Corsivi

Ieri, 09:202017-04-29 09:20:00
Erminio Ferrari @laRegione

Ottocento anni dopo la visita di Francesco d’Assisi al sultano

Otto secoli dopo Francesco d’Assisi, un papa che porta il suo nome, scende al Cairo. Allora, si era nel pieno della quinta crociata, quel frate...

Otto secoli dopo Francesco d’Assisi, un papa che porta il suo nome, scende al Cairo. Allora, si era nel pieno della quinta crociata, quel frate incontrò il sultano Malik al-Kamil per tentare un dialogo che fermasse quella guerra. Oggi la parola “crociati” è ancora scagliata contro gli “occidentali” dagli ideologi del jihadismo globale e da autocrati come Recep Tayyip Erdogan (che due settimane fa esaltò la sconfitta inferta ai “crociati” dagli elettori turchi).

Ma il sentimento di essere in guerra con il mondo islamico (pur spacciata per “difensiva”) è talmente diffuso anche nelle nostre società e nelle parole dei politici che la visita di Bergoglio sembra avvenire in circostanze non così diverse.
La novità, e che novità, è che questa volta si tratta di un papa. E inevitabilmente la portata della visita trascende l’ambito religioso, per assumere – soprattutto nelle terre islamiche in seguito al fallimento storico dei tentativi di laicizzazione dello Stato – complessi e contraddittori significati politici.

Bergoglio si è presentato al Cairo come capo della cristianità cattolica, ma viene accolto (o respinto, più o meno nella stessa misura) come illustre rappresentante del cosiddetto “Occidente” nel suo insieme; nella stessa misura in cui vasta parte dell’opinione occidentale non fa distinzione tra fedeli islamici, islamisti, imam e governi di quelle terre.
Non molto tempo fa, As’ad AbuKhalil – accademico della California State University, non un invasato imam o un arruolatore di foreign fighters – scriveva per al Jazeera che “forse gli islamisti esagerano il ruolo della religione quale impulso per le Crociate […] ma è indiscutibile che il linguaggio della conquista occidentale non si è evoluto. I bombardamenti occidentali e l’occupazione di terre arabe e musulmane rimangono aderenti alla retorica bigotta dei crociati; e la sovranità degli arabi nelle loro terre significa ancora ben poco per i governi occidentali”. Se siamo ancora qui, è perché la realtà pone più questioni di quante risposte diano gli imprenditori dell’intolleranza autistica (il momento è il loro) o i dialoganti a buon mercato.

A titolo di paragone con la visita di Bergoglio, per la statura del personaggio e per il sovraccarico di significati attribuiti all’iniziativa, viene alla mente il discorso tenuto da Barack Obama all’Università del Cairo nel 2009: allora, il successore del presidente che aveva evocato proprio una crociata in reazione all’attacco di al Qaida dell’11 settembre, si rivolse al mondo islamico proponendo un “nuovo inizio”; oggi Bergoglio arriva nella terra in cui dei cristiani copti si fa strage riproponendo un dialogo tra religioni, che è un dialogo di civiltà.

Le aspettative riposte nella sua iniziativa sono forse esagerate come avvenne per quella di Obama. Del resto, anche nel 1219, Francesco e il Sultano si lasciarono da amici, e le guerre religiose poterono continuare…

Ieri, 08:052017-04-29 08:05:00
Marzio Mellini @laRegione

La passione che permea l’aria fresca

Saranno i risultati, alla resa dei conti, a decretare il successo della scelta di puntare su Luca Cereda, promosso al timone del nuovo corso dell’Ambrì Piotta. È inevitabile,...

Saranno i risultati, alla resa dei conti, a decretare il successo della scelta di puntare su Luca Cereda, promosso al timone del nuovo corso dell’Ambrì Piotta. È inevitabile, giacché di sport professionistico si parla pur sempre.

Siccome un drastico cambio di strategia e di orientamento societario, come quello intervenuto in casa biancoblù e concretizzatosi con l’insediamento del nuovo “head coach” a fianco dell’amico Paolo Duca (ds), non presuppongono l’immediato conseguimento degli stessi risultati, non si può non rilevare come detta scelta – formatore, giovane, ticinese, biancoblù – sia decisamente condivisibile.

Forse anche logica, alla luce proprio della nomina di Duca a direttore sportiva. Di certo ben ponderata (oltre che simpatica), e figlia di una riflessione che si inserisce in un ragionamento ad ampio spettro, che ha chiamato in causa il recente passato, la gestione stessa della società, con particolare riferimento alla prima squadra, il fiore all’occhiello un po’ appassito, al quale si vuole restituire un po’ di quello splendore venuto meno nelle scorse stagioni, per lo più segnate dai patemi e dall’ansia.

