Corsivi

Ieri, 08:352017-03-24 08:35:11
Aldo Bertagni @laRegione

Il pendolo della storia

Il Canton Ticino è da tempo laboratorio politico svizzero dove s’intrecciano tradizione e innovazione. Qui è nata l’antipolitica in tempi non sospetti (inizio anni Novanta del secolo scorso),...

Il Canton Ticino è da tempo laboratorio politico svizzero dove s’intrecciano tradizione e innovazione. Qui è nata l’antipolitica in tempi non sospetti (inizio anni Novanta del secolo scorso), qui il vento della globalizzazione ha generato più paura che altrove e con grande anticipo (dicembre 1992), con la votazione popolare sullo Spazio economico europeo e sempre a Sud delle Alpi i partiti storici sono andati in corto circuito mediatico – anche per la sovraesposizione costante – quando nel resto della Confederazione vi è da sempre più distacco e anche un certo disincanto. Orbene oggi che il Ticino ha fatto scuola, perché i tempi delle tecnologie e della comunicazione sono ormai veloci e parossistici per tutti, è interessante leggere i nuovi segnali che qua e là s’intravedono a Sud delle Alpi. Forse ancora in anticipo sul resto del Paese. Flebili, quasi impalpabili, ma pur esistenti.
Stiamo parlando di quell’esigenza non così palesemente espressa, perché non ha ancora un “nome” adeguato ai tempi. In altri momenti, in altre epoche pur recenti si sarebbe definita come “egemonia culturale”. Non si tratta di scomodare illustri intellettuali del passato, Gramsci su tutti, per comprendere di cosa stiamo parlando. Gli è che dopo l’ubriacatura antipolitica, dove l’attacco al potere rappresentativo ma anche esclusivo ha raggiunto l’apice della protesta per interposta persona (nel nostro caso il fondatore della Lega dei Ticinesi), non è rimasto quasi niente se non una forte sensazione di disagio, come quando, superato il lutto, si prende coscienza della propria fragilità. Per buttarla in psicologia, “ucciso” il padre siamo rimasti orfani con largo anticipo rispetto ai tempi della maturità. E così abbiamo bisogno di una nuova narrazione dove riconoscerci; un’altra “egemonia”, appunto, che ci indirizzi verso rinnovate e ottimistiche prospettive.
Tornando alla politica, oggi in Ticino serve una svolta storica, come capita ogni tanto – dopo venti o trent’anni – e come capitò, tanto per fare un esempio, nel secondo dopoguerra con l’alleanza radicale-socialista; un patto che ribaltò il Cantone e avviò una nuova epoca. Comunque la si pensi cambiare marcia ogni tanto fa solo bene, ma per farlo serve in primo luogo un esteso consenso culturale prima ancora che politico. Per avviare un nuovo processo – che questa primavera 2017 in qualche modo ne contiene il profumo – servono nuovi soggetti politici capaci di avviare un’altra narrazione dove la tecnica – quella che oggi chiamiamo modernità tecnologica – si coniughi con la filosofia e la politica. Un nuovo soggetto che sappia fare sintesi fra neopositivismo ed etica sociale; fra nuove ricchezze e una più ampia ridistribuzione del benessere. Ma attenzione, quello che stiamo descrivendo non è solo un processo elettorale capace di condurre alla vittoria, ogni quattro anni, ma piuttosto un fermento sociale che si forma all’improvviso e che con altrettanta “misteriosa” rapidità s’ingrossa sino a diventare dominante. Come è capitato appunto col 1992 quando i ticinesi decisero di voltare pagina e inaugurare una politica antieuropea votando no al See. Fu l’inizio di una nuova era a quel tempo colto da pochi.
Oggi, venticinque anni dopo, il pendolo della storia sta tornando a cambiare marcia. Per quanto al momento si avverta solo la voglia, la necessità diffusa, di un nuovo “narratore”. Di una nuova élite nella quale tornare a credere, perché più che la necessità – ancora forse poco chiara – prevale la paura di uno sconfinato spaesamento individuale e sociale.

