Ilcommento

Oggi, 09:512017-02-23 09:51:13
Matteo Caratti @laRegione

Salto di livello

Processi penali terminati con la condanna di terroristi al servizio del sedicente Stato Islamico ne sono già stati celebrati più di uno nel nostro Paese. Anche i più distratti ricorderanno la sede del...

Processi penali terminati con la condanna di terroristi al servizio del sedicente Stato Islamico ne sono già stati celebrati più di uno nel nostro Paese. Anche i più distratti ricorderanno la sede del Tribunale penale federale di Bellinzona presidiata da poliziotti delle forze speciali armati sino ai denti e posizionati sull’uscio e sul tetto dell’immobile. Quella è stata la volta che in Ticino abbiamo preso maggiormente coscienza di cosa possa significare un’allerta terrorismo, anche se si trattava pur ‘solo’ di proteggere un Tribunale e garantire la sicurezza durante la celebrazione di un processo. Ieri è successo qualcosa – se l’ipotesi accusatoria verrà confermata – che ci fa fare un salto di livello. Anziché assistere alla fase terminale di un’inchiesta, ossia alla condanna penale per fatti commessi in un altro cantone, abbiamo preso atto dell’avvio di un procedimento penale, con lo schieramento di cento poliziotti, arresti e perquisizioni per presunto reclutamento a favore dell’Isis, e anche una perquisizione in un luogo di preghiera islamico a Viganello. A tutto ciò, pure nella calda giornata di ieri, si è aggiunto un arresto in un altro ambito molto sensibile: un centro asilanti. Ma in questo caso a finire nella rete della polizia è stato un dipendente e un responsabile di un’agenzia di sicurezza ticinese, chiamata dallo Stato (!) a garantire la sicurezza del centro e a ben conoscere il Codice penale! E invece… Ma torniamo al principale filone dell’operazione antiterrorismo, che segue di sole 24 ore la retata di Winterthur con ingredienti altrettanto inquietanti (moschea fra l’altro già chiusa e riaperta da poco e diverse ipotesi di reato: minacce, aggressioni, sequestri di persona, coazioni e sermoni incendiari pronunciati da un imam che avrebbe invitato a uccidere e denunciare i musulmani non praticanti). Insomma, anche se le due inchieste non hanno relazione alcuna, rendiamoci purtroppo conto che queste sono nuove realtà pesanti che ci troviamo in casa. In ogni caso, complimenti all’intelligence cantonale che pare abbia avuto un ruolo importante nel monitoraggio preliminare di queste pericolose schegge, passando poi l’inchiesta per competenza ai federali. Nell’attesa di saperne di più, vale la pena insistere su alcuni aspetti. Primo: è centrale che i Cantoni si accorgano di quello che succede sul territorio. Ma è altresì importante che anche all’interno dei centri di preghiera vi siano persone ai vertici formate qui da noi. In questo senso la proposta che talune Università, se ben ricordiamo per esempio Friborgo, intendono portare avanti nell’offrirsi come centri per la formazione degli imam va sostenuta. È altresì importante che vi sia, in chi ha responsabilità alla testa di una comunità religiosa, la coscienza di quali sono le nostre basilari regole del vivere comune e civile, imparando cosa possa essere o meno predicato. Secondo: è importante e utile che le inchieste partano, ma è altrettanto importante che i Codici penali prevedano pene certe e adeguate. L’impressione è che nella pacifica Svizzera, a parità di reati commessi, chi gravita attorno al terrorismo se la cavi molto più a buon mercato rispetto a quanto succede in altri Paesi che ci circondano. Insomma: non vorremmo che pene meno incisive inducessero a credere che da noi il metro sia diverso. Anche la legislazione va quindi inasprita. Terzo: se chi deve garantire la sicurezza finisce in carcere quale presunto reclutatore e per di più è al beneficio di un’autorizzazione cantonale per svolgere il delicato compito in un settore pubblico, si pone in tutta evidenza ancora una volta il tema della credibilità e dei controlli da parte dello Stato! La sveglia è suonata. E trilla forte.

