Corsivi

Ieri, 08:302017-06-28 08:30:59
Serse Forni @laRegione

Navigazione Lago Maggiore, dopo anni di bonaccia ora... avanti tutta

Licenziamenti e sciopero in piena stagione turistica, quando il Lago Maggiore dovrebbe poter svolgere la sua funzione di calamita regionale. E...

Licenziamenti e sciopero in piena stagione turistica, quando il Lago Maggiore dovrebbe poter svolgere la sua funzione di calamita regionale. E le soluzioni sono ancora lontane parecchie miglia nautiche. In queste giornate convulse gli operatori turistici del Locarnese si mettono le mani nei capelli (le Isole di Brissago sono isolate!), mentre gli impiegati svizzeri della Navigazione (Nlm) lottano per conservare il posto di lavoro. I politici nostrani danno l’impressione di cadere dalle nuvole e non sono in grado di fornire rassicurazioni o di far chiarezza.

La società con sede ad Arona – stando agli accordi siglati tra Roma e Berna – dovrà comunque garantire un minimo di trasporto pubblico anche nel 2018. Ma un minimo non basta; il Locarnese da anni (da anni!) porta avanti richieste di un miglioramento del servizio per sviluppare le vie d’acqua su quel lago che è la sua maggiore risorsa turistica. Anni durante i quali le idee, i progetti e le proposte si sono moltiplicati. Ora, però, l’impressione è che nessuno (né Roma, né Berna) ne abbia tenuto davvero conto. Anzi. Vista da fuori la situazione è preoccupante. L’unica soluzione all’orizzonte – peraltro ancora da concretizzare – è la creazione di un Consorzio tra Nlm e Società di navigazione Lago di Lugano. Cosa porterà, non è dato sapere: verosimilmente non un miglioramento delle condizioni di lavoro per gli attuali dipendenti del bacino svizzero del Verbano, per i quali non c’è neppure una garanzia di ri-assunzione. Con la gestione da parte italiana che si chiama fuori per evitare di accumulare nuovi debiti (il servizio sul bacino svizzero genera buchi milionari) e a causa della prospettiva di vedere attribuite a privati le linee redditizie, il futuro appare incerto. Lo sciopero in corso, oltre a difendere i diritti di chi potrebbe ritrovarsi a spasso, sta avendo un altro effetto: risvegliare l’intera regione e il governo ticinese, rendendo tutti attenti sull’urgenza di trovare la via d’uscita.

Stupisce che qualcuno ancora si stupisca per quanto sta accadendo. La direzione di Arona si attendeva lo sciopero, ma non così presto; i consiglieri di Stato Manuele Bertoli e Claudio Zali, forse presi in contropiede, si sono affrettati ad incontrare chi ha incrociato le braccia, ma senza promettere nulla. In verità è da anni che si parla del problema, che gruppi di lavoro ad hoc ne discutono, che i parlamentari federali sollecitano risposte a Berna e che i vertici del turismo chiedono soluzioni. Anni in cui chi doveva agire ha fatto poco, galleggiando nella bonaccia. L’attesa non può durare oltre: adesso bisogna mettere i motori “avanti tutta” e spingere su progetti concreti (pubblico-privato?) che assicurino gli impieghi e che portino a un miglioramento del servizio. Il fatto che i bilanci sul bacino elvetico siano in rosso non deve intimorire. Oltre la questione economica, c’è quella legata all’immagine del lago. Il coraggio di osare, ad esempio sostituendo i vetusti battelli Nlm con imbarcazioni più ecologiche, gestite secondo un concetto di mobilità più moderno, potrebbe ripagare gli sforzi, ridando impulsi a uno specchio d’acqua che ha perso terreno. Magari, vista la posta in gioco, facendo ricorso anche a qualche fondo per il turismo.

Ieri, 05:402017-06-28 05:40:59
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

27.6.2017, 09:002017-06-27 09:00:00
Erminio Ferrari @laRegione

Mezzi vivi Mezzi morti

C’è un certo tasso di futilità nei commenti seguiti al secondo turno delle elezioni amministrative in Italia. La pretesa resurrezione delle destra a spese del Pd ha cioè lo stesso valore, in...

C’è un certo tasso di futilità nei commenti seguiti al secondo turno delle elezioni amministrative in Italia. La pretesa resurrezione delle destra a spese del Pd ha cioè lo stesso valore, in termini analitici, della morte dei Cinque Stelle, decretata due settimane fa: scarso.

Del Pd (sconfitto in roccaforti storiche e incredibilmente vincitore in città di tradizione destrorsa) ha detto bene Ilvo Diamanti: è sempre meno un partito.
Al di là delle pur cocenti sconfitte in luoghi eccezionalmente simbolici come Genova (in una regione comunque già in mano alla destra) o Sesto San Giovanni  – il cui caso parla tuttavia più del disfacimento di un tessuto sociale una volta chiamato classe operaia, che dell’inutilità del Pd – al di là di questo, il problema del partito al governo è che ha abbandonato nei deserti astiosi dell’astensione non solo gli elettori, ma gli stessi militanti. E in un deserto, agli assetati di senso anche il bicchiere d’acqua della destra sembra vasto come un lago.

Ne deriva che se a tutti i costi si vogliono proiettare su scala nazionale i risultati di questo turno elettorale, la sola conclusione che se ne può trarre è che tre minoranze si disputano un primato di ben dubbia sostanza. E che verrà comunque assegnato con una legge elettorale ben diversa, una forma di proporzionale che distribuirà seggi a molte più formazioni.