Ieri, 05:402017-03-24 05:40:46
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

23.3.2017, 08:452017-03-23 08:45:00
Alfonso Reggiani @laRegione

Paradiso alle urne, esito ‘fotocopia’?

Quello di domenica 2 aprile è un appuntamento con le urne straordinario per i cittadini di Paradiso che si sono espressi meno di un anno fa. Come noto, si torna a votare...

Quello di domenica 2 aprile è un appuntamento con le urne straordinario per i cittadini di Paradiso che si sono espressi meno di un anno fa. Come noto, si torna a votare per le elezioni comunali dopo la sentenza del Tribunale amministrativo cantonale (Tram) che, statuendo sul ricorso presentato dalla Lega dei ticinesi, ha annullato i risultati scaturiti nel 2016. Nessun broglio, ma le irregolarità formali nelle procedure di spoglio hanno costretto il Comune a sottoporsi per sei mesi all’amministrazione controllata dalla Sezione enti locali. Un fatto senza precedenti nella storia del paese rimasto con le mani legate e obbligato a lasciare in sospeso tutta l’attività politica. E tale situazione tanto inedita quanto anomala potrebbe influenzare il risultato finale.
Come ha vissuto e percepito la popolazione questo ultimo periodo? Questa è, secondo noi, l’incognita principale della consultazione prevista fra una decina di giorni (anche se buona parte degli elettori ha già votato per corrispondenza). In altre parole, quanto (e se) inciderà la sentenza del Tram sulla larga maggioranza liberale assoluta ottenuta lo scorso anno sia in Municipio che in Consiglio comunale? Una maggioranza conseguita e confermata nelle ultime tornate elettorali che riflette un ampio e radicato consenso popolare difficile da scalfire anche perché supportato da politiche ritenute tutto sommato soddisfacenti. Ci riferiamo al benessere diffuso, a un moltiplicatore d’imposta decisamente attrattivo (anche se aumentasse al 65%), a buoni servizi erogati, una socialità in linea (se non migliore) con quella dei Comuni confinanti e a progetti destinati a migliorare ancora il paese come la prospettata riqualifica della riva lago. E pure dal consuntivo 2016 sono attesi risultati migliori del previsto grazie all’imposta sugli utili immobiliari. Tutti elementi che hanno dimostrato quanto la via solitaria sia stata una scelta pagante. Non a caso, a Paradiso nessuno spende parole a favore di aggregazioni, tantomeno con la città di Lugano. Bisognerà vedere per quanto tempo ancora sarà percorribile questa strada.
L’altra faccia della medaglia sono gli spazi ridotti (per alcuni a causa del troppo cemento che ha invaso il verde), gli affitti alle stelle (peraltro come a Lugano) e la conseguente necessità di mettere a disposizione anche alloggi a pigione moderata. E all’orizzonte si profila un preoccupante rallentamento dell’edilizia. Insomma, in attesa del verdetto delle urne, nemmeno la campagna elettorale, filata via liscia e piuttosto sottotono, ha saputo offrire elementi né argomenti tali da mettere sotto scacco il predominio liberale. Pronti a essere sconfessati, azzardiamo una previsione. Non per fare concorrenza al mago di via Monte Boglia, ma perché riteniamo che dalle urne possa emergere un risultato che più o meno rispecchia quello dello scorso anno.

23.3.2017, 08:302017-03-23 08:30:00
Erminio Ferrari @laRegione

Fragili e impauriti

“Fino a prova contraria si tratta di terrorismo”. Come altro poteva definire Scotland Yard l’attacco portato ieri a Westminster? I passanti falciati da un’auto che poi si è schiantata contro la...

