Corsivi

Ieri, 14:392017-10-18 14:39:33
Simonetta Caratti @laRegione

Pazienti siete soprattutto clienti

Da sempre i medici sono in un enorme conflitto di interesse, più operano, più prescrivono, più curano… più guadagnano. Facile cadere in tentazione in un cantone dove abbonda,...

Da sempre i medici sono in un enorme conflitto di interesse, più operano, più prescrivono, più curano… più guadagnano. Facile cadere in tentazione in un cantone dove abbonda, probabilmente per cultura, il ricorso facile a pillole e analisi. Da noi, tanto per fare un esempio, il consumo quotidiano di sonniferi è doppio rispetto ai nostri cugini della Svizzera tedesca (dati Ufs).

Ora a pompare un sistema sanitario già ipertrofico c’è un nuovo attore: la concorrenza ‘spietata’ tra pubblico e privato per accaparrarsi pazienti. Il motivo è semplice: il politico ha capito che per una serie di interventi complessi ci vuole pratica (più si opera, meno si sbaglia) e ha deciso di concentrarli in poche strutture elvetiche. Il ragionamento non fa una grinza. Ma nessuno vuole mollare l’osso o meglio il bisturi!

Per mantenere certe specializzazioni si deve dimostrare di avere i numeri. E qui inizia la ‘lotta’ per attrarre pazienti. Anche ospedali e cliniche d’oltre Gottardo hanno interesse a drenare pazienti dal Ticino. Lo fanno grazie ad accordi con il privato e il pubblico. Lo fanno grazie a medici che visitano in Ticino i pazienti e poi li operano in strutture della Svizzera interna e lo fanno anche quando l’intervento potrebbe essere svolto in Ticino. Spesso, quando il privato non può fare un intervento, piuttosto che lasciarlo al pubblico, che è abilitato, lo invia a Nord.

Al riguardo il professor Franco Cavalli (link) avanza l’ipotesi di guadagni o ritorni personali. Altrimenti non si capirebbe perché ci siano medici che dal Ticino mandano pazienti con linfomi a Zurigo; quando da Zurigo inviano i casi più complessi all’Istituto oncologico della Svizzera italiana (Iosi) in Ticino, perché è l’istituto nazionale di riferimento. Qui si sta facendo l’interesse del paziente o del medico? Di sicuro non si fa l’interesse del cantone dove – se il pendolarismo di pazienti cresce – la sanità rischia di diventare di serie B con una chirurgia minore. Ci sistemeranno l’appendicite e per il resto ci sarà il treno verso Nord.

Tra un mese sapremo quali mandati restano al Ticino per la chirurgia viscerale complessa che la Conferenza dei direttori della sanità ha assegnato due anni fa all’ospedale regionale di Lugano.

La posta, lo avete capito, si è alzata. Si parla di incassi a più zeri. Lo dimostrano anche le sempre più numerose conferenze, pubblicità su media, dibattiti pseudo-promozionali in tv, aperitivi… per promuovere la nuova tecnica chirurgica, il nuovo robot o l’ultimo specialista appena arrivato. In mezzo a questo marketing tamburellante c’è un paziente, sempre più disorientato.

Si affida a professionisti che dovrebbero fare i suoi interessi, ma è proprio così? In una serie di approfondimenti su questo giornale abbiamo cercato di capire perché ogni giorno quattro pazienti che potrebbero curarsi in Ticino decidano di farlo fuori dal cantone.

C’è chi parla della fragilità di alcuni settori della sanità ticinese; c’è chi vuole il principe del bisturi quando gli tocca; c’è chi va a feeling col chirurgo.

Abbiamo capito che di fatto è spesso il medico curante che indirizza il paziente, anche in modo velato, a prendere il treno per Berna, Zurigo, Lucerna o San Gallo. Scelte legittime, ciascuno può curarsi dove vuole, eppure in Ticino c’è sovrabbondanza di offerta medica (solo nel Luganese ci sono tre Pronto soccorsi, tra Civico, Italiano e Clinica Luganese). È bene che ogni paziente sia consapevole di essere anche un cliente e valuti tutti gli interessi in gioco.

Ieri, 11:302017-10-18 11:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Rogna, cimurro e petardi bagnati!

Argo 1 ora siamo ormai ai diversivi, talmente banali che il trucco c’è… e si vede! Eccome, se si vede!

Il metodo è semplice: si cerca di screditare il superteste che ha...

Argo 1 ora siamo ormai ai diversivi, talmente banali che il trucco c’è… e si vede! Eccome, se si vede!

Il metodo è semplice: si cerca di screditare il superteste che ha denunciato ‘la bügada’ e che ha parlato forte e chiaro (vedi a pagina 3). Del resto non è difficile farlo, visto che in taluni ambienti pare che gli scheletri negli armadi abbondino. Come si suol dire: se uno ha la rogna, l’altro avrà il cimurro.

Ma il petardo è bagnato, perché la procura – interpellata dalla Rsi – nel giro di poche ore ha confermato che per lei il superteste è attendibile. Come fa a dirlo? Perché al Ministero mica sono nati ieri e di testi ne hanno probabilmente sentiti anche altri, a conferma di diverse cosette affermate dal superteste.

Morale della favola nella migliore delle ipotesi? Qualcuno ha interesse a creare confusione e c’è chi si presta volentieri al gioco. Perché mai? Non è difficile capirlo: perché il gioco si fa sempre più duro.

C’è un ex procuratore pubblico all’opera su mandato del governo, c’è una commissione del parlamento che fra un caffè e un cappuccio ha finalmente fatto i compiti, c’è una Procura che indaga, c’è un’opinione pubblica che ha capito benissimo. Il cerchio si sta dunque stringendo e il nervosismo di taluni è comprensibilmente alle stelle. E, come detto, sparano petardi bagnati, meglio così, altrove sparano altro. In fondo è anche bello essere beata provincia!

Ieri, 07:102017-10-18 07:10:55
Sebastiano Storelli @laRegione

Nell’Ulster, come sperato

Giusto così. La Svizzera, tra le otto squadre costrette a disputare gli spareggi per accedere ai Mondiali della prossima estate in Russia, è quella che nella fase di qualificazione ha...