Delle tre minoranze, una, il Movimento 5Stelle, è stata drasticamente ridimensionata già al primo turno, confermando il suo scarso radicamento sul territorio; e ha subìto al ballottaggio lo schiaffo del Pizzarotti riconfermato a Parma a dispetto dell’anatema scagliatogli contro da Grillo & C.

La seconda è una destra bicefala (a meno di credere nello spessore dell’aspirante terzo pilastro Meloni) che non farà un passo in più, stante l’incompatibilità tra Berlusconi e Salvini. La raccontino come vogliono, ma l’appeal del Cavaliere che dà bacetti a un cagnolino è la triste caricatura di quello di vent’anni fa; mentre l’europarlamentare-fantasma-padano non vale Bossi, subisce la concorrenza dei 5Stelle, e non ha chance di sopravvivenza politica se non come candidato presidente del Consiglio. Il suo profilo non gli consente cioè di subordinarsi a Berlusconi, come Berlusconi non può essere secondo a nessuno. In senso generale, oggi questa destra beneficia del disgusto diffuso verso chi è al potere, e per combinazione oggi vi si trova il Pd. Tutto qui.

Alla terza minoranza, il Pd appunto, abbiamo già accennato. Ma vale la pena ripetere che la crisi politica, di senso dell’esistenza quasi, del Pd non la si scopre oggi. Una crisi che in parte è figlia di un contesto peculiare: l’Italia resta un paese di destra, e la vacuità ambiziosa di un Renzi, opposta all’ambizione tignosa di un D’Alema hanno avuto l’involontario merito di rivelare l’infondatezza di un partito come il Pd. Per un altro verso, tale crisi è lo specchio del disfacimento delle sinistre “di governo” su scala europea, tanto che risulta imbarazzante usare il termine “sinistra” per riferirsi a chi oggi occupa tale ruolo. La loro non è una crisi determinata dalla sconfitta elettorale (del tutto plausibile in democrazia), ma di orizzonte, di proposta politica. Ed una crisi che trascina con sé quelle frantumaglie di sinistra-più-a-sinistra specializzate nel bruciare le figure pur degne che episodicamente assumono il rischio di provare a strutturarle.

Non è morto nessuno, insomma: sono tutti mezzi vivi, in una politica mezza morta.

27.6.2017, 08:302017-06-27 08:30:38
Andrea Manna @laRegione

Argo, ritrattazione da chiarire

Sulla ritrattazione di Renato Scheurer, capo dell’Ussi, l’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento, occorre che la commissione parlamentare della Gestione faccia chiarezza al più...

Sulla ritrattazione di Renato Scheurer, capo dell’Ussi, l’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento, occorre che la commissione parlamentare della Gestione faccia chiarezza al più presto. Per evitare che altre ombre si allunghino sulla storia grottesca – certamente inammissibile per un’Amministrazione cantonale che vuole essere ‘efficace ed efficiente’, per usare due aggettivi tanto di moda – del mandato milionario alla Argo 1, la ditta alla quale il Dss, il Dipartimento sanità e socialità, da cui l’Ussi dipende, ha affidato tra il 2014 e il gennaio di quest’anno il compito di sorvegliare alcuni centri d’accoglienza per richiedenti l’asilo.

C’è una domanda di fondo che crediamo si ponga anche il cittadino contribuente e che urge di una risposta, considerato oltretutto che il pagamento di quasi 3,4 milioni di franchi (soldi pubblici) per le prestazioni dell’agenzia (privata) di sicurezza è avvenuto, come appurato dal Controllo cantonale delle finanze, senza la relativa risoluzione del Consiglio di Stato e nel non rispetto della legge sulle commesse pubbliche. Il quesito è il seguente: perché Scheurer ha avvertito il bisogno di correggere il tiro non all’indomani della sua deposizione davanti alla Vigilanza, la sottocommissione della Gestione incaricata di fare luce (politicamente) sul mandato alla Argo 1, bensì una ventina di giorni dopo e a sei dall’audizione del titolare del Dss Paolo Beltraminelli? Il 23 maggio il responsabile dell’Ussi ha dichiarato di essere stato consapevole dal 2015, e con lui l’allora capo della Divisione dell’azione sociale e delle famiglie Claudio Blotti, suo diretto superiore, dell’assenza della risoluzione governativa necessaria a legittimare l’incarico alla ditta. Sentito una settimana prima, Blotti aveva sostenuto il contrario: non ci si era accorti di nulla. Il 12 giugno – con una mail indirizzata al coordinatore della Vigilanza, il capogruppo del Plr Alex Farinelli, e spuntata solo nel tardo pomeriggio di martedì scorso – Scheurer ha fatto marcia indietro, precisando di non aver mai suggerito a Blotti di redigere una risoluzione governativa per sistemare amministrativamente l’attribuzione del mandato, “non essendomene io stesso reso conto”. Non aveva capito cosa gli stesse chiedendo la sottocommissione? La domanda della Vigilanza era però puntuale. E allora come mai questo dietrofront a scoppio ritardato? È un aspetto che la Gestione dovrebbe cercare di chiarire rapidamente, anche per non lasciare spazio a dubbi e sospetti. Peraltro, e detto in generale, ciò che non è penalmente rilevante, potrebbe esserlo sul piano politico.