La svolta c’è, ed è inequivocabile, oltre che auspicabile. Paolo Duca prima, Luca Cereda poi (la via tracciata è questa, ed è ben segnalata), nel solco di una strategia votata all’identità di un club che vuole riannodare il filo del discorso con una storia lunga e meravigliosa. Una tradizione che la proprietà ha accettato di rinverdire, affidandosi a una direzione sportiva più “nostrana”, maggiormente in linea con il nuovo credo, e con la volontà di restituire un’identità biancoblù a un club che sulle tonalità biancoblù ha edificato una leggenda. In attesa di costruire la casa che ne ospiterà le gesta del futuro, ma è storia di domani.

Oggi convince che alla base del processo identitario avviato vi sia l’assunzione di responsabilità da parte di chi la strada sembrava aver smarrito, virando in direzione di una filosofia che non ha dato i frutti sperati. Al contrario, ha ampliato la distanza tra la società e il territorio in cui questa si è sempre identificata, mortificandone un po’ il passato e impoverendone anche i contenuti tecnico-sportivi. Prova ne siano gli stenti delle ultime stagioni, nonostante notevoli sforzi, anche e soprattutto finanziari. Necessari per stare al passo, tuttavia non paganti in termini di risultati.

Risorse nostrane

Filippo Lombardi, a nome di un Cda con cui divide il peso della responsabilità, non ha esitato ad ammettere di aver sbagliato strategia. Se ne è assunto il peso, e ha deciso di cambiare. Non una semplice ripartenza, quella dell’Ambrì, bensì una svolta vera e propria. Con sé porta, finalmente, la consapevolezza che era davvero il momento di intervenire e, soprattutto, che in Ticino ci sono risorse importanti, prodotto del movimento hockeistico regionale. Non sfruttarle, avrebbe significato ignorare quanto il territorio ha da offrire, in termini di competenze specifiche, di esperienza, di leadership. Avrebbe significato volgere lo sguardo altrove, una volta di più, alla ricerca di chissà quali soluzioni. Trascurando quanto già abbiamo in casa, talento e pregio da valorizzare.
Ben fatto, vecchio Ambrì. Quanto ai risultati, tempo al tempo. Arriveranno, se coerenza e pazienza accompagneranno l’entusiasmo del momento.

Nel frattempo, si goda – tutti – dei benefici di una brezza tonificante. Aria pulita. Unita alla passione che la permea, non può che fare bene.

Ieri, 07:252017-04-29 07:25:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Per ‘normalizzare’ di tempo ce n’è

La Banca centrale europea e la Banca nazionale svizzera continuano a ribadire che la politica monetaria rimarrà accomodante ed espansiva ancora a lungo. Il Quantitative...

La Banca centrale europea e la Banca nazionale svizzera continuano a ribadire che la politica monetaria rimarrà accomodante ed espansiva ancora a lungo. Il Quantitative easing all’europea (acquisti sì di titolo di debito pubblico e privato, ma solo sul mercato secondario), stando a Mario Draghi, non verrà allentato nemmeno nei prossimi mesi nonostante il miglioramento della situazione economica nell’eurozona e il ritorno a un seppur timido rialzo dei prezzi. Il presidente della direzione generale della Banca nazionale svizzera, Thomas Jordan, da parte sua, ha affermato ancora ieri che si è pronti in ogni momento ad abbassare ulteriormente i tassi d’interesse sul franco, già negativi (-0,75%) da più di due anni. Dall’altra parte dell’Atlantico la Federal Reserve ha incominciato a stringere i cordoni della politica monetaria avendo già alzato in tre riprese negli ultimi quindici mesi i tassi guida sul dollaro. L’approccio delle due principali istituzioni monetarie mondiali è quindi divergente.

Ma il tempo del denaro a costo zero dovrebbe finire se non presto, almeno entro i prossimi 12-18 mesi una volta archiviate le delicate elezioni politiche in tre Paesi chiave europei (Francia, Germania e Italia). A suggerirlo sono la ripresa dell’economia europea, ancorché tuttora asfittica, e il fatto che le pressioni e aspettative inflazionistiche sono generalmente in aumento in tutto il mondo occidentale. Insistere con politiche estremamente accomodanti in una situazione congiunturale simile potrebbe far sfuggire di mano il controllo del livello dei prezzi che potrebbe andare ben al di là del 2% auspicato da più parti. Ricordiamo che un’inflazione moderata è benzina benefica per le dinamiche economiche. Un eccesso potrebbe invece scatenare una fiammata estemporanea che contribuirebbe a bruciare risparmi e redditi da lavoro (la famosa ‘tassa sulla povertà’).

Il ciclo di rialzi inaugurato dalla Federal Reserve statunitense, quindi, non rimarrà senza emuli per non rischiare – nel complesso gioco a scacchi tra banche centrali – di restare ‘dietro la curva’ e continuare a tallonare a giusta distanza le mosse di chi precede.
Le presidenziali francesi e ancor più l’esito delle elezioni politiche italiane (quelle tedesche da questo punto di vista sono molto più scontate), nel caso si risolvessero con la vittoria di candidati ‘moderati’, segneranno la svolta della politica monetaria verso un processo di normalizzazione. La funzione di supplenza esercitata dalle banche centrali da ormai quasi dieci anni, dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008, potrebbe dirsi conclusa.

