Dominique Rondez nell’archivio di suo padre Armand
Culture
01.09.2018 - 07:000
Aggiornamento 06.09.2018 - 15:46

L’arte, gli artisti

L’umanesimo quotidiano di uno spazio d’incontro, prima che d’arte: incontriamo Dominique Rondez, per anni alla guida della galleria Stellanove di Mendrisio

In uno dei tanti passaggi rivelatori, veri squarci di luce che entrano nei nostri occhi, Gaston Bachelard, filosofo aperto ai temi dell’arte e della natura, sfiora il contrasto tra sguardo e sogno. E così, “colui che troppo liberamente sogna, perde lo sguardo; e chi disegna troppo bene ciò che vede perde i sogni della profondità”. Questa meditazione accompagna il mio incontro con Dominique Rondez, che da poco ha presentato al Museo d’arte di Mendrisio il progetto d’archivio dedicato al padre. “Armand Rondez. La stagione dell’utopia”, è un volume curato da Maria Will, con uno scritto di Loredana Müller Donadini, edizioni Topik, 2017, che traccia molto bene l’esperienza umana e culturale dell’artista zurighese. La sua originalità. Credo che Dominique tenga in un certo senso una giusta misura tra sguardo, realtà e sogno e quando si parla con lei si ha l’impressione che proprio questo orizzonte le abbia permesso di vivere l’arte frequentando gli artisti; i loro atelier. La galleria, spazio d’arte Stellanove, a Mendrisio – la sua una conduzione decennale – chiusa nel 2016, è stata punto di riferimento per una comunità allargata; luogo dove osservare, dialogare, dar vita a quell’umanesimo quotidiano che si va perdendo e che proprio tra strade, stradine, piazze, trova ancora il suo mondo.

Dalla Provenza al Ticino

Parleremo di lei, dei ricordi e degli interessi. «Il Ticino è stato un sogno, fin da piccola. Prima abitavamo nella Francia del sud dove mio padre aveva ereditato una casa. L’idea si concretizza quando Manuel, mio figlio, inizia la scuola; nel nostro sguardo di allora il paesaggio ricordava un po’ la Provence. Era il 1983». Il Ticino, il sud. «Corrispondeva a un certo sguardo, il modo di vivere che si avvicinava a quello di prima. È stata una sfida a tanti livelli, personali e culturali: apprezzo il Ticino e allo stesso tempo, lo critico». Zurigo, altro polo che ti appartiene. «Ci sono nata e anche mio padre lavorava là, prima di trasferirsi in Provence. Ho sempre sentito una tensione tra le due realtà, ma proprio per questo la cosa andava bene. Due parti di me». A livello professionale? «Mi occupavo di contabilità alla Pro Helvetia, assumendo poi altri ruoli con la possibilità di un part time. Una bella esperienza; mia mamma Hannelore lavorava da trentacinque anni nell’area della letteratura svizzera. A Zurigo vivevo un intenso rapporto con il mondo della cultura». Stellanove? «Facendo un passo indietro, arrivata a Mendrisio avevo aperto una boutique, dove ora c’è l’archivio dedicato a mio padre. Nel 2005, decido di riattare la galleria sotto casa, lo studio d’arte Gulminelli che stava cessando l’attività. Inizialmente, l’idea era uno showroom per le opere di mio padre, che conservavo dopo la sua morte, nell’86. Le dinamiche seguenti, veloci, portano invece a pensare a una galleria. Ricordo l’entusiasmo e la voglia di fare. Gli artisti che arrivavano, un progetto dopo l’altro. Nel primo anno di attività, otto esposizioni. Un’effervescenza diffusa». Hai preso molti contatti? «Sì. Ma in realtà se ti metti in una certa posizione le persone vengono autonomamente». La prima mostra? «Su mio padre, un omaggio a vent’anni dalla scomparsa. Da principio, in questo spazio lui voleva aprire uno studio d’incisione e stampa». Figlia di artista, ne hai sentito l’influenza? «Si è sviluppata strada facendo; nella mia vita ho sempre colto le chance, le occasioni che si presentavano». La programmazione? «Sono passata a un ritmo piu’ ponderato; quattro esposizioni all’anno. Prima era un flusso eccezionale, ma un po’ folle…». Anche una presenza su fronti diversi. «Ho partecipato alla ‘Biennale dell’immagine’ con due mostre e la performance in via Stella di Nunzia Tirelli, insieme a un’installazione di Marisa Casellini, trasformando la strada. Nasce anche una collaborazione con l’archivio Franco Beltrametti e con Loredana Müller. Insomma, un periodo movimentato. Si mettevano le basi per l’orientamento della galleria». Stimoli importanti. «Erano le premesse. Ho fatto videoproiezioni, sculture, la fotografia. Mentre negli anni a seguire è cresciuto l’amore per la stampa. Per i lavori su carta. Non una parte esclusiva, ma principale». Gli artisti? «Ne sono passati molti. Tra i primi Daniela Carrara, Paolo Blendinger, Gabriela Carbognani Hess, gli inchiostri di Marco Mucha; Gabi Fluck, PAM Mazzucchelli. Fino a Paolo Selmoni, Giulia Napoleone». Entrando in galleria, si sentiva un clima accogliente. «Le mostre nascevano tutte da incontri personali. Comincio a fare delle foto negli atelier, un momento importante tra me e l’artista, tra me e l’opera; tra l’artista e l’opera». Un luogo denso di implicazioni. «Intimo. La culla dell’artista, delle opere iniziate o terminate. Vedi gli strumenti. Quando lavoravano era un momento quasi sacro. Ho iniziato con PAM nell’atelier di Ligornetto, una concentrazione da parte sua che mi portava a essere quasi invisibile».

Un filtro sul presente confuso

Non è, penso, un accesso facile. «Per niente. Con la fotografia sei un po’ invasivo. L’artista stesso ha di solito un certo pudore». Questo percorso ti rafforzava? «Senz’altro. Nel mio sguardo tanti elementi devono raccordarsi; i progetti, brevi o lunghi, sono tenuti da un filo rosso capace di parlare alle persone. Un’armonia tra le opere, nata da un dialogo. A volte, pensavi di metterle in un posto, poi scoprivi che stavano meglio in un altro». Una cura. «Giulia Napoleone, che come sai stimo molto, una volta mi ha detto una cosa che tengo dentro di me. ‘Sai, noi artisti abbiamo bisogno di qualcuno che ci curi’. È quello che mio padre non ha avuto, un gallerista che si occupasse di lui. Provava una certa solitudine. Per questo soffrivo, quando ho deciso mio malgrado di chiudere la galleria». Il pubblico? «Discorsi belli, illuminanti: persone che sentivo vicine, con affetto». L’arte ci spinge a riflettere in un momento difficile, violento. Cosa ne pensi? «L’arte è un filtro su questo presente confuso, spiazzante. L’artista può aprire la strada per una nuova visione». L’archivio? «Non è stato facile lasciare la galleria, il flusso di eventi e pensare all’archivio. Una nuova direzione nella mia vita. La mostra di mio padre a Camorino, presso Pangeart, in questo senso mi ha aiutato. Là, con Maria Will e un gruppo di lavoro è nata l’idea di una monografia. Tutto si è legato, incoraggiandomi». Per questo, sogno e sguardo hanno accompagnato Dominique nella risalire le tante opere e gli scritti del padre. Come lei dice, «i suoi segni di vita su tela e su carta».

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