Corsivi

19.8.2017, 08:302017-08-19 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

La lezione di Giosuè

L’unico che ha saputo scherzarci su, facendoci infinitamente riflettere, è stato Roberto Benigni in ‘La vita è bella’ nel famoso dialogo col piccolo Giosuè. Ricordate quando il bimbo chiede al...

L’unico che ha saputo scherzarci su, facendoci infinitamente riflettere, è stato Roberto Benigni in ‘La vita è bella’ nel famoso dialogo col piccolo Giosuè. Ricordate quando il bimbo chiede al padre, leggendo un avviso affisso alla vetrina di un negozio: “Perché i cani e gli ebrei non possono entrare babbo?”. E padre Guido spiega: “Eh, loro gli ebrei e i cani non ce li vogliono. Eh, ognuno fa quello che gli pare, Giosuè, eh. Là c’è un negozio, là c’è una ferramenta no. Loro per esempio non fanno entrare gli spagnoli e i cavalli eh, eh... e coso là, c’è un farmacista no: ieri ero con un mio amico, un cinese che c’ha un canguro, dico ‘Si può entrare?’, dice ‘No, qui i cinesi e i canguri non ce li vogliamo’. Eh, gli sono antipatici oh, che ti devo dire oh?!

Giosuè, rilancia: “Ma noi in libreria facciamo entrare tutti”.

E il padre risponde: “No, da domani ce lo scriviamo anche noi, guarda! Chi ti è antipatico a te?”.

Giosuè: “I ragni. E a te?”.

Guido: “A me... i visigoti! E da domani ce lo scriviamo: ‘Vietato l’ingresso ai ragni e ai visigoti’. Oh! E mi hanno rotto le scatole ’sti visigoti, basta eh!”.

Se ricordiamo questo magistrale passaggio cinematografico, è perché in questo agosto di discutibilissimi divieti/cartelli affissi ne abbiamo purtroppo già incrociati un paio. E non si è trattato dell’ingresso a un negozio di ferramenta!

A inizio mese è scoppiata la polemica per il divieto (sancito in un regolamento vero e proprio) rivolto a disabili e autistici di poter frequentare la Scuola svizzera di Milano! Una scuola, palestra di formazione e di cultura, come la biblioteca ricordata da Giosuè! Che bisogno c’era di puntare il dito su disabili e autistici, mentre sarebbe bastato indicare che la frequenza a quell’istituto, a causa delle lezioni in tedesco, è particolarmente impegnativa… Poi ciascun potenziale studente utente sarebbe in grado di fare le proprie valutazioni, di provare e caso mai rinunciare. Quanto successo è semplicemente inammissibile! A spiegare la sbandata ai funzionari dirigenti dell’istituto e a gettare acqua sul fuoco è dovuta persino scomodarsi Berna.

Caso isolato? Nossignori, l’Hotel Paradies di Arosa ha fatto forse peggio (sempre che si possa fare una graduatoria) indicando esplicitamente su un cartello affisso all’entrata della piscina che i signori clienti ebrei sono pregati di farsi una doccia prima di entrare in piscina, perché – hanno tentato di giustificarsi – taluni di loro (ortodossi) entravano in acqua con la maglietta. Non era più semplice scrivere che in piscina si entra solo col costume da bagno e dopo aver fatto la doccia?

In entrambi i casi per carità non c’era intenzionalità di offendere e di discriminare andicappati, ebrei, e via dicendo. Quindi semplice ignoranza? Certo, chili, anzi tonnellate di ignoranza.

E allora combattiamola ’sta maledetta ignoranza. Come? Ci permettiamo di suggerire un semplice rimedio. A chi ha concepito il regolamento della Scuola svizzera di Milano e ha tentato in modo maldestro di difenderlo e a chi ha scritto il cartello ad Arosa si faccia vedere ‘La vita è bella’ di Roberto Benigni. E poi gli si faccia prendere carta e penna e scrivere cento volte un principio fondamentale sancito nelle Costituzioni: quello che vieta discriminazioni fondate sul sesso, sulla razza, sulla religione ecc. Un film, che si potrebbe anche proiettare alla Casa Bianca. Pur col dubbio che l’attuale presidente, alle prese con i fatti di Charlottesville e le ignominie dei suprematisti bianchi, sia in grado di capire e apprezzare la finezza dell’ironia ‘beniniana’. È un’epoca di giullari, la nostra. Ma alcuni – i più pericolosi che palleggiano atomiche – non sanno di esserlo.

19.8.2017, 08:002017-08-19 08:00:00
Erminio Ferrari @laRegione

Trump People

Credeva che suo figlio stesse partecipando a un raduno di sostenitori di Donald Trump. Dunque erano due le cose che non sapeva la madre di James Alex Fields, il ventenne che ha falciato con la propria auto i...

Credeva che suo figlio stesse partecipando a un raduno di sostenitori di Donald Trump. Dunque erano due le cose che non sapeva la madre di James Alex Fields, il ventenne che ha falciato con la propria auto i manifestanti antirazzisti a Charlottesville: uno, ignorava dove si trovasse suo figlio; due, non sapeva di avere ingenuamente svelato una verità che Trump medesimo ha tentato maldestramente di camuffare. “Quelli” erano davvero gente sua, emuli e parenti stretti dei suprematisti che ha portato con sé (e che tanto hanno contribuito a portare lui) alla Casa Bianca.

A dieci mesi dalla sua elezione, le spiegazioni secondo le quali l’incetta di voti che lo hanno intronizzato originava dal profondo della crisi ed esprimeva il risentimento di intere classi impoverite, le abbiamo ormai capite, e comunque si sono rivelate inadeguate per comprendere del tutto che cosa si sia prodotto in America. Anzi, se ci si ferma ad esse si è già in ritardo, perché la storia non si arresta in attesa che la capiamo. E se non apparisse forzata l’analogia, potremmo ricordare che mentre si dissertava sulle ragioni della loro ascesa, i fascismi consolidavano il proprio potere in Europa meno di un secolo fa.

