parigi, le periferie – e con il suo ultimo libro, “Serotonina” appunto, ci tira, con composta pacatezza, un cazzotto sullo zigomo di quelli potenti. Lo fa da amico. Lo fa con la sua aria un po’ scazzata, con un cinismo mai forzato bensì naturale, spontanea reazione ai fatti. Alla vita. È un cazzotto in faccia che ci dice ‘così non va’. Senza gli affetti, non si va da nessuna parte.

Florent-Claude Labrouste si fa visitare da una macchietta di medico e inizia a farsi di Captorix, dicendo addio a ogni attività sessuale. Così, con la vecchiaia in agguato e la depressione che aumenta di giorno in giorno – al punto da rendergli insopportabile l’idea di lavarsi o di mangiare qualcosa di diverso da pane e salame – guarda indietro. Tutti, tutti i personaggi di Houellebecq guardano indietro. Nessuno guarda avanti. Forse perché per lo scrittore Houellebecq ha senso raccontare storie che vanno puntualmente a finire male, ma male davvero. Ma per l’entomologo Houellebecq è tutto finito, sentenza emessa, zero ricorsi: siamo fregati. Come è fregato Florent-Claude Labrouste, nel suo ricordare Camille. Conosciuta quando era una stagista neanche ventenne, simbolo incarnato di libertà, amore, sessualità, passione sfrenata. Vale a dire simbolo di tutto quello che serve per scavallare le notti, per non accorgerti che, come cantavano i Pink Floyd, sei “ogni giorno più vicino alla morte”. Una storia che – ma dai? – finisce male. Finisce perché a lui non basta Camille, la tradisce con donne senza motivo né qualità. La coppia si rompe, e si rompe lui. Già crepato dalla rottura con Kate, la prima vera passione; incrinato ma non troppo dal ricordo di una Claire conciata ormai peggio di lui; spaccato dall’addio a Camille; la fuga da Yuzu dopo aver visto i filmini che, bontà sua, ella amava girare, è più la definitiva fuga da sé stesso che dalla spigliata nipponica. Perché fuori dalla coppia, è questo il secondo cazzotto sullo zigomo di “Serotonina”, non c’è niente. Senza amore, non si salva niente.

È senza amore anche Aymeric, unico amico rimasto a Florent-Claude Labrouste. La moglie se n’è andata. È solo nella sua lotta contro il mondo. È un allevatore, e con le quote latte lo stanno massacrando. Ce l’ha con tutti: dal governo all’Unione europea, passando per il destino. È sul lastrico. Ed è solo. Ma una cosa differenzia i due amici: Aymeric lotta ancora. Già, perché se sei un entomologo della società sei in grado di capire con larghissimo anticipo cosa sta succedendo. E Houellebecq, nei giorni delle fanfare per l’elezione di Emmanuel Macron, scrivendo “Serotonina”, piazza Aymeric con una mitraglia in mano e a capo di una banda di insorti che blocca l’autostrada per protesta. Finisce male, malissimo. Houellebecq ha descritto i gilet gialli con l’anticipo degno di chi ti racconta una storia e ti fa dire “Ma come ho fatto a non arrivarci”. E te lo vedi lì, sornione, avvolto nel suo parka, con lo sguardo del “Ma te ancora ci credi?”.

Florent-Claude Labrouste non ci crede più. Al suo ritorno a Parigi il discorso è chiaro. Il disastro collettivo, l’Occidente infelice, il non riuscire più a trovare mezzo stimolo per andare avanti, figurarsi per andare a letto con una donna, è una sconfitta enorme e diffusa. Ma fatta di tante piccole discese agli inferi, tanti errori personali. Tante piccole solitudini che portano all’incomunicabilità finale, al non conoscersi più. Al non capire che se perdi Camille, perdi tutto. Perché è la coppia – il due, non l’uno – che permette di avere sempre uno specchio dove puoi vederti. È la lezione di Sigmund Freud: ti amo perché amo quello che sono nei tuoi occhi, ti amo perché amo il mio me stesso che vedo riflesso nel tuo sorriso, nel tuo bacio, nel tuo esserci. Quando il due, qualsiasi due, si frantuma, l’onda d’urto è come se si propagasse raccogliendo i frammenti della fu felicità di altri due che si sono rotti. E il tuo disastro personale, diventa collettivo. Perché nessuno è più in grado di reggere alla potenza dell’amore, a quello che comporta. Perché è un mondo dove per gli affetti non sembra più esserci spazio. Tutto è frenetico, ci si prende, ci si lascia. Per poi scoprirsi soli. Ancora più soli di prima. Che sarà mai, tanto passa. Ah, passa? E ne valeva la pena, di tradire Camille? La risposta sensata, non quella di fratel orgoglio, arriva sempre quando è troppo tardi.

Florent-Claude Labrouste si è arreso: “E oggi capisco il punto di vista del Cristo, il suo ripetuto irritarsi di fronte all’insensibilità dei cuori: hanno tutti i segni, e non ne tengono conto”. Perché il Captorix, aiutato dalla vita, ha vinto. Il rimedio si è dimostrato prima agente disturbatore, poi arma letale. L’unica salvezza è persa per sempre: l’amore. Già, l’amore.

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