Dubbi permangono sugli effetti che tale politica potrebbe avere sul debito pubblico dei Paesi ‘poco virtuosi’ dell’eurozona. Un aumento repentino dei tassi d’interesse e un cosiddetto ‘taper tantrum’ (crollo dei valori delle obbligazioni pubbliche e conseguente fuga degli investitori a seguito dell’allentamento del Quantitative easing) potrebbero risultare fatali a molti governi riaccendendo la spirale populista che si credeva domata. Ma questa è musica del futuro.

Ieri, 05:402017-04-29 05:40:00
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

28.4.2017, 08:252017-04-28 08:25:00
Paolo Ascierto @laRegione

Negozi e negoziati

Quando domani la signora Gianna potrà andare per negozi una mezz’ora in più, il signor Carlo, suo marito, dovrà ringraziare o prendersela soprattutto con la politica.

Lo stesso vale per Franco,...

Quando domani la signora Gianna potrà andare per negozi una mezz’ora in più, il signor Carlo, suo marito, dovrà ringraziare o prendersela soprattutto con la politica.

Lo stesso vale per Franco, che fa il commesso e rimarrà trenta minuti in più dietro il bancone, potendo però finalmente contare su un Contratto collettivo di lavoro che lo tutela. Dovrà ringraziare o prendersela soprattutto con la politica. Perché la nuova Legge sull’apertura dei negozi e il Contratto che la accompagna – e di cui riferiamo oggi a pagina 3 – sono figli di una decisione voluta con forza dalla maggioranza del Gran Consiglio. Figli un po’ illegittimi, a dirla tutta: l’impianto sul quale si basa la normativa – ossia l’accompagnare l’estensione degli orari all’esistenza di un Ccl di obbligatorietà generale – rappresenta una forzatura dal profilo giuridico. Una forzatura che rischierebbe di venir cassata da un qualche ricorso. Tant’è. La via scelta per sbloccare un dossier rimasto incagliato per una ventina d’anni tra veti incrociati e ‘no’ popolari non è certo la migliore, ma forse l’unica percorribile. Grazie alla quale è stato possibile mettere d’accordo rappresentanti dei datori di lavoro e dei salariati: parti impegnatesi a fondo negli ultimi mesi a tradurre in realtà quanto votato dai cittadini, sotto l’egida del Dipartimento finanze ed economia di Christian Vitta. Tutto bene quindi quello che finisce bene? Sì e no.

Comunque vada, il contratto collettivo sottoscritto da padronato e sindacati – senza, va sottolineato, l’assenso di Unia – verrà verosimilmente dichiarato di obbligatorietà generale e sarà realtà per almeno quattro anni. Una base importante e sulla quale si spera il partenariato sociale edificherà un settore del commercio più solido. Bene anche perché questo settore, in difficoltà poiché costretto oramai da anni a confrontarsi con un’agguerrita concorrenza in rete e oltre confine, riceverà un po’ di ossigeno: i nuovi orari e, soprattutto, un quadro legale chiaro e non più basato su continue deroghe permetteranno ai commercianti di pianificare meglio la propria attività. Troppo poco per alleggerire del tutto il peso del franco forte, ma pur sempre qualcosa.

Non convincono per contro alcuni contenuti del Contratto collettivo. Cominciando dai salari minimi: tremiladuecento franchi al mese è una somma che non permette di vivere in Ticino. Poi vero: si tratta di una cifra superiore di duecento franchi a quanto corrisposto nei piccoli negozi per i quali è attualmente in vigore un Contratto normale di lavoro. E vero anche che nella grande distribuzione le condizioni contrattuali sono – e si spera continueranno a essere – di gran lunga migliori a quelle pattuite tra le parti sociali. Quando in futuro si tornerà forse al tavolo delle trattative, la ‘variante salario’ andrà tuttavia ricalibrata. Preoccupa infine che per raggiungere risultati la politica cantonale si spinga sempre più ai limiti della legge. Amnistia fiscale cantonale, tassa di collegamento, casellario giudiziale, blocco dei ristorni, legge artigiani e così via: esempi molto ticinesi e poco svizzeri. E che, a conti fatti, rischiano di costar caro alla voce ‘credibilità’. Prima o poi anche la signora Gianna, il signor Carlo e Franco potrebbero accorgersene.

28.4.2017, 07:552017-04-28 07:55:00
Aldo Bertagni @laRegione

Politicizzati a loro insaputa

C’è un dato, fra i tanti presentati recentemente dall’Osservatorio della vita politica regionale (Ovpr) sulle elezioni politiche ticinesi 2015, che ci fa riflettere. Quello sulla scheda...

