Scienze

6.3.2017, 18:232017-03-06 18:23:55
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Una sentinella per proteggere il nostro pianeta: questa notte un lancio in orbita che conviene

È in programma per questa notte a bordo di un razzo Vega il lancio della nuova sentinella spaziale del pianeta,...

È in programma per questa notte a bordo di un razzo Vega il lancio della nuova sentinella spaziale del pianeta, il satellite europeo Sentinel 2B, ideato per fornire immagini e dati sulle aree verdi della Terra. Il satellite, che partirà alle 2.49 (ora svizzera) dalla base europea di Kourou (Guyana Francese), è il quinto tassello della grande infrastruttura spaziale europea Copernicus, nata dalla collaborazione tra Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Commissione Europea.

 «La sentinella che lanceremo questa notte sarà la quinta della costellazione Copernicus e la seconda della famiglia Sentinel 2 dedicata in particolare all'osservazione delle aree verdi del nostro pianeta», ha detto Josef Aschbacher, direttore dell'Osservazione della Terra dell'Esa. Una volta operativo, Sentinel 2B monitorerà costantemente la superficie del pianeta grazie a una potente fotocamera capace di fare scatti su 13 differenti bande con un dettaglio senza precedenti. I dati in arrivo da Sentinel 2B e dal satellite gemello Sentinel 2A, lanciato nel giugno 2015, combinati con quelli in arrivo dalle altre sentinelle, forniranno informazioni sfruttabili in moltissimi settori.

 A portare in orbita Sentinel 2B alla quota di 786 chilometri sarà Vega, il lanciatore europeo. Al momento tutte le procedure di controllo indicano luce verde. Il rilascio in orbita del satellite è previsto in poco meno di un'ora dal lancio. A quel punto Sentinel 2B dispiegherà i pannelli solari, attiverà le comunicazioni con la Terra e subito dopo inizierà il suo viaggio per inserirsi nell'orbita definitiva. «La mole che i satelliti di Copernicus invieranno a Terra è superiore ai dati gestiti da Google o Amazon», ha detto Philippe Brunet, responsabile del programma Copernicus per l'Unione Europea.

 Con il lancio di Sentinel 2B salgono così a 5 le sentinelle europee del pianeta, i satelliti ideati per studiare e proteggere l'ambiente. I dati in arrivo dalla costellazione Copernicus sono anche una miniera d'oro per lo sviluppo della space economy. I dati già in arrivo sono però considerati anche una miniera di risorse messa a disposizione per stimolare la nascita di nuove applicazioni anche imprenditoriali di servizi spaziali per i cittadini.

 «I numeri di utilizzo sono già impressionanti – ha commentato il presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana Roberto Battiston –. Per ogni euro investito si registra un ritorno economico moltiplicato per 10».

Finanziato complessivamente con 2,3 miliardi di euro, l'ambizioso progetto Copernicus prevede di realizzare una rete di satelliti dedicati allo studio del nostro pianeta. Il programma prevede tre famiglie di sentinelle spaziali: Sentinel 1A e 1B (seguite in futuro da 1C e 1D) con una vista radar; Sentinel 2A e 2B specializzate in osservazioni nell'infrarosso; Sentinel 3A e 3B, nell'ottico.

 Ultima in ordine di tempo è appunto Sentinel 2B, specializzata nel vedere le aree verdi in 13 differenti lunghezze d'onda. Da questi dati si possono avere preziose informazioni sui cambiamenti climatici, per l'agricoltura o la sicurezza ambientale.

Ad essere già operative sono le due Sentinel 1, dotate di una vista radar, e la prima Sentinel 3, lanciata a febbraio 2016 per lo studio degli oceani. In futuro è previsto l'arrivo delle Sentinelle 4, 5 e 6, ideate per monitorare la qualità dell'aria, analizzare la chimica dell'atmosfera e fare una mappa super-dettagliata dei mari e delle profondità oceaniche.

22.2.2017, 19:062017-02-22 19:06:09
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Scoperti sette pianeti simili alla Terra

Sette pianeti, grandi grosso modo come la Terra, nell’orbita della stella nana rossa ultrafredda Trappist-1, a circa 40 anni luce di distanza dal nostro sistema solare: è...