In questo senso, la gestione caotica dell’amministrazione e il bric-à-brac della comunicazione presidenziale (ultima la sequenza di reticente condanna, precisazioni, autorettifiche a proposito di Charlottesville) sono anch’essi una sola parte del problema. Perché dell’elezione di Trump – per le condizioni in cui è avvenuta e per le conseguenze che si manifestano – è soprattutto necessario non ignorare il contenuto di “rivincita dell’uomo bianco”, che la condotta del presidente e i fatti di Charlottesville (ma anche lo stillicidio di episodi analoghi, seppure meno cruenti, che li hanno preceduti) confermano in maniera tragica e grottesca, rispecchiando e inducendo condizioni, eventi il cui “segno” non si cancellerà molto a lungo.

L’estrema destra (nelle cui fila si contano anche molte “persone per bene”, secondo Trump) che si è radunata nella città della Virginia non lo ha fatto per rivendicare lavoro o equità sociale, ma per affermare un primato, quello razziale, che reputa insidiato ai discendenti dei “fondatori” da “ebrei-comunisti- negri” (si veda il documentario ‘Charlottesville: Race and Terror’, firmato da una coraggiosa giornalista di Vice News Today, per averne un esemplare resoconto).

E neppure estemporanea era l’occasione che ha radunato nazisti e suprematisti: la “difesa“ della statua del generale sudista Robert E. Lee (insieme alle centinaia d’altre nel Sud degli States), minacciata di rimozione dagli antirazzisti. Quei monumenti non sono infatti una testimonianza della guerra civile (una sorta di onore delle armi reso ai vinti, come si pretende), ma furono eretti in un’epoca ben posteriore: negli anni successivi alla Prima guerra mondiale, quelli della rinascita del Ku Klux Klan, dei neri linciati e appesi agli alberi (“Strange fruits”, se qualcuno ricorda Billie Holiday). E la perfetta malafede del presidente è stata espressa da lui stesso quando ha deliberatamente confuso le date e le carte, chiedendo se dopo Lee sarebbe toccato a George Washington, giacché anche il padre della patria possedeva schiavi.

Ecco: ai leader suprematisti che davanti alle telecamere ripetevano, riferendosi a Trump, “noi l’abbiamo eletto, ora ci ascolti” (compreso il Bannon licenziato di fresco), andrebbe detto che loro dovrebbero piuttosto ascoltare il presidente. Si renderebbero conto che lui è già un po’ più avanti.

19.8.2017, 05:402017-08-19 05:40:21
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

18.8.2017, 08:402017-08-18 08:40:35
Erminio Ferrari @laRegione

L’agenda jihadista

Nell’agenda dei terroristi le priorità sono ben altre. Nel giorno in cui la stampa spagnola dava conto della decisione del Parlamento catalano di votare il 7 settembre la legge per lo svolgimento...

Nell’agenda dei terroristi le priorità sono ben altre. Nel giorno in cui la stampa spagnola dava conto della decisione del Parlamento catalano di votare il 7 settembre la legge per lo svolgimento del referendum indipendentista, un terrorista alla guida di un camion ha cercato la strage a Barcellona. Sulla Rambla, cioè una tappa obbligata di quel turismo internazionale nei cui confronti, in Catalogna, si erano moltiplicate le manifestazioni di insofferenza. Cosette, agli occhi di chi persegue uno squilibrato disegno di “riconquista” mondiale.

Uno scarto sincronico, ma soprattutto di concezione del mondo che la dice lunga sulla distanza abissale che separa il “nostro” mondo – con le sue “piccole” ambizioni, i suoi contrasti, le sue pretese – da quello vagheggiato dagli ideologi della guerra santa. Che cosa sono, agli occhi di chi si pretende inviato dal Cielo, una rivendicazione indipendentista, il fastidio per l’indifferente invasione di un turismo massificato?
La forza di questo terrorismo (il cui livello di organizzazione non va comunque enfatizzato) risiede, certo, in un contesto che genera esclusioni e alimenta risentimenti di cui si nutrono i “martiri” che rispondono alla chiamata. Ma in questo volgere della storia, il vantaggio insuperabile dei predicatori apocalittici è costituito dall’aver saputo fornire un orizzonte (folle ma ai loro occhi plausibile) alle migliaia di individui dall’identità smarrita.

In altre parole, finite nel sangue o nell’ignominia le grandi narrazioni occidentali del Novecento, l’Islam propagandato dall’Isis (prima ancora da al Qaida e tuttora nelle moschee in mano ai wahabiti inviati nel mondo dall’Arabia Saudita) è rimasto la sola ideologia universalista in vita. Capace di attrarre e motivare come un tempo riusciva solo al socialismo internazionalista.

Mettiamoci dunque la Spagna, dove accorse, ottant’anni orsono, un’internazionale resistente per difendere la Repubblica, e pensiamo (eventualmente, e lecitamente detestandoli) agli internazionalisti del jihad partiti per la Siria, per una ragione ai loro occhi non meno nobile, e forse capiremo l’epocale portata del ribaltamento in atto.
Un rovesciamento di prospettiva che costa fatica enorme, persino esistenziale, per essere compreso. Che impone di riconsiderare ciò che a lungo abbiamo ritenuto assodato, definitivo. E di misurare nella loro povertà le ambizioni particolari che nelle nostre società stanche hanno surrogato la venuta meno capacità di “veder lungo”. Diversamente, vinceranno “loro”.

