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Alex Naef e sua moglie Almute nella scuola a Peccia
Culture
19.10.2015 - 10:300

Nella nostra Carrara

Una mucca rumina placida nel prato accanto alla strada, il cling clong del suo campanaccio rompe il silenzio della valle. Proprio qui, accanto alla Maggia che scorre a scatti e cadute, dovrebbero scintillare al sole i cristalli del marmo di Peccia del Centro internazionale di scultura (Cis). Immaginare oggi quello scoppio di bianco, mentre una mucca sola e verosimilmente serena ti rivolge un’occhiata imperturbabile, appare come un esercizio straniante. Eppure, 15 anni dopo il primo progetto, presto qui il Cis potrebbe diventare realtà. Per questo sono andato a trovare Alex Naef, il suo ideatore, nonché direttore della Scuola di cultura di Peccia. Naef è un direttore in camicia a quadri, visioni da sognatore e mani da spaccapietre. Mi accoglie fra gli allievi della scuola, in questi giorni c’è pure un ragazzo libanese. Ogni anno da aprile a ottobre a decine salgono in Lavizzara, dai principianti ai più esperti. Qui non cercano una formazione accademica, ma corsi specifici di poche settimane. A Peccia Naef ci è arrivato nel 1985, rispondendo all’invito di un amico: «Peccia era già un centro per gli scultori, in tanti sono venuti qui a scegliere i materiali o a lavorare le proprie opere. Era come la piccola Carrara della Svizzera ed è rimasto fino ad oggi un punto di riferimento per la scultura». Nato vicino a Rapperswil in una famiglia di scultori da tre generazioni, Naef ha fatto l’apprendistato di scultura a bottega, per poi studiare a Brema pedagogia dell’arte. Stava ancora finendo i suoi studi quando è arrivato a Peccia, per poi prendere in mano la scuola nel 1987: «Tutto è iniziato in modo molto piccolo, semplice, nel vecchio deposito della Cristallina in paese». Dell’azienda che per decenni ha estratto il marmo a Peccia c’è la vecchia gru, «un’antichità nuova» revisionata e ancora funzionante. La scuola a quei tempi prevedeva due o tre settimane di corsi all’anno, oggi è arrivata a 43. Naef con un certo orgoglio ci mostra l’atelier, le postazioni di lavoro e l’attrezzatura, gli alloggi per allievi e insegnanti, la fila di bagni in comune (pure loro in marmo). Qui fino all’inizio degli anni 90 c’erano solo pietre su pietre, cadute giù dalla montagna secoli prima in una frana che ancora si evoca come un fantasma. Oggi la montagna resta instabile, per questo motivo il Cantone ha imposto che si cercasse un altro terreno per costruire il Cis. Lo si è trovato all’ingresso del nucleo, dove oggi una mucca rumina ignara dei progetti degli uomini. Laggiù, se e quando il Cis verrà edificato, si ospiteranno gli artisti in residenza e si organizzeranno le mostre, mentre la scuola continuerà ad operare dove si trova oggi, appena al di là del fiume, lungo la strada che porta al Piano. Finché la montagna tiene; secoli o pochi giorni, che il tempo qui è ancora amministrato da qualcosa di più grande e imprevedibile.

