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L'autoritratto e il ritratto della moglie Teresa
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09.06.2020 - 18:190

Willy Leiser, da solo o in coppia, alla Pinacoteca Züst

A Rancate, fino all’11 ottobre, l'opera di due ticinesi acquisiti ‘brillantemente isolati ma aperti alla migliore arte figurativa del mondo’

“La prima riflessione che viene spontanea oggi è che questa mostra da un lato fa bene, fa molto bene, ma dall’altro fa male”. Così si esprimeva la storica dell'arte Maria Will l’11 settembre del 2010 in occasione della retrospettiva dedicata a Willy Leiser a Cagiallo. “Fa male perché (…) com’è possibile – commentava – che un artista di una tale, chiarissima qualità sia rimasto ignorato a tal punto?”. Una sensazione non lontana da quanto deve aver provato Giulio Foletti quando nel 2005 in Capriasca, in veste di capo servizio inventari dell'Ufficio Beni Culturali, scopriva la produzione artistica del Leiser ma anche della moglie Teresa, una coppia «brillantemente isolata ma aperta alla migliore arte figurativa del mondo». Foletti (suo l’ultimo virgolettato) è il curatore della mostra presentata oggi e dedicata all’artista, aperta sino all’11 ottobre 2020 alla Pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate. Ma ‘Willy Leiser (1918-1959): grafica pittura scultura. Gli anni con Teresa Giupponi’ non è soltanto l’occasione per fare ‘del bene’ (citando Maria Will); è anche quella per mettere a confronto le sue opere con quelle della moglie conservate presso la Fondazione Leiser-Giupponi la cui sede è nella casa-atelier dei coniugi a Sala Capriasca, dove la coppia ha trascorso i propri giorni a partire dal 1956. Un luogo che ne custodisce sculture, incisioni, disegni e oli, parte di una produzione che si estende anche a Bienne, città con la quale i coniugi hanno conservato un forte legame.

I cieli della Capriasca

Nato a Berna, un apprendistato come scultore del legno, formatosi artisticamente alla Kunstgewerbeschule di Bienne, Leiser fu anche grafico, pittore, incisore nonché membro fondatore del Gruppe 50, movimento di artisti 'immolatisi' alla causa del rinnovamento dell’arte e del ruolo della stessa nella società. Un nome noto, il suo (almeno al tempo) al di fuori del Ticino, come testimoniato da una mostra commemorativa allestita a Bienne a pochi mesi dalla morte che lo colse appena 41enne. La moglie Teresa (1922-1993), nata a Sciaffusa, autodidatta e di origini bergamasche (San Giovanni Bianco, in Valle Brembana), apprese le tecniche artistiche dal marito, dedicandosi con particolare attenzione a quella dell’incisione e continuando a creare anche una volta rimasta vedova.

Se l’opera dei Leiser viene alla luce soltanto ora, il motivo risiede anche nella generale estraneità della coppia alla vita ticinese, più in contatto con Bienne che dei due ospita interventi artistici su edifici pubblici e privati, cittadini e della regione. Quanto agli esigui legami ticinesi, sono noti quelli con lo scultore Max Weiss, con la pittrice Cornelia Forster, con l’architetto Beppe Brivio e con lo scultore Remo Rossi. Ma il Ticino «è nei cieli della Capriasca», sottolinea Foletti, così come nel ritratto postcubista di un generico ‘Villaggio ticinese’ del 1953, nel disegno a matita della ‘Chiesa di Tesserete’, nel marmo di Peccia e nella pietra di Castione della composizione che chiude la mostra, ricostruendo un angolo della casa in Capriasca.

La formazione non accademica dei due, retta comunque da capacità artigianali e tecniche conclamate, consentì loro di costruirsi un linguaggio «personale, innovativo e libero». Per dirla ancora con parole del curatore, «erano entrambi di estrazione operaia, anche intellettualmente, un carattere non facile quando è forte la voglia di portare avanti idee innovative». Estrazione e atteggiamento «che forse hanno pagato»; forse nasce da qui la scelta di spostarsi in Ticino, e questo «volersi isolare per approfondire, per essere autenticamente sé stessi, scelta comune a tanti altri artisti di quel periodo».

Le foto di Fleury, miglior commento e critica

La mostra raccoglie gli esordi di Willy Leiser, dalle incisioni ai dipinti a olio, influenzato da Cézanne prima della svolta postcubista registratasi a partire dal 1950, fino al ritorno nel suo habitat naturale, quello della scultura. In aggiunta alle opere di Teresa, c’è una sorta di terza mostra nella mostra, a completare esposizione e catalogo, e sono le fotografie dell’atelier e delle opere scattate dal giovane e appena diplomato fotografo biennese Claude Fleury nel maggio del 1959, nei giorni immediatamente successivi alla morte dell’artista. Per Foletti sono «il miglior commento e la miglior critica fatta di Leiser». Per lo storico della fotografia Gian Franco Ragno, presente anch’egli alla presentazione, «scatti formali, da studio, e di contesto di grandissima sensibilità, che riassumono le opere, l’ambiente, il desiderio di unione tra arte, vita, opera e contesto locale». Per il piacere di chi a Rancate verrà a scoprire la libertà dei Leiser, in una mostra che magari un giorno prenderà la strada di Bienne, come auspicato da Mariangela Agliati Ruggia, direttrice della Pinacoteca. E per l’emozione del figlio Sandro: «Sono felice che mio padre sia valorizzato in questi spazi».

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