Corsivi

Oggi, 10:052017-12-16 10:05:00
Beppe Donadio @laRegione

What a wonderful sport

Mettiamo il caso che la prossima settimana un distinto ottantenne americano - una vita dignitosa da cameraman – si presenti in tv con prove inconfutabili che il 20 luglio del 1969 l’Apollo 11 non...

Mettiamo il caso che la prossima settimana un distinto ottantenne americano - una vita dignitosa da cameraman – si presenti in tv con prove inconfutabili che il 20 luglio del 1969 l’Apollo 11 non si sia mai staccato da terra. Per la gioia dei sostenitori della teoria che l’allunaggio fu soltanto una geniale messa in scena hollywoodiana per vincere la corsa allo spazio contro i russi, cadrebbe il mito di Neil Armstrong e con lui un punto fermo del progresso scientifico. Perso definitivamente per motivi non spaziali (ma di uxoricidio) O.J. Simpson, ex giocatore di football divenuto attore in “Capricorn One” (film nel film che vorrebbe il modulo lunare atterrato in uno studio televisivo), si direbbe che di eroi ne siano rimasti pochi.

Senza andare sulla Luna. La buonanima di mia nonna soggiornava ogni anno a Chianciano, uno di quei borghi d’Italia appoggiati su dolci colline a un tiro di schioppo da Montepulciano, rima che fa vicinanza. In un pomeriggio di primavera di un non precisato giorno degli anni 90, condotta nella sua stanza d’albergo, nonna aprì il frigorifero e tirò un urlo: dentro, al posto delle bibite fresche, c’erano siringhe, medicinali e lacci emostatici in quantità. Preso atto che i Sex Pistols si erano sciolti da tempo e non risulta abbiano mai pernottato in Toscana, tutto quel bendidìo stipato nel frigo non sembrò lo sballo di gruppo di una notte, ma qualcosa di più professionale. Fornite, con genuflessione, le scuse per l’imperdonabile distrazione del servizio di pulizia, lo scaricabarile dell’albergatore sul noto evento sportivo transitato il giorno prima resta ancora oggi una mera e forse squallida supposizione di famiglia (se non fosse per quel vecchio proverbio che dice che a pensare male ci si azzecca).

Il capitolo dei ricordi intitolati ‘Innocenza rubata’ include pure il doping rudimentale nel calcio italiano degli anni 70, ricostruito dal defunto e mai smentito attaccante Carlo Petrini, Ben Johnson nel suo record olimpico durato mezz’ora e – con tutte le attenuanti per la genialità – John McEnroe, che nel libro ‘On being John McEnroe’ racconta a Tim Adams degli ormoni di cavallo (particolare che in ‘You cannot be serious’, scritto con James Kaplan, sparisce). Più recentemente, Maria Sharapova, bella come una Bond-girl e dallo strano legame con il Meldonium (nome che pare un capitolo della saga di 007). Il 2017 è stato l’anno dei tortellini al ripieno di letrozolo, delle biciclette che non sono biciclette ma motorini, e del 4 volte vincitore di Vuelta con l’asma.

Di che parlavamo? Già, dell’Apollo 11. Quando il campione dello sport è preso con le provette nel sacco, la mente va al Re dei Furbetti, l’Armstrong in bicicletta, il San Giorgio che aveva sconfitto il drago (un cancro ai testicoli) e che alla fine si giocò tutto in bicicletta, causando imbarazzo al Gigante Giallo americano. Magra consolazione: almeno per una volta, “The Italian Job” è coinciso con “The American Way”. Concludendo. C’è un Armstrong (Neil) che potrebbe essere atterrato a Hollywood, e un altro Armstrong (Lance) con l’hobby del piccolo chimico. Continuo a riporre una certa fiducia - fino a che non si dimostrerà che ha suonato tutta la vita in playback – in Louis, il trombettista.

Oggi, 08:552017-12-16 08:55:00
Luca Berti @laRegione

Internet come lo vogliono loro

Adesso che Ajit Pai ce l’ha detto siamo tutti più tranquilli: potremo continuare a pubblicare foto di cibo e gattini sul web. Quello che il presidente dell’autorità americana delle...

Adesso che Ajit Pai ce l’ha detto siamo tutti più tranquilli: potremo continuare a pubblicare foto di cibo e gattini sul web. Quello che il presidente dell’autorità americana delle telecomunicazioni si è dimenticato di dire nel video pubblicato alla vigilia dell’abolizione della ‘net neutrality’ è che per farlo si potrebbe dover pagare di più. O che, magari, si potrà fare solo quello.

Non basta vestirsi da Babbo Natale e fare umorismo di basso livello su YouTube per cambiare il fatto che con la propria decisione la Federal Communication Commission – al netto della battaglia legale e politica che si sta scatenando e che potrebbe ancora cambiare le carte in tavola – darebbe facoltà alle compagnie di telecomunicazioni americane di decidere unilateralmente quali siti e app privilegiare (perché pagano), quali rallentare artificialmente (perché della concorrenza) e quali eventualmente bloccare. Così in futuro potrebbe accadere che Facebook non funzioni sulla rete di un fornitore, a meno che la compagnia di Zuckerberg non sborsi quattrini per avere una corsia preferenziale. Oppure potrebbe succedere che per utilizzare Instagram gli utenti di un’altra compagnia debbano acquistare un pacchetto dati che sblocchi l’app. E così potrà essere per qualsiasi sito o applicazione là fuori: una sorta di censura cinese, dove invece della politica è il denaro a decidere.

Ben inteso, lo scenario è temporaneamente limitato agli Stati Uniti. Nulla cambierà per ora in Svizzera, dove esiste un accordo tra gli operatori per evitare uno scenario del genere e dove la banda disponibile è tanto ampia da non generare pressioni. È però pacifico che un cambiamento al di là dell’Atlantico può aprire nuovi fronti anche nel Vecchio Continente, con le compagnie telecom che potrebbero voler approfittare del nuovo, lucroso, corso. E allora vale la pena andare fino al nocciolo della questione, al concetto di neutralità della rete, ovvero internet come lo conosciamo oggi, dove tutti i tipi di dati – video, messaggi, foto, audio – transitano alla stessa velocità. Un principio di estrema libertà, dove la connessione è un puro mezzo di accesso alle mille sfaccettature del web e dove portali di grande successo hanno la stessa dignità di servizi di nicchia. Caduto questo paletto, a vincere potrebbero essere unicamente i colossi dei contenuti a pagamento, pronti a sborsare un sacco di quattrini (storcendo il naso) per le corsie preferenziali. Rimarrebbero invece fuori i piccoli, le start-up e chi non può permettersi la prima classe. A rimetterci sarebbero pure gli utenti, costretti a pagare, oltre all’abbonamento, anche il fornitore di internet per riuscire a vedere un film. In questo contesto, internet sarebbe sicuramente meno democratico, meno libero. Di certo non morto come vorrebbero certe iperbole. A preoccupare per la salute della rete è semmai il fatto che Pai, massima istanza nel settore negli Usa, tra le sette cose che si potranno continuare a fare senza ‘net neutrality’ includa ai primi posti banalità come le foto di cibo, gli acquisti natalizi e i meme. Perché, francamente, internet è tanto di più. E dei gattini possiamo fare a meno. Del resto no.