Giusto così. La Svizzera, tra le otto squadre costrette a disputare gli spareggi per accedere ai Mondiali della prossima estate in Russia, è quella che nella fase di qualificazione ha ottenuto il maggior numero di punti (27 su 30). E allora è giusto che il sorteggio di Zurigo sia andato proprio come sognato. Per essere presente al quarto Mondiale filato, la Svizzera dovrà eliminare l’Irlanda del Nord, considerata come la più debole delle quattro possibili avversarie (le altre erano Svezia, Eire e Grecia). Un sorteggio benevolo, con la ciliegina di un confronto di ritorno da giocare in casa, verosimilmente a Basilea.

Nelle dichiarazioni a margine della cerimonia di accoppiamento, il selezionatore rossocrociato Vladimir Petkovic ha tenuto, come impone il suo ruolo, un profilo basso, dichiarandosi soddisfatto soprattutto dal fatto di poter disputare la seconda e decisiva partita davanti al pubblico di casa. La pelle dell’orso, in effetti, non va venduta con troppa fretta. Perché la selezione dell’Ulster sarà pure la più debole del lotto, ma possiede qualità in grado di mettere in difficoltà la Svizzera se questa scendesse in campo con l’atteggiamento sbagliato.

Andare a Belfast a fare risultato non sarà una passeggiata. La selezione di Michael O’Neill, seconda del gruppo C alle spalle della Germania (davanti a Repubblica Ceca e Norvegia), al Windsor Park ha perso una sola volta negli ultimi quattro anni (dai tedeschi, appunto) e nelle cinque partite qualificative ha subìto gol soltanto dai campioni del mondo (3, a fronte di 13 reti all’attivo). L’apporto caloroso dei 18’000 del Windsor Park e il gioco fisico in tipico stile britannico (anni 70-80) fanno dell’Irlanda del Nord un avversario scomodo.

A Belfast la Svizzera si è recata due volte: nel 1964, per le eliminatorie ai Mondiali del 1966 la compagine diretta da Alfredo Foni venne superata 1-0, mentre nel 1998, in amichevole, quella di Gilbert Gress si arrese sullo stesso punteggio. Si parla di un’altra epoca calcistica, in particolare per una Svizzera la cui progressione negli ultimi 15 anni è stata di gran lunga superiore a quella degli irlandesi, ma la prudenza non è mai troppa, soprattutto con la posta in gioco tanto alta.

Prudenza che non può però nascondere l’evidenza dei fatti: la mano di Fernando Hierro è stata gentile con una Svizzera che dovrà ora essere capace di assumersi appieno il ruolo di favorita, nonostante Petkovic ammonisca che «l’Irlanda del Nord è una grande squadra. In sette partite non ha permesso agli avversari di andare in gol. Adesso è importante che i nostri giochino nei loro club, che abbiano risultati positivi e soprattutto che non subiscano infortuni».

L’Irlanda del Nord sarà pure un avversario per certi versi scomodo, ma c’è chi sta peggio. L’Italia si è beccata proprio quella Svezia che avrebbe voluto evitare. Certo, non c’è più Ibrahimovic, ma brucia ancora quel supposto biscotto confezionato da svedesi e danesi a Euro 2004. E le ultime uscite (Macedonia e Albania) non inducono all’ottimismo...

Ieri, 05:402017-10-18 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

17.10.2017, 08:412017-10-17 08:41:00
Erminio Ferrari @laRegione

Il volto di Kurz, la destra di Strache

Una cosa la sa già, Sebastian Kurz: se costituirà una maggioranza di governo con l’estrema destra, il giovanissimo cancelliere del Partito popolare austriaco non dovrà temere...

Una cosa la sa già, Sebastian Kurz: se costituirà una maggioranza di governo con l’estrema destra, il giovanissimo cancelliere del Partito popolare austriaco non dovrà temere sanzioni da parte europea. Un’altra la sa, e l’ha detta, Heinz-Christian Strache, leader del partito liberale (Fpoe), cioè capofila di quella stessa estrema destra: “Il sessanta per cento degli austriaci ha votato il nostro programma”.

Ed è così, infatti. Kurz ha reindirizzato il Partito popolare e impostato la propria campagna elettorale sui temi in precedenza appannaggio esclusivo dell’Fpoe. Dal rifiuto dei migranti al fastidio per l’invasività della politica europea nelle faccende domestiche. E ha vinto, ben sapendo che l’Europa di oggi non è più quella che nel 1999 impose (blande) sanzioni a Vienna, dopo l’ingresso in governo dell’Fpoe di Jörg Haider. Non lo è più a livello di esecutivi, contandone molti in cui è l’estrema destra a dettare l’agenda o a occupare i posti di vertice. E non è più lo stesso il suo tessuto sociale, per quanto possa essere rappresentato dalle scelte elettorali: il successo delle liste nazionaliste e xenofobe ne è un segnale certo, e il travaso delle loro istanze nei programmi dei partiti “moderati” lo conferma al di là di ogni dubbio.

Strache, naturalmente, ha fatto la sua affermazione cercando di sfruttare il momento, ma è andato vicinissimo al vero, sintetizzando in forma estrema uno scenario che si è già manifestato altrove in Europa. Ovunque, dove la crescita delle formazioni di estrema destra supera una soglia considerata allarmante, i partiti moderati (ma anche gli organi d’espressione dell’opinione pubblica) ne stigmatizzano dapprima le asperità propagandistiche e la radicalità dei programmi, poi li metabolizzano, li fanno propri, abbigliati di una veste più presentabile. E non guasta se a farsene leader e testimonial sono personaggi di sicuro appeal mediatico: e Kurz lo è nella versione austriaca.

Il risultato di questa operazione è duplice. Uno: raramente l’estrema destra viene annichilita dallo “scippo” dei suoi temi da parte della destra “moderata”, e anche dove non ottiene la maggioranza si rafforza. Due: se è vero che “il sessanta per cento degli elettori ha votato il nostro programma”, vuol dire che il processo di egemonizzazione del pensiero comune è a buon punto di compimento (in Austria, in Olanda, ma anche nella Germania di Angela Merkel, e persino in Francia, dove troppo frettolosamente si è voluto seppellire il fantasma dell’estrema destra insieme alle ambizioni di Marine Le Pen, in attesa di conoscere quale forma prenderà in Italia).