C’è un dato, fra i tanti presentati recentemente dall’Osservatorio della vita politica regionale (Ovpr) sulle elezioni politiche ticinesi 2015, che ci fa riflettere. Quello sulla scheda senza intestazione di partito. Se considerata una lista a tutti gli effetti, stiamo parlando della terza più votata in Ticino due anni fa. Ma c’è appunto il se. Perché in realtà – contrariamente a quanto ritiene chi la vota – lista indipendente non è: i voti personali lì espressi, infatti, partecipano al “bottino” sì dei singoli candidati scelti, ma anche dei partiti che li presentano. Chi vota la lista non intestata ed esprime preferenze per dieci candidati di almeno quattro partiti, per dire, finisce col dare un pezzettino di voto a ben quattro liste invece che a una sola. Paradossalmente, la crocetta espressa sui candidati della lista senza intestazione di partito può trasformarsi nella più politica di tutte.

La premessa è necessaria perché abbiamo la sensazione che quanto detto sopra non sia affatto chiaro agli elettori. Anzi, più che una sensazione è una certezza data l’analisi dell’Ovpr secondo cui chi sceglie la scheda non intestata dichiara uno scarso interesse nella politica cantonale, debole discussione sui temi politici, nessun impegno militante e non si situa nella scala sinistra-destra. In sintesi “esprime un generico sentimento antipartitico”. Non solo. Sempre costoro – che nel 2015 hanno scelto la scheda senza logo di partito – hanno un giudizio negativo sulla situazione economica personale e su quella ticinese. Sono insoddisfatti. C’è molta somiglianza, dicono ancora i ricercatori, con il profilo di chi invece si astiene.

Riassumendo. La lista senza intestazione di partito è un “artificio” tecnico voluto per aumentare la partecipazione ma che di fatto premia – può premiare – diverse liste (un tot di queste preferenze, infatti, corrisponde a una scheda di partito tanto quanto quelle riportate nella lista intestata o grazie al panachage), ma chi ne fa uso è convinto del contrario. Di più. Non vuole proprio aver a che fare coi partiti ticinesi e però, suo malgrado, partecipa alla crescita dei medesimi.

Tutta colpa, si dirà, della personalizzazione della politica che non per forza è una brutta cosa. Anzi. Coltivare un rapporto diretto coi singoli candidati, a prescindere dalla loro appartenenza politica, è giusto e democraticamente auspicabile. E però, a nostro giudizio, lo è altrettanto comprendere cosa c’è “dietro” il candidato; quali ideali, progetti, sogni e speranze coltiva la collettività (il partito?) che lo propone e lo sostiene. La politica serve anche a questo; a sigillare un patto fra molti e diversi ma con esigenze simili, magari anche solo contingenti. Ma tant’è.

La conclusione, volendone tirare una? L’esercizio dei diritti politici dovrebbe essere sempre garantito in modo chiaro e semplice. Tecnicamente non si può dire il contrario per il Canton Ticino, perché la legge non premia l’ignoranza. Già. Un bell’alibi, in ogni caso, per tutti coloro – i partiti in forte crisi d’identità – che hanno interesse a mantenere le cose come stanno.

28.4.2017, 05:402017-04-28 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

27.4.2017, 08:152017-04-27 08:15:00
Matteo Caratti @laRegione

Facebook a quando una bella causa?

Era appena successo pochi giorni fa e, purtroppo, è nuovamente accaduto (cfr. servizio a...

Era appena successo pochi giorni fa e, purtroppo, è nuovamente accaduto (cfr. servizio a pagina 3). L’altra settimana – ricorderete – aveva fatto scalpore la notizia di un uomo che negli Usa aveva assassinato un anziano e – utilizzando la funzione ‘live’ – aveva mandato in onda l’esecuzione su Facebook, rivelando in rete che aveva già compiuto altri e altrettanto orrendi delitti. Martedì, sempre che si possa fare una classifica degli atti più ripugnanti, è successo di peggio. A farne le spese è stata una bimba di 11 mesi, impiccata dal padre, che ha filmato la scena e l’ha trasmessa in presa diretta utilizzando sempre la stessa funzione offerta dal noto social. Come spesso accade, in casi del genere l’omicida si è poi suicidato. Drammi della vita, questi, che siamo purtroppo abituati a registrare.
Ma, da qualche tempo, coi social che invadono la nostra vita, anche l’orrore e la follia possono arrivare direttamente in casa, sul desk o in tasca sul telefonino. Scopriamo anche che le immagini vere di un’esecuzione (persino dell’impiccagione di una bimbetta!) per restare all’ultimo scioccante caso, vengono viste e persino condivise da centinaia di migliaia di utenti. E potrebbero anche diventare molte di più, se i gestori del social ad un certo punto (comunque e sempre con enorme ritardo), non corressero ai ripari ‘rimuovendo’ il filmato.

Che dire? Beh, che gli spazi di libertà, come rivendicati fin dalla sua nascita dalla rete, stanno ponendo pressanti interrogativi sui limiti. Perché, come del resto avviene nel mondo reale, retto da diritti, doveri e libertà, ad un certo punto ogni comunità – questione anche solo di ‘semplice’ civiltà – deve dotarsi di regole del vivere comune. In caso contrario, a dettar legge è – scusate il bisticcio – la legge del più forte (in casu del più folle).