Ieri, 10:242017-02-22 10:24:38
Matteo Caratti @laRegione

Fra radar e niqab

Come spiegare ai nostri figli cos’è il federalismo? Semplicissimo. Prendiamo due oggetti a tutti noti. Il copricapo integrale (il niqab), salito alla ribalta della cronaca politica, e il radar. Il...

Come spiegare ai nostri figli cos’è il federalismo? Semplicissimo. Prendiamo due oggetti a tutti noti. Il copricapo integrale (il niqab), salito alla ribalta della cronaca politica, e il radar. Il primo è vietato in Ticino, ma, per ora, non nel resto della Svizzera. Il secondo (il radar) è permesso, ma va segnalato se mobile e se piazzato sulle strade comunali e cantonali ticinesi. Occhio, però: può restare tranquillamente nascosto lungo l’autostrada. Presto, infatti, i radar mobili messi ai bordi delle vie comunali e cantonali, verranno segnalati. Come? Tramite ‘canali di informazione istituzionali: gli utenti della strada – spiegano da Palazzo delle Orsoline – saranno a conoscenza che in una determinata regione del cantone sono previsti rilevamenti della velocità, senza ricevere tuttavia indicazioni precise sull’ubicazione degli apparecchi e gli orari di attività’. In tal modo ‘si vuole evitare di annullare l’efficacia dei controlli’. Un bel compromesso! Vedremo… in particolare quando lo Stato incasserà molto meno, come per le imposte di circolazione! Si è trattato – dicono – di trovare un’alternativa praticabile rispetto a quanto deciso dal Gran Consiglio, organo che avrebbe preferito fosse segnalata all’utente la presenza degli apparecchi un centinaio di metri prima. Ma torniamo al federalismo: attenzione, dunque, a dove ci si trova. Se inforcate l’autostrada un flash può tranquillamente immortalarvi senza alcun preavviso. Se poi indossate il velo e, attraversando la Svizzera, vi apprestate a scendere al Sud delle Alpi, non dimenticatevi di togliere il niqab e mostrare il viso a metà del tunnel del Gottardo. I distratti potrebbero beccarsi una multa sia per porto illegale del copricapo integrale che per eccesso di velocità, persino senza essere preventivamente avvisati. Presto però, visto che il Ticino in questo campo fa tendenza, il niqab verrà messo al bando anche nel resto della Svizzera. E forse faremo tendenza anche in tema di avvertimenti preventivi sulla presenza di ‘radar’. Forse… ma intanto questo è puro federalismo: ciascuno decide le sue regole e persino all’interno di un cantone possono essercene diverse a seconda della strada imboccata. Federalismo o ‘casinismo’? A voi la risposta.

Ieri, 10:002017-02-22 10:00:40
Aldo Bertagni @laRegione

Fuochi d’artificio sparati per distrarci

Armi di distrazione di massa. Una felice definizione che ci ricorda come la verità a volte non è quella che appare. Fu il caso – ed è lì che decollò – delle presunte armi...