Certo, non dappertutto l’esito di questo processo, almeno in termini di configurazione dei governi, è lo stesso, né ci si può spingere oltre le analogie tra quanto avviene negli Stati citati sopra e quelli dell’ex Est Europa. Ma anche a questo proposito il caso austriaco è esemplare: a Vienna, i vincitori di domenica stanno già tentando di accreditarsi come “ponte” tra Ue e i riottosi membri dell’Europa centrale (i cosiddetti “Paesi Visegrad”). Di più: come capofila di una “diversa Europa” in seno a quella di Bruxelles. Tralasciando il nostalgico folklore da rediviva Mitteleuropa, il problema è serio.

17.10.2017, 08:402017-10-17 08:40:00
Lorenzo Erroi @laRegione

Austria infelix

Due terzi dell’Austria hanno votato nettamente a destra. L’ennesima sbandata dal consenso centrista che ha dominato a fasi alterne tutto il dopoguerra. Col rischio ora di un governo di “doppia destra”,...

Due terzi dell’Austria hanno votato nettamente a destra. L’ennesima sbandata dal consenso centrista che ha dominato a fasi alterne tutto il dopoguerra. Col rischio ora di un governo di “doppia destra”, con il giovane iperconservatore Sebastian Kurz affiancato dal navigato xenofobo Heinz-Christian Strache, erede del partito che fu di Jörg Haider.
Segno che la storia dell’Austria post-asburgica continua a ripresentarsi – se non come tragedia, quantomeno come farsa – in una serie di rigurgiti nazionalisti vecchi quanto Joseph Roth. Come nella Cripta dei cappuccini, quando un gruppo di fascisti entra nella bettola dove si trova il protagonista e proclama la venuta di un “governo del popolo.” Al che il povero Von Trotta commenta confuso, fra sé e sé: “Io appartengo ancora oggi a un mondo completamente tramontato. Un mondo dove un popolo doveva lasciarsi governare, e non poteva governare da sé, a meno che non volesse smetterla di essere popolo.”

È cambiato tanto da allora, figuriamoci. I conservatori di Kurz e Strache sono troppo ‘fighetti’ per paragonarli agli squadristi di Engelbert Dollfuß. Ma ci sono elementi che suggeriscono una certa continuità. Continuità nell’affermarsi di leader che hanno fatto del pugno duro sull’immigrazione, della chiusura dei confini e delle menti, del mito del ‘popolo’ (qualsiasi cosa esso sia) un elemento di folgorante successo politico. Continuità nel dover assistere al fallimento di un’idea comunitaria.

Certo, l’impero del ‘vecchio uomo’ Francesco Giuseppe era ben diverso dall’esperimento europeo. Fu forse solo un calcio d’angolo abborracciato per salvarsi dalla Storia. Sia come sia, il tentativo era già allora quello di salvare il salvabile dalle bordate degli identitarismi nazionalisti. Gli stessi identitarismi che quel disegno lo avrebbero presto accoppato, a Sarajevo (toponimo che nella storia europea sarebbe poi ritornato, e tutt’altro che come farsa). Lontani anche i tempi di Ottone d’Asburgo-Lorena, memorabile parlamentare Ue. Al quale chiesero, in occasione della partita di calcio Austria-Ungheria, per chi avrebbe tifato. Risposta sardonica: “Ma contro chi giocano?”.

Ora invece l’asse Austria-Ungheria è quello fra Kurz e Orbán, insomma: fra nazionalismi beceri. Basti pensare al monumento all’Ungheria minacciata dai ‘crucchi’ in piazza Szabadság, una roba tipo Las Vegas. O agli inquietanti adesivi della Grande Ungheria sui paraurti dei magiari rurali. E di sicuro Kurz e Strache ci andranno a nozze, con i loro omologhi polacchi e ungheresi. Aiutano a chiudere il discorso immigrazione in faccia ai disgraziati.

La reazione della destra arriva dalle periferie e dalle campagne. Anche questa una storia che si ripete. Fu proprio così che collassò l’esperimento democratico seguito alla fine dell’Impero: quando il resto della rimpicciolita Austria si stancò di quella Vienna divenuta troppo grande e istruita (allora si parlava di Wasserkopf, “idrocefalo”del Paese). Arrivarono dai monti Dollfuß e le sue brigate: preludio, in feroce allegretto pastorale, dell’Anschluß hitleriana.

Insomma, si torna sempre al giudizio un po’ sbronzo di Von Trotta: che cosa succede quando il populismo decide di imporre la sua idea unilaterale di ‘popolo’, e di governare di conseguenza? Se la principale preoccupazione è sbarrare la rotta dei migranti dai Balcani? O sul Brennero? Se le élite si prendono a pistolettate da sole – colpa anche del vuoto socialdemocratico - senza nemmeno il bisogno di un Gavrilo Princip?

Karl Kraus disse della Vienna di Klimt, Musil e Wittgenstein, che quello fu il banco di prova della distruzione del mondo. Speriamo solo che a forza di calci nelle palle di un’Europa più inclusiva e comune, non si finisca per doversi grattare le stesse rogne. Tanto più che di consolazioni come Roth e Klimt se ne vedono pochine, in giro.

17.10.2017, 08:152017-10-17 08:15:00
Aldo Bertagni @laRegione

Se la politica si fa male da sola

Trasparenza e chiarezza dei ruoli. Con questi presupposti il Gran Consiglio ha preso ieri una decisione per certi versi storica: i deputati cantonali non potranno più sedere nei...

Trasparenza e chiarezza dei ruoli. Con questi presupposti il Gran Consiglio ha preso ieri una decisione per certi versi storica: i deputati cantonali non potranno più sedere nei consigli d’amministrazione delle aziende statali o parastatali. Di fatto è stata normalizzata una prassi ormai consolidata, vuoi per precisi e recenti dettami legislativi, vuoi per un patto non scritto fra i partiti ticinesi. Quanto deciso ieri, infatti, riguarda esclusivamente le quattro principali aziende cantonali, vale a dire BancaStato, Azienda elettrica ticinese, Azienda cantonale dei rifiuti ed Ente ospedaliero cantonale e solo in quest’ultimo la questione è ancora attuale; negli altri tre casi già da tempo i membri dei Cda sono tutti “laici” o meglio “tecnici” per quanto magari con un trascorso politico alle spalle. Ma la decisione resta storica vuoi perché all’ordine del giorno da decenni, senza mai arrivare a una soluzione, vuoi perché s’inserisce nella dialettica politica-società o anche nel mai sopito dibattito ruolo pubblico-meritocrazia.