Certo, se Farinelli avesse informato subito i colleghi deputati della sottocommissione e della commissione del contenuto della mail speditagli da Scheurer, la Gestione avrebbe potuto fare gli opportuni approfondimenti prima di “condividere” e trasmettere il rapporto della Vigilanza sull’affaire Argo 1 al Consiglio di Stato per una presa di posizione. E forse, saputo, ancorché tardivamente, della ritrattazione, avrebbe dovuto rimandare l’invio del documento al governo. Farinelli ha sbagliato e lo ha riconosciuto: del resto come si può ritenere comunicazione privata una mail di quel tenore? Ed è sul contenuto della mail che, ripetiamo, occorre ora fare chiarezza.

Operazione più che mai indispensabile. La pubblicazione sui giornali dei verbali delle audizioni svolte dalla Vigilanza sta alimentando soprattutto confusione. Ed è l’ulteriore dimostrazione della scarsa serietà del Gran Consiglio quando nell’esercitare l’alta vigilanza veste i panni dell’inquirente: in redazione le carte riservate non piovono dal cielo.

Stamane la Gestione tornerà sul mandato ad Argo 1. Lasciamoci stupire.

27.6.2017, 05:402017-06-27 05:40:56
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

26.6.2017, 11:052017-06-26 11:05:53
Matteo Caratti @laRegione

Il cuore di un ministro e il buco della chiave

La notizia dei problemi famigliari in casa Burkhalter era nell’aria, dopo che il ministro neocastellano aveva detto di voler lasciare il Consiglio federale per ragioni...

La notizia dei problemi famigliari in casa Burkhalter era nell’aria, dopo che il ministro neocastellano aveva detto di voler lasciare il Consiglio federale per ragioni di natura personale e familiare. Ragioni di cuore, aveva detto. Era nell’aria, ma non era stata esplicitata oltre.

I più si erano accontentati di quella motivazione di certo insolita, ma più che legittima – ci mancherebbe altro – visto che anche un consigliere federale è un uomo in carne e ossa come tutti noi.
È però passato qualche giorno ed ecco che i domenicali, uno in particolare, hanno voluto mettere il dito direttamente nella piaga. Hanno così raccontato al Paese che uno dei tre figli del ministro partente è in cura per esaurimento e che la questione sta pesando parecchio anche sulla madre e moglie.

Pertanto, ecco spiegate e allo stesso tempo spiattellate urbi et orbi, le ragioni familiari. C’è forse qualcosa di particolare nel fatto che un politico di carriera a un certo punto preferisca privilegiare gli affetti e il fatto di poter stare accanto ai propri cari in un momento difficile? Forse sì e forse no. Qualcuno dirà che in fondo di strada politica Burkhalter ne ha comunque fatta già parecchia arrivando alla presidenza del Consiglio federale e dell’Osce, e quindi, lasciare la poltrona in questo momento non è poi così eccezionale. Altri riterranno invece che il gesto è comunque importante perché dimostra – e non dimentichiamo che questo è un tratto molto importante del nostro Paese – come anche nelle alte sfere in Svizzera siedano spesso politici più a misura d’uomo e non abbiano paura di mostrarlo. Quante volte ci si è infatti stupiti perché un consigliere federale prende il tram per recarsi al lavoro, come tutti i comuni mortali? Quante volte abbiamo sottolineato che in altri stati, fra privilegi e auto blu, il divario fra chi sta nella stanza dei bottoni e la base non fa che aumentare?

Bene, a casa nostra non è così e continuiamo a andarne fieri. Ma è giusto che i fogli domenicali mettano in piazza i dettagli delle ragioni tanto private di una scelta? Che un figlio e una moglie stiano soffrendo fa parte della sfera intima, super-privata, di una persona. Sfera che va salvaguardata, a protezione di chi non è personaggio pubblico (il figlio che è malato) e che si trova quindi in una posizione da tutelare. Che ci siano fughe avanti di questo genere, che dei media spiino dal buco della chiave, non è invece cosa di cui andare troppo

26.6.2017, 08:302017-06-26 08:30:27
Roberto Antonini

No all'espulsione della famiglia siriana: “Una crepa nell’indifferenza”

Ci sono voluti i ragazzi della classe IV C del Liceo di Lugano 1 per increspare le acque dell’indifferenza. In un sabato sudaticcio...

Ci sono voluti i ragazzi della classe IV C del Liceo di Lugano 1 per increspare le acque dell’indifferenza. In un sabato sudaticcio d’inizio estate, in piena cerimonia di consegna dei diplomi al Palazzo dei Congressi, nella fanfara di discorsi di rito, di assegnazione di premi, di canapè e bicchieri di prosecco, hanno incuneato una raccolta di firme e una lettera indirizzata al presidente del Consiglio di Stato Manuele Bertoli.
Quattro pagine fitte fitte, corredate da una solida documentazione, per chiedere all’esecutivo cantonale di intervenire a favore dei Gemmo, una famiglia di richiedenti asilo curdo-siriani  (vedi articolo pubblicato ieri).

La sentenza del Tribunale amministrativo federale che conferma la decisione della Segreteria di Stato della migrazione (Sem) non lascia loro in pratica alcuna speranza di rimanere nel Centro Barzaghi gestito dalla Croce Rossa a Paradiso.
Dopo un anno in Ticino, due ragazzi ora maggiorenni si sono visti intimare l’ordine di lasciare il nostro territorio e di partire alla volta della Grecia (dove al loro arrivo dalla Turchia ai sette membri della famiglia sono state prese le impronte digitali decretando in tal modo – in base alle direttive di Dublino – che è lì che devono attendere l’espletazione della domanda di asilo), mentre per i tre fratelli minorenni e i due genitori il decreto di espulsione è provvisoriamente sospeso.