Armi di distrazione di massa. Una felice definizione che ci ricorda come la verità a volte non è quella che appare. Fu il caso – ed è lì che decollò – delle presunte armi di distruzione di massa, nello specifico batteriologiche, che Colin Powell, segretario di Stato degli Stati Uniti, esibì al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per convincere il mondo sull’imminente pericolo generato dall’Iraq di Saddam Hussein. Non c’era nulla di vero, ma gli States ottennero il via libera per far volare i propri cacciabombardieri su Baghdad. E non era certo la prima volta. Distrarre l’opinione pubblica è prassi consolidata da tempo. C’è chi ne sospetta l’uso anche negli anni di piombo, in Italia, quando una tragedia poteva servire per nascondere verità pesantemente scomode. Del resto i media sono quasi sempre abbagliati dai botti più forti e più luminosi. Come in questi giorni in Canton Ticino, con la vicenda dei permessi falsi. Scoppia il caso, si apre l’inchiesta giudiziaria e si evidenziano irregolarità proprio là dove si consuma il “rito del sovranismo”: la concessione o meno della permanenza nel nostro territorio a chi è straniero e dunque altro da noi. Nel tempio dell’ideologia “veteroetnica” governato, va da sé, dai paladini dell’etnicismo, ovvero i leghisti. Si direbbe un complotto o qualcosa di molto simile, o forse, e più semplicemente, la spia di una fragilità sistemica nascosta sotto il tappeto del “primanostrismo”. Fragilità fra l’altro ben evidenziata l’altro giorno dalla ComCo con la sua denuncia sulla diffusa mancata concorrenza economica in Ticino. Ma tant’è. Non si può far circolare l’idea che proprio nel cuore del sistema si nasconde la coda del diavolo e dunque – dopo la necessaria e tremenda indignazione – che si dia fuoco alle polveri con le armi di distrazione di massa. Che le colpe ricadano sugli appestati del nuovo millennio, che l’ingiustizia sia figlia d’oltre confine o degli invidiosi qui residenti (vedi il “Mattino”) che tanto odiano la beneamata Lega dei Ticinesi. Si direbbe una favola di principi e streghe d’altri tempi e per certi versi lo è perché ci racconta – come ai bambini prima di prendere sonno – esattamente quello che vogliamo sentire perché rassicurante. Ci distrae, appunto, dalle cose cattive del nostro mondo. E soprattutto ci conforta saper che i cattivi vivono altrove. Poi c’è il presidente del Partito socialista che riporta il campanile al centro del villaggio e ricorda a tutti qual è la verità scomoda: certe cose capitano perché mancano i controlli, perché viviamo anche qui un mondo del lavoro fragile e precario, dove la pressione sui dipendenti – a maggior ragione se bisognosi più di altri – è tanta e tale che finisce col creare situazioni ibride, dove la legalità corre sul filo di lana, pronta a cadere nel baratro del malaffare. Una realtà dove l’onesto è penalizzato perché sottoposto alla concorrenza sleale del disonesto. La verità – aggiunge ancora il presidente del Ps – è quella manifestata dal popolo che ha accolto il controprogetto sull’iniziativa contro il dumping salariale dove si diceva che è necessaria l’assunzione di venti ispettori del lavoro perché dove c’è fragilità economica i malviventi hanno gioco più facile. E stiamo ancora aspettando. Il vero diavolo, dunque, si chiama “sfruttamento” e anche “tratta di esseri umani” perché ha a che fare con persone sottoposte a lavori massacranti, magari pericolosi, per quattro soldi. Una brutta realtà presente, purtroppo, anche alle nostre latitudini per mille motivi e altrettante ragioni. Una triste realtà da estirpare per salvare l’ampia e prevalente economia sana.

20.2.2017, 10:172017-02-20 10:17:23
Sascha Cellina @laRegione

‘Grazcha fich’, St. Moritz

Alzi la mano chi, alla vigilia dei Mondiali di sci alpino di St. Moritz, avrebbe mai pensato di vedere la Svizzera chiudere la manifestazione con ben sette medaglie, di cui tre d’oro....