“Fino a prova contraria si tratta di terrorismo”. Come altro poteva definire Scotland Yard l’attacco portato ieri a Westminster?
I passanti falciati da un’auto che poi si è schiantata contro la cancellata dell’edificio che ospita il Parlamento britannico; l’aggressione dei poliziotti di guardia da parte del conducente della vettura armato di coltello; la sua uccisione. Chi semina terrore fa del terrorismo. Con quale scopo e quale ispirazione è ciò che resta da sapere.
La fretta con cui alcuni media hanno indicato in Trevor Brooks (un noto predicatore radicale chiamato anche Abu Izzadeen) l’autore dell’attacco non ha sinora trovato conferma. Da essa dipenderanno la reazione politica, dell’opinione pubblica e degli apparati di sicurezza. Il contesto, del resto, da tempo orienta in quella direzione precisa la ricerca delle responsabilità in casi simili.
Accanto a ciò è però importante ricordare che a un anno dall’attacco islamista a Bruxelles, e il giorno dopo l’adozione (dagli Usa e dallo stesso Regno Unito) di nuove misure “di sicurezza” nei confronti dei passeggeri di voli provenienti da un certo numero di Paesi “musulmani”, l’evento di Londra – quale che ne sia la matrice – è soprattutto la conferma della fragilità, dell’impossibilità di garantire la sicurezza assoluta nelle strade, nelle città, nei luoghi d’incontro, nelle sedi istituzionali dei nostri Paesi. A meno di trasformarle in prigioni nelle quali noi stessi saremmo detenuti; o di credere a chi fa commercio politico di una immaginaria sicurezza fondata su frontiere chiuse, muri. Con i cattivi tenuti fuori e noi, fragili e impauriti, chiusi dentro...
Questo significa forse ignorare la gravità dell’attacco che una ideologia infetta sta portando alle nostre società? Niente affatto. Semmai non bisogna credere che il pericolo sia rappresentato soltanto da chi trasforma la propria persona in ordigno o chi fa di un’auto un’arma. La minaccia è molto più grande, e non occorre essere apocalittici per ritenerlo. È tristissimo realismo: la forza dei nostri presunti nemici è il riflesso della perdita di senso, di orizzonte, di visione della “nostra” parte di mondo. Il loro discorso occupa il vuoto lasciato nelle menti dallo svanire del nostro. Questo è il tempo in cui il risentimento genera una energia devastante che dilaga in ogni forma, attinge forza dai torti della storia e dalle storture del nostro modello.
L’Europa, per limitarci a noi, sembra non avere più uomini e idee all’altezza del proprio retaggio storico. Chi l’attacca, cosciente o no, organizzato o lupo solitario, nel nome di un Dio feroce o per revanscismo imperiale, è da questa catastrofica perdita che trae vantaggio. Se ancora ieri, mentre a Londra si moriva, non un predicatore esaltato da qualche recesso iracheno, ma Recep Tayyip Erdogan, presidente di un Paese della Nato come la Turchia, poteva impudentemente affermare che “se l’Europa continua così, nessun europeo potrà camminare al sicuro per le strade in nessuna parte del mondo”, se questo è possibile, significa che qualcosa si è rotto. Non so bene quale, ma un nesso con il sangue sul Westminster Bridge deve esserci.
 

23.3.2017, 05:402017-03-23 05:40:30
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

22.3.2017, 08:352017-03-22 08:35:00
Matteo Caratti @laRegione

Il 4x4 e le matrioske

Attenzione scotta! Parliamo dell’ulteriore capitolo – incandescente dal punto di vista politico e istituzionale – apertosi sul caso Argo 1, l’agenzia di sicurezza fatta chiudere dalla mattina alla...