Una scelta sofferta – anche perché presa dagli stessi interessati… – che cambia il paradigma grazie a una maggioranza non così evidente (43 contro 36 e 3 astenuti) e già questo dice qualcosa. Il vero obiettivo del cambiamento, hanno detto i sostenitori – di sinistra ma anche di destra –, è la chiarezza dei ruoli nel senso che il controllore (il deputato) non può esercitare anche il compito del controllato (il membro del Cda di un’azienda cantonale). E fin qui il discorso non fa una piega. Resta da capire se il problema è tale da dover buttare via il bambino con l’acqua sporca. E il pargolo, in questo caso, è l’interesse pubblico che si esprime tramite la rappresentanza politica. Le quattro aziende in questione – l’hanno riconosciuto tutti – sono quanto di meglio la collettività ticinese può vantarsi di possedere. Patrimonio collettivo, dunque, creato per il benessere della cittadinanza. Orbene, un conto è la loro direzione tecnica – che presuppone professionalità e meritocrazia – altra cosa è la gestione pubblica, tramite il consiglio d’amministrazione, che dovrebbe pretendere soprattutto una profonda conoscenza del territorio e la più ampia rappresentanza (scelta con libere elezioni) a garanzia di tutte le “parti” principali del Paese. Perché un conto è l’alta vigilanza esercitata da Consiglio di Stato e Gran Consiglio, altra cosa è la direzione strategica (non tecnica) non per forza tesa al profitto finanziario. Anzi.

Gli esempi, anche federali, degli ultimi anni non ci convincono. In molti casi la politica si è limitata a indicare genericamente il mandato di questa o quell’azienda federale, lasciando ai manager le scelte strategiche. I risultati (vedi Posta e Ffs) sono sotto gli occhi di tutti. Un conto è distribuire i mandati in maniera equa, evitando conflitti palesi e interessi poco chiari, altra cosa è appaltare alla “società civile” l’intera attività aziendale pubblica o parapubblica. E di solito s’inizia così. Prima si “cacciano” i politici, poi si propone la trasformazione in società anonima e infine arriva qualcuno che convince il pubblico a farsi da parte. Con la felicità del popolo, convinto di aver suonato per bene tutti i politici certo corrotti e arraffoni. Salvo poi scoprire che almeno questi ultimi, se scoperti, potevi mandarli a casa. Intendiamoci, con la scelta di ieri non si va per forza in questa direzione. E però si è concesso qualcosa. Si è riconosciuto, forse senza volerlo, che sì i deputati cantonali – in quanto politici – possono anche farsi i fatti loro e non quelli degli elettori. Per principio. Se non è un autogol, poco ci manca.

17.10.2017, 05:402017-10-17 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

16.10.2017, 08:252017-10-16 08:25:00
Aldo Sofia

Questa America ‘prima’ e sola

Se si tratta del peggio, il 45º presidente degli Stati Uniti è di tenace coerenza. Così come nella determinazione di picconare il multilateralismo, lui che crede soprattutto nei...

Se si tratta del peggio, il 45º presidente degli Stati Uniti è di tenace coerenza. Così come nella determinazione di picconare il multilateralismo, lui che crede soprattutto nei rapporti di forza. Così, nel giro di pochi mesi, Donald Trump ha compiuto i passi che dovrebbero concretizzare il suo concetto di “America first”, prima, e sempre più sola.

Ha stracciato l’accordo sul clima di Parigi, per poi infilare gli stivaloni del poco verosimile soccorritore negli Stati sconvolti dagli uragani (“i più epici e costosi”, li ha definiti, senza accennare alla possibilità che quei micidiali tifoni in serie siano anche il risultato degli sconvolgimenti climatici). È andato alla tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite solo per denunciarne violentemente l’assoluta inutilità. Ha quindi annunciato il ritiro della superpotenza dall’Unesco, l’organizzazione per l’educazione, la scienza e la cultura (non proprio una novità per gli Usa).

E ha infine compiuto la prima mossa sulla strada della denuncia dell’accordo sul nucleare raggiunto faticosamente due anni fa con l’Iran, passando la patata bollente al Congresso, ma precisando che la parola definitiva spetterà comunque alla Casa Bianca. Decisione condannata da tutti gli altri firmatari (europei, russi, cinesi), che al contrario riconoscono a Teheran il sostanziale rispetto dell’intesa da parte del paese degli ayatollah, che fra l’altro ha accettato ispezioni permanenti e senza precedenti da parte dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica.

Il peggior accordo mai firmato da Washington, lo definisce “the Donald”, mettendoci di tutto, dagli esperimenti balistici iraniani (non proibiti dall’accordo), al mancato rispetto dei diritti umani (una gran novità), all’attivismo della potenza sciita su diversi scenari mediorientali.

La verità è assai più semplice: da una parte la stella polare di Trump rimane ossessivamente lo sradicamento della strategia del suo predecessore; dall’altra, si tratta di consolidare una precisa scelta di campo in favore dei suoi due alleati più anti-iraniani, cioè Israele e Arabia Saudita.

Poco importa se nella Repubblica islamica rialzano la testa le correnti conservatrici contrarie al pragmatico presidente Rouhani, se Teheran allenterà la sua pressione sul terreno contro i tagliagole dell’Isis, se il premier israeliano Benjamin Netanyahu tornerà a cullarsi nella pericolosa idea di un attacco preventivo contro l’Iran, e soprattutto se quest’ultimo si sentirà in stato di guerra e dunque autorizzato a seguire “la via nord-coreana” per dotarsi dell’arma assoluta. Ulteriore benzina sull’inesauribile incendio medio-orientale.