18.8.2017, 08:302017-08-18 08:30:47
Mattia Cavaliere @laRegione

Officine: occorre chiarezza, è ora

Non sono bastate la realizzazione della galleria più lunga del mondo, nemmeno le recenti rassicurazioni delle Ffs. Loro, i 400 operai delle Officine di Bellinzona, non sono ancora...

Non sono bastate la realizzazione della galleria più lunga del mondo, nemmeno le recenti rassicurazioni delle Ffs. Loro, i 400 operai delle Officine di Bellinzona, non sono ancora usciti dal tunnel. Mesi fa si facevano due ipotesi: l’ottimizzazione della sede cittadina o il suo accorpamento con Biasca in un luogo, si diceva, ancora da definire. Mentre una decina di giorni or sono si dava per la maggiore il trasferimento delle nuove Officine. Unico punto fermo, emerso in un recente incontro della direzione Ffs con il governo, la volontà di disporre di una nuova struttura. Ma dove di preciso: via da Bellinzona? Eppure alla Città è stato chiesto di contribuire (con Berna) alla realizzazione di uno stabilimento all’avanguardia. E questo lo stesso giorno che è uscita la notizia di un collegamento Zurigo-Milano con fermata unica a Lugano che indebolisce di fatto la ‘Porta del Ticino’ suscitando tra l’altro diverse reazioni, da parte del sindaco e dell’Organizzazione turistica regionale.

Certo, va dato atto che le Ffs hanno investito somme considerevoli in Ticino, dotando (finalmente) Bellinzona e Lugano di stazioni al passo con i tempi con la messa in esercizio della galleria di base (dettaglio non irrilevante: la fattura è a carico della Confederazione). C’è un’altra cosa che non torna nell’annuncio, generico, di ricerca di luoghi sostitutivi per le Officine: se è vero (come detto dal Ceo Andreas Meyer) che si è all’inizio di un percorso nuovo, come mai le Ffs non hanno ancora contattato – almeno informalmente – i Comuni? È giusto che debbano essere gli stessi enti locali, all’oscuro di tutto, a scrivere all’azienda, nazionale, che pensa di trasferirsi dalle loro parti? Biasca e Castione hanno comunque già dichiarato il loro interessamento ad ospitare le nuove Officine (stupirebbe invero il contrario). Il Borgo ha sofferto il cantiere AlpTransit; come ad Arbedo-Castione c’è voglia di posti di lavoro, qualificati. Qui, alle porte di Bellinzona, si confida in uno sviluppo industriale che, si vorrebbe, portasse sbocchi ai residenti. Facile immaginare insomma che tra i due Comuni si inneschi una gara al miglior offerente, una sorta di corsa al ribasso. Opportuna, quando non sono ancora chiare le intenzioni delle Ffs? Certo, si potrebbe sempre gongolare accontentandosi dell’annuncio di dare un futuro alle Officine. Ma non va dimenticato che la mancanza di trasparenza (confusione?) sulle nuove Officine si somma ai numerosi richiami di sindacati e politica a rispettare gli accordi per il Centro di competenza (fortemente voluto da Municipio cittadino e Cantone) e alla maldestra caduta di stile dei vertici delle Ffs con l’opuscolo ‘Visioni e apparizioni in Ticino’ considerato offensivo. I ticinesi hanno fin qui sempre sostenuto le Officine. A novembre c’erano svariate centinaia di persone nel presidio contro Meyer in città. Nel 2008, all’annuncio della chiusura, erano sfilati in migliaia (anche a Berna) a gridare lo stesso slogan: ‘Giù le mani dalle Officine’. La politica, quando s’è mossa, ha cercato di dare delle risposte. Le Ffs facciano chiarezza sulle loro intenzioni.

18.8.2017, 05:402017-08-18 05:40:20
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

17.8.2017, 08:302017-08-17 08:30:08
Aldo Bertagni @laRegione

Auspici e realtà, c’è differenza

La democrazia è bella anche perché esigente e si basa su un gioco di equilibri non sempre di facile interpretazione. Il che non gioca a favore della trasparenza e a volte genera...

La democrazia è bella anche perché esigente e si basa su un gioco di equilibri non sempre di facile interpretazione. Il che non gioca a favore della trasparenza e a volte genera sgomento. Ma è il prezzo da pagare perché non ci sono risposte facili a domande complicate e chi sostiene il contrario mente sapendo di mentire. Ieri il Consiglio federale ha decretato la conformità al diritto superiore dell’articolo costituzionale ticinese approvato dal popolo quasi un anno fa per proteggere la manodopera residente in Svizzera. Al contempo lo stesso governo federale precisa che nulla osta in quanto “si tratta di obiettivi che non sanciscono diritti e doveri di singoli né prevedono mandati legislativi concreti”. Insomma, si sarebbe di fronte a “semplici” auspici, più che legittimi ma di difficile attuazione perché poco concilianti con alcuni trattati internazionali (l’Accordo sulla libera circolazione delle persone) ma anche con alcune leggi federali, come quella sul lavoro.