Rapporti di Amnesty International e del Greek Council for Refugees avvalorano la tesi dei liceali: le condizioni di accoglienza dei profughi in Grecia, paese colpito da una profonda crisi economica, non sono conformi al diritto e alla dignità delle persone.
In una lettera accompagnatoria inviata anche alla Commissione delle petizioni del Gran Consiglio (per tentare di ostacolare ulteriormente l’allontanamento) sottoscritta da alcune personalità ticinesi, si sostiene che la richiesta di revoca dell’espulsione formulata dalla IV C di Lugano, trova fondamento giuridico nella Costituzione federale (articoli 12 e 25 capoverso 3) in quanto i giovani espulsi rischiano di essere sottoposti a un trattamento disumano.

Dal profilo giuridico l’ultima parola spetta alla Segreteria della migrazione e non al Consiglio di Stato; l’obiettivo a brevissimo termine è dunque sospensivo.
Quello dei Gemmo è un dramma umano fra i tanti (per loro quattro anni di peregrinazione fuori dal loro paese nella speranza di trovare un po’ di stabilità e sicurezza, un padre accasciato nell’insostenibilità di una vita di stress, ricoverato a Mendrisio).

A far notizia oggi è dunque altro: un gruppo di ragazzi allergici a un mondo che accetta la sofferenza si mobilita: nei pomeriggi liberi dell’anno scolastico avevano pensato di andare ad aiutare i loro coetanei del centro asilanti: sono persone “squisite” scrivono nella lettera i liceali, stigmatizzando una situazione “tremendamente ingiusta”. I richiedenti asilo che hanno conosciuto non si riducono a numeri e statistiche. Hanno legato, si sono affezionati, hanno imparato ad apprezzarli, non vogliono che ripartano nella “no mans land” dell’incertezza e delle angosce.

L’iniziativa di questi giovani è un atto di sedizione contro l’indifferenza, da cui traspare una forte empatia per chi porta impresso il marchio dei vinti: un gesto dall’indubbio valore umano, in grande contrasto con quella pilatesca lavata di mani nel lavacro del nostro benessere e della nostra tranquillità, nel quale rischiano di affogare quegli stessi valori di civiltà che pretendiamo di difendere.

26.6.2017, 05:402017-06-26 05:40:09
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

24.6.2017, 08:352017-06-24 08:35:00
Luca Berti @laRegione

Il nostro ‘cuore’ per curare il globo

C’è Domaske che ha inventato i vestiti fatti di latte per aiutare il papà malato di leucemia. C’è Ladislav che ha convertito la sua azienda per creare un’auto che si guida...

C’è Domaske che ha inventato i vestiti fatti di latte per aiutare il papà malato di leucemia. C’è Ladislav che ha convertito la sua azienda per creare un’auto che si guida da una sedia a rotelle. C’è Michael che ha trasformato una vacanza in Grecia in un aiuto pluriennale ai migranti abbandonati a loro stessi. C’è Evguenia che ricalca con tatuaggi i segni delle percosse subite da compagne, figlie e mogli.
Basta una persona e un’idea per cambiare in meglio un pezzetto di mondo. E basta scoprire questa persona per avere una storia incredibile da raccontare, in grado di ispirare altri a fare lo stesso.

È questa l’essenza del progetto ‘Impact Journalism Day’ che oggi presentiamo in concomitanza (e in ‘combutta’) con altre 50 testate leader di tutto il mondo. Lo stimolo è venuto dalla Francia – per quanto ci riguarda nel 2013 – dopo la prima edizione del progetto. Siamo stati coinvolti da Sparknews e dal suo fondatore Christian De Boisredon, per rappresentare tutta la Svizzera italofona. L’idea ci è piaciuta nella sua essenza ed essenziale semplicità; così negli ultimi tre anni abbiamo pubblicato decine di storie di persone e aziende che hanno cambiato il mondo o lo stanno facendo. Lo facciamo per la quarta volta oggi perché siamo tutt’ora convinti che tra eventi tragici e cronaca nera ci sia spazio per presentare anche storie belle e capaci di ispirare. Non si tratta di fare i buonisti o di abdicare al ruolo di giornali (ovvero mettere in evidenza i problemi, raccontare la realtà e tenere d’occhio il potere), ma di ricordarci che nel panorama della vita quotidiana esiste anche chi si batte, con successo, per far cambiare le cose. E che anche questo è degno di essere raccontato.

Oggi, dopo un processo durato diversi mesi, assieme a tutti i partecipanti all’iniziativa pubblichiamo un supplemento speciale presentando alcune delle storie raccolte dagli altri giornali. Grazie al coinvolgimento internazionale costruito in anni di duro lavoro da Christian De Boisredon e dal team di Sparknews, possiamo proporvi articoli da tutto il mondo. E così possono fare le altre 50 testate partecipanti, garantendo ai progetti oggetto dei pezzi un pubblico potenziale di 120 milioni di persone. La speranza è che tra loro – tra di voi – ci sia anche chi, oltre a un ottimo spunto di lettura, possa trarre dagli articoli idee per soluzioni simili da proporre in altre parti del mondo. Perché lo scopo dell’Impact Journalism Day è anche questo: accendere una scintilla in altre menti, in altri luoghi, per contribuire a ‘guarire’ il mondo.