Oggi, 05:402017-12-16 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

Ieri, 08:302017-12-15 08:30:23
Aldo Bertagni @laRegione

Le casse piene e i negozi vuoti

Domenica scorsa i negozi di Lugano e Bellinzona erano semivuoti. Molte persone in giro, pochissime con pacchi e pacchetti. Sarà che non era ancora arrivata la tredicesima e gli acquisti...

Domenica scorsa i negozi di Lugano e Bellinzona erano semivuoti. Molte persone in giro, pochissime con pacchi e pacchetti. Sarà che non era ancora arrivata la tredicesima e gli acquisti natalizi slittano all’imminente weekend, come si attendono peraltro i commercianti ticinesi che si trovano altrimenti a chiudere un anno di vacche magre. E sarà che l’acquisto online sta dilagando grazie soprattutto ai prezzi bassi praticati. Qualcosa vorrà pur dire.

Non c’è più la massa critica, il potere d’acquisto del ceto medio si è notevolmente assottigliato e la forbice dell’ineguaglianza si è allargata, come racconta l’indice d’impoverimento che vede il Ticino in fondo alla classifica. Per dirla in sintesi, il gelo di questi giorni ben racconta il clima, non solo meteorologico, di questo Natale 2017. E però… ieri il Gran Consiglio, la politica istituzionale, ha brindato (con larghissima maggioranza) al conto preventivo più bello degli ultimi trent’anni, perché chiude con un avanzo d’esercizio di 7 milioni e mezzo di franchi (su un bilancio complessivo di oltre 3 miliardi e 700 milioni di franchi). L’obiettivo è stato raggiunto, i conti dello Stato sono in pareggio con largo anticipo (il Piano finanziario d’inizio legislatura fissava il risanamento entro il 2019).

Il Paese reale marcia sul posto, lo Stato gode ottima salute. Qualcosa non torna. Ce lo dicono le cifre. Il 50 per cento dei contribuenti ticinesi dichiara un reddito imponibile inferiore ai 40'000 franchi annui e il 25 per cento è esentasse. L’imponibile, è vero, non dice tutto anche perché il nostro è fra i Cantoni più generosi nel campo delle deduzioni fiscali, ma certo non si può parlare di un ceto medio benestante. Deduzioni fiscali copiose, ma prestazioni e servizi in dieta, se è vero come è vero che negli ultimi anni si sono tagliati almeno 50 milioni di franchi in sussidi e sovvenzioni per risanare il bilancio.

Un quadro generale ancora più complesso e contraddittorio se confrontato con lo sviluppo economico che sopravvive grazie alla libera circolazione delle persone (e relativa manodopera a basso costo), ma al contempo soffre per il medesimo motivo, perché la stessa libera circolazione impoverisce i consumatori qui residenti costretti a salari spesso indecorosi e relativa erosione del potere d’acquisto.
Può dunque brindare tranquilla la politica che dice di pensare al futuro, dimostrando però scarsa lucidità sul presente? Ma soprattutto, a quale futuro si riferisce, ovvero quale “risanamento” è davvero necessario per fare uscire il Canton Ticino fuori dalle sacche dell’improduttivo, demagogico e illusorio “primanostrismo”? Non vogliamo essere fraintesi: uno Stato sano è buona cosa per tutti, ma il tasso reale di salubrità di una comunità va ben oltre le finanze dell’amministrazione pubblica. Lo sappiamo tutti, anche se qualcuno fa finta di dimenticarlo per poi magari ricordarlo solo in campagna elettorale. Che è tristemente noto, vale quello che vale, ovvero il trascorrere di un mattino, anzi di un voto.

Eppure lo spazio di manovra per gettare le basi di un nuovo sviluppo ci sarebbe eccome. Basterebbe, ad esempio, investire maggiormente nella formazione e nella qualità tecnologica (produttiva, ambientale, energetica, dei servizi e dei trasporti), aprendo le porte alle alte professionalità estere che produrrebbero così indotto di valore anche per la manodopera locale. Qualche esempio già c’è. Ma per farlo servono progetti, lungimiranza e anche cultura politica. Regali preziosi che solitamente non si trovano sotto l’albero di Natale.

Ieri, 05:402017-12-15 05:40:56
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

14.12.2017, 08:402017-12-14 08:40:25
Simonetta Caratti @laRegione

Rifugiati in casa di chi può o vuole

Nella casa di Ginevra del chirurgo Pietro Majno-Hurst, che ha 4 figli, vivono da un anno e mezzo anche tre rifugiati eritrei ventenni. L’epatologo che diventerà a gennaio il...

Nella casa di Ginevra del chirurgo Pietro Majno-Hurst, che ha 4 figli, vivono da un anno e mezzo anche tre rifugiati eritrei ventenni. L’epatologo che diventerà a gennaio il nuovo primario di chirurgia al Civico ha spiegato ieri sulla ‘Regione’ che crescere questi ragazzi è un’esperienza bellissima per l’intera famiglia. I tre giovani eritrei stanno seguendo degli apprendistati: la più grande come aiuto-infermiera, la seconda come pasticciera, il terzo sta imparando il francese.

In Ticino la musica è diversa: un unico rifugiato minorenne vive in una famiglia affidataria. Qualche caso (sembra ne siano bastati pochi) andato per il verso sbagliato ha fatto alzare (assai velocemente!) bandiera bianca al Dipartimento sanità e socialità (Dss), diretto da Paolo Beltraminelli. Il risultato è che un centinaio di rifugiati minorenni non accompagnati è alloggiato in strutture gestite dalla Croce Rossa.
Stupito della scelta ticinese, il chirurgo ha commentato: «Qualche esperienza negativa può succedere ma, come in chirurgia, si deve essere tenaci: è probabilmente il modo più semplice e più efficiente di integrare queste persone».