Riassumendo, il principio auspicato è conforme alla Costituzione federale – anche perché in armonia con l’articolo 121a – ma la sua attuazione legislativa cozza contro il diritto federale (che si traduce appunto con le leggi). Una contraddizione apparente, che certo non può sfuggire. Apparente appunto. Molta “antipolitica” è generata anche – e forse soprattutto – dalla complessità del meccanismo che regola la nostra quotidianità. Ciò che è bene e ciò che è male. Oggi è pressoché obbligatorio conciliare le scelte locali con altre più complesse. Forte e contraddittorio è il sentimento di non pochi cittadini europei che constatano la pochezza del proprio Stato a fronte dell’Ue e ancor più frustrante – per la nostra storia – è il sentimento dei cittadini svizzeri abituati da sempre a mediare molteplici interessi e oggi costretti a reggere l’urto pesante dell’Unione europea su non pochi aspetti dell’attività quotidiana. Il mondo è più complicato, sia perché meno comprensibile sia perché interconnesso con connettori differenti. Eppure la democrazia elvetica è avanzata e stabile, proprio perché sa distinguere fra valori e applicazione realistica degli stessi. Fra diritti e concordanza delle scelte. Guai confondere gli ambiti. È un complesso – e magari a volte incomprensibile – equilibrio che tiene conto da sempre delle differenze fra regione e regione, fra cultura e cultura. È un processo magari lento che non vuole, di principio, penalizzare nessuno. Nel senso che tutto è permesso salvo ciò che è vietato. E non il contrario come capita negli Stati accentratori. Può sembrare ipocrisia, in realtà è virtù rara che va alimentata costantemente.

17.8.2017, 05:402017-08-17 05:40:20
@laRegione

la vignetta di Lulo Tognola...

la vignetta di Lulo Tognola

la vignetta di Lulo Tognola

16.8.2017, 08:302017-08-16 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Alpi, la fiaccola dell’Iniziativa

L’Iniziativa delle Alpi continua la sua opera, o forse è meglio dire missione, di sensibilizzazione su questioni/nodi dei trasporti che ci toccano da vicino, visto che il Ticino è...

L’Iniziativa delle Alpi continua la sua opera, o forse è meglio dire missione, di sensibilizzazione su questioni/nodi dei trasporti che ci toccano da vicino, visto che il Ticino è di fatto un corridoio di transito e ha per questo sacrificato una parte non indifferente di fondovalle a ferrovia e autostrada. L’Iniziativa, questa volta, lo fa mettendo il dito nella piaga dei controlli dei mezzi pesanti che circolano con difetti tecnici o con autisti che violano le norme del diritto del lavoro, in primis i tempi di riposo. In proposito un dato, fornitoci da chi tiene accesa la fiaccola dell’Iniziativa, aiuta a capire che il problema esiste (cfr. pagina 4): quasi un terzo degli autocarri controllati nel Canton Uri nel 2016 presentava difetti tecnici, eccessi di peso o infrazioni alle norme sul lavoro! Una conferma, visto che, con una certa costanza, purtroppo, la polizia ci informa di Tir (spesso provenienti dall’estero) con autisti alla guida da troppe ore, persino con stati di alterazione dovuti all’alcool, per non dire di camionisti che non hanno il mezzo pesante a posto (freni, calore oltre i limiti…), rischiando di mettere vite in pericolo. Non c’è quindi di mezzo solo una distorsione della concorrenza fra strada e ferrovia, ma anche il pericolo per la salute e/o la vita di chi usa abitualmente gli assi di transito, che (pure loro) non perdonano, in particolare a causa di gallerie e ponti. È quindi fondamentale richiamare l’attenzione della politica federale sull’esigenza di sorvegliare maggiormente i Tir, anche nella tratta sud-nord, mantenendo alta la guardia e puntando (finalmente!) sulla costruzione del centro di controllo di Giornico, dopo quello già operativo a Uri, incagliatosi per via del ‘famoso’ terreno inquinato.

L’appello si somma a quelli che, dalla fine degli anni 80, l’Iniziativa delle Alpi lancia regolarmente nell’intento di sensibilizzare politici e opinione pubblica sulla necessità di proteggere il delicatissimo ecosistema alpino. Un territorio unico, messo a dura prova dai cambiamenti climatici di cui (pare) solo il presidente Usa non si è ancora reso conto. Quindi: proteggiamo il nostro fragile ecosistema, pretendendo ancor più da chi usa la A2 solo per sfrecciare da nord a sud, che lo faccia nel massimo rispetto della sicurezza stradale e del nostro ambiente. Non assicurare questi aspetti come autotrasportatori significa, nella migliore delle ipotesi, speculare che non succeda nulla in caso di incidente e comunque fregarsene di quanto scaricato nell’ambiente dai Tir.

È quello che vogliamo? Crediamo che non vi sia nessuno talmente autolesionista da dichiararsi disposto a pagare una simile fattura, che, non dimentichiamolo, ricade sempre e comunque sulla nostra salute e su quella di chi dopo di noi verrà.

16.8.2017, 05:402017-08-16 05:40:48
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

14.8.2017, 09:002017-08-14 09:00:02
Aldo Sofia

E Trump sdoganò i suprematisti

«Guardati allo specchio e ricordati che sono stati i bianchi americani a regalarti la presidenza». È il rimprovero che David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, ha rivolto a Donald Trump...

«Guardati allo specchio e ricordati che sono stati i bianchi americani a regalarti la presidenza». È il rimprovero che David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, ha rivolto a Donald Trump. Colpevole di aver pronunciato sui gravi fatti di Charlottesville parole di condanna così tiepide, così scontate, così generiche da essere sommerso dalle critiche anche da parte degli ambienti repubblicani. Un presidente, il ‘Don’, che ha a lungo flirtato con la feccia razzista dei suprematisti bianchi, che nei suoi attacchi ossessivi al predecessore Obama non ha disdegnato i loro strampalati argomenti razzistico-religiosi (musulmano, figlio di un africano, non legittimato a guidare la nazione), e che alla Casa Bianca si è portato un esponente di questa impresentabile ‘alt-right’, Steve Bannon, l’‘anima nera’ che Trump ha tentato di imporre come suo principale collaboratore, e comunque rimasto ascoltato ‘consigliori’.

