Nando Snozzi in atelier
(Foto di Marco Beo Beltrametti)
Ticino7
30.04.2018 - 17:470
Aggiornamento 18:06

Nando Snozzi: delirio, destino e utopia

Un incorreggibile «enfant terrible» della pittura. Una storia di perseveranza, libertà e amore che il prossimo ottobre diventerà una mostra e uno spettacolo.

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Sarà che la barba e lo sguardo ricordano Orson Welles. Sarà che sulla porta del suo laboratorio sta scritto «Atelier Attila», nome che evoca – tutt’altro che involontariamente – barbare distruzioni (con facoltà di ricostruzione). Sarà anche che in mente tornano alcuni suoi dipinti: primissimi piani ossessivi e quasi mostruosi.

Fatto sta che incontrare Nando Snozzi per la prima volta può intimorire. Per fortuna è lui che rompe il ghiaccio: qualche parola sghemba, di uno più avvezzo a fare altro, tanto per avviare la conversazione. Ma intanto quella voce tradisce una gentilezza incondizionata, generosa.

Operaio dell’arte

Con la tuta da lavoro imbrattata di colori e un ginocchio in attesa di restauro, mi invita subito a dargli del tu e mi accompagna attraverso il suo vasto atelier. Resta il mistero un po’ inquietante di quei volti, di quelle scimmie e teste di re decapitate («questa si chiama Il sogno del contabile»). Intersezione senza troppi scrupoli fra espressionismo e art brut, declinata in tele che spaziano dal minuto al monumentale. Poi i cavalletti allineati in una stanza laterale: «Insegno pittura da 37 anni, e c’è gente che viene da più di 20. Si vede che non sono così terribile». Infine i tableaux che gli attori in scena indossano nel corso delle sue performance, e un pupazzo bianco su una sedia: «Questo è il mio nuovo amico. Devo ancora dipingerlo». L’occhio cade su una tela appesa in un angolo: c’è scritto «non ho abbastanza fantasia per disegnare la realtà».

E dire che Nando – classe 1951, l’anno in cui Picasso dipinse Massacro in Corea – non manca certo di abilità creativa. Dipinti, teatro, parole, insegnamento. A cavallo fra Arbedo e la Sardegna, terra dell’amata moglie Filomena, complice e psicologa, dove dice di trovare «le sue radici». E lo dice sapendo di provocare la retorica nativista di alcuni politicanti, tanto che aggiunge subito con una smorfia «ma cosa sono poi, le radici?».

D’altro canto Nando non cade neanche nell’errore opposto di tanti provinciali: quello di idolatrare tutto ciò che è metropolitano e globale. «Se c’è un’espressione che detesto, è “artista di respiro internazionale”». Perché il ritorno ad Arbedo dopo gli studi all’Accademia di Brera e all’università Paris VIII, Nando non lo vive come una rinuncia («e comunque respiro benissimo»). Può fare quello che vuole qui come altrove. «Ho avuto proposte per insegnare nelle scuole d’arte, ma le gerarchie istituzionali non mi piacciono. Quanto ai galleristi, ne ho avuti due in tutta la vita, uno a Zurigo (Joerg Stummer, persona di grandi visioni, morto troppo presto), e un altro a Berna. Avrò ben perso qualche treno, ma ne ho presi altri. La mia sicurezza è la precarietà: ci vivo dentro con la mia libertà, i miei dubbi e i miei ossimori».

Gli inizi

La storia del Nando artista, però, inizia prima. A Bienne, dov’era finito a fare il contabile (sua prima formazione) in una piccola ditta. «Una sera sono andato in una discoteca e avevo finito le sigarette, allora ho accostato un tizio fuori e gliene ho chiesta una. Ha sentito l’accento e mi ha detto subito “te sé ticinés?”. E mi ha passato uno spinello. Era un professore del Politecnico, uno che formava gli ingegneri. Mi ha invitato a casa sua ed era piena di colori: dipingeva per liberarsi dalla professione. Abbiamo passato la notte a bere grappa e fumare, e alla fine mi fa: “Ma tu perché fai il contabile? Non pensi che stai buttando via la tua vita?”. A quel punto ho visto la nuvoletta coi fulmini, hai presente nei fumetti? Il giorno dopo andando al lavoro mi sono scorticato apposta la mano buona su un muretto e gli ho detto che non potevo più lavorare. E ho iniziato a disegnare, io che nei temi di terza elementare scrivevo che l’unica cosa che non mi piaceva a scuola era il disegno».