Sette pianeti, grandi grosso modo come la Terra, nell’orbita della stella nana rossa ultrafredda Trappist-1, a circa 40 anni luce di distanza dal nostro sistema solare: è questa la scoperta comunicata poco fa dalla Nasa e preannunciata come una grande “scoperta al di là del nostro sistema solare” preannunciata.
Niente omini verdi o civiltà extraterrestri, come magari si aspettava qualcuno, e neppure tracce di vita; anzi al momento non si hanno neppure prove dirette della presenza di acqua sui sette pianeti che, nonostante le premesse, potrebbe essere decisamente inospitali.

Si tratta comunque di una scoperta molto importante, sia perché quasi nessuno si aspettava che una stella così piccola (circa un decimo del nostro Sole) potesse avere dei pianeti, sia perché Trappist-1 è relativamente vicina alla Terra, cosa che permette di studiare l'atmosfera dei pianeti con il telescopio spaziale Hubble, ottenendo davvero la conferma della presenza di acqua allo stato liquido.

15.2.2017, 19:302017-02-15 19:30:30
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Scenari: cellule artificiali per limitare la sperimentazione su animali

Sono state ottenute in laboratorio cellule artificiali che crescono in 3D imitando gli organi umani, promettendo di poter ridurre in futuro...

Sono state ottenute in laboratorio cellule artificiali che crescono in 3D imitando gli organi umani, promettendo di poter ridurre in futuro il numero degli animali utilizzati come cavie per la sperimentazione scientifica. Il risultato, pubblicato sulla rivista “Scientific Reports”, è stato ottenuto in Italia, nel Centro di Ricerca 'E.Piaggio' dell'Università di Pisa,con un finanziamento della Lega Anti-Vivisezione (Lav).

Le cellule artificiali hanno la particolarità di essere simili a quelle naturali in quanto obbediscono alla legge biologica che mette in relazione il metabolismo dell'intero organismo, ossia la quantità di ossigeno consumata, con la massa corporea. Questo rapporto, che vale per tutti gli esseri viventi, dal topo alla balena, è stato per la prima volta applicato alle cellule coltivate in laboratorio dal gruppo di ricerca coordinato da Arti Ahluwalia, direttrice del Centro.

Espresso da una formula matematica e chiamato legge allometrica di Kleiber, permette di calcolare come, via via che un organismo cresce, il suo metabolismo e la durata della sua vita si modificano a velocità prevedibile per l'effetto combinato della variazione della superficie corporea e della velocità sanguigna. «Cerchiamo di sviluppare colture tridimensionali in vitro di cellule di organi come il fegato o i polmoni», ha detto Arti Ahluwalia. «L'obiettivo è ingegnerizzare dei modelli con caratteristiche strutturali e biochimiche che li facciano funzionare come il corrispettivo organo umano».

3.2.2017, 16:492017-02-03 16:49:37
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'Cerchiamo la vita su altri pianeti, ma dobbiamo farlo anche sulla Terra'

Che cosa c'entriamo noi con gli abissi marini? C'entriamo e più di quanto possiamo immaginare. Proprio agli abissi degli oceani come l'...

Che cosa c'entriamo noi con gli abissi marini? C'entriamo e più di quanto possiamo immaginare. Proprio agli abissi degli oceani come l'Antartide pensa una proposta di trattato che li tuteli. Pubblicata su “Science”, si deve a un gruppo di ricercatori coordinati da Roberto Danovaro, presidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli. A mettere a punto il trattato dovrebbe essere un'organizzazione internazionale per gli ambienti marini profondi, compresi tra i 200 e gli 11'000 metri, che includa anche l'Onu.

«L'organizzazione – spiega Danovaro – dovrebbe avere funzioni giuridiche e scientifiche», per tutelare, con principi normativi vincolanti, la conservazione e l'uso sostenibile delle risorse marine e promuovere la ricerca scientifica su questi ecosistemi. «Gli ambienti profondi e gli abissi marini, costituiscono il 95% del volume degli oceani e il 50% di essi – osserva Danovaro – si estende su acque internazionali dove non vige alcuna legislazione''. Le Nazioni Unite, con la Convenzione sul diritto del mare, spiega, «ci hanno dato linee guida ma non principi vincolanti».

