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Ti-Press/Pablo Gianinazzi
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10.02.2018 - 07:00

Oltre la No Billag: Gilles Marchand racconta il servizio pubblico

Il direttore generale della Ssr, ieri a Lugano, ha spiegato l'alchimia del servizio pubblico radiotelevisivo. Rispondendo ad alcune domande dei giovani

di Ivo Silvestro

«Credo che siamo tutti stanchi di questa No Billag». E la platea ha annuito quasi all’unisono, quando il direttore generale della Ssr Gilles Marchand, invitato a Lugano da Fondazione Möbius e Coscienza Svizzera, ha iniziato con queste parole il suo lungo intervento sul servizio pubblico.

Del resto, come dargli torto, pensando a un dibattito che verrà ricordato più per la pervasività che per la qualità e il garbo degli argomenti portati da una parte e dall’altra? Ecco che l’incontro di ieri è stato una salutare boccata di ossigeno per liberare la mente dall’aria viziata delle discussioni asfittiche, un’occasione per andare al di là di No Billag. Poi, è chiaro, Marchand è venuto perché il prossimo 4 marzo andremo a votare, ma per un paio d’ore l’iniziativa per l’abolizione del canone è diventata non un’occasione per attaccar briga, ma per riflettere sul senso del servizio pubblico, su quella che Marchand ha definito «la sua alchimia».

Universalitàe fiducia

Che cosa è, dunque, il servizio pubblico (radiotelevisivo)? Marchand ha ragionato molto su questa domanda confrontando la situazione elvetica con le altre realtà europee e pubblicando, nel 2016, un saggio di una quarantina di pagine (disponibile integralmente sul sito www.moebiuslugano.ch). Ieri sera il direttore della Ssr ha parlato di trasparenza, di efficienza, di democrazia, di pluralismo, di integrazione e identità collettiva, di ricadute economiche e sociali, di cultura e di altri aspetti che, per quanto importanti, sono tuttavia quasi dei corollari di quelli che, riassumendo un discorso molto più ampio, potremmo definire i due concetti centrali: l’universalità e la fiducia.

L’universalità del servizio pubblico si declina in due direzioni diverse. Da una parte il pubblico: «Dobbiamo rivolgerci a tutti, non possiamo dire “no, di questo tipo di pubblico non ci interessiamo perché è troppo giovane, troppo anziano, troppo ricco o troppo povero”: l’indicatore di successo, per me, non è tanto il numero assoluto di persone che raggiungiamo, ma l’essere correttamente ripartiti tra le varie fascie di popolazione». Il secondo aspetto di questa universalità riguarda i contenuti: il servizio pubblico deve essere generalista, affrontare tutti i temi. «È qui che si vede una grande differenza tra il servizio pubblico e quella che è l’offerta di un’emittente privata che – legittimamente e spesso con prodotti di qualità – seleziona i contenuti in base al proprio pubblico».

Come è poi emerso nel dibattito con il pubblico presente, il servizio pubblico non segue il “marketing della domanda”, offrendo semplicemente quello che il pubblico chiede, ma deve seguire il “marketing dell’offerta”: conoscere il pubblico per riuscire a proporgli dei contenuti nuovi, diversi, a volte persino disorientanti.

Il secondo concetto chiave del servizio pubblico riguarda la fiducia. E se l’universalità è in un certo senso l’inizio, l’idea da cui si parte, la fiducia è la fine, il risultato finale. Perché il fatto di avere (una parte del)le risorse assicurate dal canone non significa che il servizio pubblico non debba guardare i risultati. Semplicemente non si misurano (soltanto) con il numero di ascoltatori e spettatori. Il verso risultato del servizio pubblico non è neppure il gradimento – per quanto anche questo certamente molto importante – ma, appunto, la fiducia nel pubblico «che si ottiene non solo per i programmi, ma anche per l’atteggiamento, la discussione, l’apertura: se avete delle critiche, formulatele, se avete dei problemi, diteli» ha affermato Marchand.

Quando c’è questa fiducia, il servizio pubblico appartiene al pubblico. Ed è qui, praticamente alla fine della sua conferenza, che il direttore della Ssr ha rotto la promessa fatta di non parlare di No Billag: «Per questo il dibattito è così duro: perché la popolazione è proprietaria del servizio pubblico e sente il dovere di esprimersi, su quello che funziona e quello che non funziona».

 
‘Perché pagare se noi giovani non guardiamo la tv?'

Nella platea, nonostante la concomitanza dei Carnevali, qualche giovane c’era, ma per tutelarsi e portare il loro punto di vista al dibattito, gli organizzatori avevano raccolto, in video, alcune loro domande, forse un po’ rudi ma tutt’altro che banali. A iniziare dalla prima: “Perché pagare la televisione quando i giovani d’oggi la usano sempre di meno?”.

«Occorre distinguere l’apparecchio dai contenuti audiovisivi» è stata la risposta di Marchand. Il problema non è quindi il come, il canale di distribuzione: che sia il servizio televisivo tradizionale, lo streaming oppure un domani un chip che si collega direttamente al cervello – ha affermato il direttore della Ssr cedendo per un attimo alla fantascienza –, «quello che conta è chi ha realizzato quei contenuti». Poi, certo, la distinzione tra mezzo e contenuto è in realtà sfumata, dal momento che l’uno influenza l’altro «e per mantenere il contatto con i giovani occorre lavorare sui codici narrativi, proponendo i nostri contenuti in quello che è il loro linguaggio». E qui Marchand ha citato Nouvo, brevi filmati sottotitolati – ideali per essere condivisi sui social network e visti su dispositivi mobili – su temi di attualità. Proponendo contenuti come questi – e rendendo riconoscibile che provengono dal servizio pubblico – è per il direttore della Ssr il modo migliore di rispondere a questa domanda.

Tutto questo significa fare più cose per i canali digitali «e il quadro normativo è molto complicato: possiamo proporre alcune cose su internet, quello che possiamo fare è molto ben delimitato» ha precisato Marchand.

Il mio mondo che cambia

Altra domanda quasi filosofica: “Che ruolo può avere la Ssr nella vita di un giovane visto che il mondo sta cambiando?”. «Accompagnare questo cambiamento: non scrivere il mondo, ma descriverlo, raccontando quello che succede nel mondo». La rivoluzione digitale, per il servizio pubblico, è insomma una duplice sfida: da una parte affrontarla, dall’altra spiegarla.

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