Attenzione scotta! Parliamo dell’ulteriore capitolo – incandescente dal punto di vista politico e istituzionale – apertosi sul caso Argo 1, l’agenzia di sicurezza fatta chiudere dalla mattina alla sera perché impiegava un presunto reclutatore dell’Isis.
Il nuovo capitolo è incentrato sulle dichiarazioni rilasciate ai mass media dal capo del Dipartimento istituzioni che a caldo aveva commentato la notizia dell’arresto elogiando il lavoro di intelligence svolto dai nostri servizi segreti. In breve: se la mela marcia era stata prontamente individuata, lo si doveva al loro monitoraggio.
Passati alcuni giorni, le parole gobbiane hanno fatto nascere i primi interrogativi: ma cosa sapeva di preciso Norman Gobbi sul lavoro svolto dai nostri servizi segreti? E da quando sapeva? E come mai, se sapeva perlomeno qualcosa, non ha informato nemmeno sommariamente i suoi colleghi di governo? Di mezzo c’era una situazione di pericolo per lo Stato, o no? Giusto tacere? O sbagliato?
Domande non da poco, perché Gobbi sapeva che sul territorio cantonale agiva un presunto reclutatore dell’Isis, ma per mesi non ha informato i colleghi di governo. È allora altresì importante sapere in base a quali ragionamenti egli ha ritenuto opportuno non sbottonarsi. Lo ha fatto per questioni strettamente formali, per esempio perché era tenuto al rispetto del segreto assoluto da parte di chi lo aveva informato (chi? i servizi segreti? il comandante della polizia cantonale? entrambi?) per eminenti esigenze d’inchiesta? O lo ha fatto perché non si fidava e temeva che, mettendo i quattro suoi colleghi al corrente del segreto, c’era il rischio di danneggiare l’inchiesta? O ancora, non lo ha fatto – ma allora sarebbe grave! – per riuscire a sfruttare al massimo dal punto di vista politico l’informazione riservata, nel senso che gli onori dell’operazione di polizia sarebbero andati tutti a favore del lavoro degli inquirenti (parte dei quali dipendono dal suo comandante della polizia) e allo stesso tempo la bomba sarebbe scoppiata nelle mani del collega Beltraminelli? Quest’ultimo colpevole nell’aver dato un mandato diretto di oltre tre milioni di franchi a Argo 1 senza tenere al corrente della scelta, poi continuata negli anni, il Consiglio di Stato!
Domande queste che anche parte della politica si sta ponendo con una certa insistenza in queste febbrili settimane nelle quali gli scandali sembrano tante matrioske. Ricordate? Dapprima con Gobbi sulla graticola per via degli arresti alla migrazione (inchiesta penale che contina del resto a generare sottocapitoli); poi col mandato diretto milionario che ha fatto scordare per un attimo Gobbi e messo in croce Paolo Beltraminelli perché lo ha tenuto nascosto; mentre ora il dito è di nuovo puntato contro Norman4x4: cosa sapeva del lavoro dell’intelligence e perché non ha aperto bocca in governo?
Elemento in comune fra i due grandi comunicatori oggi sul grill: entrambi hanno improvvisamente perso la voglia di convocare conferenze stampa, fare dichiarazioni, mostrare sicurezza, twittare eccetera. Forse perché si sono accorti che le parole hanno significato e peso, che gli occhi dei vari gruppi politici puntati loro addosso cominciano a essere davvero tanti e che le interpellanze fioccano. Ovvio che anche i cittadini comincino a chiedersi: ma che cosa sta succedendo a Palazzo? I politici vengono eletti perché amministrino bene la cosa pubblica, lavorino in squadra, non per farsi sgambetti o per lanciare fumogeni.

22.3.2017, 05:402017-03-22 05:40:00
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

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La vignetta di Lulo Tognola

21.3.2017, 05:402017-03-21 05:40:00
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

20.3.2017, 08:302017-03-20 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Cari ragazzi, leggere per capire

Cari ragazzi, oggi avete fra le mani il nostro giornale, perché tanti docenti delle scuole medie pubbliche e private della Svizzera italiana hanno aderito al progetto didattico ‘Il...