Pesca non regolamentata, approvvigionamento di risorse minerali e idrocarburi non disciplinati «provocano danni vitali all'ecosistema degli abissi». Questi ambienti, sottolinea Danovaro, sono ricchi di vita, tanto che sono le principali aree di biodiversità del pianeta. Sono inoltre indispensabili per l'assorbimento dell'anidride carbonica in eccesso presente nell'atmosfera e per la produzione dell'ossigeno: «Parte della CO2 assorbita viene trasformata in ossigeno, e ben una molecola su due di quello che respiriamo è prodotta da alghe e batteri degli oceani».

Tuttavia, nonostante il loro ruolo cruciale conosciamo meno dello 0,0001% di questi ambienti. Quindi, ha rilevato il presidente della Stazione Zoologica, è un ambiente in gran parte sconosciuto e da studiare. «Cerchiamo la vita sugli altri pianeti – conclude – ma dobbiamo cercarla anche sulla Terra».

Carnevale Rabadan 2017

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29.11.2016, 19:442016-11-29 19:44:04
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Non chiamatele solo stelle, ci vuole un nome: ma come darglielo?

Anche per le stelle del firmamento è giunto il tempo di rinnovare la “carta di identità”: lo ha deciso l'Unione Astronomica Internazionale (Iau),...

Anche per le stelle del firmamento è giunto il tempo di rinnovare la “carta di identità”: lo ha deciso l'Unione Astronomica Internazionale (Iau), attivando una vera e propria “anagrafe” celeste, sempre aperta, con il duplice obiettivo di fare ordine tra i vecchi nomi della tradizione e di indicare i criteri con cui formulare i nuovi.

Sono già 227 gli astri “registrati” con nomi approvati: tra questi alcune conferme, come quello di Proxima Centauri, e alcune novità, come l'antico appellativo Rigil Kentaurus scelto come nome ufficiale per Alpha Centauri. Molte anche le “celebrità” schedate, dalla luminosa Vega fino alla Stella Polare, battezzata Polaris.

A raccontarlo è il segretario generale della Iau, Piero Benvenuti, astronomo all'Università di Padova. '«Dare nomi ufficiali ai corpi celesti è uno dei compiti istituzionali della Iau, che già nel 1920, un anno dopo la sua fondazione, incominciò ufficializzando i nomi delle costellazioni», spiega Benvenuti. «Questa attività nei decenni si è poi limitata nel dare nomi ai nuovi oggetti, come asteroidi e comete, mentre per le stelle si è fatto ben poco: da secoli le più brillanti hanno nomi assegnati dalla tradizione, per lo più di origine araba, greca e romana, che però non sono mai stati ordinati in un catalogo moderno».

Molti degli appellativi presentavano una situazione confusionaria: mancanza di uno spelling ufficiale, alcune stelle designate con più di un nome e addirittura nomi identici usati per indicare astri differenti. La necessità di fare pulizia «è nata un anno fa, quando abbiamo battezzato una ventina di nuovi pianeti esterni al Sistema solare con le loro stelle madri: i nomi sono stati scelti con l'aiuto degli astrofili di tutto il mondo e sono stati votati dal pubblico. Alcune stelle hanno assunto nomi particolari, come quello dello scrittore spagnolo Cervantes, e da lì abbiamo pensato di cogliere l'occasione per fare ordine anche sui nomi antichi».

È nato così un gruppo di lavoro permanente (Working Group on Star Names, Wgsn), composto da otto esperti, che ha iniziato a compilare il nuovo “catalogo moderno” delle stelle. Poche e semplici le linee guida, come accordare la preferenza a nomi brevi e a quelli che affondano le radici nel passato per mantenere, ove possibile, una continuità culturale.

28.11.2016, 21:002016-11-28 21:00:26
@laRegione

Più 11 gradi, l'Antartide si scioglie

Dall’ultima Era glaciale l’Antartide si è riscaldata fino a 3 volte più rapidamente delle altre regioni del nostro pianeta, di oltre 11 gradi in circa 20 mila anni. A indicarlo...