È la presidenza muscolare, di cui abbiamo recenti e disastrosi esempi. E a tranquillizzare non bastano certo le inascoltate parole del capo del Pentagono generale Mattis e del ministro degli Esteri Tillerson, difensori dell’accordo con Teheran. Il solito caos alla Casa Bianca.

16.10.2017, 08:052017-10-16 08:05:00
Matteo Caratti @laRegione

Dentro il governo, fuori dalle lobby!

Imbarazzante inciampo per il neo-ministro degli Esteri Cassis. A nove giorni dall’elezione a consigliere federale, senza che lo si sapesse, ha bussato alla porta della...

Imbarazzante inciampo per il neo-ministro degli Esteri Cassis. A nove giorni dall’elezione a consigliere federale, senza che lo si sapesse, ha bussato alla porta della Pro Tell, la lobby che cura gli interessi di chi detiene armi, entrando a farne parte. Che c’è di strano? Uno, che lo abbia fatto; due, che lo abbia fatto a una manciata di giorni dal verdetto dell’Assemblea federale; tre, che lo abbia fatto in punta di piedi; quattro, che non abbia considerato gli effetti boomerang sul Cassis ministro e probabile responsabile degli Esteri. Evidente la sua volontà di guadagnare consensi sulla destra. Ma, se lo avessero saputo la sinistra e il centro, che lo hanno preferito ai due concorrenti, lo avrebbero votato? Si pone quindi un problema di trasparenza. Ma di problema ce n’è un secondo. La lobby delle armi, come tutte le associazioni, persegue legittimamente interessi ben precisi, che possono entrare in rotta di collisione con il lavoro che un membro di un governo collegiale deve svolgere. Pensiamo in casu proprio al campo minato delle relazioni con l’Ue. In definitiva è anche questione di tatto, che deve indurre un membro dell’esecutivo a non agganciarsi direttamente ad alcun carro (armato e non), pur avendo una propria linea e una propria personalità politica. Cassis, spiace dirlo, bussando ed entrando a far parte di una nuova lobby, ha sbandato. Prima ancora di aver terminato i famosi 100 giorni di grazia. Un tiro da correggere.

16.10.2017, 05:402017-10-16 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

14.10.2017, 08:002017-10-14 08:00:27
Matteo Caratti @laRegione

Argo 1, neanche un bip!

È terminata un’altra settimana e continuiamo nelle nostre riflessioni sull’incarico diretto ad Argo 1. Lo facciamo visto che non sono ancora giunte risposte (credibili) dai diretti interessati...

È terminata un’altra settimana e continuiamo nelle nostre riflessioni sull’incarico diretto ad Argo 1. Lo facciamo visto che non sono ancora giunte risposte (credibili) dai diretti interessati sui mille perché della vicenda del mandato diretto milionario dato alla ditta di sicurezza. Mandato al quale si sono aggiunti i pasti per i centri di Rivera e Camorino, provenienti da Chiasso (perché non da Bormio?) percorrendo quasi 200 chilometri al giorno, salvo poi optare immediatamente, non appena emerso il caso, per una mensa del Cantone a pochi passi da Bellinzona. Come è stato possibile che succedesse tutto ciò?

La politica – che a parole continua a dire di voler fare chiarezza – si sta prendendo tutto il tempo anche se sono già passati oltre sette mesi dallo scoppio dello scandalo. Alla Gestione occorrerà circa un mese per fare anche solo la lista delle domande da sottoporre poi ancora al parlamento in vista della richiesta di costituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta. Domande che, mettendosi di buzzo buono, si possono scrivere fra un caffè e un cappuccino a colazione. L’imbarazzo non è grande, è megagalattico.

Gli unici – dopo l’incarico del CdS all’ex pp Bertoli – che questa settimana si sono sentiti liberi e in dovere di dire qualcosa, mentre cresce lo stupore di molti ticinesi, sono i partiti che rappresentano gli estremi: l’Udc (mercoledì il presidente Marchesi sulla ‘Regione’) e l’Mps (che per la penna del deputato Pronzini si è interrogato sul tema del finanziamento ai partiti). Più al centro ieri, dalle pagine di ‘OL’, anche il deputato Galusero è tornato a rilanciare l’argomento (in solitaria?), indicando in una decina di punti le questioni alle quali il “Ticino serio e onesto attende risposta”. E dalle colonne del ‘PeL’? Citus mutis. Neppure un ‘bip’, mentre ‘il Mattino’ ha promesso novità per domenica. Vedremo.

Strano davvero, ci siamo detti. Già, perché la curiosità di Pronzini in un Paese normale avrebbe dovuto sortire un’ondata di indignazione e la gara a dire ‘noi no, noi no’. E invece nulla. Pronzini, concretamente e angelicamente, in un’interrogazione al governo si è chiesto “se il CdS si è già attivato per verificare che nessun partito o singoli candidati alle elezioni cantonali 2015 abbiano ricevuto sostegni finanziari, diretti o indiretti, da Argo 1 o dai suoi dirigenti”. In un Paese normale, lo ripetiamo, i partiti (uno prima di tutti, cioè quello guidato da un presidente e un consigliere azzoppati) avrebbero dovuto insorgere e dire forte e chiaro che l’interrogante si è fuso il cervello. Primo, perché pone una domanda del genere al governo. Che ne sa infatti l’esecutivo di come si finanziano i partiti, che sono associazioni indipendenti e autonome? È vero, la legge prevede che, se ricevono finanziamenti superiori a 10mila franchi, devono annunciarli sul Foglio ufficiale. Ma quella legge è facilissimamente aggirabile. Come? Spezzettando gli importi, facendoli passare come pubblicità agli organi di partito… Secondo, perché, stando al deputato Pronzini, “quanto emerso e la spregiudicatezza dei dirigenti di Argo 1 spingono a chiedersi se, in passato ed in occasione di scadenze politicamente importanti – ad esempio le elezioni cantonali –, Argo 1 e/o i suoi dirigenti non abbiano cercato di ‘sdebitarsi’ per il trattamento ricevuto attraverso finanziamenti a candidati e/o partiti politici”. Sempre in un Paese normale, chi si spinge a fare tali illazioni, o è uno squinternato o ha (o almeno pensa di avere) qualcosa in mano. Ma d’altra parte, chi è chiamato a fare la figura del comperato o del venduto, se non lo è, si dovrebbe arrabbiare. Arrabbiare assai! O no?