Sdoganare così sfacciatamente il peggio prodotto dalle paure e dall’odio di questa pur piccola parte del Paese comporta una precisa e pesante responsabilità politica. Le squadracce che hanno sfilato nella città della Virginia, definita “cuore dell’America jeffersoniana” (al presidente umanista Davis Jefferson si deve infatti la fondazione della locale università), e che protestavano contro il progetto di rimuovere la statua di un generale segregazionista, sono il prezzo che una nazione profondamente lacerata paga alla strategia di un presidente che per buona parte della sua campagna elettorale non ha affatto disdegnato gli insulti, le fandonie, le oscenità, il razzismo anche antisemita che impastavano i quotidiani attacchi di radio locali e siti web del tipo Breitbart News ispirato da Bannon l’amico e confidente del presidente.

Certo, l’America bianca non è questa, non va confusa e assimilata con gente che nei suoi cortei sfila anche con la bandiera nazista che non molti decenni fa i loro padri e nonni combatteremo sino a sacrificio della vita. Non è certo per un’aspirazione suprematista, per un’istinto razzista, per il sogno di ripristinare antichi ruoli e privilegi che nel novembre 2016 una parte consistente di bianchi americani ha votato Trump, bensì per la rivolta contro un capitalismo finanziario rapace da parte di una classe media sempre più impoverita e di una classe operaia pagata sempre meno. Trump, pur con tutte le contraddizioni e le menzogne più volte denunciate, è il prodotto delle crescenti ingiustizie e disuguaglianze sociali.

Tutto questo, però, sullo sfondo di un’America bianca che più o meno consciamente teme la progressiva perdita di peso nella società multietnica, sapendo che fra non molti anni anche in termini numerici essa sarà inevitabilmente minoranza demografica nel mosaico statunitense. Proprio per questo l’aver condiviso alcune delle idee e degli uomini vicini alle tesi di un suprematismo violento e fuori tempo è miscela esplosiva, è una grave macchia politica, che pesa come un macigno sul 45esimo presidente americano. Che non ne sembra affatto consapevole. Tanto che, per avere un giudizio netto e circostanziato di condanna dei neonazisti calati in Virginia s’è dovuto attendere un tweet riparatore della figlia Ivanka, la ‘first daughter’, che ha quantomeno avuto la saggezza di scrivere che “non c’è posto nella società per suprematisti bianchi e neonazisti”.

14.8.2017, 08:302017-08-14 08:30:18
Ugo Brusaporco

Successo e rischi di un Festival

«È la terza volta che mi metto in fila per questo film, e anche questa volta non lo vedrò!», sospira delusa una spettatrice dopo una lunga coda davanti alla sala del PalaCinema per...

«È la terza volta che mi metto in fila per questo film, e anche questa volta non lo vedrò!», sospira delusa una spettatrice dopo una lunga coda davanti alla sala del PalaCinema per vedere ‘Abschied von den Eltern’ di Astrid Johanna Ofner. Non lo vedrà e lo stesso è successo a chi ha tentato più volte di vedere ‘Easy’ di Andrea Magnani. «Questo festival soffre il peso del grande successo. Le sale non riescono a rispondere alla domanda del pubblico, e poi il sistema alberghiero non è da grande festival» ci confida una collega francese.

Nel festeggiare settant’anni il Festival si trova a fare i conti non solo con il suo successo ma anche con la sua identità. Sono davanti a tutti le lunghe file degli spettatori della Settimana della Critica, che bivaccano in una bella sala, quella del teatro Kursaal, insufficiente da anni a contenerli, mentre davanti alla seconda sala del PalaCinema si sfiorano le risse per trovare un posto. È sicuramente un segno del successo per Locarno – dopotutto gente che fa la fila la trovi anche a Cannes e di più, dove entrare alla Debussy o alla Quinzaine o al Miramar per la Semaine è quasi da cinquina al lotto – ma il pubblico di Locarno è diverso. E il bello di questo Festival è il suo pubblico, forse più dei film, perché è un pubblico che ama davvero il cinema, che non ricerca i divi come negli altri Festival, ma mostra una sana curiosità.

Questo è un patrimonio da non disperdere. Per questo mentre a Cannes poco interessa chi sta fuori, per Locarno diventa fondamentale non lasciar fuori nessuno. Di più diventa fondamentale un discorso serio sulla ricezione alberghiera e sulla sua qualità: in tanti alberghi locarnesi sembra che addirittura il collegamento internet non sia una priorità! Di più, mancano luoghi come quello che era il Grand Hotel, che sono il Majestic o il Carlton a Cannes, l’Excelsior al Lido di Venezia, l’Hyatt a Berlino, luoghi che catalizzano oltre a rispondere a dei bisogni.

La risposta non può essere la Rotonda. Siamo stati testimoni di episodi spiacevoli, di persone alterate e violente che uscivano dalla Rotonda andando a condizionare la tranquillità di che andava da una sala all’altra, o solo passeggiava. Sarebbe stato bello se quel luogo fosse diventato qualcosa come a Cannes è il cinema sulla spiaggia e a Venezia il cinema a San Polo, dove convogliare non i film della Piazza, ma quelli che più sono reclamati dal pubblico. Una sala all’aperto in più. Non è fantascienza.

Poi, i film. Il direttore dovrebbe cercare di non mescolare il Concorso con i Cineasti del Presente. Quest’anno è successo e il risultato è stata una confusione di linguaggi, con film sperimentali, o figli di videoinstallazioni, che si sono trovati insieme nella competizione principale, con altri dal linguaggio più classico: film che hanno il loro destino nelle sale con film che non vedranno mai le sale per costituzione; film che nascono per essere visti di notte nelle tv e altri che non saranno mai visti fuori da un festival. E allora, ci domandiamo, a che cosa serve un Festival, e soprattutto il suo Concorso?