Dall’ultima Era glaciale l’Antartide si è riscaldata fino a 3 volte più rapidamente delle altre regioni del nostro pianeta, di oltre 11 gradi in circa 20 mila anni. A indicarlo è un nuovo metodo di analisi dei ghiacci antartici sviluppato da Kurt Cuffrey, dell’università della California a Berkeley, e descritto sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti (Pnas).

Il risultato aiuta a capire meglio i meccanismi dei cambiamenti climatici globali e a perfezionare i modelli attuali. «Studiare il clima del passato ci offre preziose informazioni per capire l’evoluzione climatica del futuro e a darci importanti indicazioni è soprattutto quello che avviene in Antartide», ha spiegato l’esperta di paleoclimatologia Maria Rita Palombo, dell’università Sapienza di Roma.

Il continente bianco è infatti stato spesso una sentinella del clima e le sue variazioni possono essere avvisaglie di quello che potrebbe arrivare. Più volte nel passato, ma non sempre, ha anticipato i cambiamenti che sono poi avvenuti nel resto del pianeta.

Usando un nuovo metodo di “lettura” delle preziose informazioni intrappolate nei ghiacci, i ricercatori americani hanno ricostruito con grande precisione l’evoluzione delle temperature della regione negli ultimi 40 mila anni. A differenza dei metodi “tradizionali”, che misurano le variazioni degli isotopi di ossigeno nell’acqua ghiacciata, il nuovo metodo ha misurato la “temperatura” dei gas atmosferici nel momento in cui sono stati congelati. Un metodo alternativo a quello tradizionale e che ha permesso di scoprire nuovi dettagli a partire dall’Era dell’ultima glaciazione.

Uno dei dati che emerge dall’analisi delle carote di ghiaccio estratte fino a 3’400 metri di profondità è che a partire da 20 mila anni fa, il periodo del cosiddetto Ultimo massimo, la temperatura superficiale della regione è salita di ben 11 gradi. Un ritmo due o tre volte superiore alla norma e che ha anticipato di millenni ciò che è poi avvenuto nell’emisfero nord.

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20.10.2016, 11:342016-10-20 11:34:35
Luca Berti @laRegione

Sonda Schiaparelli, i primi dati indicano che qualcosa è andato storto negli ultimi 50 secondi

Mancavano poco meno di 50 secondi ad un atterraggio del tutto perfetto. Invece qualcosa è andato storto e non...

Mancavano poco meno di 50 secondi ad un atterraggio del tutto perfetto. Invece qualcosa è andato storto e non si hanno più notizie della sonda Schiaparelli, il piccolo lander di test della missione europea ExoMars. Qualcosa non ha funzionato dopo che i paracaduti sono stati rilasciati, quando cioè a rallentare la discesa del piccolo veicolo spaziale avrebbero dovuto pensarci i retrorazzi: una cinquantina di secondi in tutto per portare lentamente la sonda a circa due metri di altezza e lasciarla cadere sulla rossa sabbia marziana. I razzi sono però rimasti accesi solo per tre o quattro secondi. Motivo: ignoto. Impossibile pure dire se Schiaparelli sia ancora in un solo pezzo.

Questo è quanto è emerso dall'analisi dei primi dati inviati a terra dalla nave madre di Schiaparelli, il fulcro della della missione dell'Agenzia spaziale europea (Esa).  Per ora non sono stati captati ulteriori trasmissioni provenienti dalla sua posizione. «Dobbiamo capire cosa è successo negli ultimi secondi prima dell'atterraggio», ha rilevato David Parker, direttore del volo umano e dell'esplorazione robotica presso l'Esa. «Non siamo ancora in grado di valutare se l'atterraggio sia stato morbido oppure no, ma lo saremo», ha aggiunto Andrea Accomazzo, capo delle operazioni planetarie.

Gli ultimi secondi sono un mistero

Di sicuro vi è, per ora, che la fase di discesa è avvenuta come programmato: lo scudo termico ha protetto la sonda durante la fase di frenaggio nell'atmosfera e i paracaduti hanno funzionato correttamente diminuendo la velocità di discesa a circa 70 chilometri orari. Il resto, come detto, è per ora avvolto nel mistero. Nelle prossime ore i dati inviati a terra verranno analizzati per capire la dinamica di quanto accaduto. Nel frattempo l'Esa resterà in ascolto di possibili comunicazioni dal suolo marziano, tentando pure di inviare qualche comando. Verranno inoltre scattate fotografie dall'orbita di Marte nel tentativo di individuare il lander. Lander che è però di piccole dimensioni e quindi difficile da individuazione.