Lo pensiamo pure noi. Spesso a fare la differenza tra casi virtuosi e fallimenti sono le persone che si incrociano lungo il cammino. Un docente, un assistente sociale, un prete, un volontario che ti aiuta a fare i compiti, una famiglia che ti accoglie dentro casa, un datore di lavoro che ti dà un posto da apprendista… se ai richiedenti l’asilo diamo le migliori possibilità per farcela, a guadagnarci è l’intera collettività.
Questo l’hanno capito tanti ticinesi: c’è chi ha messo a disposizione una camera, chi un posto in famiglia, chi del tempo, chi dei vestiti. C’è il desiderio di fare la propria parte nell’accoglienza: un’ondata di altruismo che spesso si è schiantata contro un muro alzato dal Dss (che gestisce questo settore). Paura? Mancanza di visioni future? Fobia da risparmio?

Come non capire che l’integrazione passa anche dagli esempi quotidiani, dall’affetto, dai legami che si possono respirare in contesti familiari. In tanti cantoni, chi può e chi vuole, accoglie richiedenti l’asilo minorenni in casa e li cresce in famiglia.
Purtroppo le scelte del Dss in tema di asilanti non sempre sono brillanti e hanno fatto molto discutere soprattutto per mancanza di trasparenza e di concorsi. Gli errori non sono mancati. Come il mandato diretto milionario, dato per anni in violazione alla legge, all’agenzia di sicurezza (Argo) che non era all’altezza del compito. Ma anche la fornitura di pasti ai richiedenti l’asilo nei centri di Camorino, Rivera e Pian di Peccia: il Dss ha scartato ristoratori locali, privilegiando esercenti a oltre 40 chilometri di distanza. Una situazione che è cambiata radicalmente a marzo di quest’anno (a febbraio scoppiava il caso Argo) quando il governo (e non il Dss) ha deciso di internalizzare il servizio: i pasti da marzo vengono affidati alle mense cantonali che sono a due passi, rinunciando a far fare 200 km al giorno a chi doveva portare il cibo dal Mendrisiotto al Bellinzonese.

Per allargare lo sguardo, sempre in tema di accoglienza, siamo andati negli appartamenti dove vivono 1’140 richiedenti l’asilo. Scoprendo che chi affitta loro gli alloggi sono quasi sempre le stesse persone. E a pagare l’affitto è il Cantone.
Abbiamo parlato con alcuni rifugiati. Nei loro volti abbiamo letto la speranza, quando c’è un progetto concreto di formazione. Ma troppo spesso abbiamo trovato rassegnazione, isolamento e nessuna conoscenza dell’italiano. La base, ci sembra, per una buona integrazione.

14.12.2017, 08:322017-12-14 08:32:13
Davide Martinoni @laRegione

‘No Billag’: una ‘calla-neve’ fatta a mani nude

Immaginiamo una nevicata come quella che ha messo in ginocchio mezzo Ticino. E immaginiamo anche di svegliarci il mattino, mettere il naso fuori dalla...

Immaginiamo una nevicata come quella che ha messo in ginocchio mezzo Ticino. E immaginiamo anche di svegliarci il mattino, mettere il naso fuori dalla finestra e osservare uno scenario inedito: strade perfettamente pulite e agibili, ampi marciapiedi senza alcun ostacolo e nessuna traccia dei soliti mucchi di neve ingrigita accatastata ai bordi. Persino i nostri vialetti d’accesso sono sgombri come se non avesse mai nevicato, e lustre sono le scalinate che ci conducono alla porta di casa. Qualcuno, zelante, ci ha anche piazzato dei vasetti di fiori per bellezza. Poi usciamo, saltiamo in auto (ci hanno pulito anche quella) e decidiamo di dare un’occhiata nelle zone più discoste e periferiche. Manco a dirlo, anche lì il lavoro è stato svolto in modo impeccabile: strade, viuzze, e piazzette sono tutte non solo a prova di scivolata, ma asciutte e percorribili in sicurezza. Finalmente prendiamo fiato e lo urliamo a chi ci ascolta: “Questo sì, che si chiama servizio pubblico!”. “Cara grazia – pensiamo subito dopo – che disponiamo dei mezzi per sostenerlo”.

Ora immaginiamoci la stessa nevicata, ma con un altro tipo di risveglio: strade ancora in gran parte inagibili, servizio calla-neve approssimativo, marciapiedi intasati, vialetti ingombri e ovviamente nessun omaggio floreale. Con mille difficoltà, scivolando e controsterzando, raggiungiamo la periferia, poi imbocchiamo una qualunque delle nostre valli. Più ci inoltriamo, peggiore è la situazione che troviamo: sembra di stare fuori dal mondo. Anche questo è servizio pubblico, sospiriamo, ma con i limiti che gli sono propri e che abbiamo imparato ad accettare.

Molto, ma molto peggio di così, per analogia, sarà la situazione svizzero-italiana in ambito radiotelevisivo e di informazione pubblica se il 4 marzo voteremo “Sì” all’iniziativa “No Billag”. Perché di colpo non solo ci ritroveremmo con un servizio calla-neve approssimativo, ma la neve, dalle strade, la dovremmo togliere con le mani. Oppure potremmo provare a delegare il compito ad altri, ma dietro lauto pagamento e stando a precise condizioni: ti libero la strada ma in maniera tale che possano circolare soltanto certi tipi di auto; quanto ai marciapiedi, ti spazzo anche quelli, ma gli itinerari li scelgo io... Se ne vuoi degli altri, mi paghi. E mi paghi per sgomberarti il vialetto e spazzarti le scale. Quanto ai fiorellini, scordateli: non ci sono proprio in alcun pacchetto.
Quegli stessi fiorellini, e quello stesso vialetto, e quelle stesse strade pulite e accessibili – fino alla più discosta delle periferie – che invece oggi, in ambito di servizio radiotelevisivo pubblico, abbiamo la fortuna di avere grazie a una chiave di riparto confederata che è autentica manna dal cielo.