Il nostro inserto lo trovate nel cuore del primo quaderno del giornale. Abbiamo selezionato per voi 12 storie che troviamo particolarmente significative e ispiranti: dai vestiti fatti di latte alle magliette che vengono riciclate come biocarburante, dall’inchiostro ricavato dalle particelle ultrasottili delle auto al gatto che ti insegna a risparmiare energia. Altri articoli li trovate sul nostro sito (www.laregione.ch/ijd) oppure direttamente sul sito dell’iniziativa (www.impactjournalismday.com). Durante l’anno, poi, continueremo a pubblicare in maniera periodica altre di queste storie, rinnovando così il nostro impegno per tentare di cambiare il mondo.

24.6.2017, 05:402017-06-24 05:40:44
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

23.6.2017, 08:452017-06-23 08:45:59
Claudio Lo Russo @laRegione

I Sinplus a JazzAscona?

Si è aperto ieri sera JazzAscona con un’altra benefica scarica di energia “made in New Orleans”. Ma il festival non è solo questo, da tempo ormai i suoi confini sonori si sono ampliati ben oltre...

Si è aperto ieri sera JazzAscona con un’altra benefica scarica di energia “made in New Orleans”. Ma il festival non è solo questo, da tempo ormai i suoi confini sonori si sono ampliati ben oltre la Louisiana e il jazz cosiddetto classico. Negli anni si sono potuti vedere e ascoltare sul lungolago sempre più artisti bianchi, europei, comunque non direttamente legati alla scena di New Orleans; artisti che con il loro bagaglio di molteplici esperienze musicali hanno ampliato lo spettro di stili, sfumature e possibili contaminazioni che fanno anche del jazz un genere vivo, in movimento.

Ci si è spinti anche piuttosto lontano dal territorio di riferimento (Ornella Vanoni, per fare un esempio), si è sondato ciò che di giovane, maturato nel grande ventre del jazz, può arrivare anche al grande pubblico (un anno fa, il bellissimo concerto di Raphael Gualazzi). Si è provato a far coesistere la coerenza di fondo di un festival di genere con l’esigenza di rinnovare e allargare il suo pubblico, guadagnando in visibilità mediatica, a livello regionale, nazionale e internazionale. Ma lo si è fatto, ci pare, in modo tutto sommato equilibrato; per far fronte alle difficoltà economiche che accompagnano l’organizzazione di una manifestazione di questo tipo, ma senza snaturarsi né perdere in credibilità. Questo, al di là di tutto, crediamo sia un merito da riconoscere al direttore artistico, Nicolas Gilliet, alla sua passione e alla sua competenza.

Ecco perché, spulciando il programma di quest’anno, si resta un po’ perplessi di fronte al concerto dei Sinplus. Lo hanno notato con noi anche alcuni lettori: che cosa c’entrano i Sinplus con il jazz? Niente, è del tutto evidente. Il comunicato stampa dell’edizione 2017 “assolve” per altro Nicolas Gilliet: i fratelli Broggini si esibiranno “su invito” di Ascona-Locarno Turismo, di cui sono testimonial con una loro canzone. Del resto ci pare fosse fin da subito intuibile che questa non è stata una scelta del direttore. Un allargamento coerente al pop-rock avrebbe infatti suggerito di orientarsi verso artisti che il jazz in qualche modo lo hanno respirato, ne hanno fatto una fonte di ispirazione o una componente del proprio stile.

D’accordo, è solo un concerto all’interno di un programma che ne presenta 160 in dieci giorni. Inoltre, JazzAscona “vuole crescere ampliando sempre più lo spettro musicale delle sue proposte” (parole del presidente). La questione, crediamo, è crescere con un criterio, con radici ben salde in un territorio d’elezione, difendendo quindi la propria missione, la propria coerenza e in definitiva la propria credibilità. È l’imperativo di ogni manifestazione culturale di un certo livello, anche per questo vengono stipendiati i direttori artistici.

Ripetiamo, è solo un concerto e i Sinplus sono per altro rispettabilissimi, nel loro genere. JazzAscona è un’altra cosa e questo, seppur isolato, scavalcamento del direttore (non riusciamo ad interpretarlo altrimenti), non ci pare un segnale né positivo né lungimirante. Che cosa potrà mai pensare, poniamo, un anonimo cultore germanico del jazz venuto fino ad Ascona per scoprire lo sguardo competente di questo festival, sotto il palco dei Sinplus? Il respiro internazionale di una manifestazione culturale della qualità di Jazz­Ascona si guadagna prima e si difende poi, anno dopo anno, curando ogni dettaglio. I direttori veri, quale è Gilliet, lo sanno.

23.6.2017, 08:302017-06-23 08:30:18
Erminio Ferrari @laRegione

Aspettando ‘l’incidente’

È improbabile che Russia e Stati Uniti siano disposti o addirittura cerchino uno scontro militare diretto; ed è bene distinguere tra impennate retoriche dei portavoce e pianificazioni...

È improbabile che Russia e Stati Uniti siano disposti o addirittura cerchino uno scontro militare diretto; ed è bene distinguere tra impennate retoriche dei portavoce e pianificazioni degli stati maggiori. Ma è pur vero che la frequenza degli “incontri ravvicinati” tra le rispettive forze aeree, l’estendersi delle aree di confronto, e soprattutto l’imprevedibilità delle mosse della Casa Bianca, impongono di mettere in conto l’eventualità di un “incidente” serio.