'Comunque un successo'

La missione ExoMars è stata «comunque un successo perché il suo obiettivo era avere una sonda in orbita e un test in grado di fornire dati e conoscenze scientifiche» è stata l'analisi del direttore dell'Esa Jan Woerner. «La buona notizia è la conferma che l’orbiter della missione ExoMars, il Tgo, è operativa con successo nell’orbita di Marte: questo significa che è pronto a rilevare dati scientifici e a rilasciarli. Il Tgo – ha aggiunto – è una pietra miliare in vista della seconda fase della missione, prevista nel 2020».

Mostra di Federico Seneca al m.a.x. museo

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4.10.2016, 12:112016-10-04 12:11:55
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Il Nobel per il volto esotico della materia

I tre ricercatori sono stati premiato per la scoperta del ‘volto esotico’ della materia, ossia dei passaggi che avvengono da uno stato all'altro della materia in...

I tre ricercatori sono stati premiato per la scoperta del ‘volto esotico’ della materia, ossia dei passaggi che avvengono da uno stato all'altro della materia in condizioni inusuali. Questi studi hanno aperto le porte alla ricerca di nuovi materiali e in particolare di quelli per la superconduttività ad alta temperatura.

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30.9.2016, 16:252016-09-30 16:25:38
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Rosetta è arrivata sulla cometa, addio Rosetta

La sonda Rosetta dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) ha toccato il suolo della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. Subito, come previsto, il computer di bordo e tutti...

La sonda Rosetta dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) ha toccato il suolo della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. Subito, come previsto, il computer di bordo e tutti gli strumenti si sono spenti, dopo avere inviato a Terra le immagini più ravvicinate mai viste del suolo della cometa.

Rosetta ha inviato anche dati su gas e polveri vicini al suolo, che potrebbero contenere informazioni preziose per ricostruire le origini del del Sistema Solare e, forse, per scoprire molecole alla base dei mattoni della vita.


 «È un giorno speciale, un po' triste», ha detto il direttore delle operazioni della missione Rosetta, Paolo Ferri, nella diretta trasmessa dal centro di controllo dell'Esa in Germania, a Dramstadt. Gli ultimi minuti della missione sono stati seguiti in silenzio e il momento dell'atterraggio, nel quale Rosetta è diventata improvvisamente silenziosa, è stato accompagnato da un debole applauso.

La perdita del segnale ha segnato la conclusione definitiva della missione: «È la fine perché è impossibile riattivare ancora il computer di bordo della sonda», ha detto Ferri. «C'è uno stato d'animo altalenante, non si può fare a meno di pensare», ha detto il direttore di Volo della missione, Andrea Accomazzo. È l'occasione per ripensare i tanti successi e i primati della missione, la prima ad essersi avvicinata tanto a una cometa e ad aver rilasciato sulla superficie un lander, Philae, dopo aver viaggiato per dieci anni attraverso il Sistema Solare.

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Lunedì 3 e lunedì 10 ottobre dalle 9.00 alle 14.00 vieni a trovarci alla Migros di Bellinzona e partecipa al nostro concorso. In palio un buono acquisto di CHF 200.-.
30.9.2016, 06:382016-09-30 06:38:00
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L'ultima volta di Rosetta

Rosetta si prepara al saluto finale. Ancora poche ore e sarà pronta a scendere sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, che ha inseguito per dieci anni attraverso il Sistema Solare e che da due...

Rosetta si prepara al saluto finale. Ancora poche ore e sarà pronta a scendere sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, che ha inseguito per dieci anni attraverso il Sistema Solare e che da due anni sorveglia da vicino per scoprirne i segreti. Ha già cambiato rotta e adesso non attende che l'accensione dei razzi che la porteranno all'impatto. Non ci sarà nulla di violento perché Rosetta si avvicinerà alla superficie molto lentamente, quasi a passo d'uomo. Subito dopo il suo computer si spegnerà per sempre, insieme agli strumenti di bordo, ma non prima di aver inviato a Terra immagini e dati mai visti.