È fuori di dubbio che la Rsi andrebbe emendata da alcuni privilegi evitabili; ed è semmai lì che bisognerebbe intervenire in una nuova logica di gestione delle risorse. Ma la Rsi è oggettivamente molto altro: un’attualità ben fatta, legata al nostro territorio e alla quale bisogna dare atto di impegnarsi per essere impermeabile alla politica; i documentari e le inchieste (e chi si può più permettere di farle, ormai?); gli approfondimenti economici e quelli scientifici. È Rete Due, straordinariamente ricca, scrigno di emozioni e scoperte; è lo sport in chiaro, dalla Champions League alle Olimpiadi, dai Mondiali alla sequela di grandi eventi (il tennis con Roger Federer, lo sci con Lara Gut) che nel resto d’Europa si sognano (o vedono in pay-tv). La Rsi, ancora, è un’informazione valida e approfondita sull’internazionale (Tg, Rg, Modem) e il principale cordone ombelicale in lingua italiana che ci collega al resto della Svizzera, il nostro Paese. La Rsi sono i preziosi archivi che raccontano di noi, i simboli storici alla Mariuccia Medici, quelli radicati come l’Osi o contemporanei alla Frontaliers. Poi c’è tutta l’animazione con cui siamo cresciuti, radiofonica e televisiva, spesso intelligente e comunque lontana anni luce dalle idiozie che affollano i palinsesti italofoni dell’unica alternativa che abbiamo (l’unica a parte la rete, off course). È, ancora, una vetrina per centinaia di realtà locali – associazioni, club sportivi, piccole e grandi aziende –, per artisti e musicisti e per gli stessi Comuni. Infine, ma non per ultimo, l’ente radiotelevisivo pubblico sono le 1’200 persone che ci lavorano e i 213 milioni di franchi che confluiscono ogni anno nell’economia della Svizzera italiana.
Insomma, un “Sì” il 4 marzo significherebbe svegliarci al mattino, dopo la grande nevicata, e vedere solo tanto bianco. Sulle prime forse abbagliante, ma null’altro che bianco. Quel bianco in cui si sprofonda, e che cancella tutto.

14.12.2017, 05:402017-12-14 05:40:40
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

13.12.2017, 08:002017-12-13 08:00:04
Stefano Guerra @laRegione

Un’opportuna tabula Rasa

Da un anno abbiamo una legge che bene o male applica l’articolo costituzionale 121a, frutto del risicato sì popolare del 9 febbraio 2014 all’iniziativa ‘contro l’immigrazione di massa’; il...

Da un anno abbiamo una legge che bene o male applica l’articolo costituzionale 121a, frutto del risicato sì popolare del 9 febbraio 2014 all’iniziativa ‘contro l’immigrazione di massa’; il referendum contro questa soluzione eurocompatibile (ossia senza contingenti né tetti massimi, contrari all’accordo sulla libera circolazione delle persone) è fallito; le relative ordinanze basate sulla ‘preferenza indigena light’ (la corsia preferenziale accordata ai disoccupati iscritti agli uffici regionali di collocamento nella ricerca di un impiego nei settori ad elevato tasso di disoccupazione) entreranno presto in vigore; l’Ue non ha praticamente nulla da eccepire e così, dopo anni di burrasca, tra Berna e Bruxelles – lo ha confermato la recente visita del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker – il clima si è rasserenato.

Centrato l’obiettivo primario (salvare gli accordi bilaterali), ai promotori dell’iniziativa ‘Rasa’ (‘Raus aus der Sackgasse’, ‘Fuori dal vicolo cieco’) restavano quasi esclusivamente argomenti di natura giuridica per giustificare il mancato ritiro del testo lanciato nell’ottobre 2015 allo scopo di – né più né meno – stralciare dalla Costituzione contingenti, tetti massimi e preferenza agli svizzeri. Ancora poche settimane fa, il noto costituzionalista Andreas Auer – membro del comitato ‘Rasa’ – scriveva che la revisione della legge sugli stranieri varata dal Parlamento consentirebbe di eliminare solo in parte e provvisoriamente l’insicurezza del diritto provocata dal voto del 9 febbraio 2014. In altre parole: soltanto un ‘sì’ all’iniziativa Rasa avrebbe permesso di ‘sintonizzare’ di nuovo la Costituzione (con i suoi contingenti, tetti massimi, la preferenza agli svizzeri, il divieto di concludere nuovi trattati) e la legge (‘preferenza indigena light’ sul mercato del lavoro). La certezza del diritto poteva essere ripristinata anche con un controprogetto indiretto. Ma il Parlamento non ne ha voluto sapere.

Rimasti soli, senza appoggi politici di rilievo, di fronte una campagna che si sarebbe probabilmente conclusa con un pericoloso patatrac alle urne, i promotori dell’iniziativa Rasa – diventata nel frattempo anacronistica – hanno gettato la spugna. Con tanti saluti alla auspicata ‘coerenza dell’ordine giuridico’.

La loro decisione è nonostante tutto comprensibile. E opportuna. L’iniziativa è stata «importante e giusta», come hanno detto ieri alcuni dei promotori, ricordandone la funzione di spada di Damocle avuta durante i lavori parlamentari. Ma adesso è giunto il momento di mettere una pietra sopra il 9 febbraio; e di guardare avanti.

Nei prossimi anni le svizzere e gli svizzeri avranno altre occasioni per dire (ancora una volta) cosa ne pensano della libera circolazione e degli accordi bilaterali in generale. Potranno finalmente chiarire la loro posizione riguardo al quesito che l’iniziativa ‘contro l’immigrazione di massa’ ha lasciato in sospeso: cosa conta di più, la gestione autonoma dell’immigrazione o la libera circolazione delle persone? A braccetto con l’Azione per una Svizzera neutrale e indipendente, l’Udc si appresta a lanciare una nuova iniziativa popolare che, questa sì, mira esplicitamente a liquidare l’intesa con l’Ue sulla libera circolazione. Il Parlamento potrebbe occuparsene già nel 2019 (prima si voterà su un’altra iniziativa Udc non meno problematica sotto il profilo dello Stato di diritto, quella detta ‘per l’autodeterminazione’). Il piatto forte verrebbe così servito in piena campagna per le elezioni federali (settembre 2019), condito verosimilmente con un subdolo legame tra libera circolazione e islam radicale, nuovo fumoso nemico individuato dal partito di Albert Rösti.

13.12.2017, 07:152017-12-13 07:15:23
Matteo Caratti @laRegione

Elvezia spala subito, gli altri… Risparmi?