Ultimo, in ordine di tempo, il “contatto” sopra il Mar Baltico, l’altroieri, tra l’aereo su cui viaggiava il responsabile della Difesa russo Serghei Shoigu e un F-16 Nato, “convinto” a levarsi di torno da uno degli SU-27 russi di scorta al ministro. Prima ancora c’era stato l’avvertimento russo: ogni aereo che a ovest dell’Eufrate interferirà con l’aviazione russa impegnata nei cieli siriani in operazioni “antiterrorismo”, sarà considerato un bersaglio legittimo. Minaccia che seguiva l’abbattimento di un caccia di Damasco da parte dell’aviazione statunitense. E una volta ancora l’intesa concordata da Mosca e Washington per evitare incidenti di questa natura è stata denunciata.

Dal Baltico alla Siria: i due estremi di un lungo fronte “a bassa intensità”. Quello che ha fatto evocare a Stephen F. Cohen, editorialista per ‘The Nation’, la crisi dei missili a Cuba nel 1962. Un’analogia forse esagerata se la si intende come imminenza di uno scontro finale (non siamo ancora ai missili puntati, almeno non a così breve distanza), ma calzante se si pensa che anche oggi, data la personalità dei due che comandano a Washington e Mosca, la sfida è a chi farà il primo passo, indietro.

In effetti, pur su teatri differenti e con l’alternarsi di attori di scena in scena, tutto sembra tenersi: l’avanzamento della Nato a est, la destabilizzazione dell’Ucraina, il colpo di mano in Crimea, l’internazionalizzazione del conflitto siriano. Molto schematicamente: chi vince su un campo avrà argomenti pesanti da far valere sugli altri.

Una disputa, tuttavia, che contempla tante varianti e associa tali protagonisti, che sfuggirebbe anche al controllo del più acuto degli strateghi, figuriamoci a un vanesio millantatore come Trump, ma anche a un apparentemente abile scacchista come Putin. La rete di alleanze opposte tessute dai due tra Siria e Iraq (e che solo sommariamente può riassumersi con Usa/Arabia Saudita “versus” Russia/Iran) si basa su, e alimenta appetiti, rivendicazioni, sotto-alleanze mutevoli e rovesciamenti di fronte, che insieme formano un terreno in cui ogni passo può posarsi su un ordigno.

In questo senso, pur rimanendo calzante la definizione di “guerra per procura” (tra Usa e Russia) data al disastro siro-iracheno, potrebbe risultare corretta anche una interpretazione speculare, secondo i protagonisti locali si farebbero la guerra affidandone la conduzione a Washington e Mosca. Il risultato è la perpetuazione senza un esito visibile del conflitto in Siria (con la conseguente probabile sua estensione territoriale) e la moltiplicazione delle occasioni di scontro tra le due suddette potenze. Dovesse avvenire, sarebbero molti i conti da rifare…

23.6.2017, 05:402017-06-23 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

22.6.2017, 08:402017-06-22 08:40:00
Sebastiano Storelli @laRegione

Una stagione su tre piani inclinati

Campionato, Coppa Svizzera, Europa League. Strettamente nell’ordine di importanza, sono questi i tre piani inclinati sui quali si dipanerà la stagione del Lugano, iniziata...

Campionato, Coppa Svizzera, Europa League. Strettamente nell’ordine di importanza, sono questi i tre piani inclinati sui quali si dipanerà la stagione del Lugano, iniziata ufficialmente ieri con il primo allenamento agli ordini di Pier Tami. Piani inclinati, in quanto nessuno dei tre può essere dato per scontato e ognuno nasconde insidie e difficoltà in grado di ripercuotersi sugli altri due. Nel bene come nel male. Al di là del fascino emanato dall’avventura europea, l’obiettivo principale rimane la Super League, con una salvezza ampia e tranquilla da conquistare il più in fretta possibile.

Una posizione nella metà alta della classifica rappresenterebbe un risultato consono alle aspettative e alla forza della rosa, afferma il presidente Angelo Renzetti. Ripetere l’exploit dell’ultima stagione sarà francamente difficile, ma chi avrebbe osato pensare, appena sei mesi fa, a una qualificazione diretta per la fase a gironi di Europa League? D’altro canto, a Tami non mancherà il materiale umano per forgiare una squadra in grado di non far rimpiangere quella diretta da Tramezzani. Non ci saranno i due attaccanti simbolo del miracolo bianconero, ma la gran parte degli artefici del terzo posto si ripresenterà a Cornaredo. E per sostituire la coppia del gol, il presidente è sicuro di avere in mano un paio di carte in grado di stravolgere i giudizi di chi ritiene che il Lugano sia stato nulla più di un fuoco di paglia. Staremo a vedere, perché la resa delle punte rappresenta un tassello fondamentale nel mosaico immaginato dal presidente.

Tami è un tecnico preparato, ha fatto molto bene con la Nazionale U21 (secondo agli Europei 2011) e si è ripetuto con il Grasshopper, almeno fino a quando ha potuto contare su una rosa di qualità. L’incognita principale è rappresentata proprio da quelle sei partite da disputarsi al giovedì tra settembre e dicembre. Possono sembrare poca cosa, ma a livello mentale e fisico sono capaci di pesare come macigni. Molto della stagione bianconera si giocherà proprio sulla capacità di gestire in modo indipendente i due piani (tre con la Coppa), cercando di mantenere un equilibrio che sarà comunque precario. Consci del fatto che rimarrà tutto un girone di ritorno per eventualmente raddrizzare la baracca (e sappiamo benissimo quanto le cose possano mutare nel breve volgere di una primavera...).

