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21.11.2018 - 09:350
Aggiornamento 10:30

Jacky Marti, parlando con le stelle

Mister Estival ha realizzato il sogno di ogni giornalista: scrivere un libro. In 'Il colore degli incontri', le sue frequentazioni illustri (e un migliaio di foto)

Dopo avere ascoltato in piazza a Lugano tutte o quasi le stelle del jazz, forse è arrivato il momento che qualcuno porti in tour Jacky Marti per raccontare al pubblico i suoi 40 anni di incontri con il mondo della cultura, della musica e dello spettacolo, da Eugenio Montale a Frank Zappa (ma ce n’è in abbondanza anche dalla ‘A’ alla ‘L’). Aneddoti e tante fotografie con tutti, anche quelli che nel libro ‘Il colore degli incontri’ (Fontana Edizioni) proprio non ci sono stati. Da ‘Radio Gioventù’, diciottenne, all’ultimo Estival Jazz, Marti – antesignano del selfie – ha stipato in soffitta un archivio di scatti per ottenere i quali, un tempo, si necessitava di fotografo in carne e ossa, diverso da sé stessi. «Quelle foto sono state per tanto tempo nel disordine assoluto. Almeno ora qualcuna è classificata», ci racconta davanti ai ‘lenzuoli’ delle fresche bozze, stesi su di un tavolo apparecchiato per 6, concesso dal gestore di un ristorante con generosità. Il colorato volume non è solo un libro fotografico, ma anche un documento storico nel quale l’autore descrive i suoi incontri. nonostante Mister Estival cerchi di scoraggiarci quando gli diciamo che la gente ha fame di storie vere, e che quest’opera serve (se non all’umanità tutta) almeno agli appassionati di musica, il suo invito a volare basso accompagnerà tutto il nostro colloquio. «Mi fa già effetto che si scomodino i giornalisti».

‘Papi, quando scrivi finalmente un libro?’

Riassunto brevemente, ecco il Marti-pensiero sull’opera. Parte 1ª: «All’inizio mi sono detto: “Chi sono io per scrivere un libro su di me?”. Non lo comprerei mai un volume che parla della mia storia alla radio o alla televisione». Parte 2ª: «Se prendessi in mano questo libro direi “Mica male, un po’ da megalomane, un tantino egocentrico. Chi l’ha scritto avrebbe potuto mettere anche un paio di foto nelle quali non era presente”. Il fatto è che non ne avevo altre». Parte 3ª: «Ho letto quanti milioni di libri si fabbricano ogni anno, tanti, forse fin troppi. Facendo i calcoli, non distruggeremo l’Amazzonia». A seguire, sempre brevemente, il Marti-pensiero sulla scrittura: «Scrivere è faticoso e bello, è terapeutico, è un modo di parlare senza essere interrotti. Il libro è il sogno di ogni giornalista, il sogno che non si realizza mai per via dell’avere sempre altro da fare. In realtà, sono tutte scuse. C’entra la paura di non essere all’altezza, quella che ho adesso. Credo di saper fare radio, parlare davanti a un microfono. Scrivere è un altra cosa. Non a caso mi hanno aiutato Giorgio Passera e Giuliano Vananti». ‘Il colore degli incontri’ ha avuto dinamiche dell’album anticipato dal singolo sul web. Sulla pagina facebook di Jacky, di tanto in tanto, quelle immagini dal passato lontano e recente hanno chiamato allo stupore e all’invidia, quella buona, esprimibile grazie alla funzione “commenta”. «Poi si è presentato Raoul Fontana e mi ha detto che avevo il dovere di condividere i miei ricordi, “altrimenti te ne vai e non resta più niente”. Non credo siano chissà quali ricordi, ma è comunque qualcosa che si può raccontare. La molla, ad ogni modo, è stato mio figlio, quello più piccolo». Al quale è riservata una pagina, con dedica scritta di suo giovanissimo pugno, esattamente come gli autografi di più cresciuti individui: “Papi, quando scrivi finalmente un libro?”.