Lunedì un amico che ha un negozio sul Viale della Stazione a Bellinzona, visti i primi fiocchi di neve e tornando un po’ bambino, mi ha scritto ‘Con la neve sono tutti...

Lunedì un amico che ha un negozio sul Viale della Stazione a Bellinzona, visti i primi fiocchi di neve e tornando un po’ bambino, mi ha scritto ‘Con la neve sono tutti più gentili!’ e sotto ci ha messo la foto dell’alberello imbiancato davanti alla vetrina. Ed effettivamente lunedì è stata una giornata speciale: tutto si è rallentato nell’ovattata pace della copiosa nevicata. Poi, però, è puntualmente giunto il martedì e, a maggior ragione dopo una notte senza neve, ti saresti aspettato di trovare strade e marciapiedi un tantino liberati. E invece… i più, recandosi di buon mattino al lavoro nella capitale, si son chiesti: ma con la grande Bellinzona si son venduti pale e spazzaneve? A dare il buondì ieri c’erano strade con gobbe di neve dura a tratti alte e a tratti basse, che hanno messo a dura prova le sospensioni; marciapiedi che ti costringevano a scendere in strada; e, tanto per finire col sorriso (amaro), colmo dei colmi, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, ecco due palazzi di giustizia a trenta metri da quello del governo, trattati diversamente: uno sgomberato dalla neve (il Tribunale penale federale); l’altro coi posteggi completamente inagibili (la Procura cantonale già sede della Polizia cantonale). Vien da dire: viva la Confederazione! E mamma Elvezia spieghi ai servizi cantonali e al Municipio come ha fatto da Berna a far pulire già in giornata un piazzale a Bellinzona! A meno che il motivo del disservizio non siano i soliti risparmi.

13.12.2017, 05:402017-12-13 05:40:23
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

12.12.2017, 08:232017-12-12 08:23:10
Erminio Ferrari @laRegione

Chi ha vinto in Siria

Quanta fretta. Forse ne ha avuta troppa, Vladimir Putin, nell’annunciare la vittoria definitiva sull’Isis, e il conseguente inizio del ritiro delle forze russe dalla Siria. La stessa...

Quanta fretta. Forse ne ha avuta troppa, Vladimir Putin, nell’annunciare la vittoria definitiva sull’Isis, e il conseguente inizio del ritiro delle forze russe dalla Siria. La stessa precipitazione con cui il governo di Baghdad ha annunciato di avere cacciato il “Califfo” dall’Iraq (dove l’Isis era penetrato come un coltello nel burro nel 2014, grazie alla complice cedevolezza dello stesso esercito iracheno). Sgominato l’Isis, in altre parole, non si può non attendersi la comparsa, seppur differita nel tempo, di un’altra sigla con tuttavia la stessa capacità di attrazione e di destabilizzazione, non essendo mutate le condizioni di cui lo “Stato Islamico” è stato il prodotto.

Del resto, una spia che Mosca e Bagh­dad ne siano coscienti, sono le dichiarazioni fatte seguire ai due annunci da Putin (un trumpiano “se i terroristi rialzeranno la testa, li colpiremo con raid mai visti”), e dallo stesso governo iracheno (“abbiamo ancora bisogno di consiglieri internazionali”).

Ma più in generale, il presidente russo sa bene che le “vittorie” delle potenze straniere in Medio Oriente non assicurano quasi mai egemonia duratura a chi le vanta, né “tranquillità” ai suoi protetti; tanto variabili (e tragici) sono gli scenari che generano e che vi fanno seguito. Se è uno che si fa illusioni, Putin le nasconde bene.

Dunque la visita non preannunciata di ieri in Siria e l’ordine di ritiro impartito alle proprie truppe inviatevi a difendere il regime di Bashar al Assad paiono corrispondere a contingenze più immediate, seguendo di pochi giorni l’annuncio della candidatura alle prossime elezioni presidenziali russe, e la scellerata dichiarazione di Donald Trump a favore di Gerusalemme capitale di Israele.

Va da sé che per un candidato presidente, tanto più se in carica, una guerra “vinta” è un argomento formidabile da spendere in campagna elettorale. Ma francamente non è di questo che aveva necessità un Putin che annunciando la candidatura indicava già chi sarebbe stato il proprio successore… Piuttosto, bisogna forse osservare che se c’era un momento ideale per mettersi a capo di un asse regionale alternativo al patto Trump-Netanyahu, non poteva che essere questo. In tal senso, un Putin già abile nel condurre a sé governi non amici ma con nemici comuni, si è ora coperto le spalle a livello di opinioni pubbliche arabe per le quali Gerusalemme è insieme un totem e un tabù, un valore comunque non negoziabile. La sola causa capace di cementare alleanze in una regione altrimenti divisa su quasi tutto è quella della “città santa”, e colui che si dichiara, se non nemico, avversario di chi la disputa all’islam guadagna un credito a lunghissima scadenza.

Non che Putin vi sia arrivato nel corso di una notte. Ben prima della mossa di Trump, la politica assertiva della Russia aveva rideterminato sviluppi che sembravano ormai compiuti. Salvato Assad dalla disgrazia definitiva e accreditatosi come implacabile avversario sul campo delle milizie del califfato (e così guadagnando un certo ascolto anche nell’Europa che aveva buone ragioni di temerle), Putin ha anche ricondotto a più miti consigli l’intemperante Erdogan e si è proposto a Teheran come interlocutore affidabile, ben più degli Usa che con Trump minacciano di fare carta straccia dell’accordo nucleare.

Un successo, almeno apparente, dietro l’altro. L’ambizione, scontata, di farli fruttare a proprio vantaggio, se fraintesa con una sorta di “diritto storico”, sembra la sola che ora potrebbe tradire Putin.

12.12.2017, 07:152017-12-12 07:15:43
Matteo Caratti @laRegione

La marcia, il Vangelo e il Padre loro

Hanno fatto bene o male i frati cappuccini di Faido a...