22.6.2017, 08:302017-06-22 08:30:00
Aldo Bertagni @laRegione

L'antipolitica e le cadreghe

Sono tempi strani, in cui cresce la disaffezione alla politica – non sempre a torto – e al contempo si premiano proprio coloro (si definiscono movimenti, perché innovativo) che ogni giorno...

Sono tempi strani, in cui cresce la disaffezione alla politica – non sempre a torto – e al contempo si premiano proprio coloro (si definiscono movimenti, perché innovativo) che ogni giorno distruggono i pilastri di quella stessa politica così tanto incompresa e, si dice, lontana dai cittadini, dalla società civile. C’è qualcosa che non torna e ha il sapore della beffa (per la maggioranza degli ignavi, come sempre), ma considerazioni generali a parte, in Ticino abbiamo la “fortuna” di vivere forse meglio di altri – certo meglio del resto della Confederazione – questo strano e contraddittorio fenomeno. Siamo un vero laboratorio e, passato ormai lo stupore, se ne stanno accorgendo anche oltre S. Gottardo (come leggere altrimenti tanta presunta generosità nella concessione di un seggio in Consiglio federale?). L’ultimo esempio tangibile è andato in scena in questi giorni in Gran Consiglio col dibattito e voto sui conti consuntivi 2016 dello Stato.

Un plauso va alla relatrice commissionale Pelin Kandemir Bordoli che ha saputo mettere al centro della discussione non solo le cifre nude e crude delle finanze cantonali (che peraltro sono più rosee del previsto dato che registrano il dimezzamento del disavanzo), ma anche il disagio sociale raccontato dalle prestazioni cantonali. Un solo dato: un cittadino ticinese su sei fa capo ai sussidi pubblici per sbarcare il lunario. Avete letto bene, uno su sei! Obbligatorio, vien da dire, per chi si occupa del benessere dei ticinesi chiedersi cosa stia capitando, a prescindere dal pareggio dei conti cantonali che sarà anche una buona cosa ma non risolve la diffusa precarietà testé riferita. Anche se certo non si può chiedere allo Stato di affrontare da solo i cambiamenti epocali che negli ultimi decenni hanno investito il mondo del lavoro.

Sta di fatto che in pochi anni, in Ticino più che altrove in Svizzera, è aumentata la sottoccupazione e si è fragilizzato il sistema retributivo per dinamiche dettate da una sacrosanta libertà (dei fondi, dei servizi, delle merci, delle persone) mal governata. Perché permette a chi vuole approfittare delle debolezze strutturali, di farlo senza grossi intoppi. In sintesi il problema non lo pone chi lavora, ma chi fa lavorare a condizioni non dignitose. Un grosso problema che genera diseguaglianza e tensioni sociali. O anche “solo” disaffezione e sfiducia nelle istituzioni, per tornare alla contraddizione iniziale.

Ebbene, di tutto questo si è discusso per due mezze giornate in parlamento con tesi diverse e anche contrapposte, come vuole la democrazia. Salvo i deputati della Lega dei Ticinesi che sono rimasti zitti, tutti, e non hanno votato. Per protestare, si è saputo, contro la decisione del Consiglio di Stato sul casellario giudiziale. Dunque per ripicca nei confronti della maggioranza del governo, i leghisti hanno deciso di non esprimersi sull’unica, vera emergenza ticinese: la precarietà del lavoro. Perché certo, fare politica – dire come la si pensa – in un simile contesto non “porta a casa” granché; non porta poltrone, potere effettivo. Perché quando invece conta, i leghisti partecipano eccome. Vedi le cariche nei vari enti pubblici e parapubblici, nonché giudiziari. È quanto di peggio si possa auspicare, rudemente evidenziato dalla stessa Lega, alla sua nascita, contro i notabili politici del secolo scorso. Siete attaccati alla “cadrega”, sostenevano i leghisti della prima ora. Oggi sono loro a restare ben attaccati alla poltrona, senza fiatare ma incassando il gettone di presenza. Come dire, passata la gioventù e tramontata anche l’innocenza. Cosa resta?

22.6.2017, 05:402017-06-22 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

21.6.2017, 07:552017-06-21 07:55:00
Matteo Caratti @laRegione

Dal basso, non dal divano!

Muore un matador e la rete tifa per il toro. Così titolavamo lunedì un nostro servizio pubblicato online riportando la notizia, ma soprattutto le reazioni sui social, all’uccisione in Francia...

Muore un matador e la rete tifa per il toro. Così titolavamo lunedì un nostro servizio pubblicato online riportando la notizia, ma soprattutto le reazioni sui social, all’uccisione in Francia di un noto (negli ambienti della tauromachia) torero da parte del toro. Perché attorno a questa notizia sia ‘impazzita’ la rete è presto detto. Perché, dopo tante vittime nell’arena fra i minacciosi quadrupedi, il morto stavolta è un torero, cioè colui che solitamente infligge dolore e morte all’animale. È stato il carnefice ad averci lasciato le penne. Che si tratti di una persona e non di un animale è sembrato importare poco ai critici. Insomma – come nel caso del padrone che morde il cane e fa notizia e non il contrario – dietro questo fatto di sangue c’è una chiara inversione di ruoli: la corrida lo scorso fine settimana si è conclusa all’opposto di quello che tutti (almeno fra il tradizionale pubblico di aficionados) auspicavano.

Commentando da noi in rete il fatto di sangue, quindi con la sensibilità di persone appartenenti a un Paese che non ha nelle proprie tradizioni la corrida, non è facile capire come mai esista una simile e cruenta tradizione. È quindi più facile che i commenti siano anche molto sbilanciati a favore dell’animale. Talmente sbilanciati e sarcastici che alcuni rappresentanti del settore stanno valutando se sporgere querela penale nei confronti degli autori dei tweet offensivi.

