Culture
05.12.2018 - 16:460

Giunti al bivio, abbiamo scelto la musica: Sighanda

Quattro musicisti che hanno scelto di vivere il loro sogno svelano il ‘backstage’ della vita d'artista

‘Non cerco artifizi, canto esattamente quello che sento’

L’ultima edizione del Premio Tenco ha voluto sul palco Dominique Fidanza, da noi più conosciuta – e ulteriormente in Italia, dopo questa importante partecipazione – come Sighanda. Nata in Belgio da genitori siciliani, vissuta lontana da casa sino all’età di 11 anni, Dominique è dapprima tornata nella terra che aveva dato i natali alla sua famiglia, per poi tentare di spiccare il volo nel mondo della musica a 19 anni, stazione di partenza Parigi. «La Francia è sempre stata meta di lavoro per i miei concerti» dice Dominique, che i primi passi da cosmopolita della canzone li aveva mossi nel mondo del pop: «Il più commerciale possibile, ero giovanissima, non mi sentivo a mio agio, di artistico in quel mondo c’era veramente poco».

Archiviata un’esperienza che non rinnega, ma che le ha dato «gli strumenti giusti per non fare ulteriori sbagli», Sighanda ha individuato nel cantautorato una strada che, per una donna che scrive e canta le proprie composizioni, l’ha portata a vincere il Premio Bianca d’Aponte. Giunta in Ticino nel 2011, non tragga in inganno sentirla dire «sono abbastanza fortunata, ho sempre potuto contare sull’altro lato della medaglia». Perché sul retro della medaglia non ci sono mai stati né un posto fisso da impiegata di banca, né il vivere di rendita, ma un’altra arte: «Nei momenti di crisi, che immagino abbiano toccato almeno per una volta tutti coloro che come me sono sempre vissuti in ambiti creativi, ho avuto la fortuna di poter ripiegare sulla pittura e sull’incisione». Arti che ora insegna.

Nessun rimpianto è possibile, ci fa capire Sighanda, se si è fatto dell’arte una scelta di vita: «Non c’è mai stato il rischio che io mi guardassi indietro per maledire una scelta. L’idea dell’arte è un’idea di vita». Realistica nel suo essere cantautrice, non guarda alle radio come punto d’arrivo, ma alimenta quotidianamente la sua libertà di proposta: «Canto esattamente le cose che sento. Artifizi non ne cerco più».

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Giunti al bivio, abbiamo scelto la musica

Si può vivere al massimo o sopravvivere. C’è chi si butta e decide di realizzare i propri sogni, restando fedele alla propria natura, nutrendo il proprio talento, pur consapevole che non sarà una passeggiata. Perché oggi con la musica non si diventa ricchi, anzi, a stento si riesce a stare a galla. La rete ha cambiato molto, nel bene e nel male, basta postare un video per sentirsi musicista. «Il mercato è stato deteriorato da internet, meno persone acquistano Cd o vanno ai concerti, perché tutto sembra già fruibile online. Le radio spesso spingono artisti che durano il tempo di una stagione, mentre musicisti di qualità restano nell’ombra», dice il batterista Rocco Lombardi.

Ogni artista ha dovuto superare un bivio come Rocco. E come Sighanda, che ha scelto la via meno rapida, non riconoscendosi nel mondo del pop più effimero che l’aveva lanciata da giovanissima e ritagliandosi un posto nella canzone d’autore. Una scelta premiata dall’invito al Premio Tenco 2018.

Tutti hanno scelto di seguire la loro passione, anche Nic e Irina, dedicandosi anima e corpo alla musica. In queste pagine ci svelano il ‘backstage’ della vita di un artista. Tanti sacrifici (‘È un percorso in salita, finanziariamente sei spesso precario’) e rinunce, ma anche tante soddisfazioni (‘Sei ricompensato quando offri agli altri la tua arte e la condividi’).