L’idea originaria del Cis risale a quegli anni, 1989-90, quando, ci dice il direttore, «a pala e picco» (e tracs) venne liberato il terreno su cui si è sviluppata la scuola di scultura. Un concorso con gli studenti di architettura di Winterthur prevedeva appunto di combinare gli spazi della scuola con degli atelier per artisti. È stato quello il momento in cui Naef si è radicato qui: «Peccia è qualcosa di particolare, è un posto magnifico, unico. È anche uno spazio di riflessione, di ispirazione, di libertà; libertà di creare delle cose, perché è voluto che qualcosa succeda in una zona periferica». Una passeggiata fra i vicoli del paese, dove sono sparse le sculture della mostra organizzata fino al 25 ottobre dalla scuola (alcune molto belle), sembra confermarlo: «Fin dall’inizio la popolazione è stata molto gentile con noi, noi stranieri; poco dopo è venuto il Cantone e ha chiesto di poter sostenere questa iniziativa». Nel 1999 è stata la volta di Vallemaggia Pietra Viva, alla quale è stato presentato il primo piano per il Cis; nel 2011 il voto del credito di 5 milioni da parte del Gran Consiglio. La tabella di marcia prevista dal Messaggio ai deputati, invero ottimistica, prevedeva di ultimare la raccolta fondi e avviare i lavori di costruzione nel 2014. Ora, dopo la costituzione di una Fondazione internazionale per la scultura e di un Comitato di sostegno (capeggiato da Flavio Cotti, motivato a fare alla sua Lavizzara quello che considera un regalo), e il voto della variante di piano regolatore per rendere edificabile il terreno in cui dovrebbe sorgere il Cis, a fine anno scadrà il termine ultimo fissato dal Cantone per reperire gli altri 5 milioni preventivati. Ne mancano ancora due (a cui andrebbe aggiunto il capitale per i primi anni di attività, i cui costi nel 2011 erano stati stimati in un milione all’anno) ma Naef è fiducioso; dopo i Comuni della Valmaggia, aggiunge sua moglie Almute, la mente operativa della scuola e del Cis, è importante rendere partecipi del progetto anche quelli del Locarnese. Ma soprattutto ci sono già dei contatti avviati con degli sponsor importanti sui quali Naef non vuole sbilanciarsi. Di certo, però, «siamo ottimisti». Infatti, per essere «sempre à jour», tre anni fa ha completato anche un master in gestione culturale. Nella raccolta dei fondi necessari, spiega Naef, il Ticino è già in prima fila, in particolare grazie al Comune di Lavizzara e a quelli della Valmaggia. Allargare questo sostegno per lui avrebbe un senso: «La regione deve approfittare al 100 per 100 di questo Centro, non deve essere solo per vip che vengono da fuori: il Centro deve servire alle associazioni del territorio». Ma se Peccia già è la «piccola Carrara della Svizzera», che cosa cambierebbe in concreto con il Cis? Naef: «Il Centro sarebbe una cosa unica al mondo, sarebbe dotato dell’attrezzatura per la lavorazione di diversi materiali naturali; sasso, legno, metallo, bronzo, terra cotta… Si creerebbero dei posti di lavoro, con la Fondazione e con il Centro, e si potrebbe attirare qui un movimento di persone dieci volte superiore a quello attuale. Il pubblico potrà venire a vedere le mostre nello spazio espositivo, ma anche in paese, oppure vedere una scultura di un grande artista a Fusio o a Brontallo o al Piano di Peccia; potremmo allargare questo spazio». Il direttore guarda già avanti, a come fare di tutta questa valle un luogo della scultura capace di dialogare con il mondo e di portare il mondo quassù. Come detto, il credito cantonale al Cis è stato votato dal Gran Consiglio ad ampia maggioranza, ma non dalla Lega. Ecco, se uno dei consiglieri di Stato leghisti venisse qui, come gli spiegherebbe Naef il possibile ritorno di questo progetto per questa regione? «Con l’attenzione mondiale che porterebbe a questo territorio, con il Cis riusciremmo ad attirare qui persone di spicco. Sarebbe utile per la Lavizzara e la Valmaggia, ma anche per tutto il Ticino; sarebbe un nuovo polo culturale, una cosa molto forte, come l’architettura a Mendrisio. Una volta in moto, creerebbe nuove possibilità». Ad esempio? «Riprendere la lavorazione del marmo, oppure creare qui il satellite di un’accademia. Qui c’è già tanto, la chiesa di Mogno, la cava, la fabbrica, con il Cis il turista potrebbe entrare e vedere davvero che cosa succede nel lavoro con il marmo».

7 atelier per 7 artisti

In effetti, il cuore del Cis, al di là dello spazio espositivo, sarebbero i sette atelier in cui ospitare ogni anno dalla primavera all’autunno sette artisti da tutto il mondo, con la supervisione di un maestro della scultura; per fare di Peccia un luogo di incontro, di dialogo e di scoperta, anche per il pubblico, che potrebbe accedere agli spazi condivisi dagli artisti, scoprendo appunto il loro lavoro. Dal 1990 ad oggi, quali sono state le difficoltà da superare per arrivare a questo progetto concreto? «Prima erano solo sogni, visioni. Nei primi tempi la scuola di scultura era piccola, ci siamo dovuti concentrare sul suo sviluppo». A proposito, il Cis non sarebbe il pretesto giusto per trasformarla in una vera accademia della scultura? Naef e sua moglie lo escludono: «La scuola deve restare com’è adesso, accessibile a tutti, non vogliamo buttare via tutto quanto è stato fatto in questi trent’anni. Se vogliamo una scuola per studenti, dobbiamo farne una nuova, a parte; un’altra struttura, un altro concetto, un’altra organizzazione». E anche su questa ipotesi il direttore avrebbe delle idee: «Ad esempio un satellite di Mendrisio, per cui gli studenti potrebbero fare qui alcuni moduli, vivendo qui per delle settimane, ma si potrebbe fare con qualsiasi università al mondo». Il Cis non c’è ancora ma, più lo guarda, più Naef vede delle «possibilità per andare ancora oltre»: per lui, si tratta solo di fare il primo passo. Del resto, di studenti qui ne sono sempre venuti, l’anno prossimo arriveranno per un periodo quelli dell’Università di Regensburg, nel 2017 si è già annunciata quella di Norimberga. Dunque? «Si farà, certo, è un obbligo».

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