Non va dimenticato che in questi ultimi anni il rispetto nei confronti degli animali si è viepiù affermato (perlomeno da noi), giungendo anche a riconoscere loro dei diritti. I tempi cambiano. In Svizzera persino alcune manifestazioni, che fanno parte della (nostra) tradizione, raccolgono viepiù critiche quando attentano anche solo alla libertà degli animali. Pensiamo, ad esempio, alla rinuncia che si sta man mano affermando sotto il tendone del circo nel mettere in programma esibizioni con animali, dopo le ripetute azioni di sensibilizzazione, sempre più pressanti, promosse dagli animalisti in concomitanza con l’arrivo del caravanserraglio.

Insomma, l’incomprensione nei confronti di chi non rispetta gli animali sembra guadagnare sempre più terreno. Ma giudicare una tradizione di un altro Paese è sempre operazione delicata, anche se certamente legittima. Delicata poiché all’origine ci sono storia, identità, cultura in senso lato e consuetudini popolari che da decenni dividono persino la Spagna moderna, terra madre delle corride. Liberi tutti di contestare, di mettersi dalla parte del toro, purché si sappia di cosa si parla.

La rete permette invece di manifestare (anche con sparate) giudizi su quanto succede anche all’equatore, standosene comodamente seduti su un divano in un loft al centro di Londra. Certo, qualcuno a questo punto sarà pronto a dire: ma nel Sud della Francia si permette di uccidere dei tori facendone un indegno spettacolo. Concordiamo. Ma è in quella comunità – più che in questa o quella community – che deve nascere, maturare e affermarsi la consapevolezza della gravità e dell’improponibilità di quella mattanza, che per ora sembra attirare ancora molti estimatori e spettatori.

21.6.2017, 05:402017-06-21 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

20.6.2017, 08:152017-06-20 08:15:00
Simonetta Caratti @laRegione

Un dono che non va forzato

Perché espiantare un rene ad una ultraottantenne, senza dire nulla ai familiari presenti, che lo scoprono (per caso) solo grazie all’autopsia?

La storia che raccontiamo a pagina 2, è un...

Perché espiantare un rene ad una ultraottantenne, senza dire nulla ai familiari presenti, che lo scoprono (per caso) solo grazie all’autopsia?

La storia che raccontiamo a pagina 2, è un vero giallo, che speriamo trovi presto delle risposte per la delicatezza dell’ambito, quello della donazione di organi. Un atto di solidarietà che salva diverse vite, ma esige un sistema trasparente nel quale la gente possa avere fiducia.

I fatti risalgono a marzo di quest’anno: la vittima è una signora di Bellinzona che si chiama Giuseppina. Era col figlio in ferie in Spagna, dove è deceduta improvvisamente in un ospedale statale, dopo che i medici avevano detto che stava bene. Una volta rimpatriata la salma in Ticino, i familiari hanno chiesto un’autopsia per capire la causa del decesso. E qui c’è stata la sorpresa. L’esame ha rivelato che alla signora era stato espiantato il rene sinistro (il migliore tra i due!). Prima del viaggio la donna aveva entrambi i reni. In Spagna nessuno ha mai chiesto nulla e nessuno ha mai dato il consenso all’espianto. Per i familiari è iniziato un percorso ad ostacoli per capire che cosa sia successo. Sul caso sta indagando uno studio legale spagnolo di fiducia dell’ambasciata elvetica a Madrid. Tanti gli interrogativi: perché i medici non hanno informato dell’espianto il figlio che era presente in ospedale? Perché sul certificato di morte di Giuseppina non è menzionato l’espianto? A chi può servire il rene di una ultraottantenne?

In questa storia ci sono zone d’ombra, ma anche una certezza, che abbiamo documentato con la famiglia: la signora Giuseppina è partita da Bellinzona per la Spagna con due reni ed è rientrata in una bara e con un rene solo. Sui motivi possiamo solo avanzare ipotesi: gravi lacune nell’informazione, lo spettro di un traffico d’organi, la gara tra ospedali per avere statistiche migliori in materia di espianti… le indagini in corso daranno (lo speriamo) delle risposte.

Un caso interessante anche politicamente, perché la Svizzera vorrebbe seguire il modello spagnolo, anche se ci sono contrari come Swisstransplant (il Servizio nazionale d’assegnazione degli organi in Svizzera che gestisce anche la lista d’attesa dei pazienti riceventi). Da anni, la Spagna è al primo posto mondiale per quanto concerne la donazione e il trapianto di organi grazie ad una efficiente organizzazione negli ospedali e il sistema del consenso presunto. In teoria, la legge spagnola dice che ogni cittadino è donatore se non ha espresso opinione contraria. In pratica, però, si consulta sempre la famiglia della persona deceduta. (Anche se in questo caso non sembra proprio accaduto)! Diverso approccio in Svizzera (dove 1’480 persone aspettano un organo) dove c’è il consenso esplicito: la volontà di donare deve figurare in un documento. Di conseguenza gli organi disponibili sono meno numerosi. Da noi, ogni anno circa 100 pazienti muoiono in lista d’attesa.

Dietro a questi numeri c’è tanta sofferenza, tanti buoni motivi per decidere di salvare altre vite dopo la propria morte. Ma deve poter restare una scelta personale, non forzata, e attuata nella massima trasparenza.

20.6.2017, 05:402017-06-20 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

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