Hanno fatto bene o male i frati cappuccini di Faido a rifiutare l’ospitalità al gruppetto di persone in marcia per promuovere i diritti e la dignità di tutti? Loro, i frati, hanno deciso di declinare la richiesta d’ospitalità, perché hanno sentito puzza di bruciato, trattandosi di una manifestazione connotata politico/partiticamente, con la presenza anche di Lisa Bosia Mirra, da loro definita “una nota granconsigliera già finita alla sbarra e condannata per aver introdotto illegalmente un certo numero di ‘migranti clandestini’ sul territorio ticinese”. Da questo punto di vista la loro argomentazione – del “non vogliamo farci strumentalizzare da nessuno!” – potrebbe anche reggere. Ma a suonare strano è un altro aspetto non secondario. Non ci sembra che, fra messaggio evangelico e marcia per i diritti umani, ci sia poi tutta sta differenza. Anzi, c’è piuttosto una più che evidente analogia. Suvvia, non stiamo parlando di diavolo e acqua santa, ma dell’applicazione concreta, terrena, di principi e valori evangelici, o per chi non crede, universali. Concludiamo, anche perché pure a noi quei frati stanno simpatici, riprendendo la loro citazione “preferiamo aiutare nel silenzio e nella discrezione evangelica”: “Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. Ok, a giudicarli, semmai, sarà il Padre loro!

12.12.2017, 05:402017-12-12 05:40:00
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

11.12.2017, 08:242017-12-11 08:24:35
Aldo Sofia

I regali avvelenati di Trump

Bisogna pur dirlo. C’è una buona dose di “tartufismo”, di ipocrisia, in certe meccaniche reazioni anti-Trump dopo la sua decisione di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a...

Bisogna pur dirlo. C’è una buona dose di “tartufismo”, di ipocrisia, in certe meccaniche reazioni anti-Trump dopo la sua decisione di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme.

Per esempio: è di ventidue anni fa il voto del Congresso americano che impegna gli inquilini della Casa Bianca a riconoscere la “città santa” quale capitale dello Stato ebraico, e l’allora presidente Clinton, uno assai abile nel negoziare con il Congresso, non si stracciò certo le vesti per quella votazione. Oppure: chi ha mai pensato davvero che in tutti questi anni l’America sia stata un arbitro imparziale della crisi arabo-israeliana, quando (Eisenhower a parte durante la lontana crisi di Suez) tutti i leader della superpotenza sono sempre stati arrendevoli nei confronti del difficile alleato medio-orientale, la cui acritica protezione è sempre stata la stella polare della politica statunitense nella turbolenta regione?

Tutto questo per dire che in fondo Trump non ha tutti i torti? Evidentemente no. Non solo ha il torto di usare con pericolosa disinvoltura una materia altamente infiammabile: in effetti Gerusalemme, oltre a rappresentare un micidiale nodo politico-religioso, ha in sé anche un valore simbolico esplosivo e irrazionale.

Il suo gesto è ancora più rischioso e grave perché in sostanza, al di là di fumosi e retorici auspici di dialogo fra le parti in conflitto, lascia mani libere a Israele. Meglio: a un governo israeliano in cui prevalente è la componente di una destra nazionalista e annessionista che punta al progetto di Heretz Israel, la Grande Israele che si estende dal Mediterraneo al fiume Giordano, e che include i territori palestinesi occupati, oltre che le alture del Golan ex siriano, anch’esso proclamato, come Gerusalemme, parte integrante del Paese che ha via via allargato i propri confini con le conquiste militari.

E cosa farà Nethanyau di quell’assegno in bianco generosamente e pericolosamente messo nelle sue mani dal tycoon-presidente? Nulla o quasi, si teme. Un Bantustan palestinese fortemente frazionato, una sorta di apartheid, un briciolo di autonomia, al massimo un paio di edifici nella parte araba di Gerusalemme dove insediare una improbabile autorità palestinese.

In definitiva, la domanda di fondo è una, e una soltanto: è possibile che l’Arabia Saudita possa accettare il sacrificio della città santa, della spianata delle Moschee, del terzo luogo santo dell’Islam, in cambio della comune sfida anti-iraniana, che oggi lega il regime saudita e la destra israeliana, legame incoraggiato e sponsorizzato dagli Stati Uniti?

Difficile pensarlo, visto che la resa su Gerusalemme non potrebbe che ulteriormente indebolire la monarchia wahabita nel suo reale o preteso ruolo-guida dei musulmani, gelosa custode dei “santuari” della maggioranza sunnita, insieme alla Mecca e a Medina.

Intanto, e per certo, l’irriflessiva mossa di Trump può trasformarsi non solo in una nuova Intifada (in effetti assai problematica viste la debolezza e la mancanza di leadership del fronte palestinese), ma soprattutto in un duro colpo per i governi arabi moderati e in un nuovo argomento propagandistico per il radicalismo islamico. Per quel jihadismo che, sconfitto sul campo di battaglia, potrebbe cercare la sua sanguinosa rivincita al di qua del Mediterraneo. Fra i “crociati” europei che si distanziano da Trump ma ne devono subire la politica della forza e dei fatti compiuti.

11.12.2017, 05:402017-12-11 05:40:04
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

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9.12.2017, 08:272017-12-09 08:27:57
Aldo Bertagni @laRegione

La nuova alba della Lega

Un anno prima e poco più (9 novembre 1989) era caduto il muro di Berlino, portandosi via le illusioni e l’identità di chi vedeva nel capitalismo occidentale il nemico da battere. Rimasti i...