Il direttore risponde con i film. E allora ‘Mrs. Fang’, Pardo d’oro, con le sue decine di minuti fissi sul volto di una morente, è il nuovo cinema che Locarno manderà nelle sale del mondo? Lo stesso, lasciamo questo Festival con le immagini di ‘Meteorlar’ di Gürkan Keltek da far vedere cento volte a Erdogan, con quelle di ‘Did You Wonder Who Fired the Gun?’ di Travis Wilkerson da mostrare a Trump e con quelle di ‘Wajib’ (Il dovere) di Annemarie Jacir, con cui riflettere sul nostro tempo e sulla fatica di viverlo. Di questo sì possiamo dire grazie al Locarno Festival 2017.

14.8.2017, 05:402017-08-14 05:40:00
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

12.8.2017, 08:002017-08-12 08:00:34
Stefano Guerra @laRegione

Il problema del Plr con le donne

Che il Ticino, dopo 18 anni di assenza, debba tornare in Consiglio federale, è ormai un assioma. Nessuno – nemmeno i due candidati romandi in corsa per il posto di Didier Burkhalter in...

Che il Ticino, dopo 18 anni di assenza, debba tornare in Consiglio federale, è ormai un assioma. Nessuno – nemmeno i due candidati romandi in corsa per il posto di Didier Burkhalter in Governo – contesta questo diritto quasi ‘naturale’, distillato dall’articolo 175 cpv. 4 della Costituzione (“le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono essere equamente rappresentate”). Forte del bonus geografico, senza alcun grande malus rispetto ai rivali (se non quello di essere in Parlamento un uomo delle odiate casse malati), il ticinese Ignazio Cassis sembra quindi destinato a sbaragliare la concorrenza.

Il Plr non ne uscirebbe bene. Avrà sì riportato il Ticino ai vertici della politica nazionale, e forse non è poco. Ma in un certo senso non avrà potuto fare altrimenti. Mentre se Cassis verrà eletto, il partito che ha costruito lo Stato federale – e che ha inviato nel 1984 la prima donna in Consiglio federale – si sarà ancora una volta lasciato sfuggire l’occasione di profilarsi come una forza politica moderna, in cui le donne non siano ridotte a comparse o poco più. C’è Isabelle Moret, si dirà. Non basta.

La storia ci dice questo: in caso di ticket misto è praticamente sempre l’uomo a spuntarla. Ne hanno fatto l’amara esperienza Christiane Langenberger (1998, contro Pascal Couchepin), Christine Beerli (2003, contro Hans-Rudolf Merz), Martine Brunschwig Graf (2009, contro Christian Lüscher già allo stadio della nomina per il ticket), Karin Keller-Sutter (2010, contro Johann Schneider-Ammann) e persino, in casa socialista, Christiane Brunner (1993, contro Francis Matthey). Se davvero si vuole eleggere una donna, allora bisogna presentare un ticket esclusivamente femminile, ha scritto sul ‘Tages-Anzeiger’ la consigliera di Stato zurighese ed ex consigliera nazionale Jacqueline Fehr (Ps).

Dopo le traumatiche dimissioni di Elisabeth Kopp (1989) sono stati eletti cinque consiglieri federali Plr: tutti uomini; la quota femminile nel gruppo parlamentare oggi è inferiore al 20%; al Consiglio degli Stati Karin Keller-Sutter siede a fianco di 12 colleghi di partito; 14 dei 15 nuovi parlamentari eletti nel 2015 sono uomini; e nei governi cantonali troviamo solo 8 consigliere di Stato Plr su 40. Il fatto che sia Petra Gössi a presiedere il partito ha a che vedere con la ritrosia degli uomini ad assumere la carica, piuttosto che con la volontà di promuovere una donna ai comandi.

Certo, il Plr non è un caso isolato in campo borghese: gli altri partiti hanno problemi simili (Ppd) o maggiori (Udc). Ma i liberali-radicali non possono comunque permettersi di eludere ancora a lungo la ‘questione’. Tanto più che questa si pone con rinnovata urgenza dopo l’annuncio del ritiro di Doris Leuthard (Ppd) entro la fine della legislatura.

Anche Doris Fiala infine sembra essersene accorta. Sin qui propensa a rinviare la partita al momento del ritiro di Johann Schneider-Ammann (2019), ieri la presidente delle donne Plr ha promesso un sostegno deciso a Isabelle Moret. Un sostegno tardivo, comunque insufficiente. Che non promette nulla di buono nemmeno in vista della prossima tornata – quella ‘buona’, secondo Fiala –, quando ad eleggere il successore di Schneider-Ammann sarà ancora un’Assemblea federale a larga maggioranza maschile, con non pochi uomini che ambiscono al Consiglio federale. Anche perché “la società e la politica in Svizzera sono ancora fortemente patriarcali: le donne hanno cominciato a scuotere queste strutture negli ultimi decenni. Ma queste sono lungi dall’essere state superate”, ha detto il politologo Werner Seitz alla ‘Wochenzeitung’.

12.8.2017, 05:402017-08-12 05:40:31
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

11.8.2017, 08:302017-08-11 08:30:00
Andrea Manna @laRegione

Post razzisti, l’indagine sia celere

Succede sempre più di frequente, anche nelle democrazie cosiddette evolute: dove non arrivano buon senso, decenza e autocontrollo, arriva la magistratura. Purtroppo. Perché a...