Sarà un gran finale, quello che si prepara per una delle missioni spaziali più celebri degli ultimi decenni, organizzata dall'Agenzia Spaziale Europea (Esa). Lanciata il 2 marzo 2004, Rosetta ha collezionato un record dopo l'altro, ma il più famoso è stato senz'altro il primo atterraggio su una cometa di un veicolo spaziale, il lander Philae. Alle 13.20 del 30 settembre, oggi, sarà la sonda stessa a toccare il suolo della cometa e nello stesso lobo nel quale si trova Philae. I due veicoli saranno però distanti, forse diametralmente opposti.

«L'atterraggio è previsto alle 12.40, ma lo vedremo da Terra alle 13.20», ha detto il “pilota” di Rosetta, Andrea Accomazzo, direttore di Volo della missione. La spinta verrà dall'accensione dei razzi a oltre dieci ore dall'inizio della caduta, quando «la sonda si troverà alla distanza di circa 20 chilometri dalla cometa», ha spiegato il direttore delle operazioni spaziali della missione, Paolo Ferri.

Nelle due ore in cui si avvicinerà “a passo d'uomo” al suolo della cometa, Rosetta lavorerà freneticamente, inviando a Terra immagini e dati della superficie della cometa come nessuno l'ha mai vista. Nei due anni nei quali ha osservato da vicino la cometa, infatti, la sonda non ha mai superato la distanza minima di 20 chilometri. La cometa è infatti attiva e le polveri e i gas liberati avrebbero potuto danneggiare gli strumenti. Da oggi, in ogni caso, Rosetta si spegnerà per sempre.

22.9.2016, 16:392016-09-22 16:39:26
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Arrivano i Sentinel della Terra

I cambiamenti in corso nell'Artico, il clima e le migrazioni: potrebbero essere questi i prossimi obiettivi delle 'Sentinelle della Terra', ossia dei satelliti Sentinel che fanno parte...

I cambiamenti in corso nell'Artico, il clima e le migrazioni: potrebbero essere questi i prossimi obiettivi delle 'Sentinelle della Terra', ossia dei satelliti Sentinel che fanno parte del programma Copernicus, nato dalla collaborazione fra Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Commissione Europea.

"Al momento si tratta soltanto di idee, ma è chiaro che i prossimi obiettivi della nuova generazione dei satelliti Sentinel dovranno essere diversi da quelli pensati per la generazione attuale, programmata dieci anni fa", ha rilevato Josef Aschbacher, il nuovo direttore del centro dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) per l'Osservazione della Terra.

I programmi di Osservazione della Terra saranno fra i temi di punta della prossima Conferenza  che il 2 dicembre riunirà di responsabili delle politiche spaziali degli Stati membri dell'Esa. "Si punta a cinque programmi che prevedono complessivamente un finanziamento da 1,7 miliardi di euro: una cifra che - ha rilevato Aschbacher - supera del 17% la disponibilità degli Stati membri, ma che riguarda programmi importanti". Degli 1,7 miliardi, 1,4 sono previsti per i Programmi di Osservazione della Terra, con le ricerche di base per preparare le missioni del futuro. Tra queste ci sono anche quelle della nuova generazione dei satelliti Sentinel.

14.9.2016, 19:512016-09-14 19:51:09
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Alla scoperta della Via Lattea

La nostra galassia a quanto pare “traballa”. Alcuni l'hanno tradotta così, ma non è che si presenti proprio bene. Diciamo che il suo piano di rotazione risulta inclinato, tanto che in...

La nostra galassia a quanto pare “traballa”. Alcuni l'hanno tradotta così, ma non è che si presenti proprio bene. Diciamo che il suo piano di rotazione risulta inclinato, tanto che in futuro potrebbe finire in pezzi. È una delle primissime osservazioni fatte da Gaia, il satellite dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) che sta realizzando la più completa e precisa mappa in 3D della Via Lattea.