Ci limitiamo a constatare che finora non è stato il caso...

14.10.2017, 05:402017-10-14 05:40:30
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

13.10.2017, 09:302017-10-13 09:30:23
Marzio Mellini @laRegione

Via dai campi. Così sì, lo punisci

‘Gesti di mano, gesti di villano’, recita un antico adagio che taluni padri e madri insegnano ai propri figli, tramandando a scopo educativo le perle di saggezza dei loro genitori...

‘Gesti di mano, gesti di villano’, recita un antico adagio che taluni padri e madri insegnano ai propri figli, tramandando a scopo educativo le perle di saggezza dei loro genitori.

Con gesto di mano si intende anche un buffetto, o uno schiaffo. Non per forza un pugno, né lo spintone di cui si è macchiato lo scorso 21 settembre a Lugano il presidente del Sion Christian Constantin, punito dalla commissione disciplinare della Swiss Football League con una pena severa per l’aggressione ai danni di Rolf Fringer, opinionista di Teleclub: quattordici mesi di inibizione dai campi, e una multa di 100’000 franchi. Non esemplare, forse, perché commisurata alla colpa (com’è giusto che sia), ma severa, questo sì.

C’è poco del gesto, e molto del villano, nella condotta cafona e violenta del patron vallesano. L’ammenda pecuniaria gli fa un baffo: la disponibilità economica gli consente infatti di uscirne quasi indenne, da questo punto di vista.

Diverso, per contro, il discorso relativo all’allontanamento dai campi, tutte le competizioni comprese. Con quel provvedimento sì che lo mettono in difficoltà, lui che – istrione e maneggione – ha nello stadio e nelle tribune il palcoscenico sul quale in passato, anche prima di quelle tristi ore di fine estate, ha spesso offerto il peggio di sé, con azioni riprovevoli. Non sempre passibili di sanzione disciplinare, ma pur sempre censurabili. Punto nell’orgoglio, prima che nel borsello. Allontanato dall’ambiente in cui la sua figura ha sempre diviso, tra chi lo considera un personaggio pittoresco fuori dagli schemi, quindi simpatico, e chi invece non gli perdona la prepotenza che si traduce in continui esoneri di allenatori, in intromissioni tecniche in settori che non competono a un presidente, in cadute di stile che non contribuiscono certo a tratteggiare i contorni di un signore.

Soffrirà, lontano dal campo, perché è sul campo e non certo alla scrivania che dà il meglio (o il peggio) di sé. Esagerazioni e scenate sono figlie delle emozioni che il calcio e il suo Sion (il possessivo è voluto) gli scatenano dentro. Cacciarlo dalla scena che più sente sua è senza dubbio una punizione molto più dura di una multa, per quanto salata possa essere.

Oggi sono in molti a gridare ‘evviva’, o ‘finalmente’. Giustizia è stata fatta? Sì, ma nulla più di questo. In attesa degli sviluppi della denuncia fatta alla magistratura cantonale sia dalla vittima (per aggressione) sia dall’aggressore (diffamazione), la giustizia sportiva ha fatto il suo corso. Ha usato il pugno duro, per restare in tema.

La tentazione di infliggergli una pena esemplare, per finalmente fargli pagare la spocchia, una condotta sopra le righe e la natura di dirigente scomodo che non si inchina ai dettami di Palazzo, è umana. La giustizia, però, trascende sentimenti e pregiudizi. Non può scendere a patti con l’umore o tarare i verdetti in base alle simpatie. Lo fa, semmai, in base alle eventuali aggravanti. I precedenti di ordine disciplinare lo sono. Constantin ne ha, e ha pagato anche questi, né più né meno. Passa alla cassa, e il conto è salato anche per uno come lui.

13.10.2017, 08:402017-10-13 08:40:00
Matteo Caratti @laRegione

La panchina della vergogna

Come è facile complicare cose semplici!...

Come è facile complicare cose semplici! Ieri, nelle pagine del Mendrisiotto, ci siamo occupati di littering (sporcizia, rifiuti buttati per strada), prodotto da persone che sul mezzogiorno si cibano di panini e affini acquistati in negozi e li consumano per strada abbandonando le cartacce nei pressi di una panchina del centro. Se abbiamo ben capito, il Comune, per evitare di dover raccogliere la sporcizia, ha preferito togliere la panchina. Pare che altre misure siano allo studio, come quella di installare telecamere. E poi cosa ancora? Domanda: non è che la si sta forse facendo troppo complicata?

Basterebbe multare le persone poco rispettose degli spazi pubblici che gettano per terra cartacce, lattine, bottiglie eccetera. Basterebbe che, per qualche giorno, proprio nei dintorni di quella panchina della vergogna si piazzasse un agente col compito di sanzionare i lordatori. Così si spargerà la voce che, non solo lo sport del littering è fuorilegge, ma che anche i maleducati vengono direttamente toccati nel loro borsello. Se esistono leggi e regole alla base del vivere comune e civile e non le si fa rispettare a che servono? Anzi, vista l’assenza di sanzioni, chi osa violarle continuerà a farlo. E chi non le viola potrebbe iniziare a farlo.

Invece di questa semplice soluzione, come scritto, se ne è adottata un’altra che soluzione non è: via la panchina. Complimenti per la bella e originale trovata! Chi continuerà a mangiarsi il panino sul mezzogiorno senza farsi problemi di gettare i rifiuti per terra, li getterà quindi da un’altra parte, magari anche solo qualche metro più in là. E chi – pensiamo ad esempio gli anziani o qualche mamma/papà con pupo – ha la necessità di fare una pausetta, mentre fa la sua passeggiatina, non troverà più le panchine per riposarsi. E alla fin fine, visto che questo vizietto di togliere le panchine nei centri sembra comune anche ad altre città del Ticino, avremo centri sempre più vuoti, sempre meno frequentati, visto che chi vuol sedersi un attimo sulla pubblica via è costretto a andare al bar o al ristorante. Non siamo anche in un’era nella quale la popolazione invecchia e la gente cerca pure luoghi per socializzare e fare comunità? Ecco, le panchine in centro servono anche a questo: una ragione in più per mantenerle, anzi per aumentarle. E per sanzionare, lo ripetiamo, con decisione chi insozza il suolo pubblico. Di civica tanto si parla. Qui la si pratica.

