In mostra a Milano
Arte
15.02.2020 - 17:300

Canova e Thorvaldsen, due classici moderni

Rivali nella Roma cosmopolita di fine Settecento, a confronto a Milano fino al 15 marzo alle Gallerie d’Italia, punto d’arrivo di sculture raramente concesse

Può essere che il Neoclassicismo risulti poetica alquanto lontana dalla nostra sensibilità non usa a volare sulle vette sublimi delle idealità; ma per chiunque volesse calarsi da storico dentro i fermenti artistici e culturali di quell’epoca, la mostra in corso alla Gallerie d’Italia è altamente raccomandabile non fosse altro per la sua unicità trattandosi di una rassegna con un molte delicatissime sculture in marmo provenienti dai più disparati musei del mondo, in genere poco propensi a prestarle.

Ma il suo pregio è anche altrove: nella ampiezza del progetto scientifico capace di restituire il clima storico e artistico della Roma di fine ‘700. Questo, anzitutto, grazie al confronto diretto tra due figure rilevantissime della scultura neoclassica operanti a Roma: l’italiano Antonio Canova (1757-1822) e il danese Bertel Thorvaldsen (1770-1844). Il primo vi si era trasferito nel 1781 da Venezia, il secondo arriverà da Copenaghen sedici anni dopo, nel 1797, quando Canova era già un maestro acclamato in tutta Europa.

Nel ventennio che seguì la loro presenza fece di Roma la capitale della scultura moderna, protagonisti e rivali com’erano sulla scena di una città ancora cosmopolita che, dopo l’apertura degli scavi di Pompei nel 1740 e le scoperte archeologiche di Johann Joachim Winckelmann, ritornava confrontarsi con i valori della classicità e dell’antico. Il confronto non si limita alle vicende della loro vita, entra nel merito della scultura stessa non di rado accostando le rispettive opere di uguale (o affine) soggetto così da evidenziarne le diverse intonazioni: Le Grazie, Amore e Psiche, Venere, Ebe, figure dell’immaginario collettivo occidentale, incarnazione dei grandi temi come la vita e la morte, la bellezza, la danza, l’amore.

Egemonia intellettuale e artistica

C’è però anche un altro elemento che fa lo spessore della mostra, e cioè tutta quella ricca varietà  di testimonianze, documenti, immagini incise, pitture e sculture che documentano il grado di altissima stima conseguito dai due “classici moderni” con le loro opere. E a giganteggiare è qui soprattutto la figura di Antonio Canova, non tanto nel confronto plastico con Thorvaldsen,  che indubbiamente è pure un grande scultore presto diventato, come lo fu il nostro per l’Italia, punto di riferimento per la rinascita dell’arte in area nordica. A stupire è il ruolo davvero egemonico, a livello europeo, di Canova intellettuale e artista, al di là della sua stessa disciplina: da Parigi a Londra, da Vienna a S. Pietroburgo. 

Nato a Possagno, piccolo paese nella provincia di Treviso, rimasto orfano a quattro anni, impara ancor fanciullo a scalpellare grazie al nonno paterno,  tagliapietra che gli fa da padre e gli insegna i primi rudimenti del mestiere; a undici anni partirà poi per un apprendistato a Venezia. È un talento precoce, già a diciotto anni si mette in proprio e apre bottega. A ventidue (1779) si trasferisce a  Roma ed a 40 è già riconosciuto internazionalmente come eccelso artista che intrattiene rapporti  con papi, principi, re e imperatori: dagli Asburgo a Napoleone, suo ritrattista ufficiale e della sua famiglia. Per questo avrà più volte ruoli di primissimo piano anche a livello internazionale nella tutela e valorizzazione del patrimonio artistico: nel 1802 divenne Ispettore Generale delle Antichità e Belle Arti dello Stato della Chiesa; nel 1815, dopo la caduta di Napoleone, viene mandato a Parigi per recuperare le opere d'arte “spogliate” da Napoleone e,  grazie al sostegno di Metternich, ne recupera circa 3.000. Nel 1822 la sua morte fu celebrata come un lutto nazionale commemorato in più luoghi. Gli si fecero due funerali: il primo nella terra natia, a Possagno, il secondo a Roma con grandissimo concorso di folla, presente il Senato dell’Urbe. 

Bellezza ideale serenatrice

Una vera e propria star che si era fatta dal nulla, aveva scalato i gradini sociali ed aveva pure avviato “la nascita della scultura moderna”. Non abbiamo spazio per parlarne ma egli aveva genialmente rivoluzionato il modo di far scultura passando dalla vecchia bottega artigianale a una complessa organizzazione del lavoro con non pochi collaboratori che lo svolgevano a tappe fino al suo intervento conclusivo. Non guardava a Michelangelo, si rifaceva invece direttamente al classicismo greco–ellenistico: non per copiarlo, bensì per idealizzarlo. Sognava davvero di dare corpo a quel concetto squisitamente neoclassico di bellezza ideale serenatrice (Foscolo) cui oggi noi guardiamo con molto più disincanto.  

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