Cari ragazzi, oggi avete fra le mani il nostro giornale, perché tanti docenti delle scuole medie pubbliche e private della Svizzera italiana hanno aderito al progetto didattico ‘Il Quotidiano in classe’ ideato 20 anni fa dal docente Claudio Rossi, affiancato ora da Giovanna Lepori e Clio Rossi. Grazie di averci scelto!
Vi dico subito che non abbiamo voluto confezionare un giornale diverso da quello vero. No, in aula lavorerete su notizia reali e sul giornale così come è. Ho, però, detto ai redattori che oggi fra i lettori ci siete anche voi. I lettori di domani.
Abbiamo dunque deciso, come sempre, di scrivere articoli su temi di giornata. Per quale scopo? Per informarvi su quello che succede vicino e lontano da noi. Ma anche per aiutarvi a capire meglio quello che sta succedendo. Ci siamo quindi occupati, come sempre capita, anche (ma non solo) di notizie brutte, come quella della morte di un motociclista colpito da un masso mentre stava viaggiando sabato lungo la strada fra Brissago e Verbania. Una tragedia che si somma a un’altra altrettanto drammatica: quella del migrante in fin di vita che ha raggiunto la Svizzera sul tetto di un convoglio ferroviario rimanendo folgorato alla stazione di Chiasso. Il secondo caso in pochi giorni. Numerosi sono insomma i fatti di cronaca che, aiutati dai docenti, vi permetteranno di riflettere su tanti aspetti della vita. Anche sulle nostre tante fortune, che però possono per fatalità trasformarsi in disgrazia, così come sull’evidenza che, prima o poi, gli squilibri generati nei secoli, fra un nord ricco a spese di un sud povero e dissestato, mostrino la fattura sotto la spinta delle tecnologie che spostano le masse verso vite presunte migliori.
Colgo l’occasione anche per segnalarvi un contributo sulle sfide che attendono noi adulti, ma che saranno anche le vostre, cioè la quarta rivoluzione industriale e l’avvento dell’intelligenza artificiale. In proposito date un’occhiata all’articolo ‘L’operaio digitale’ a pagina 8. Certo, mi direte, ma l’evoluzione tecnologica c’è sempre stata, la studiamo a storia! Vero, ma questa volta ho l’impressione che sarà accelerata e diversa. Diversa nel senso che l’interazione fra essere umano e macchina (robot), con quest’ultima in grado di apprendere, sarà spinta più in là. Più in là quanto? La domanda è profonda, filosofica e difficile. Deve interessare anche la scuola.
Ecco perché, con in mano anche un giornale (che favorisce la riflessione razionale) e non solo consumando velocemente notizie ‘soft’, è bene accorgersi di quanto succede attorno a noi. D’altro canto è importante che la scuola vi formi per diventare cittadini autonomi, con capacità critica, capaci di capire quello che sta succedendo nel mondo che è e sarà il vostro. Elevato sarà altrimenti il rischio che altri, raccontandovi anche frottole (che nell’era Trump si chiamano fake news), decidano per voi. Ma non necessariamente nel vostro interesse. Quindi studiate e informatevi. Buona lettura.

20.3.2017, 05:402017-03-20 05:40:41
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

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18.3.2017, 08:302017-03-18 08:30:06
Silvano Toppi

Stupidità e verità

Oggi la politica deve stupire, stupefare. Se non lo fa non esiste. Per questo anche il lessico politico si adegua alla comunicazione per slogan, a parole d’ordine che non vogliono analisi e...