Un anno prima e poco più (9 novembre 1989) era caduto il muro di Berlino, portandosi via le illusioni e l’identità di chi vedeva nel capitalismo occidentale il nemico da battere. Rimasti i vincitori, si è creato un vuoto ideale ancor prima che programmatico e nel suo piccolo Giuliano Bignasca, fondatore della Lega dei Ticinesi nel gennaio 1991, l’aveva (forse) intuito cavalcando subito il malumore popolare nei confronti di un potere arrogante e autoreferenziale. Aveva capito, il Nano, che quel vuoto creato col crollo del Muro doveva riempirsi di nuove proteste e anche di nuovo rancore degli esclusi. Lui stesso, il Bignasca, si era del resto sentito escluso per quell’appalto andato ad altri e mosso dall’ingegno, quanto dalla fortuna, prima col ‘Mattino’ poi con la Lega, mise in piedi un movimento – ben presto diventato partito istituzionale – che era la sintesi di tutto e di più: dei rancorosi, dei furbi di sempre che si nascondono e utilizzano altri per fare affari, degli spaesati a sinistra (orfani delle ex regie federali), dei sinceri e ingenui elettori felici di aver finalmente trovato un capopopolo disposto a farsi carico di tutte le magagne cantonticinesi. Ed è andata come sappiamo.
Un successo dopo l’altro. Poi l’improvvisa scomparsa del leader e l’eredità raccolta con fatica dal fratello Attilio, sino allora abile mediatore del movimento. Giuliano Bignasca muore il 7 marzo 2013 e dal quel giorno è stata un’altra Lega dei Ticinesi, inevitabilmente. Sono trascorsi quasi cinque anni e la transizione è finita. Il fratello Attilio, dopo vari annunci, questa volta lascerà davvero il coordinamento di un movimento che, nel frattempo, si è trasformato in partito di potere con la maggioranza relativa in Consiglio di Stato e col sindaco nella principale città ticinese, Lugano. Partito di potere nelle istituzioni e negli enti pubblici e parapubblici, come in non pochi Comuni. Corpo intermedio senza strutture, dove ognuno che conta agisce per conto proprio, senza rispondere a chicchessia. Lontani i tempi quando il Nano dettava legge da via Monte Boglia e nessuno osava replicare. L’Attilio si è sempre limitato a coordinare, ovvero a metterci la faccia quand’era necessario. Nient’altro. Via lui, cosa succederà?
Domattina si ritroveranno a Pregassona per festeggiare i 25 anni dal no svizzero allo Spazio economico europeo (See) e magari sarà occasione per capire da che parte gira il vento della leadership, ammesso e non concesso ve ne sia una (identitarismo a parte). C’è chi vorrebbe darsi finalmente una struttura organizzativa, magari minima ma identificabile e chi pensa che tutto sommato la Lega sta bene come sta, senza più un capo vero, ma con tanti “capetti” che gestiscono il proprio spazio di potere e fanno sintesi ogni tanto, magari sul ‘Mattino’ (scheggia sempre più impazzita) o magari grazie alla figlia dell’Attilio, che dietro le quinte ha, lei sì, gestito la transizione. Finché dura. E durerà ancora a lungo, non tanto per i meriti (si vive di declamazioni e illusioni) quanto piuttosto per palese incapacità della concorrenza, oggi più che mai persa nella nebbia della disillusione popolare.

9.12.2017, 07:562017-12-09 07:56:00
Lorenzo Erroi @laRegione

Distruzioni per l'uso | 'T contro T'

“Piove sui giusti e sugli iniqui” dice il Vangelo di Matteo. “E cosa c’entriamo noi nel mezzo?”, commenta perplesso Snoopy. Viene da chiedersi lo stesso leggendo ‘T contro T – Te...

“Piove sui giusti e sugli iniqui” dice il Vangelo di Matteo. “E cosa c’entriamo noi nel mezzo?”, commenta perplesso Snoopy. Viene da chiedersi lo stesso leggendo ‘T contro T – Te lo do io il liberismo’, agile confronto fra Tito Tettamanti e Alfonso Tuor alle prese coi massimi sistemi dell’economia globale. Entrambi concordano sul fatto che mala tempora currunt: disuguaglianze, speculazioni e una cricca mondiale – l’alta finanza, il Fondo Monetario, le banche centrali - ci rendono tutti più poveri e schiavi.

Colpa dei liberisti, anzi no

Battibeccano invece sulle ragioni di tale sfacelo: Tuor incolpa il neoliberismo, che ha svincolato il mercato dalle responsabilità politiche, ha depresso i salari occidentali grazie alla mobilità dei capitali, e ha creato un eccesso di offerta che solo l’indebitamento può sostenere. La controprova? La crisi del 2008, quando fu appunto il debito marcio ad affondare i mercati, costringendo gli stati a salvare i robber barons di Wall Street.

Tettamanti dissente. È vero che c’è una “Santa alleanza” globale, ma non prendiamocela coi liberisti: la colpa è semmai di una superburocrazia globale, erede dei “ceti parassitari” di un “sistema social-democratico e statalista”, che drena risorse e intralcia l’impresa. “Il mercato, come tutti gli ecosistemi, si auto-regola e cerca un equilibrio: ma questo è un processo doloroso, difficile, complesso, che è rischioso provare a condizionare e manipolare con interventi esterni”.

‘Noi nel mezzo’ possiamo imparare da entrambi, e far tesoro delle rispettive obiezioni. Ha ragione probabilmente Tettamanti, quando ricorda a Tuor il contributo decisivo della globalizzazione contro la povertà mondiale, e l’innalzamento trasversale degli standard di vita. Tuor colpisce nel segno, invece, quando ribatte che le liberalizzazioni più aggressive hanno contribuito alla crisi, a dimostrazione del fatto che la ‘legge del mercato’ non è sufficiente a disciplinarne gli attori.

Che fare?

Il brutto di questo approccio ‘pugilistico’ è che costringe a estremizzare, al punto che la parte prescrittiva (intitolata, con ironico leninismo, ‘Che fare?’) in realtà non prescrive un bel nulla: stremati, i pugili si abbracciano al centro del ring, per sostenersi a vicenda. Sussurrandosi nelle orecchie una visione apocalittica del presente, unica cosa che condividono. Tuor la butta sul diopatriafamiglia: “Mi ritrovo a difendere il valore delle radici, della patria e dell’identità culturale, poiché non voglio essere l’utile idiota dei poteri forti.” Tettamanti, rinunciando a quell’amoralismo un po’ anarchico che è il dono migliore dei libertarians, rilancia con una serie di cliché: “i poteri forti fanno loro istanze culturali, del progresso ecologico, dei generi (sic), della multiculturalità e non si oppongono alla dissacrazione di miti e valori”. Poi “manca il lavoro sicuramente, ma forse manca anche la voglia di lavorare. Abbiamo inculcato ai ragazzi i diritti, trascurando di parlare dei doveri.” Ne ha perfino per “i gabinetti per i transgender, ormai diventati una delle preoccupazioni maggiori della nostra società”. Aggiungerei che non esistono più le mezze stagioni e che non si trovano più quei bei cachi di una volta, poi direi che la geremiade è completa.

Retrotopia

Il più progettuale è Tuor, anche se a volte pare un incrocio fra Savonarola e un black bloc. Invoca addirittura la resistenza contro lo spossessamento di sovranità imposto dalla globalizzazione, “una nuova lotta di classe tra potere e classi subalterne”. Ma questa lotta non è pensata in chiave internazionalista. Non più “proletari di tutti i Paesi, unitevi!” bensì una ritirata nazionalista, volta ad esaltare la patria come unità di misura del mondo: “la democrazia ha bisogno di un popolo e questo popolo esiste solo a livello nazionale”.  