Dice «la mano buona» perché il braccio sinistro è paralizzato dalla nascita, ma lui se lo porta dietro senza tante fisime: «L’ho accettato presto, i miei non me l’hanno mai fatto pesare. Mio padre mi ha insegnato a nuotare buttandomi nel fiume, e sono riuscito subito a stare a galla. Non ho mai accettato di percepire l’Assicurazione Invalidità, non voglio fare la vita di un malato». Ha fatto perfino lotta libera, da giovane, stendendo con la sua intelligenza tattica diversi boscaioli, «anche se negli ultimi anni la mia paura peggiore mi viene dall’idea di poter perdere anche l’altro braccio».

Tragedie e rinascite

Quanto ai genitori, la storia della pittura non gli è andata giù tanto bene: «Non l’hanno mai accettato». E non è una storia semplice, quella della famiglia Snozzi. «Mio padre era un gran lavoratore, ferroviere e gran bevitore. Lui e mia madre si subivano a vicenda. Il mio primo ricordo di lei è a Natale, quando piangeva davanti a una finestra appannata. Era una persona generosa, molto devota, sempre triste. Poi si è ammazzata gettandosi nel fiume». Nando aveva circa trent’anni, «ma per quattro anni non eravamo neanche sicuri, perché avevamo ritrovato solo una scarpa». Tanto che a quelli del paese che ci mettevano il naso in modo subdolo, rispondeva «non è mica morta: è scappata in Brasile con l’amante». Una risata quasi impercettibile, che ti dice che razza di forza sa tirare fuori, uno così. «Il corpo l’hanno trovato nel lago quattro anni dopo. Ma io non mi lascio trascinare dalla morte».

E neanche dalle altre difficoltà della vita – le sconfitte, le malattie di persone care, i lutti, «la devastazione del mondo...» – e di un mestiere col quale non si diventa certo ricchi, almeno se lo si prende come fa lui. «Ho sempre affrontato tutto di petto, facendo tesoro delle gioie e degli stupori condivisi con famigliari ed amici, insomma: regalate da ciò che ho seminato (forse)…». Si è mantenuto agli studi con tanti lavori: «D’estate facevo il guardiano in un campeggio da signori: una volta un ospite, mentre nuotavo, venne a fare il ganassa girandomi attorno col gommone a tutta velocità. Di notte glielo squarciai, insieme ad altri sette». (È gentile, ma farlo arrabbiare resta una pessima idea). Vivevo sul filo del rasoio: se cadevo da una parte finivo disadattato, se cadevo da quell’altra finivo cretino». Per fortuna c’è stato il Centro per le industrie artistiche (CSIA) di Lugano, direttore Pietro Salati, «che vedendo i miei lavori dopo un anno mi spedì subito a Brera».

Milano, 1973–1976

Una stanza in affitto in una casa di ringhiera. L’arte e la politica nei bar attorno all’accademia, gli amici jugoslavi, frequentazioni extraparlamentari e «anche tanti errori, anche se io mi sono sempre ribellato soprattutto con l’arte». E un’unica certezza, paradossale: «Continuare a dubitare». Poi Parigi, dal 1977 al 1981. «Vivevamo controcorrente, a pane e formaggio, e leggevamo libri “presi in prestito”. Volevamo un mondo libero, ma ci incastravamo in contraddizioni più forti delle nostre idee». Anche per tenere vive certe tendenze anarchiche: «L’anarchia di Sandokan e Tex Willer: quando faceva il capo indiano Aquila della Notte però, non quando faceva il ranger. Anche da bambino, quando si giocava agli indiani e ai cowboy, volevo sempre fare l’indiano».

Ecco: a parlare di anarchia mi aspettavo di sentir citare Bakunin, e mi spiazza con Tex Willer. Non è uno che ti fa pesare la sua cultura, Nando. E non si fa problemi a confessare che quando è in ansia, o ha paura, si rilassa «mettendo le cuffiette del computer per guardarmi una serie TV: adesso non mi chiedere i nomi perché non me li ricordo, ma mi piacciono i polizieschi, soprattutto quelli dove il protagonista è una donna». Ha studiato teoria del cinema e sarebbe bello riuscire a stanarlo su Wim Wenders o Alejandro Jodorowsky, che cita en passant, ma lui svicola: «Mi commuovo anche con le commedie romantiche». Perché è uno che si commuove, su questo non c’è dubbio. Lo vedo quando mi trovo talmente spiazzato che non so più come muovermi, e allora ricorro a un vecchio trucco: gli chiedo della sua gioia più grande: «Mia figlia Zaira!». E comincia a piangere di gioia.