13.10.2017, 05:402017-10-13 05:40:05
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

12.10.2017, 08:552017-10-12 08:55:52
Aldo Bertagni @laRegione

Salari e abusi alla prova del nove

Il Dfe e il suo direttore lo sanno e si stanno preparando al prossimo vero impegno di questa legislatura: il salario minimo e la lotta agli abusi nel mondo del lavoro. La ‘madre di...

Il Dfe e il suo direttore lo sanno e si stanno preparando al prossimo vero impegno di questa legislatura: il salario minimo e la lotta agli abusi nel mondo del lavoro. La ‘madre di tutte le battaglie’ che trasversalmente muove la destra populista come la sinistra, entrambe attente al disagio sociale dato da una struttura economica fragile e, al contempo, da accordi internazionali che tanto bene fanno alla Svizzera e tanto smarrimento generano nelle regioni di frontiera, Ticino in testa. Il Dfe lo sa, si diceva, e si sta preparando a svolgere quella funzione che più volte lo Stato ha guardato bene di assumersi (non solo a livello cantonale): mediatore di conflitti. Varato ieri il secondo pacchetto per estendere l’occupazione residente e combattere gli abusi, Vitta ha altresì annunciato che vi è la volontà di potenziare l’Ufficio cantonale della conciliazione, da lui presieduto, così da poter meglio intervenire là dove si creeranno conflitti fra i partner sociali. Senza interferire, ha aggiunto, nei compiti che non spettano allo Stato, come la contrattazione salariale fra le parti, ad esempio.

Si parlava di misure per il mondo del lavoro e si stava pensando al probabile scenario dei prossimi mesi, quando il salario minimo approvato dal popolo ticinese dovrebbe tramutarsi in legge di applicazione, con tutto quello che segue. E si pensava anche all’altra legge di applicazione di un principio costituzionale, questa volta federale, approvato contro l’immigrazione di massa e che in Ticino cozza inesorabilmente con “Prima i nostri”, terza iniziativa popolare varata dal popolo e presto – tramite vari atti parlamentari – in Gran Consiglio dove il Paese tornerà a dividersi.

Vitta sa che le forche caudine lo attendono soprattutto col salario minimo, che se troverà un punto d’intesa almeno in Consiglio di Stato (con un tetto minimo attorno ai 3’000?), certo vivrà giorni difficili prima in parlamento e poi fra i cittadini molto probabilmente nuovamente chiamati a firmare (questa volta un referendum) per tornare alle urne. Perché sul “tetto” non c’è l’intesa e le parti sono parecchio distanti. Sinistra e sindacati non sono disposti a scendere sotto i 3’500/3’700 franchi mensili, mentre le associazioni padronali restano sulla proposta di 2’700 franchi. Un baratro divide le forze in campo e c’è il rischio che si riproponga tutto nel Paese. Fondamentale dunque a quel punto il ruolo del governo che, come promette Vitta, saprà vestire i panni dell’arbitro così da impedire il peggio, ovvero la paralisi.

Salari e abusi nel mondo del lavoro sono nodi da sciogliere in tempi relativamente brevi, perché troppo si è atteso e troppo si è illuso. Oggi, dopo anni spesi a rincorrere la luna, ci sono gli strumenti. Occorre dunque un po’ di coraggio e di saggezza, da tutte le parti in causa. Il salario minimo, ad esempio, è un punto di partenza e non certo d’arrivo. Detta altrimenti, non si può delegare allo Stato la forza contrattuale che i salariati non riescono ad avere ; o la trovano, o saranno sempre perdenti. Dall’altra parte sarebbe bene comprendere che un sistema neoliberista senza freni e senza opportuni lacci, a medio termine danneggia tutti. Ma proprio tutti. Per contro, va detto, mai come in questo periodo in Ticino e in Svizzera si è concentrata l’attenzione sul mondo del lavoro e le relative “contraddizioni”. Certo, è solo il primo passo, ma ogni viaggio prevede tappe rapide e altre di compromesso con le proprie forze. Ciò che conta nel viaggio, a ben vedere, è trovare la strada.

12.10.2017, 05:402017-10-12 05:40:09
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

11.10.2017, 08:432017-10-11 08:43:01
Sascha Cellina @laRegione

Rimandata, agli spareggi

Rimandata. È questo il verdetto dell’esame di maturità che la Svizzera era chiamata a sostenere ieri a Lisbona, in uno stadio Da Luz rumoroso e caldo come potrebbe essere, tanto per rimanere in...

Rimandata. È questo il verdetto dell’esame di maturità che la Svizzera era chiamata a sostenere ieri a Lisbona, in uno stadio Da Luz rumoroso e caldo come potrebbe essere, tanto per rimanere in tema scolastico, un cortile zeppo di alunni (in questo caso 56’000) che scalpitano, urlano, fremono e chi più ne ha più ne metta. Un ambiente di fuoco quello del catino portoghese (la “Catedral” per i tifosi del Benfica), che se da una parte ha motivato e sospinto i padroni di casa, dall’altra ha intimorito e bloccato gli ospiti, che pure sembravano essersi preparati bene per l’importante scadenza.

Lisbona – Aveva infatti studiato diligentemente, la Svizzera, come dimostrano i risultati eccellenti ottenuti durante l’anno. Nove successi nei primi nove incontri della campagna di qualificazione a Russia 2018, compreso quello all’esordio (il 6 settembre 2016 a Basilea) proprio contro i freschi campioni d’Europa del Portogallo. Ma nove vittorie in dieci partite non sono clamorosamente bastate (complice la differenza reti) per chiudere al comando il girone B e qualificarsi direttamente per i prossimi Mondiali.