In questo senso si stanno avanzando sempre più interrogativi sul fatto che questo mondo virtuale, nel quale siamo sempre più immersi, debba essere pure lui finalmente regolato dagli stati nazione. L’overdose di libertà si fa presto anarchia, o peggio caos. Giungla. Una giungla dentro la quale ciascuno fa quello che vuole e dove la follia ha pari diritto di cittadinanza della normalità.

Spiace che siano casi così atroci a spingerci a porre ancora una volta l’interrogativo dell’impellenza di fissare delle regole. Ma, pensiamoci bene, facendo un esempio fors’anche banale: perché Facebook permette che si pubblichi liberamente il filmato di un’impiccagione/esecuzione di una bimba di pochi mesi, mentre il sito di una testata giornalistica non lo farebbe mai? Anzi, un mass media si pone pure la domanda se pubblicare o meno le notizie dei suicidi, per evitare l’effetto emulazione! Se una testata tradizionale si comportasse come Facebook ci sarebbe un’insurrezione da parte dei suoi lettori/utenti, pronti a condannare quella scelta perché orribile e dettata dalla sola esigenza di generare traffico! Interverrebbero poi anche i magistrati (art. 135 Cps)! Se lo fa Facebook invece fa molto meno effetto.

Va detto che il noto social sta valutando come correre ai ripari. Operazione impossibile, se si continua a offrire un palco ‘life’ a chiunque lo desideri, senza nemmeno sapere che cosa andrà in onda! Riflessione che, fra l’altro, il social sta anche facendo con le famigerate fakenews, cercando di elaborare l’ennesimo algoritmo. Ammesso che per l’etica – quella con la E maiuscola dalla quale non si può prescindere – ne esista uno. Riprendendo un fortunato slogan politico francese: ‘Indignez-vous’. A quando una bella causa plurimiliardaria per fermare la barbarie virtuale? Forse, quella li obbligherà finalmente a riflettere sul serio!

27.4.2017, 05:402017-04-27 05:40:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

26.4.2017, 08:372017-04-26 08:37:38
Matteo Caratti @laRegione

Internet delle cose, occhio alla nostra sicurezza!

Melani, una sigla che abbiamo ormai imparato a conoscere. È la centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione. Ebbene,...

Melani, una sigla che abbiamo ormai imparato a conoscere. È la centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione. Ebbene, Melani ha recentemente lanciato un appello che vale la pena ascoltare: cari svizzeri, attenzione al fatto che sempre più oggetti e apparecchiature sono connessi alla rete, senza che i produttori e anche gli utilizzatori (cioè voi e noi) si preoccupino dell’aspetto della sicurezza. All’appello segue poi una serie di consigli per garantire la sicurezza dell’internet delle cose. Leggere per credere. I dati di progressione di tali apparecchi online che usiamo abitualmente sono impressionanti. Dagli oltre sei miliardi nel 2016 si stima che nel 2020 potrebbero lievitare a oltre 20. Di che cosa si tratta? Di tutto e di più, basta guardarci attorno. Melani menziona i dispositivi cosiddetti ‘wearable’ (ovvero indossabili) – come smartwatch e fitness tracker – o veicoli senza conducente, così come i sistemi di controllo di grandi edifici. Eccetera. Di solito noi vediamo in questa nuova e crescente dimensione una grossa opportunità: basti pensare alla facilità con la quale chiediamo, per esempio a Siri (il programma dotato di intelligenza artificiale del nostro telefonino) informazioni. O, altro esempio, alla velocità con la quale si possono passare informazioni fra social. Del resto, sempre con una certa insostenibile leggerezza, comunichiamo dati anche riservati senza porci tante domande sulla protezione della nostra privacy. Ma tutto ciò – avverte sempre Melani – presenta rischi, in particolare di abusi da parte di hacker. I furbi dentro il pollaio globale. Tutti sanno che un computer fisso o uno smartphone devono essere aggiornati, ma quasi nessuno pensa – ecco la novità molto invasiva – che lo si debba fare anche per un interruttore intelligente o un frigorifero. Sì, perché fra poco non avremo più scelta: dovremo acquistare anche frigoriferi intelligenti. Frigoriferi capaci di individuare cosa abbiamo acquistato, cosa è meglio comperare in base ai nostri gusti. Tutto qui? Nossignori, perché la nuova dimensione sarà – tenetevi forte – che il frigo potrà raccogliere informazioni sulle nostre abitudini alimentari e sarà in grado di comunicarle a banche dati. Quale il passo ulteriore? Che quei dati preziosi sulle nostre abitudini alimentari potrebbero essere sfruttati commercialmente. Ma non solo: potrebbero anche essere ritenuti particolarmente interessanti dalla nostra cassa malati. Sapere cosa mangiamo, se prodotti sani o grassi e in che quantità, è molto interessante. Non è indifferente poter sapere anche a che ora apriamo il frigo. Se durante le ore canoniche dei pasti o anche la sera tardi! Ben vengano dunque le raccomandazioni di Melani, che ci avverte: okkio, tutte queste apparecchiature devono essere protette con password individuali o avere un accesso limitato ed essere regolarmente aggiornate.