Alzi la mano chi, alla vigilia dei Mondiali di sci alpino di St. Moritz, avrebbe mai pensato di vedere la Svizzera chiudere la manifestazione con ben sette medaglie, di cui tre d’oro. Pochi, ne siamo sicuri. E ora la alzi chi lo avrebbe immaginato dopo l’infortunio che il venerdì della prima settimana di gara ha messo fuori gioco Lara Gut. Ancora di meno, se non nessuno. D’altronde la ticinese era la punta di diamante di una selezione rossocrociata che si era presentata al via di un Campionato del mondo che in Svizzera mancava dal 2003 (sempre a St. Moritz) con alcune certezze – la 25enne di Comano appunto, protagonista dell’inverno con nove podi e il secondo posto in Coppa del mondo; la regolarissima Wendy Holdener, tra le migliori tre in sei slalom su sette in Cdm; il sempreverde Beat Feuz, tornato in forma proprio in vista della rassegna iridata – ma anche tante incognite, legate soprattutto alla giovane età di coloro che sarebbero stati chiamati a cercare l'exploit per non rimanere semplici comparse a fianco dei protagonisti. Ecco perché nel momento in cui il ginocchio della ticinese ha fatto crack, in molti (noi compresi) hanno pensato che la festa fosse finita ancor prima di realmente cominciare. Due gare veloci (quelle in cui eravamo, sulla carta, messi meglio) erano infatti già alle spalle, ma nel carniere elvetico era presente solo un bronzo della stessa Gut. Una medaglia che, se inizialmente è potuta sembrare (soprattutto agli occhi di Lara) poca roba, ha di colpo acquisito un valore ben più grande alla luce di quanto poi capitatole. E chissà che proprio l’improvvisa assenza della capofila, non abbia spronato gli altri a caricarsi sulle spalle maggiore responsabilità e a dare quel qualcosa in più che nello sport spesso e volentieri fa la differenza. Nel momento in cui la squadra ha perso il proprio leader, chi doveva confermarsi (Holdener e Feuz appunto) lo ha fatto recitando alla grande la sua parte (oro in slalom e argento in combinata la svittese, campione del mondo nella disciplina regina il bernese), mentre chi era destinato a un ruolo marginale, ha deciso di riscrivere il copione prendendosi la scena. Come Luca Aerni (23 anni, oro in combinata), Mauro Caviezel (28, bronzo nella stessa gara) e Michelle Gisin (23, argento pure lei nella combinata al femminile), che hanno contribuito a fare della spedizione rossocrociata in Engadina la più prolifica dai tempi di Vail 1989 (11) e Crans-Montana 1987 (14 medaglie). Hanno vinto loro, gli svizzeri e in generale tutti gli atleti, che sulle piste Engiadina e Corviglia hanno offerto un grande spettacolo. Ma hanno vinto anche gli organizzatori, capaci di incastrare a meraviglia tutti i pezzi – a parte un grande ma fortunatamente senza conseguenze spavento con la telecamera aerea “abbattuta” da un velivolo durante un’esibizione – di un complicatissimo puzzle che grazie a una preparazione minuziosa e al grande sforzo di tutti (compresi i circa 1’350 volontari), ha reso le due settimane di gare in Engadina davvero magiche ed emozionanti. Grazie mille, anzi “Grazcha fich”, St. Moritz...

18.2.2017, 08:472017-02-18 08:47:23
Matteo Caratti @laRegione

Swisscom proposta indecente

In questi giorni gli abbonati Swisscom stanno ricevendo una lettera (che scotta, ma non ce se ne accorge) con la quale l’azienda sottopone alla clientela una ‘nuova dichiarazione generale...