Succede sempre più di frequente, anche nelle democrazie cosiddette evolute: dove non arrivano buon senso, decenza e autocontrollo, arriva la magistratura. Purtroppo. Perché a governare le azioni umane dovrebbero essere anzitutto cuore e cervello. La realtà è invece un’altra: non di rado comportamenti e parole cozzano contro valori che crediamo universalmente riconosciuti, che prescindono da leggi e codici e sui quali si regge, perlomeno in teoria, una sana convivenza. Un’affidabile cartina di tornasole di questa realtà sono certe esternazioni sui social, derivanti (pure, ma non solo) da un uso distorto di Facebook e affini in quanto considerati zona franca, dove tutto è permesso, dove non esiste confine tra lecito e illecito. Lo confermano i post a sfondo razzista apparsi subito dopo il tragico decesso, ai primi di luglio, della giovane mamma eritrea precipitata dal balcone di un palazzo a Bellinzona, per cause ancora da chiarire (gli inquirenti sospettano dell’accaduto il marito, lui si dichiara estraneo ai fatti). Una delle autrici degli inqualificabili messaggi si rallegrava addirittura della morte della 24enne africana... Ora si apprende – vedi la ‘Regione’ di ieri e l’edizione odierna a pagina 9 – dell’avvio di un procedimento penale per discriminazione razziale a carico delle due donne che hanno postato i vergognosi commenti. Un passo atteso, e da salutare senz’altro positivamente, quello del Ministero pubblico, sollecitato dalla segnalazione di un gruppo di cittadini indignati dal contenuto dei post. L’auspicio è che l’inchiesta venga chiusa in tempi brevi e che l’esito della stessa sia prontamente divulgato dalla Procura affinché la sua decisione funga, qualora gli accertamenti dovessero sfociare in una proposta di condanna, da deterrente nei confronti di chi ritiene che nel mondo online ogni cosa sia concessa.

Se le autrici delle incriminate esternazioni via social verranno riconosciute colpevoli del reato loro contestato, confidiamo in una pena non esemplare, bensì equa. Nella speranza che la (eventuale) sanzione possa ricordare ai tanti fruitori di social network un concetto, tanto semplice e fondamentale, quanto negletto, spiegato da Roy Garré, giudice del Tribunale penale federale, in un’intervista rilasciata al nostro giornale lo scorso autunno: “Non va dimenticato che, utilizzando internet per scopi criminali, non si agisce soltanto nel mondo virtuale, ma anche in quello reale, dove in definitiva si trovano le vittime in carne e ossa di tipici reati come truffe, estorsioni, abusi sessuali, spionaggio eccetera: tutti illeciti sanzionati dal Codice penale”. E nella lista dei reati contemplati dal Codice figurano altresì quelli contro l’onore e quello di discriminazione razziale, piuttosto diffusi sui social.

Non si parli di censura o non ci si appelli alla libertà di espressione, invocata sovente a vanvera per sdoganare calunnie e odio. Libertà di espressione non significa licenza di insultare. In una società aperta al dialogo e al confronto non ci sono temi tabù e si possono sostenere tesi anche controverse senza ingiuriare. Purché si abbia la capacità di argomentare, che andrebbe appresa a scuola e in famiglia e che un impiego improprio dei social annulla.

Non tutto è perso però. Nell’attesa di conoscere la decisione della magistratura concernente i post razzisti sul decesso della giovane eritrea, va elogiata l’iniziativa di quella settantina di persone che, con senso civico e con coraggio (proprio così), hanno manifestato il loro sdegno di fronte a inammissibili esternazioni, rivolgendosi al Ministero pubblico. Incoraggiante. Il grado di civiltà di un Paese lo si misura anche da simili azioni.

11.8.2017, 05:402017-08-11 05:40:34
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

10.8.2017, 08:302017-08-10 08:30:29
Marzio Mellini @laRegione

Dissuasiva, non ancora preventiva

“Danneggiamento dell’erba del campo da gioco per 800 franchi”. Tale, secondo la difesa, avrebbe dovuto essere la pena per il 24enne hooligan del San Gallo che il Tribunale penale...

“Danneggiamento dell’erba del campo da gioco per 800 franchi”. Tale, secondo la difesa, avrebbe dovuto essere la pena per il 24enne hooligan del San Gallo che il Tribunale penale federale ha invece condannato a tre anni di reclusione, in parte sospesi con la condizionale, per aver lanciato petardi e fumogeni allo stadio di Lucerna. Un fatto grave già di per sé, reso ancor più grave dalle sue conseguenze, su tutte il ferimento di una persona (lesione irreversibile all’udito).

Sull’erba bruciacchiata, ci sia consentito un sorriso amaro, più che divertito. Lungi da noi addentrarci in questioni giuridiche complesse, le stesse che la difesa cavalcherà per impugnare una decisione che rimbalzerà al Tribunale federale. Da ignoranti in questioni di diritto, ci sia però concesso considerare maldestro il tentativo di declassare il lancio di petardi e fumogeni – pericoloso e illegale nella misura in cui i primi sono considerati ordigni, quindi materia esplosiva – al danno arrecato all’erbetta della Swissporarena.

Torto morale, lesioni gravi, ripetuto danneggiamento (del campo da gioco) e ripetuta violazione della legge federale sugli esplosivi: di che farne un fatto grave. Per il quale è giusto che finalmente chi se ne macchia, ne risponda davanti alla giustizia penale.

Giustizia è fatta, quindi, ma non ci si illuda: una sentenza di un giudice, per quanto dura possa essere, è un atto dovuto ma al massimo può spaventare chi nel gruppo si fa forza (la maggior parte...), ma in cuor suo prima di combinarne un’altra ora ci penserà due volte. Serve, ma non è la soluzione. Dissuade, forse, ma non previene.