Una prima parte di dati è stata diffusa pubblicamente oggi e tutta la comunità scientifica mondiale ha dato il via a una gara contro il tempo alle pubblicazioni. Quella che sta realizzando Gaia può essere definita la 'madre' di tutte le mappe del cielo: “Porterà a una rivoluzione di tutti i settori dell'astronomia che avrà effetti per 50 anni”, ha commentato Mario Lattanzi, dell'Istituto Nazionale Italiano di Astrofisica e responsabile scientifico centro di analisi dei dati della missione.

Pubblicati i dati, un enorme catalogo che conterrà la posizione e molte caratteristiche di 1 miliardo di stelle e oggetti che compongono la Via Lattea, dovranno passare settimane (forse pochi giorni) per arrivare ai primi risultati scientifici concreti ma alcune osservazioni sono già emerse. Tra queste la conferma dell'inclinazione “pericolosa” della nostra galassia, tale da portarla in futuro, miliardi di anni, a sgretolarsi in pezzi.

Altro dato importante è la distanza misurata dalle Pleiadi, un ammasso di stelle usate in astronomia come una sorta di metro standard per calcolare le distanze di altre galassie. Dalla precisione di questa misura dipendono tutti i modelli per studiare la velocità di espansione dell'universo e il nuovo dato di Gaia confermerebbe quello misurato da Hubble, contrastando invece con la misura fatta dalla missione europea Hipparcos.

I dati pubblicati oggi si riferiscono solo al primo anno di attività del satellite, lanciato nel 2013, che saranno integrati a cadenza regolare dalle nuove osservazioni che dovrebbero durare almeno per 5 anni.

5.7.2016, 08:072016-07-05 08:07:38
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Juno entrata nell'orbita di Giove: `È stata la cosa più difficile mai fatta dalla Nasa'

Dopo un'ultima fase delicatissima, la sonda Juno della Nasa è entrata nell’orbita di Giove. Mai finora un veicolo è...

Dopo un'ultima fase delicatissima, la sonda Juno della Nasa è entrata nell’orbita di Giove. Mai finora un veicolo è stato così vicino al pianeta più grande del Sistema solare.

I nove strumenti a bordo si metteranno al lavoro per rispondere alle tante domande aperte sul pianeta gigante, come la composizione del nucleo e l’ambiente estremo in cui è immerso, dove le radiazioni sono più intense che in qualsiasi altro luogo del nostro sistema planetario.

«È stata la cosa più difficile che la Nasa abbia mai fatto», ha detto il responsabile scientifico della missione Juno, Scott Bolton, quando il motore della sonda si è spento e il veicolo ha raggiunto la posizione corretta nell’orbita di Giove per cominciare la prima delle 37 orbite previste.

Per raggiungere il punto previsto nell’orbita di Giove, Juno ha acceso il suo motore principale per 35 minuti e 2 secondi. «Il mio motore principale sta andando, Sto bruciando, bruciando, bruciando per te, Giove!», si legge nel tweet pubblicato in quel momento dalla missione della Nasa.

https://twitter.com/NASAJuno/status/750167102825254912 

Lanciata il 5 agosto 2011, Juno (JupiterNear-polarOrbiter) è stata realizzata dal Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa e ha viaggiato per cinque anni, percorrendo quasi tre miliardi di chilometri.

Juno, alla quale Google ha dedicato il doodle, è la prima missione a sorvolare i poli del pianeta. Con i suoi nove strumenti nei prossimi sei anni raccoglierà dati sul pianeta che con la sua mole ha condizionato la storia del nostro sistema planetario.

31.5.2016, 11:022016-05-31 11:02:41
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Hawaii, scoperta spugna grande come furgoncino: 'Forse è l'essere vivente più vecchio sulla Terra'

È grande quanto un furgoncino e ha un aspetto che ricorda quello della materia cerebrale: è la maxi spugna...

È grande quanto un furgoncino e ha un aspetto che ricorda quello della materia cerebrale: è la maxi spugna individuata da un team di ricercatori alle Hawaii a 7mila piedi di profondità (poco più di due chilometri) in una zona marina protetta.

Secondo gli scienziati, che hanno descritto la scoperta sulla rivista Marine Biodiversity, si tratta della più grande spugna conosciuta al mondo e potrebbe essere anche il più vecchio essere vivente sulla Terra.

