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08.06.2020 - 19:240
Aggiornamento : 20:05

Un insolito Alberto Giacometti al m.a.x.museo

Si inaugura domani l'esposizione dedicata all'opera grafica dell'artista bregagliotto

Di Giacometti ci sono anche alcune sculture, esposte nelle sale del m.a.x.museo di Chiasso fino al prossimo 10 gennaio (info: www.centroculturalechiasso.ch). Ed è strano scriverlo, “anche alcune sculture”, visto che il nome di Alberto Giacometti fa subito pensare alle sue figure filiformi, al celeberrimo ‘L’homme qui marche’. Ma la ‘Figurine’ del 1956, che troviamo in una delle sale, quasi sparisce, tra le numerose stampe e disegni esposte. È un Giacometti se non inedito, quantomeno insolito, quello che troviamo nell’esposizione curata da Jean Soldini e Nicoletta Ossanna Cavadini, con oltre quattrocento fogli di grafica, disegni e numerosi libri d’artista.

È un piacere perdersi tra quelle immagini, tra quei disegni che sono alla base della sua creazione artistica. Come ha ricordato Nicoletta Ossanna Cavadini, Giacometti disegnava dappertutto, sulle buste e lettere ricevute, su giornali e riviste, sulle pareti del suo atelier a Parigi (ma sui luoghi di Giacometti torneremo a dire più avanti). Ma l’esposizione ha anche altre ambizioni, come il sottotitolo della mostra suggerisce chiaramente: “Grafica al confine fra arte e pensiero”. Qui si avverte l’indagine del co-curatore Soldini, filosofo ed esperto di Giacometti, che legge l’allontanamento dal surrealismo, oltre che come un atto di coraggio da parte dell’artista, come un ritorno al vedere. Una forse irrealizzabile visione originaria, purificata da ogni conoscenza: di una testa, scrive Soldini nel suo contributo al catalogo, vediamo il volto e sappiamo che c’è una nuca. Ma la nuca appare ugualmente nella nostra rappresentazione di quella testa, nel nostro guardare la testa: il vedere è qualcosa che dobbiamo ricostruire, rinnovare. Non c’è niente di semplice, nel vedere qualcosa, perché si tratta di un andare, o tornare, all’apparenza che, per Giacometti, racchiude l’essenza, il nocciolo. È un vedere che trasforma il familiare in straniero.

Coerentemente con questa concezione del lavoro di Giacometti, l’esposizione non è strutturata in modo prettamente cronologico o tematico e – come ha spiegato Soldini durante la conferenza stampa – le sei sezioni in cui è divisa la mostra si possono alla fine dividere «in due grandi insiemi di fogli». Nel primo insieme troviamo «tanti oggetti: su ogni foglio, incisione o litografia, troviamo molte presenze che interagiscono, interferiscono, ogni tanto quasi a darsi delle gomitate l’una con l’altra tanto sono numerose». Il secondo insieme «è fatto di opere grafiche con poche presenze o addirittura una sola», opere che più facilmente possiamo ricollegare alle sculture di Giacometti. «Da cosa deriva questo senso di vuoto, questo carattere solitario della figure? Viene dalla forza con cui il modello si impone all’attenzione dell’artista: quando noi guardiamo qualcosa o qualcuno, lo strappiamo dal mondo circostante e rimaniamo solo noi e quel qualcosa o qualcuno. Non è una solitudine di carattere esistenziale o psicologico» ha concluso Soldini.

Si era accennato ai luoghi di Giacometti: Parigi, ovviamente, dove l’artista ha mosso i primi passi. Ma anche e soprattuto Stampa e la Val Bregaglia, come ha sottolineato Chasper Pult, esperto di lingua e letteratura romancia. Al di là di nostalgie e della retorica delle radici, la Bregaglia è secondo Pult essenziale per comprendere la vita e l’opera di Alberto Giacometti e alcuni dei disegni in mostra confermano questa idea.

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