Premesso che alla suddetta soluzione lavorano da tempo commissioni e gruppi di studio, impegnati su un fronte ampissimo che spazia dalla psicologia alla sicurezza, senza che si sia giunti a una svolta vera e propria, è comunque quanto le società sportive auspicavano: che qualcuno andasse fino in fondo e desse un senso agli sforzi promossi in direzione dello sradicamento della violenza. Dal calcio, dall’hockey, dallo sport. Solo sensibilità? Anche interesse, perché i danni gravano sulle finanze (multe, partite a porte chiuse).

Che il colpevole debba rispondere della propria condotta comparendo davanti a un giudice aiuta i club ma non risolve il problema. Né li sgrava da responsabilità che devono essere abbracciate fino in fondo allo scopo non di contenere, bensì di estirpare il fenomeno alla radice: l’identificazione del tifoso violento; la sua relativa immediata messa al bando. Definitiva, non temporanea.

Insomma, a fianco delle cosiddette manovre accompagnatorie, dell’intervento di sociologi ed esperti, del rafforzamento dell’apparato della sicurezza all’interno dello stadio, della sbandierata volontà di contribuire alla soluzione del problema, è auspicabile che si prosegua sulla via della maggiore risolutezza, quando la mela marcia si palesa. La giustizia penale faccia il suo corso, il Tribunale federale ha indicato la strada. È però fondamentale che le sia dato del lavoro da sbrigare: segnalando, denunciando, isolando e allontanando chi sgarra. Sistematicamente.

Possiamo anche supporre che la deriva sia irreversibile, complice una società in repentino mutamento, ma non è una buona scusa per rinunciare alla lotta. Da qualche parte bisogna cominciare. Dissuadere è un inizio. A furia di provvedimenti duri e tempestivi, chissà che non si arrivi anche alla prevenzione. Intanto, è giusto che chi sbaglia paghi. Sia in tribunale, sia allo stadio. Venendone cacciato e andando al fresco.

10.8.2017, 05:402017-08-10 05:40:57
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

9.8.2017, 08:152017-08-09 08:15:00
Aldo Bertagni @laRegione

Settant’anni di utile inutilità

Se nella scala degli esseri viventi solo l’uomo compie atti inutili, come sosteneva il filosofo Pierre Lecomte du Noüy, un motivo ci sarà. Magari direttamente legato alla...

Se nella scala degli esseri viventi solo l’uomo compie atti inutili, come sosteneva il filosofo Pierre Lecomte du Noüy, un motivo ci sarà. Magari direttamente legato alla consapevolezza che l’uomo ha di sé e della propria miseria, nonché del proprio destino che, non andrebbe mai dimenticato, è morire. Ecco allora che la presunta inutilità di un gesto – di una scelta, di una visione – arricchisce il percorso di un processo, il nostro, intrinsecamente inutile già di suo. La prendiamo larga, persino troppo, per ricordare a tutti noi ticinesi che questi primi settant’anni di Festival del film (che si festeggiano ufficialmente oggi a Locarno) sono stati e sono quanto di meglio e di bello sa offrire l’apparente inutilità di ciò che chiamiamo attività culturale o anche espressione artistica. E forse la cinematografia è l’arte che meglio di altre sa regalarci il senso della nostra preziosa… inutilità.

Dirlo oggi, che a Locarno si danno appuntamento i rappresentanti della politica cantonale, assume un significato particolare perché questo ‘Locarno Festival’, come s’è voluto ribattezzarlo, è sempre più – e per fortuna – un evento nazionale e internazionale. Basta fare un giro in questi giorni in Piazza Grande, nelle stradine del centro storico, alla Rotonda o anche agli eventi di contorno. Per fortuna, si diceva, perché è quanto speravano i pionieri che ebbero la felice idea di promuoverlo, 70 anni fa, ma anche perché l’aurea internazionale del Festival si riflette inevitabilmente sulla realtà circostante; la illumina, la coinvolge, la trascina inconsapevolmente verso un processo virtuoso della conoscenza non solo cinematografica. Di più. Non solo artistica. Per almeno una volta all’anno il Canton Ticino – e ovviamente soprattutto Locarno – gode appieno di quella centralità geografica (in mezzo all’Europa) che il destino gli ha concesso. Senza paure e senza patemi. E scusate se è poco, viste le paturnie di questi tempi dove l’altro da noi è solo e soltanto, sempre più spesso, motivo di preoccupazione.

E allora ecco che questa rassegna cinematografica “inutile” – con l’arte non si mangia, è un refrain sempre di moda in certi ambienti – ci appare improvvisamente come un utilissimo strumento di conoscenza dove il mondo si affaccia e non per forza con un ghigno terribile. Se ne ha tangibile esperienza partecipando anche solo una volta alla visione serale in Piazza Grande, in una magia che si ripete ogni anno e che non finisce mai di stupire persino loro, attori e registi, abituati a tutta l’inutilità del mondo. Sino alla commozione. Ed è proprio in quei momenti, con gli occhi rivolti al grande schermo, che si ha consapevolezza della nostra pienezza umana inserita in un contesto universale, senza vincoli intellettuali ma dentro i paletti necessari che la nostra umanità ci impone. È partecipando al Festival del film di Locarno – unico nel genere – che si comprende quanto l’arte sia anche e soprattutto cosa quotidiana, popolare, quasi scandalosa e non tanto perché vi passano film magari poco “ortodossi”, quanto piuttosto per la forza emozionale che sa generare a migliaia di individui lì presenti, in tempi di eppur solitarie ed egocentriche frequentazioni virtuali.

I rapporti fra politica cantonale e Festival del film non sempre sono stati lineari, ma certo sempre stimolanti e non scontati. Oggi, dopo 70 anni, dovremmo tutti convincerci che questo Locarno Festival è quanto di più utile (in termini assoluti) il Cantone intero sia riuscito a regalarsi, nonostante tutto. Nonostante la marginalità e un costante malcelato vittimismo.