È stata trovata durante una spedizione nel parco marino Papahanaumokuakea, la più vasta area naturale protetta degli Stati Uniti, condotta da scienziati della Noaa e dell'Università delle Hawaii grazie a un sommergibile pilotato a distanza.

«La sua età è probabilmente dell'ordine dei secoli se non dei millenni», ha spiegato al Guardian l'autore principale dello studio, Daniel Wagner. Misura 3,6 metri per poco più di 2, quanto un pulmino, un furgoncino. Le spugne sono fondamentali per gli ecosistemi marini: fanno da filtro all'acqua e forniscono un habitat per miriade di specie invertebrate e microbiche.

Gli scienziati hanno studiato questa maxi spugna per un anno prima di condividerne le osservazioni con la comunità scientifica. «La maggior parte del nostro pianeta si trova in acque profonde», aggiunge Wagner, «e il grosso non è mai stato esplorato». (Ansa) 

24.3.2016, 20:342016-03-24 20:34:11
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Vita artificiale, 3.0

Il sogno della vita sintetica non è mai stato così vicino a concretizzarsi: dopo oltre 20 anni di esperimenti il pioniere delle ricerche sulla vita costruita in laboratorio, Craig Venter, ha...

Il sogno della vita sintetica non è mai stato così vicino a concretizzarsi: dopo oltre 20 anni di esperimenti il pioniere delle ricerche sulla vita costruita in laboratorio, Craig Venter, ha ottenuto l'essere vivente con il più piccolo dei Dna: è un batterio che contiene appena 473 geni, ognuno dei quali svolge una funzione indispensabile alla vita. Una sorta di kit di sopravvivenza comune a tutti gli esseri viventi, con le informazioni essenziali a tramandare la vita. Meno di così, non si può (almeno finora).

Descritto sulla rivista 'Science', il batterio sintetico si chiama Syn 3.0 e permetterà di studiare le funzioni della vita con un dettaglio mai raggiunto finora. Il risultato, diciamo  a un terzo livello, apre anche la strada alle prime applicazioni della vita artificiale: su questo kit di base comune a tutti i viventi sarà possibile in futuro innestare specifiche funzioni per ottenere batteri con specializzazioni particolari, come produrre biocarburanti o bonificare terreni e acque contaminati.

L'istituto in cui è stato ottenuto il batterio, in California, è lo stesso fondato e diretto da Craig Venter e porta il suo nome: "Craig Venter Institute". Qui da anni la parola d'ordine è considerare la cellula come "l'unità fondamentale della vita" e il suo genoma come "il suo sistema operativo", ossia come il codice che contiene le istruzioni per le funzioni della cellula: la sua chimica, la struttura, il meccanismo con cui si replica. 

Per i ricercatori, guidati da Clyde Hutchinson, "ogni genoma contiene le istruzioni per le funzioni universali comuni a tutte le forme di vita" e trovare questa sorta di Sacro Graal della biologia è stato il loro obiettivo. Lo hanno raggiunto lavorando anno dopo anno sullo stesso batterio sul quale, all'inizio degli anni 2000, avevano condotto le prime ricerche, il Mycoplasma mycoides, o SYn 1.0, nella versione sintetica ottenuta nel 2010. Sei anni fa infatti Venter aveva annunciato di aver sintetizzato e assemblato cellule in grado di auto-replicarsi, cioè in un organismo con un genoma trapiantato.

I ricercatori hanno diviso il Dna del batterio, composto da 901 geni, in otto sezioni, ognuna delle quali è stata "etichettata" in modo da renderla facilmente riconoscibile rispetto alle altre. Hanno quindi cominciato a comporre queste tessere di Dna in centinaia di "mosaici" genetici diversi, eliminando ogni volta quelle che non avevano un legame con funzioni essenziali alla vita. È stato un lavoro di pazienza, nel quale si sono ripetuti centinaia di tentativi, e alla fine sono rimaste solo le tessere importanti per la sopravvivenza: il programma alla base della vita. Organizzandole in un unico genoma si è ottenuto Syn 3.0, il vivente con un Dna minimo composto da 473 geni.

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