Ma questo, pensiamoci bene, è il minimo. Ciò che più deve preoccupare è che noi cittadini e consumatori non possiamo scegliere. L’evoluzione è e sarà tale che saremo tutti dotati di frigoriferi e forni intelligenti. Un pochino potremo resistere, ma poi l’internet delle cose avrà il sopravvento. Dobbiamo dunque maturare la consapevolezza che i nostri dati sono oro per noi e per chi li vuole sfruttare. Per ora li stiamo semplicemente e inconsapevolmente regalando! A quelli di Melani, vogliamo porre una contro-domanda: grazie per gli appelli, ma a quando il consiglio che nasca una figura professionale che aiuti l’individuo disorientato a riorientarsi in tutto questo? Che ne so? Un informatico capace di tener d’occhio la nostra sicurezza? Perché, diciamocelo, saremo pure degli smanettatori digitali, chi più chi meno, ma come fare a tenere il passo di fronte a così tanta invasività?

26.4.2017, 05:402017-04-26 05:40:42
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

25.4.2017, 10:352017-04-25 10:35:00
Erminio Ferrari @laRegione

Troppa grazia M. Macron

C’è qualcosa che non convince nel sollievo generale prodotto dall’affermazione di Emmanuel Macron al primo turno delle presidenziali francesi, davanti a una Marine Le Pen che ha comunque...

C’è qualcosa che non convince nel sollievo generale prodotto dall’affermazione di Emmanuel Macron al primo turno delle presidenziali francesi, davanti a una Marine Le Pen che ha comunque condotto il Front National a un risultato storico.
Lo “scampato pericolo” di cui tanto si scrive e si parla emana infatti uno sgradevole odore di autoassoluzione o di certificato di rinnovata fiducia per le élite che, al contrario, non possono chiamarsi fuori dal disastro in cui versano le democrazie europee e quell’Europa che dovrebbe esprimerne la sintesi nobile (e basterebbe il ridimensionamento dei gaullisti e dei socialisti a confermarlo).

È bene, naturalmente, che Marine Le Pen li abbia (quasi) tutti contro al turno di ballottaggio del 7 maggio prossimo. L’Europa liberale e pavida che ottant’anni fa credette di poter blandire, o gestire (o usare come clava), i fascismi nascenti fece la fine che sappiamo (e sulla quale la stessa Le Pen ha tentato una inverosimile operazione di deresponsabilizzazione) e almeno quella lezione dovrebbe averla appresa. Dunque, le dichiarazioni di voto di François Fillon e Benoît Hamon a favore di Macron sono un necessario gesto di responsabilità (concetto che sfugge alla sinistra narcisa di Jean-Luc Mélenchon); ma, di nuovo, rischiano di essere o almeno di apparire come l’estrema difesa del “sistema” attorno alla figura di un “uomo nuovo” che ne è una impersonificazione quasi perfetta e in sintonia con i tempi.

Tempi in cui gli “one man party”, il populismo nella sua essenza, godono di particolare fortuna, quale che sia lo schieramento di cui sono filiazione, e soprattutto se pretendono di essere “oltre gli schieramenti” (quell’insopportabile vezzo di dichiararsi “né di destra né di sinistra”). Operazione sinora riuscita a Macron, abile nel proporsi come candidato alternativo al sistema che lo ha prodotto, in virtù della giovane età, di un appeal adeguato, della capacità di attorniarsi di collaboratori colmi di entusiasmo e di consiglieri ricchi di esperienza. Il “volto buono” dell’esistente è il suo.

Bisognerebbe allora chiedersi se l’esistente è “buono”. La risposta consolatoria che paiono essersi dati tutti coloro che sono saltati sul carro di Macron induce a dubitarne, ed è infatti quella su cui presumibilmente “lavorerà” la propaganda di Le Pen. Sottovalutare il richiamo esercitato su una parte dell’elettorato di sinistra uscito sconfitto e risentito dal primo turno da una campagna rivolta contro l’Europa delle banche e le politiche di esclusione sociale sarebbe perciò un errore clamoroso per chi si oppone alla candidata dell’estrema destra. Ma per contrastarla occorrono argomenti e politiche riconoscibili. E non sono quelle di Macron: non è abbastanza dire Europa, dire lavoro, istruzione.

Inoltre, pur dando per avvenuta la sua elezione all’Eliseo, la prima occasione per misurar la reale consistenza politica di Macron si proporrà già con le legislative di giugno. Una scadenza cruciale per i partiti (Républicains e socialisti in testa), resa ancora più vitale dallo sconvolgimento prodotto dalle presidenziali. Già allora si capirà se Macron, che un partito non l’ha, potrà contare su e saprà eventualmente organizzare e motivare una maggioranza parlamentare, senza la quale il “monarca repubblicano” qual è un presidente francese è condannato all’irrilevanza. Altri cinque anni di nulla la Francia e l’Europa non possono permetterseli.