In questi giorni gli abbonati Swisscom stanno ricevendo una lettera (che scotta, ma non ce se ne accorge) con la quale l’azienda sottopone alla clientela una ‘nuova dichiarazione generale di protezione dei dati’. I dati in questione sono i nostri: ossia tutti i dati derivanti dai movimenti e dalle scelte che quotidianamente compiamo per il solo fatto di essere abbonati. Dati che il gigante rossocrociato della telefonia non solo vede e registra, ma desidera pure utilizzare per scopi di marketing. Solo a favore di Swisscom? No, anche di ‘altre società del gruppo Swisscom e di partner commerciali scelti’. Un’affermazione molto generica e decisamente problematica. Insomma, apriamo gli occhi: Swisscom ci sta chiedendo, né più né meno, l’autorizzazione per far fruttare commercialmente i dati che raccoglie da noi quali abbonati. Il gigante blu avanza, oltre tutto, la richiesta dicendoci in sostanza che fa tutto ciò per il nostro bene. Già, perché, come leggere altrimenti quello che sta scritto sempre sulla sua circolare, ovvero: ‘Utilizziamo i suoi dati anche per realizzare profili della clientela con lo scopo di proporle offerte su misura’. Dovremmo dunque anche ringraziare, visto che verrà speso del tempo per curare i nostri profili e farci avere proposte cucite su misura? Ma per favore! L’impressione è che, mettendo le mani sui preziosissimi dati e aprendo la partita a terzi, si stia facendo qualcosa di completamente nuovo. Come facciamo a dirlo? La risposta la si trova nella frase successiva della circolare che recita: ‘Al paragrafo 4 inoltre trova informazioni relative alle nostre modalità di trattamento dei dati nell’ambito della commercializzazione dei contenuti pubblicitari coi nostri partner’. Capita l’antifona? In parole più povere: grazie al fatto che siamo abbonati a Swisscom, l’azienda raccoglie una valanga di dati su di noi e ci trasforma in oggetti di consumo da vendere a sua volta ad altre ditte.
Prima osservazione: se noi siamo oggetti di consumo così gustosi anche per tutta una serie imprecisata di partner Swisscom, ci chiediamo e vi chiediamo chi trova giusto che la società faccia affari con i nostri dati. Rendiamoci conto che i nostri dati hanno un immenso valore, sia personale (perché descrivono tutto delle nostre abitudini) che commerciale. E allora, morale della favola, cari clienti Swisscom, sappiate che se non rifiutate il trattamento dei dati, fate alla Swisscom un regalone che ci penserà lei a far fruttare.
Seconda osservazione: Swisscom, erede del monopolio statale, è in posizione di estrema forza sul mercato. Che si permetta di fare richieste così sfacciate ai propri abbonati rasenta l’indecenza.
Terza osservazione: alzi la mano chi ha la pazienza, ma anche le capacità, di leggere e capire le fitte pagine di condizioni generali allegate, che anziché chiarire le idee all’abbonato che deve decidere per un sì o un no, si ritrova più disorientato di prima. E poi: cosa significa che ‘l’Area clienti le consente ora di decidere personalmente se rifiutare determinate forme di trattamento dei dati personali o ritirare un precedente consenso’. Se non si fa nulla significa che fa stato che cosa? Un precedente consenso? Ma cosa prevedeva quel consenso dato magari anni e anni fa?
Ultima osservazione: nel servizio a pagina 7 spieghiamo cosa sta dietro tutto ciò. Un tentativo non detto da Swisscom (chissà mai perché?) di far decollare – approfittando della propria posizione di estremo vantaggio sul mercato, unitamente a Ssr (pure in una posizione di monopolio e di privilegio del canone) e Ringier – una società (Admeira) di raccolta pubblicitaria che danneggerà ancor più chi, come noi, vive anche di pubblicità. Che a tale disegno partecipino due aziende di fatto parapubbliche come Swisscom e la Ssr è inaccettabile. E legale?

16.2.2017, 10:002017-02-16 10:00:02
Simonetta Caratti @laRegione

Tassiamo anche chi è obeso?

Chi causa più costi, è chiamato alla cassa: da gennaio questa è la nuova filosofia della Società elettrica sopracenerina (Ses). Riguarda soprattutto periferie e valli. La novità è una...