Eppure, Freuler (confermato in mezzo al campo assieme a Xhaka in una formazione che ha pure visto il ritorno tra i titolari di Mehmedi, Rodriguez e Dzemaili) e compagni la partita non l’hanno iniziata poi così male, perché dopo i primi cinque minuti in cui hanno lasciato sfogare i padroni di casa (senza peraltro rischiare più di tanto), hanno preso coraggio e con un buon possesso palla sono riusciti ad allentare la pressione. Perlomeno sino al 32’, quando solo un grande intervento di Sommer ha impedito a Bernardo Silva di portare in vantaggio i suoi. L’episodio ha rimesso benzina nel motore dei lusitani, che hanno ripreso a spingere fino a trovare il varco che ha cambiato il match: cross di Eliseu dalla sinistra, che Sommer respinge così così sui piedi di Djourou che stava contrastando João Mário. Il rimpallo finisce in porta, il da Luz esplode e la Svizzera vede il biglietto per Mosca allontanarsi.

Già, perché se il tempo per reagire ci sarebbe anche stato, nella ripresa ad essere mancate ai giocatori di Petkovic (che ci ha provato inserendo Zuber ed Embolo per due spenti Dzemaili e Mehmedi, ma senza ottenere i frutti sperati) sono state le idee. Qualcuno direbbe anche la voglia e la grinta per riprenderla, una partita del genere, ma noi non ci vogliamo credere. Non in una sfida così importante, non dopo essersi guadagnati il diritto di giocarsela con una campagna praticamente perfetta, non dopo essere arrivati così vicini al traguardo. Semplicemente ieri sera il Portogallo è stato più forte, forse anche più fortunato, e la Svizzera ha ceduto mentalmente. La ripresa e il secondo gol subito lo dimostrano: è bastato un tiki-taka a ritmo di Fado (tutto fuorché veloce) a mandare in panne la retroguardia rossocrociata e a permettere ad André Silva di siglare il 2-0. Dall’altro lato del campo? Una mezza occasione su tiro di Shaqiri deviato da Seferovic e nulla più. Troppo poco anche solo per poter sperare.

No, in Russia per ora ci vanno Ronaldo e compagni, mentre la selezione di Petkovic deve accontentarsi delle... montagne russe di un doppio spareggio sempre insidioso, nel quale sarà sì testa di serie assieme a Italia, Croazia e Danimarca, ma incontrerà comunque una tra Svezia, Irlanda del Nord, Irlanda e Grecia, avversarie da non sottovalutare. Chi toccherà ai rossocrociati, lo si scoprirà martedì prossimo alle 14 con il sorteggio di Zurigo. Sperando che per novembre, Lichtsteiner e compagni avranno imparato la lezione.

11.10.2017, 08:332017-10-11 08:33:00
Erminio Ferrari @laRegione

Oltraggio alla Catalogna

Una dichiarazione di indipendenza abbozzata a mezza voce e subito sospesa è una sconfitta per l’indipendentismo. E neppure servirà a salvare Carles Puigdemont e quel po’ di autonomia di cui...

Una dichiarazione di indipendenza abbozzata a mezza voce e subito sospesa è una sconfitta per l’indipendentismo. E neppure servirà a salvare Carles Puigdemont e quel po’ di autonomia di cui gode la Catalogna dalla reazione di Madrid.
Se infatti la seduta del parlamento catalano doveva essere ricordata, nelle intenzioni dei separatisti, come un appuntamento con la storia, il suo esito sembra piuttosto aver certificato la fine di una spinta che per avere sovrastimato la propria forza si è esaurita. L’indipendentismo catalano, questo indipendentismo e i suoi rappresentanti hanno dato ciò di cui erano capaci: illusioni, manipolazioni del discorso storico, pretese di “diversità genetica” e di superiorità sul resto della detestata Spagna. E il prodotto di tanto sforzo è stata la propria rovina. Che non sarebbe neppure il peggiore dei mali, se non trascinasse con sé una Catalogna che meritava altro. Sarà dunque stato per timore, o forse per “senso di responsabilità”, o per la coscienza di averla fatta grossa: non possiamo sapere che cosa è passato per la testa di Puigdemont, ma le sue non erano le parole di un vincitore. La firma apposta in calce alla “dichiarazione” un obbligo da adempiere, coraggiosamente, forse, ma invano.
Nel rivolgersi all’assemblea catalana, il President ha dichiarato, con una formula ben poco chiara, di assumere, sulla scorta dell’esito referendario, “il mandato del popolo perché la Catalogna si converta in uno Stato indipendente in forma repubblicana”. Sospendendo tuttavia “la dichiarazione di indipendenza per avviare il dialogo”.

Puigdemont era del resto chiamato a compiere un miracolo per salvare la faccia dell’indipendentismo, ma l’intelligenza di cui pur dispone non gli è bastata. Lo testimoniano i musi lunghi dei deputati della sinistra rivoluzionaria che pure appoggiano il suo governo, e che avrebbero voluto una dichiarazione di indipendenza incondizionata; e, specularmente, l’interpretazione data al suo discorso dal governo di Mariano Rajoy: le parole di Puigdemont sono una dichiarazione di indipendenza e Madrid reagirà di conseguenza.

Una reazione presumibilmente sovradimensionata, perché non si può negare che Rajoy vorrà prendersi una rivincita esemplare, e perché alcuni riflessi “franchisti” non sono ancora del tutto scomparsi dal suo partito. Prima di un qualsivoglia “dialogo” (la cui richiesta pone già Puigdemont in posizione di debolezza) la Madrid che salutava gli agenti della Guardia Civil inviati in Catalogna invitandoli a “suonargliele” vorrà assicurarsi che Barcellona non sia più in grado di nuocere.
È una terminologia cruda, ma non esagerata. La radicalizzazione del confronto, cercata da entrambe le parti, ha tacitato le voci che per anni hanno cercato di ricondurre al rispetto reciproco la dialettica ispano-catalana. A un’astorica (e infetta, come tutti i nazionalismi) pretesa separatista, Rajoy e i governi conservatori prima del suo hanno opposto uno stolido atteggiamento di negazione non solo delle ragioni, ma dell’esistenza stessa di un fenomeno comunque non estraneo alla vicenda della Spagna.

Non è più ormai una questione di “dialogo”, ma di disporre di un esercito e un apparato repressivo. Nella prova di forza in cui Puigdemont e i suoi si sono sventatamente avventurati trascinando con sé una pur importante minoranza di catalani, il vantaggio è tutto di Madrid. Potevano, dovevano saperlo. Il peggiore “omaggio alla Catalogna” è venuto da loro.