25.4.2017, 08:452017-04-25 08:45:53
Sebastiano Storelli @laRegione

Romandia, la Bmc sfida Chris Froome

La 71ª edizione del Tour de Romandie apre oggi da Aigle la lunga stagione delle corse a tappe. Lo farà a due soli giorni dal trionfo di Valverde nella Liegi e a tre dalla tragedia...

La 71ª edizione del Tour de Romandie apre oggi da Aigle la lunga stagione delle corse a tappe. Lo farà a due soli giorni dal trionfo di Valverde nella Liegi e a tre dalla tragedia che ha colpito il plotone con il decesso di Michele Scarponi, fatto questo che segnerà a lutto i sei giorni di gara (oggi è previsto il funerale). Ma siccome lo show deve proseguire, pur nella tristezza per la perdita di un collega di lavoro e di un amico, sulle strade della Romandia il plotone si darà battaglia per la conquista di una maglia gialla che rappresenta il primo importante traguardo nelle corse di più giorni. Al via non ci sarà Nairo Quintana, trionfatore un anno fa, per cui il faro della corsa brillerà sulle spalle di Chris Froome che al TdR è alla ricerca del suo terzo successo dopo quelli del 2013 e 2014 (lo scorso anno chiuse 3°) che gli permetterebbe di raggiungere Stephen Roche in vetta alla speciale classifica (l’irlandese si impose nel 1983, 1984 e 1987).
Il keniano bianco si presenta al via con una squadra che non appare una corazzata e dovrà fare i conti soprattutto con la Bmc, intenzionata a portare sul gradino più alto del podio di Losanna l’australiano Richie Porte o, in subordine, lo statunitense Teejay van Garderen. Ad aiutarli ci saranno diversi svizzeri. Con particolare attenzione sarà seguito Stefan Küng, vincitore della tappa di Friborgo nel 2015, grande speranza sin qui bersagliata dagli infortuni, mentre desta interesse la presenza di Kilian Frankiny, protagonista settimana scorsa sulle strade dell’ex Giro del Trentino.
Se a tener banco dovrebbe essere lo scontro tra la Sky e la Bmc, altri battitori liberi puntano a un ruolo da protagonisti: il colombiano Jarlinson Pantano (vincitore nel 2016 dell’ultima tappa del TdS a Davos) e il russo Ilnur Zakarin (vincitore del TdR del 2015) sono senz’altro in grado di dire la loro in classifica generale, al pari dello sloveno Spilak, dello spagnolo Jon Izaguirre, del francese Warren Barguiln e dell’olandese Wilco Kelderman.
Anche gli svizzeri partono con malcelate ambizioni. Detto di Küng che cercherà di puntare a una tappa, Mathias Frank e Sébastien Reichenbach cureranno la generale, mentre Michael Albasini, come ogni anno, proverà a mettere a frutto l’ottima forma costruita sulle côte delle Ardenne puntando a qualche vittoria di giornata (nelle ultime tre edizioni si è imposto 6 volte e ha trascorso 4 giorni in giallo). Il 36enne turgoviese è reduce dal terzo posto all’Amstel, dal 5° alla Freccia e dal 7° alla Liegi. Gli manca la vittoria...
Il percorso riprende l’idea dello scorso anno, vale a dire l’inserimento di una seconda tappa di montagna... «Dopo il prologo corto ma esigente – afferma il direttore del TdR, Richard Chassot – la prima frazione sarà già importante per la classifica generale. La tappa regina arriverà soltanto sabato, con le salite del Jaunpass, del Col du Pillon e di Leysin. Speriamo di non avere problemi sul Jaunpass, ma nel caso in cui non ci fosse il sole abbiamo già allestito un piano B».
La crono conclusiva di Losanna prevede 360 metri di dislivello e potrebbe aggiustare la classifica finale, mentre le frazioni di giovedì e venerdì dovrebbero lasciar spazio ai finisseur o ai velocisti.
Il patron di quella che una volta veniva chiamata corsa verde torna pure sulle due assenze di peso che caratterizzano il cast 2017: Quintana e Contador... «Sono, in pratica, gli unici che mancano all’appello. Ci dispiace soprattutto per il colombiano, ma capisco che volendo preparare il Giro d’Italia e poi il Tour de France non era il caso di passare dalla Romandia. Froome punta chiaramente alla Grande Boucle, mentre Quintana ha deciso di scendere in lizza anche sulle strade italiane. Non mi sembra l’ideale avvicinamento alla prova più importante del calendario, ma forse vuole semplicemente togliersi pressione dalle spalle, con una maglia rosa in grado di rendere subito positiva la stagione 2017».
Anche con le assenze del Pistolero e del Condor, il cast del TdR 2017 è più che apprezzabile e dovrebbe dar vita a una corsa intensa e combattuta. Nella speranza che Richard Chassot si sia ricordato di prenotare il bel tempo, perché lo scorso anno il meteo era stato davvero inclemente. D’altra parte, gli organizzatori preferiscono rischiare un po’ di freddo pur di continuare ad avere la corsa inserita in un periodo perfetto della stagione, a ridosso del Giro d’Italia e con la capacità di rappresentare il punto di partenza della preparazione specifica per il Tour de France.
Stando alle previsioni meteo, le preghiere di Chassot sono state solo in parte esaudite: i 17 gradi previsti a Aigle sono ben diversi dalla neve che aveva accompagnato il prologo di La Chaux-de-Fonds del 2016, ma la pioggia non mancherà. E pure le temperature, che non supereranno i 5 gradi tra giovedì e venerdì, non daranno tregua al plotone.