Mi pare una fuga all’indietro, una reazione non tanto alla globalizzazione, quanto alla modernità e al cambiamento in quanto tali. Una “retrotopia”, per dirla con Bauman. Ne è sintomo l’ormai consunto invito a “riprendere lo spirito dei grandi accordi di Bretton Woods del 1944”: cooperazione internazionale e commercio, sì, ma rimettendo gli Stati a capo del gioco, e reintroducendo controlli sui movimenti di capitale, pur di garantire giustizia sociale e diritti dei cittadini. Dimenticando – ah, les neiges d’antan! - che è proprio da quell’accordo che è ripartita la globalizzazione, nella speranza liberale che con gli scambi e lo sviluppo economico si sarebbe consolidata anche la pace. E il tutto stava in piedi solo grazie all’egemonia americana: trovala oggi, una Washington che voglia o possa fare altrettanto.

Dissolta questa cornice storica, lucidare i vecchi ottoni del nazionalismo è, nel migliore dei casi, qualcosa di inutilmente crepuscolare: ricorda tanto “Loreto impagliato ed il busto di Alfieri,” “le buone cose di pessimo gusto” di Gozzano. Nel caso peggiore, invece, è fare il gioco puerile dei lepenisti, dei grillini e dei leghisti, egualmente interessati a “liberarsi di questi politici e di questo establishment.”

Se gli Stati devono ripensarsi come corpi intermedi fra i cittadini e le forze della globalizzazione, mi pare difficile che possano farlo rinunciando a una forte carica internazionalista. Non sarà il singolo staterello a potersi imporre contro la ‘Santa Alleanza’ globale. In ogni caso, incollare alla concezione dello stato l’oleografia della nazione e del popolo, delle radici e delle tradizioni, inasprisce le incomprensioni e inceppa qualsiasi progetto federativo. Non mi pare poi che fosse questo, lo spirito di Bretton Woods.

9.12.2017, 05:402017-12-09 05:40:18
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

7.12.2017, 07:452017-12-07 07:45:00
Matteo Caratti @laRegione

Tirarsi una bella zappatona sui piedi

Da domenica, a causa dell’esito del sondaggio Billag, la Ssr è molto preoccupata. A poco servono i ragionamenti sulla formazione del campione rappresentativo. Vista l’aria (grama...

Da domenica, a causa dell’esito del sondaggio Billag, la Ssr è molto preoccupata. A poco servono i ragionamenti sulla formazione del campione rappresentativo. Vista l’aria (grama) che tira, meglio prendere subito il toro per le corna e spiegare all’opinione pubblica cosa attende la Svizzera in caso di pollice verso. Va detto, senza né se né ma, che in tal caso si andrà verso il crash, verso lo spegnimento di radio e tv pubbliche, perché cadranno gli importanti finanziamenti al servizio pubblico. Alternative, in base al chiaro testo dell’iniziativa, non ve ne sono. E, siccome non è la prima volta che una votazione popolare sfugge di mano per poi risvegliarci tutti con l’amaro in bocca, è bene sapere che la Ssr non sarà in grado di vivere con la sola pubblicità (copre solo il 20-25% dei costi). Lo schianto senza più il canone, insomma, è garantito. Che Paese saremo senza un ente d’informazione nazionale? E questo proprio in un’epoca dove l’informazione è potere e c’è persino chi la manipola da fuori per influenzare le opinioni! Pensiamoci un po’: essere indipendenti vuol dire avere una Ssr forte, non una morta. È dunque importante venir informati sul ruolo-chiave che il nostro ente radio-tv nazionale svolge nel nostro Paese quadrilingue in tanti ambiti: numero uno, come detto, nella produzione di un’informazione di qualità (sull’intrattenimento fine a sé stesso si può discutere); poi anche nel sostegno della cultura e nella promozione della coesione sociale, mentre altre istituzioni, pensate per tenere unita l’Elvezia, stanno lentamente disimpegnandosi. Esempi? La ‘ritirata’ dell’esercito o della Posta. Non da ultimo, guardando alla Svizzera italiana, possiamo tranquillamente parlare di manna inviataci a Sud delle Alpi, grazie alla generosa chiave di riparto che permette alla Rsi di beneficiare di laute entrate e offrire programmi di qualità dando un lavoro (qualificato!) a oltre 1’200 dipendenti. Forse qualcuno pensa che possiamo sputarci sopra così, tanto per sfogare qualche umore di pancia? Chi deve dunque fungere responsabilmente da cinghia di trasmissione di tali informazioni in vista del voto? Un po’ tutti data la posta in gioco, ma in primis i partiti. La strada sembrerebbe spianata, visto che il governo ha invitato a respingere l’iniziativa ‘No Billag’, insistendo pure sul fatto che anche solo un nostro no potrebbe avere effetti negativi in Ticino (= modifica della chiave di riparto) per la Rsi e per le radio/tivù private. Ma fuori alcuni partiti soffiano sul fuoco, attizzando dubbi. In pochi giorni ecco due eloquenti esempi. Il primo dal ‘Mattino’, a firma del cons. naz. e direttore del settimanale leghista Quadri, che propone un articolo dal titolo ‘Adesso promettono, ma poi…’ e sopratitolo ‘No Billag: in casa Ssr vale il principio del passata la festa gabbato lo santo’. Ma il movimento di Quadri a Palazzo delle Orsoline non ha ben due rappresentanti (Gobbi e Zali) che, presumiamo, abbiano condiviso il comunicato del CdS a sostegno della Ssr? Passa qualche giorno ed è la volta di un comunicato del Ppd. Titolo: ‘Il sondaggio sull’iniziativa No Billag è molto preoccupante, la Rsi deve assolutamente correre ai ripari!’. E, dopo aver fatto il verso a sostegno, si dilunga, pure sottolineando in un passaggio già scritto in grassetto, sul fatto che deve subito essere soppresso il pagamento del canone dei dipendenti da parte dell’azienda. Il passaggio è talmente evidenziato che risulta essere la vera notizia, e non il fatto che il Ppd sia contrario alla No Billag. Anche qui ci chiediamo: ma il ministro Ppd in governo condivide un simile modo di comunicare? A che gioco giochiamo? Votazione trasformata in ottimo pretesto per darsi al tiro al piccione? Si scherza così col fuoco, rischiando di ustionarsi. Terzo grado garantito e zappatona sui piedi.