Oggi la politica deve stupire, stupefare. Se non lo fa non esiste. Per questo anche il lessico politico si adegua alla comunicazione per slogan, a parole d’ordine che non vogliono analisi e argomentazioni più profonde. Con questi metodi corrono però paralleli, con il rischio di incocciare, la stupidità e l’imbecillità. Si dice che in ognuno di noi alberga uno stupido e un imbecille. Stupido deriva dal latino ‘stupeo’ che significa mi stupisco, sono stupefatto. Imbecille, invece, è colui ‘in-baculum’, senza bastone, che ritiene di poter fare a meno di pensiero o di consiglio. Il latino serve ancora a capire. Serve perché suggerisce pure prudenza o modestia quando si osa parlare, non senza rischio di ritorsione, di stupidità e imbecillità che riguardano gli altri. Di questi tempi ne abbiamo però in eccesso. Come non parlarne se si avverte qualcosa di politicamente patologico? Se osserviamo recenti fatti, tutti di produzione locale nonostante gli addentellati ‘stranieri’, noteremo che stupidità e imbecillità vi abbondano. Non si può ignorarle. Primo, perché si è incappati in un settore luogo esecutivo di quella politica diventata stupore e nerbo popolare di un Ticino da purificare e ricostruire. Se ci dovevano quindi essere un’attenzione e un impegno massimi ad eseguire i grandi e formidabili disegni politici del cantone, potere in mano, quello era il settore per eccellenza. Secondo, perché, dopo aver più volte riversato sulla Berna indifferente le nostre sciagure, ecco che proprio da là viene il richiamo a guardarci le nostre pentole. Così, in maniera tragicomica, la realtà finisce per stupire come non si doveva e a rendere attenti sulla differenza che corre tra il proclamare, lo sbraitare, il protestare e l’eseguire. Insomma, tra lo stupore da programma e la stupidità da risultato. Il fatto ticinese ha però addosso un morbo ormai universale. Fa parte di un metodo ‘politico’ diffuso, dominante. Non è allora tanto il fatto corruttivo che interessa (grave, perseguibile, ma la corruzione non è nuova), quanto quello che con una parola forse troppo grossa potremmo definire ‘culturale’. Consiste appunto nello stupire, nell’uscire con condanne che non lasciano scampo e con proposte che facciano colpo elettorale per la loro forza sovvertitrice. Proviamo a pensare ad alcuni esempi in Italia (a Roma), in Francia (Fillon, Le Pen), negli Usa (leggetevi il testo integrale della conf. stampa di Trump, esempio straordinario). Forse, tuttavia, non è neppure una novità ‘culturale’. Nel 1937 (accostamento che fa un po’ paura) un grande scrittore profeta (v. Robert Musil in ‘L’uomo senza qualità’) ammoniva: “Le condizioni della vita attuale sono così oscure, così difficili, così confuse che dalle stupidità occasionali del singolo può nascere una stupidità costituzionale della comunità”. E più avanti: “Non c’è praticamente pensiero importante che la stupidità non sia in grado di utilizzare; essa è mobile in ogni direzione e può rappresentare tutte le sembianze della verità. La verità invece ha un solo abito e una sola via, ed è sempre in svantaggio...”. Pensiamo a pensieri importanti, come democrazia diretta, onestà politica, trasparenza economica, necessità di far meglio di chi è venuto prima dei nostri.

18.3.2017, 05:402017-03-18 05:40:05
@laRegione

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La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

17.3.2017, 09:002017-03-17 09:00:04
Matteo Caratti @laRegione

Polli? No, megapolli

Con la FlixBus l’Ufficio federale dei trasporti ha mostrato i muscoli. Davvero? Scusateci, ma ci viene da ridere. L’Ufficio, è notizia di ieri, all’impresa tedesca di trasporti col pullman, che...

Con la FlixBus l’Ufficio federale dei trasporti ha mostrato i muscoli. Davvero? Scusateci, ma ci viene da ridere. L’Ufficio, è notizia di ieri, all’impresa tedesca di trasporti col pullman, che viola il cosiddetto divieto di cabotaggio (ossia il divieto per le società che effettuano trasporti internazionali di portare passeggeri tra due destinazioni all’interno della Svizzera) ha appioppato una multa di ‘ben’ 3mila franchi (vedi servizio a pagina 7). Poca cosa, o no?
A noi la notizia ha fatto più o meno l’effetto di una barzelletta. È un po’ come quel tale che diceva, permetteteci l’uso dell’ironia dialettale: ‘L’ho fai corr, l’ho fai corr… ma quant al mà cataa…’. E pensare che la multa massima poteva arrivare fino a 100mila franchi!
A parte i soldi spesi dalle autorità federali nell’istruire la causa (soldi nostri, visto che fra raccolta di prove con appostamenti, corrispondenza intercorsa fra le parti, osservazioni e ammonimenti, per giungere all’avvio della causa il caso sarà tranquillamente già costato al contribuente decine e decine di migliaia di franchi...); e a parte il fatto che non è finita qui, perché la multa può essere ancora contestata allo stesso ufficio entro trenta giorni, ecco, a parte ciò – ma, diamine! – lo sanno tutti quali calcoli fanno taluni imprenditori.
Il loro operato tiene conto della certezza della sanzione e della sua entità. Quindi della convenienza: uno calcola se e quanto ci guadagna, assumendo anche un comportamento illegale, e quanto dovrà sborsare se verrà beccato. Sempre che venga beccato, perché può darsi anche il caso che nessuno se ne accorga mai o quasi mai.
Voilà: in questo frangente i guadagni di FlixBus sono sicuramente molto ma molto superiori rispetto alla multarella di miseri 3mila franchi.
Domandina facile: perché mai far loro un maxiregalo? Svizzerotti polli? No, megapolli!