25.4.2017, 05:402017-04-25 05:40:29
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

24.4.2017, 08:352017-04-24 08:35:00
Roberto Antonini

Un messaggio da Parigi

Trionfa la start-up della politica; avanza – ma meno del previsto – l’estrema destra; vengono spazzati via i partiti tradizionali che hanno governato il Paese, la destra repubblicana e la...

Trionfa la start-up della politica; avanza – ma meno del previsto – l’estrema destra; vengono spazzati via i partiti tradizionali che hanno governato il Paese, la destra repubblicana e la sinistra socialista. Non era mai successo nella storia della Repubblica.
A contendersi la poltrona all’Eliseo nel ballottaggio del prossimo 7 maggio, saranno dunque Emmanuel Macron arrivato in testa al primo turno, giovane e ambizioso tecnocrate che rivendica il superamento delle tradizionali contrapposizioni politiche; e la leader del Fronte Nazionale Marine Le Pen. Entrambi autoproclamatisi candidati anti-sistema. Entrambi tuttavia espressione di quella stessa casta politica sempre più osteggiata dalla popolazione: Macron per anni consigliere di François Hollande e in seguito suo ministro dell’Economia; Marine Le Pen appartenente alla ricca dinastia che ha fatto e continuerà a fare la storia della destra più radicale, invischiata – nel più classico stile della vecchia politica – in una vicenda di frode.

La fine dell’alternanza destra-sinistra fa del 23 aprile una data cardine nella vita politica del Paese, ma il terremoto al quale abbiamo assistito non è necessariamente di una magnitudo devastante. Il ballottaggio, stando ai sondaggi, dovrebbe in effetti consacrare, in modo netto, il successo dell’ex ministro di Hollande.

Le consegne di voto non si sono fatte attendere: con l’eccezione di un imbronciato Jean-Luc Mélenchon, capofila della sinistra radicale in spettacolare crescita e che ha sfiorato il colpaccio, tutti i principali leader politici non hanno posto tempo di mezzo dando una chiara consegna per il 7 maggio: votare Macron per bloccare l’estremismo frontista.
Tra i primi ad esprimersi François Fillon, giunto terzo, e le cui vicende giudiziarie hanno compromesso una vittoria che pareva certa: ha messo in guardia i francesi contro l’estremismo, le derive intolleranti e violente del partito di Marine Le Pen. Il Fronte Nazionale porterebbe la Francia alla catastrofe, ha ammonito Alain Juppé, mentre secondo Benoît Hamon, candidato di un partito socialista ormai ridotto al lumicino, con Marine Le Pen il Paese rischierebbe la guerra civile.

Ma se l’unità del fronte repubblicano sotto la bandiera del “tutto, salvo Le Pen” non ha tardato a manifestarsi, questa tornata elettorale suggella di fatto alcune profonde spaccature ideologiche e sociali. Una lettura a caldo dei risultati ottenuti dalle diverse formazioni consente in effetti di individuare faglie trasversali ai partiti su temi quali la globalizzazione, il libero mercato, il ruolo dello Stato, le pensioni, l’immigrazione, il protezionismo. Trasversali a tal punto che appaiono similitudini tra i programmi dei fronti più estremi, a destra e a sinistra.

L’Europa in particolare esce certamente rafforzata dalla vittoria di Macron, ma gli europeisti non possono sicuramente pasteggiare a champagne. Gli elettori della seconda potenza continentale hanno manifestato, con un voto estremamente frammentato (quattro candidati che hanno ottenuto ognuno percentuali attorno al 20%) una forte inquietudine sul futuro del Paese e dell’Ue: antieuropeisti (Le Pen e Mélenchon) e proeuropeisti (Macron e Fillon) si sono divisi in parti quasi eguali i consensi dell’elettorato.

A Bruxelles e Berlino si può certamente tirare un sospiro di sollievo, ma sarebbe irresponsabile non sentire il campanello d’allarme suonato da una Francia inquieta e disorientata che in giugno sarà impegnata, con le legislative, nel proibitivo compito di fornire una maggioranza politica al nuovo inquilino dell’Eliseo.