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Culture
29.03.2016 - 07:480
Aggiornamento : 11.12.2017 - 18:15

Tv vecchia e senza frontiere - di Giorgio Simonelli

Sembra incredibile, ma il programma più citato nei discorsi sulla televisione in queste settimane è Giochi senza frontiere. Qualcuno ricorda quel vecchio, caro “game show”, cominciato quando ancora non si definiva così questo tipo di intrattenimento nel lontano 1965? Era nata quella gara tra piccole città d’Europa, che si sfidavano in prove di cultura e di abilità, proprio per sviluppare il senso di cittadinanza europeo, seguendo un’indicazione che alcuni fanno risalire nientemeno che al generale De Gaulle. Chiunque ne sia stato l’ispiratore è certo che il programma fu un grande successo: sia come progetto di coproduzione tra le varie reti pubbliche europee in cui si inserirono nel corso degli anni sempre nuovi Paesi, sia come appuntamento fisso dell’offerta televisiva, un rito giocoso, una festa popolare in grado di creare figure divistiche tra i conduttori e gli arbitri. Tutti ricordiamo i mitici Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri, ovviamente svizzeri per dovere di neutralità. La festa durò diversi lustri, rinvigorita negli anni 80 dagli sviluppi del processo di unificazione europea, per poi esaurirsi nel decennio successivo di fronte ai nuovi modelli culturali neotelevisivi. Dall’Europa alle chiacchiere Se oggi si riparla di Giochi senza frontiere non è perché qualcuno abbia annunciato per l’ennesima volta l’intenzione un po’ velleitaria di riproporlo, né per uno dei tanti rigurgiti di nostalgia che affiorano nei discorsi sulla tv. Il fatto è che alcuni addetti ai lavori – critici televisivi italiani, autori – hanno rinvenuto tracce di Giochi senza frontiere all’interno di due programmi riapparsi nei palinsesti delle reti Mediaset tra lo stupore di molti e l’incomprensibile favore di moltissimi altri (share superiore al 20%). Si tratta ovviamente di Ciao Darwin e di L’isola dei famosi. Il legame tra questi programmi si può trovare nelle prove che devono affrontare i concorrenti, nella loro originalità, nell’inconsuetudine, di fronte alla quale non si può fare a meno di notare la fantasia degli autori, una creatività che sconfina spesso nella bizzarria e che riesce a suscitare negli spettatori una certa sorpresa, un pizzico di meraviglia se non di vera e propria ammirazione per il lavoro autorale. Ma al di là di questo tratto di stravaganza, non c’è molto altro in comune. Anzi c’è una macroscopica, esemplare differenza proprio nel senso e nel valore di queste prove.

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