‘La vita, amico, è l’arte dell’incontro’

Ogni incontro lascia sempre qualcosa. «Alcuni si chiudono nello spazio di un mattino, ma qualcosa resta, se non sei del tutto insensibile». Jacky cita «quel disco di Vinicius de Moraes con Bacalov, Endrigo e Ungaretti, ‘La vita, amico, è l’arte dell’incontro’ (1969, ndr). È vero, l’incontro è tutto, ti dà moltissimo. Ho passato in rassegna tutti coloro che ho incontrato, a posteriori, e mi sono chiesto cos’abbiano di così diverso da noi. Perché, alla fine, ci somigliano, anch’essi con i loro difetti, virtù, fragilità, capricci. A parte l’immenso talento, credo di averne individuata la grandezza nella tenacia, nella pervicacia con la quale hanno inseguito i propri sogni. A chi gli diceva “Lei è un genio!”, Miles Davis rispondeva: “Il 10% è ispirazione, il 90% è traspirazione”. L’applicarsi è la molla, poi hanno un ruolo anche la fortuna, l’essere l’uomo giusto al momento giusto. Ma la lezione è impegnarsi». E tra quelli che hanno lavorato sodo (entriamo nelle pagine de ‘Il Colore degli incontri’) c’è Pat Metheny: «“Da giovane studiavo anche 8-9 ore al giorno”, raccontava ad Estival 2004. “Allora chissà quante rinunce avrai fatto, lo sport, le ragazze...”, gli chiese mio figlio più grande. Metheny rispose che fare musica è una scelta di vita che impone sacrifici e rinunce enormi. Ma disse di non preoccuparsi, perché per le ragazze il tempo lo aveva sempre trovato».

‘Lennon? Who’s John Lennon?’

Apriamo il libro a caso, lettera ‘M’. Torna Miles: «Gli avevamo chiesto più volte di venire a Lugano. Alla fine, come sai, decidono sempre i manager. E un giorno i manager decisero. Anche Ray Charles mi ha lasciato parecchio a livello personale». Sempre alla lettera ‘M’: «Paul McCartney fu un incontro importante, avvenuto poco dopo lo scioglimento dei Beatles e appena creati i Wings». E in tempi in cui l’e-mail era fantascienza. «Raggiungere Paul fu complicato. Come contropartita ci fu chiesto d’intervistare un manager, 40 minuti che non abbiamo mai trasmesso. Successe a Montreux, con me c’era l’oggi architetto luganese Claudio Negrini». Al tempo, McCartney viveva in un bus a due piani con la moglie Linda. «A un certo punto il discorso cade su John Lennon, con il quale Paul non era certo in rapporti idilliaci. Sente il nome e dice “Who’s John Lennon? New musician, new band?”. E l’amico Negrini: “No, no, John Lennon. Your friend!”». Non me ne voglia Claudio, ci è voluto un 18enne ticinese a spiegare a Paul McCartney chi fosse John Lennon!». In Rsi per 43 anni, nel libro c’è anche il Marti giornalista, ‘telefoniche’ incluse. «Ero un ragazzino, conducevo ‘Radio Gioventù’. Mi viene in mente di sfogliare la guida telefonica di Genova. Provo, è in casa. “Scusi il disturbo, signor De André, so che non ama le interviste...”. Se ascolti su YouTube, sentirai questa vocina tremante. Lui risponde “E chi l’ha detto?”. Praticamente non l’ho intervistato, ha parlato lui. Era in vena, aveva appena scritto l’antologia di Spoon River (‘Non al denaro non all’amore né al cielo’, 1971, ndr)».

Un Premio Nobel e 40 milioni di mosche

Mettiamo la musica in pausa, almeno per un momento. «Andai a casa di Eugenio Montale con l’amico e collega Salvatore Maria Fares, nel giorno in cui tutti i giornali annunciavano la vittoria del Nobel per la letteratura. Ricordo che mi cadde un po’ di cenere sulla moquette. “Attento ragazzo, non vorrai che spenda tutti i soldi del premio per rifarla!”. Poi mi disse: “Fammi una cortesia, guarda in quell’armadietto: prendi la bottiglia di grappa, portamela qui, poi vai alla porta e fammi da palo. Se la domestica se ne accorge mi sgrida”». La cultura italiana ha anche l’ironia e la preparazione di Gianni Brera, uno che «mi ha insegnato pagine intere di storia del Canton Ticino. Mi parlava di Longobardi, Celti e Liguri, fu lui a spiegarmi che il suffisso “bre”, quello di Breganzona, Monte Brè, Val Bregaglia, Breno significa altura, collina. “La bresaola no”, mi disse, “quella viene dal ‘bre’ che significa cervo, renna. E ‘saola’ da ‘salis’, sale. Carne di cervo salata”». Ci sarebbe da dire anche di George Simenon, Max Frisch e Giuseppe Ungaretti. Senza alcun intento comparativo, apriamo alla pagina ‘A’, dalla quale esce uno sciame di mosche ronzanti attorno a Dario Argento. «Al tempo di ‘Phenomena’, l’unico modo per ricreare un’invasione di mosche in un film era procurarsi delle mosche vive. Si girava in Svizzera tedesca e il tir pieno d’insetti appositamente allevati venne fermato alla dogana di Chiasso. Ci volle del tempo per capire se ci fosse qualche legge che impedisse di passare il confine con 40 milioni di mosche».