17.3.2017, 08:382017-03-17 08:38:48
Stefano Guerra @laRegione

Un ‘pacchetto’ sulla buona strada

Tante cose sono state dette e altrettante se ne diranno, ‘di destra’ come ‘di sinistra’, contro la riforma delle pensioni che il Parlamento si appresta a varare dopo quasi tre...

Tante cose sono state dette e altrettante se ne diranno, ‘di destra’ come ‘di sinistra’, contro la riforma delle pensioni che il Parlamento si appresta a varare dopo quasi tre anni e 170 ore di dibattiti, culminati ieri in un voto al cardiopalma al Nazionale. A mo’ d’esempio: i 70 franchi al mese in più di Avs per i futuri pensionati non sono proprio un modello di uso mirato dei soldi del contribuente; per di più, alla lunga faranno prendere l’ascensore alle uscite dell’Avs, rendendo necessaria una nuova riforma prima del 2030, anche perché si è rinunciato a un aumento significativo dell’Iva; oppure ancora: perché mai adesso le donne dovrebbero andare in pensione come gli uomini a 65 anni, quando la parità salariale resta una chimera? Potremmo continuare. Fermiamoci qui.
Questa non è una riforma perfetta, ‘loin de là’. Ma sarebbe sbagliato focalizzare l’attenzione su uno o l’altro dei suoi molti aspetti (i 70 franchi, persino il rialzo a 65 anni dell’età di pensionamento delle donne), perdendo così di vista l’insieme. I partiti hanno tentato di farlo, ognuno a modo suo, ma i sottili equilibri del progetto lanciato nel 2013 da Alain Berset alla fine hanno retto.
Altrettanto sbagliato sarebbe persistere – com’è capitato ancora in questi giorni sotto la cupola di Palazzo federale – in una sterile, a tratti ideologica opposizione tra primo e secondo pilastro. Visti i tempi che corrono (scarsi rendimenti delle casse pensioni, spinta al ribasso dei tassi di conversione nella parte sovraobbligatoria della Lpp ecc.), quel che ci sentiamo di poter affermare è che investire in quest’ultimo non sia particolarmente saggio. È opportuno che i sacrifici richiesti (donne in pensione un anno dopo, riduzione al 6% del tasso di conversione Lpp) siano controbilanciati da misure compensatorie anche nell’Avs.
Ma al di là di questo, quel che importa – e che si tende a dimenticare – è che stavolta delle misure di compensazione esistono. Nel 2010 si tentò di far passare un abbassamento secco del tasso di conversione Lpp dal 6,8 al 6,4% (ora si vuole scendere al 6%!): fu un fallimento clamoroso alle urne. Nessuno può dire come andrà il 24 settembre. Ma le prospettive non sembrano così cupe: anche perché il supplemento Avs dovrebbe risultare gradito alla base dell’Udc (molti contadini non hanno un secondo pilastro).
Infine: di una riforma del sistema previdenziale oggi c’è urgente bisogno. L’ultima risale a più di vent’anni fa. A ogni anno che passa senza fare nulla, si scava un buco nell’Avs (che nel 2030 sarebbe in bancarotta); e le casse pensioni faranno sempre più fatica a garantire le rendite col tasso di conversione attuale. Udc e Plr alla fine avrebbero preferito che tutto andasse a monte. Già vagheggiavano un piano B: la riforma sottratta al giudizio popolare, avrebbero rilanciato con alcuni suoi ‘pezzi’, magari pure con la pensione a 67 anni per tutti. Sono usciti con le ossa rotte, fuori gioco su uno dei progetti più importanti degli ultimi decenni.

17.3.2017, 05:402017-03-17 05:40:24
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

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