Di scimmie ed elefanti

Il tempo vola e non abbiamo ancora parlato delle sue opere, anche se in realtà pareva che non avessimo fatto altro. Mi aggrappo con lo sguardo alla tela più vicina e gli chiedo di spiegarmi cosa rappresenta la scimmia alla finestra, che ha dipinto dietro a una donna con uno scorpione sul seno. Domanda scema: Nando non fa dipinti a tesi, grazie al cielo. Meritata, dunque, la risposta: «Niente: è una bestia che mi piace un casino, la scimmia. Ma mi piacciono anche gli elefanti, se è per quello». E i corpi umani, «quelli veri, quelli che ti immagini sotto ai vestiti della gente ai concerti, nei supermercati, in treno… non quelli degli attori e delle top model. Non siamo mica fatti così». Quanto al modo di comporre una tela, «io un quadro lo tiro fin quando lo sento. Parto da un’idea generale, ma poi ogni figura che dipingo mi dice cosa metterci dopo. È come se si costruisse quasi da sola. Alla fine viene sempre fuori qualcosa di diverso da quello che pensavo all’inizio, ma sento che dev’essere così. Non è una pittura sottomessa, neanche a me stesso». La sua posizione nel mondo dell’arte muove da una spinta espressionista-surreale, «dal quotidiano, dall’attenzione verso il mondo dell’arte “con respiro internazionale” (se la ride, ndr.)». È un modo di «salvarsi dalle brutture, quelle di tutti i giorni e quelle del potere».

Nascono così anche gli ultimi lavori, che ancora una volta scavalcano la mera pittura e si avventurano nella performance teatrale. D’altronde, «è sempre stato un po’ il mio sogno, quello di fare l’attore. Uno dei miei tanti sogni». E se ancora non recita, sono comunque trent’anni che fa teatro, andando in scena con la pittura come principale attrice. Da quando ha conosciuto Dominique Bourquin, del Theâtre pour le moment. Sono nate regie, scenografie, costumi, testi aperti all’improvvisazione. Un’arte ubriacante, che ultimamente si sta articolando in «ipotesi». Dopo quelle «per un delirio» e «per un destino», arriva quella «per un’utopia». Mentre è già in cantiere il quarto atto, «ipotesi per l’ultima spiaggia».

Sempre in equilibrio fra il Ticino e la Sardegna, fra la pittura e la recitazione, fra la paura e la speranza. Fra il vero e il falso, o meglio: «Fra la piccola bugia a buon fine, che è una forma di creatività, e la menzogna, che invece non mi sta bene. Poi coi ricordi di una vita è inevitabile che ci ricamo, e a volte non so più neanch’io se è la realtà oppure una finzione».

 

IPOTESI PER UN'UTOPIA

 «Lo spettacolo si svolgerà nello scenario dell’immaginazione. Una folle corsa palindroma sul percorso della mia memoria e delle mie esperienze, stravolte, reinventate, e l’incontro con diversi compagni di viaggio. Ironizzando con il linguaggio di chi vende eccellenza a sbafo, di chi ottimizza il rendimento e massimizza la produttività, mi esprimerò con la creatività e la fantasia invece di avvilirmi». Nando dipingerà una fiaba di 200 metri. L’azione scenica porterà in movimento idee, scenari e situazioni che sveleranno i paradossi dell’arte e della società contemporanea intersecando musica, testi e immagini con la pittura come fulcro centrale dell’azione. Lo spettacolo sarà colorato e oscuro, con musica, testi, persone e sculture leggere in movimento. «L’azione vedrà in scena: Zeno Gabaglio, Matteo Mengoni , due musicisti fatali; Ledwina Costantini e Attila il suo adolescente titanico; Patrizia Barbuiani, lettrice mobile; Nando Snozzi, pittore maggiordomo e regista. La Pittura: Gianni Hoffmann, braccio sinistro; Elio David, turista per caso; Claudio Tettamanti, lanciatore di graffiti in video; Antonio Gonario Pirisi, lo straniero in cerca di patria; due Sculture Sonore di Luca Marcionelli».

 La mostra - L’esposizione sarà visitabile dal 22 ottobre presso l’Atelier Attila di Bellinzona.
Lo spettacolo - Il 18 ottobre, Prologo  (Officine Ghidoni, Riazzino); La Prima, data da definire (Teatro Sociale, stagione 2018/’19, Bellinzona).

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