Chi ama davvero la musica e decide di viverci non guarda orari e incassi. «Se fai ciò che ami, non ti pesa se gran parte del tuo lavoro non è remunerato, come le prove, lo studio e il tempo dedicato alla composizione», chiosa Lombardi. Spesso è importante avere il sostegno di amici e familiari, perché i momenti di scoramento ci sono: «A volte penso che è stata tutta una follia, ma poi guardo i miei coetanei. Chi ha fatto scelte più classiche fatica comunque a trovare lavoro», aggiunge Nicolò Mariani. Ma tutti, giunti al bivio, alla fine hanno scelto la musica.

‘Ho fatto la gavetta io, mica il Grande Fratello’

“Ho presenziato a più matrimoni di un prete”, diceva anni fa Gigi D’Alessio a una radio italiana. ‘Ho fatto la gavetta io, mica il Grande Fratello!’. Se anche il pianista napoletano non fosse il vostro punto di riferimento in musica (nonostante l’insospettabile base di fan nordici e autoctoni), suonare ai matrimoni è la quintessenza della gavetta. Grossa spesa per chi convola a giuste nozze, il matrimonio è una non deprecabile fonte di reddito per chi suona, oltre che, spesso, interminabile momento ‘zen’ durante il quale controllare le proprie reazioni di fronte alle richieste dei festeggiati o dei parenti dei festeggiati. Ma è lavoro, e a ‘Despacito’ (‘Summertime’ per i jazzisti) ci si può – anzi, ci si deve – passare sopra.

Con volo pindarico, spostiamoci da Gigi D’Alessio a Madonna. Veronica Ciccone è il simbolo di chi, i suoi 350 milioni di dischi venduti, se li è dovuti sudare: “Il primo anno a New York mi hanno rapinato con una pistola, sono stata violentata sul tetto di un edificio e il mio appartamento è stato svaligiato tre volte. Per vivere ho posato nuda per i corsi d’arte”. Concludendo: “Rischiare, per me, è la norma”.

“Nessuna radio passerà mai i vostri 6 minuti di canzone” disse Ray Foster, capo della Emi, ai Queen che per il primo singolo da ‘A night at the opera’ (1975) si impuntarono su ‘Bohemian Rhapsody’ (poi numero uno). “Questo artista non ha futuro”, disse il capo della Cbs francese di Umberto Tozzi. “Nella musica non combinerai mai nulla” fu uno dei primi incoraggiamenti ricevuti dal giovane Claudio Baglioni, chiamato al tempo ‘Agonia’. Il pop italico ha una buona storia anche in Tiziano Ferro, uno al quale sino all’anno 2000 tutti avevano chiuso le porte in faccia. “Nel momento peggiore – raccontava alla ‘Regione’ nel 2015 – Mara (Maionchi, ndr) mi spedì a Padova a scrivere per altri, come diversivo. Lì conobbi Michele Canova”. E così ‘Perdono’, fatta uscire dalla porta di ogni major, rientrò dalla relativa finestra.

“La perseveranza è a mio parere il segreto di tutti i grandi che ho avuto la fortuna d’incontrare”, sostiene Jacky Marti, patron di Estival Jazz. Dev’essere quella che ha permesso a Louis Armstrong, nipote di schiavi, all’orfana Ella Fitzgerald, un’infanzia in mezzo alla feccia newyorkese, a Elvis Presley, figlio della Grande depressione, di diventare qualcuno. Tutte storie di chi non ha avuto un padre così facoltoso da girare per negozi acquistando quante più copie possibile dei dischi del figlio, così che ne venissero stampate altre (è successo nel Nord Italia nei primi anni 80. E anche questa si può chiamare perseveranza).

Insomma a fare la differenza tra chi ha la stoffa della ‘star’ e chi naufraga in un mare di porte chiuse è forse anche quella che in psicologia si chiama resilienza: la capacità di resistere, di far fronte ai traumi in modo positivo, ossia trasformando le circostanze avverse in sfide. È un ottimo compagno di viaggio, un modo di prendere la vita, scrollandosi di dosso i panni di vittima e dandosi da fare per trasformare le delusioni e le ferite in affermazioni di sé stessi.

Tutto ciò sembra preservare alcuni da depressioni e dagli strascichi di una serie di momenti no. Anche in musica, chi fa la gavetta e sa rialzarsi, anche più volte, senza perdere il sorriso rischia di farcela.

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