Sfogliando alla lettera ‘J’, ecco una foto con Keith Jarrett. “Ma allora sorride?”, gli chiediamo. «Poteva andare diversamente, nell’86. Quell’anno, per errore, i manifesti furono stampati con una ‘T’ soltanto. ‘Jarret’. Quando lo portai in giro per la città riuscii a non farglieli vedere. Se se ne fosse accorto, ne sono certo, non avrebbe suonato. Anni dopo, dalla tv, cronometrai l’esibizione: dopo 53 minuti qualcuno gridò “Bravo!”, lui perse la concentrazione e concluse il concerto. Non so cosa sarebbe accaduto se il “Bravo!” fosse arrivato dopo 5 minuti». Per quell’esibizione, il pianista chiese «un Bösendorfer che in Svizzera non esisteva. Dovemmo farlo arrivare da Amburgo». Bizze alle quali si aggiungono (giornale in braille per Ray Charles a parte) le 7 piante volute da Roger Hodgson dei Supertramp, il ventilatore gigante per Etta James, i cracker per Van Morrison, giunti dagli Stati Uniti e nemmeno toccati, i 40 caffè chiesti nel ’76 da Frank Zappa per curarsi l’influenza, i 5mila franchi raccolti in extremis da Andreas Wyden (storico partner di Jacky) per pagare la cauzione di Al Grey, accusato di bigamia e ricercato dall’Interpol, fermato prima di salire sul palco di Estival 1991. E, infine, la pretesa di Nina Simone di farsi accompagnare al 5° piano di un hotel direttamente in auto. «Nina, grande artista e pazza scatenata. La invitammo a Bellinzona per il 700esimo della Confederazione. Amava il Ticino. Mi disse: “Jacky, trovami una casa e un amante e vengo a vivere qui. Suonerò gratis tutti gli anni”. Non è più venuta. Ma è venuta la figlia Lisa, che nella foto ha riconosciuto il vestito della madre».

Quel signore di colore, molto cordiale

«Salgo sul trenino a cremagliera che porta a Caux, invitato a un party dall’organizzatore Claude Nobs. Mi siedo vicino a un signore di colore, molto cordiale. Nelle mani ha un apparecchio fotografico col quale scatta decine di foto dal finestrino, senza nemmeno guardare nell’obiettivo. “Quando vado in vacanza ne faccio tante”, mi dice. “Sto andando a una festa”, aggiunge. “Musicista?”, gli chiedo. Risponde che suona la chitarra e capisco che ci ritroveremo nello stesso posto. Arrivato al party, vedo Nobs che gli va incontro gridando “B.B., amico mio!”». B.B. non stava per Brigitte Bardot (Jacky se ne sarebbe accorto), così Mister Estival capisce di aver viaggiato con The King of Blues. Quando, nel 1990, B.B. King si esibirà a Lugano, in scaletta troverà Dizzy Gillespie con la United Nation Orchestra. «Eravamo nella roulotte-camerino dietro il palco. “Sta suonando? Portami sul palco”, mi dice. Entra in scena, si avvicina a Gillespie, gli si inginocchia davanti con le mani giunte, lo ringrazia e se ne va». Senza suonare? «Senza suonare. Eppure era importante quanto lui. Disse che Dizzy era “il maestro”. Questo è stato B.B. King, «uno da 260 concerti l’anno che a volte, quando si coricava, chiudeva a chiave la porta della camera, convinto di essere in albergo».

Da un balcone di Porza

Dentro ‘Il colore degli incontri’, pur disponibili a ridimensionare, c’è almeno la (o una) storia del Ticino. Tra una Rita Pavone d’annata e un Freddie Mercury sulla soglia di casa (e un racconto di partite di freccette), tra il Dalla che musicò Orelli, «ma quei brani non furono mai pubblicati», e una dedica di Frank Sinatra, l’ultimo fotogramma è una Miriam Makeba sorridente: «Mi raccontò che c’era anche lei la sera in cui Marilyn fece la ‘serenata’ a Kennedy. Ci chiese di essere portata a Porza per il pranzo da Fatima, un’amica di famiglia. Miriam cantava dal balcone per i vicini. Ecco, era quello che cercavo di spiegare all’inizio: i più grandi sono sempre i più umili».

5 mesi fa Estival meravigliao
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