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17.10.2016 - 14:380
Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:11

Fra parole e immagini

Con il suo premiatissimo ‘Anime nere’ ha forse aperto una nuova via al cinema italiano. Ma alla base ci deve essere una storia.

C’è una scena, ripetuta, in ‘Anime nere’ di Francesco Munzi, in cui un gregge di capre avanza a fatica lungo una spiaggia. Potrebbe apparire come un dettaglio o una semplice scena di transizione, eppure in essa Gioacchino Criaco, autore del romanzo da cui il film è tratto, trova tutto il potenziale di condensazione drammatica del cinema: decine di pagine sulla migrazione del popolo dell’autore, calabrese, dalle montagne al mare dopo millenni, racchiusi in un’immagine. Proprio di questo, dei complessi rapporti fra due arti prossime quanto diverse, si è parlato sabato nella Biblioteca cantonale di Lugano, in un convegno proposto dall’International P.E.N.: ‘Dal libro al film. Segreti e meraviglie dell’incontro tra cinema e letteratura’. Fra gli ospiti, appunto, lo scrittore e il regista del film italiano rivelazione degli ultimi anni, premiato nel 2015 con 9 David di Donatello. Un progetto su cui Munzi ha dovuto sudare per anni.

Lei, romano, ha detto di non volersi presentare in Calabria come quello che ‘viene a fare un film e se ne va’. Come ha lavorato con la popolazione locale?
Abbiamo tentato di coinvolgere il territorio a vari livelli, volevamo capirlo. Ho cercato di interagire con più persone possibile, a partire dalla scrittura; abbiamo fatto prima un periodo di ricerca, quindi interviste e discussioni (a volte accese) sui personaggi. La popolazione è poi entrata anche nel film, nella scenografia, nella recitazione, nella ricerca dei luoghi e in altre piccole funzioni.

Se un buon adattamento è sempre un tradimento del libro, per coglierne la verità e tradurla in un altro linguaggio, c’è un confine invalicabile?
Nell’espressione artistica dev’esserci un’assoluta libertà. Ci sono film che seguono in maniera pedissequa il romanzo, altri ne mantengono solo uno spunto lontano. Il nostro compito non è quello del calligrafo, ma quello di fare un bel film: ogni opera non deve cercare la somiglianza, ma l’autonomia e la trasfigurazione. Quindi sì, si possono stravolgere anche i finali, se questo è più efficace e coerente con il mondo del regista».

Quale può essere il destino del cinema se il pubblico non va più in sala. Lei, cinefilo, che cosa non trova?
È un discorso molto complesso. Sicuramente siamo in un periodo di trasformazione, in cui al cinema si stanno sostituendo il web e la serialità televisiva. Per chi è amante della sala c’è un problema oggettivo; i cinema nelle province chiudono, resistono sono nelle grandi città. Detto questo, io noto spesso un atteggiamento troppo lamentoso e conservativo nei confronti del passato. È vero che ci sono dei problemi, però io non credo che vada colpevolizzato il pubblico perché non va più al cinema: forse sarebbe bene chiedersi perché e prendersi delle responsabilità. Credo che l’offerta cinematografica, per tante ragioni, sia diventata meno interessante, mentre si dovrebbero seguire di più le trasformazioni, cavalcarle piuttosto che frenarle».

Qual è il consiglio che dà ai suoi studenti?
È molto semplice: la storia. Sia per uno sceneggiatore che per un regista, la prima cosa è trovare una buona storia. Che poi assuma una forma cinematografica o seriale, non importa, ma la vera fondamentale difficoltà e il vero tesoro di questo lavoro sta lì; il resto spesso sono contorni che giustificano la mancanza della storia. Io invito sempre a fare quello che uno crede sia giusto, a seguire l’istinto. Io cerco la storia che vorrei vedere come spettatore. Spesso invece si pensa di più all’involucro che non al contenuto.

Anime nere’ l’ha portata anche negli Usa. Se è vero che si scrive bene ciò che si conosce, lei non è spaventato dal lavoro in una cultura diversa?
Ho fatto sempre film su mondi lontani dal mio, compresa la Calabria. La storia a cui stiamo lavorando è ambientata all’interno di una comunità straniera in America, e forse per questo posso dominarla.

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