Chi causa più costi, è chiamato alla cassa: da gennaio questa è la nuova filosofia della Società elettrica sopracenerina (Ses). Riguarda soprattutto periferie e valli. La novità è una tassa extra da 264 franchi all’anno nella bolletta per 2’500 residenze secondarie discoste e fuori dalle zone edificabili: generano più costi (dice la Ses) e vanno tassate maggiormente (ne parliamo a pagina 2). Per ora quella della Sopracenerina è una via solitaria. Ma in un cantone dove tutti o quasi hanno un rustico di vacanza, si può immaginare l’impatto di una tale decisione, se altre Aziende elettriche seguiranno la via imboccata dalla Ses. Avere un rustico su un alpe o tra due paesini, non era un lusso nel 2016. Ma lo sta diventando nel 2017. Ora c’è una tassa nuova con cui fare i conti. Non perché amplieranno la rete verso nuove e impervie vette, ma di regola per mantenere quella che c’è da decenni. A pagare sono alcuni clienti. Ma per anni, se non per decenni, i Comuni hanno tollerato centinaia di rustici, ubicati qua e là, fuori zona edificabile. E la Sopracenerina li ha collegati alla rete elettrica. Quello che ieri era normale, oggi è diventato un lusso da tassare. Basta poco, una norma che cambia, ed è fatta. Seguendo questo principio di causalità, ci chiediamo, quanto ci vorrà prima che l’ambulanza, il postino o l’autopostale faranno pagare tasse extra per arrampicarsi lassù fino a Campello, Olivone o Broglio, dove vivono (in fondo) poche anime? Se il metro è sempre e solo quello dei soldi, in futuro, per avere un servizio pubblico decente dovremmo ammassarci tutti nei centri cittadini? Vivere in periferia sarà un lusso per pochi? Purtroppo la deriva è già in atto, lo vediamo di anno in anno, ad esempio con le chiusure degli uffici postali nelle zone più discoste: chi non rende scompare. Ora sappiamo che in campo elettrico chi genera più costi, può pagare di più. Forse qualcuno rinuncerà alla corrente e nei rustici si accenderanno le candele! Ma proviamo ora a traslare questa filosofia, che privilegia il soldo alla solidarietà, ad altri settori. Ad esempio, a quello della salute: chi fuma, chi è ammalato di cancro, dovrà pagare premi di cassa malati più elevati? Sono categorie che causano più costi alla collettività, tassiamo anche loro? Lo facciamo per la corrente elettrica, perché non farlo per la salute? A chi è obeso facciamo pagare un extra per salire sul bus, perché occupa più spazio? E la lista potrebbe continuare. Il Dio denaro sta fagocitando, pezzo dopo pezzo, un servizio pubblico che era capillare, accessibile a tutti a un prezzo accettabile e solidale. Che sia posta, ferrovia, sanità o corrente elettrica quello che era acquisito può diventare, da un giorno all’altro, un lusso da pagare extra. Spesso con la complicità della politica. 

15.2.2017, 09:012017-02-15 09:01:21
Guido Grilli @laRegione

La giustizia che abbatte i confini

Da ieri l’Asia appare più vicina. Non più realtà del tutto anonima, indistinta, sconosciuta, rifugio per turisti del sesso, dove pagando pochi soldi, nel chiuso di alberghi in mano...

Da ieri l’Asia appare più vicina. Non più realtà del tutto anonima, indistinta, sconosciuta, rifugio per turisti del sesso, dove pagando pochi soldi, nel chiuso di alberghi in mano a spietati protettori e reclutatori di ragazzine minorenni costrette per fame alla prostituzione, altrettanto spietati pedofili possano agire completamente indisturbati. Da ieri, per la prima volta, una corte ticinese ha pronunciato la parola giustizia, processando e condannando un cosiddetto turista del sesso, e lanciando così un ponte verso le Filippine e battendosi affinché i diritti dei bambini e la loro integrità sessuale siano preservati. Una goccia nel mare, si dirà. Ma da ieri un limite è stato sancito contro l’impunità degli autori di reati sessuali su minorenni compiuti all’estero. La Corte delle assise criminali di Lugano ha infatti potuto processare e condannare un 46enne ticinese, reo confesso, che ha ammesso di aver abusato sessualmente di 17 ragazzine filippine ad Angel’s City. Questo in virtù dell’articolo 5 del codice penale svizzero. Entrato in vigore nel dicembre 2006, grazie alla trasposizione nel diritto svizzero della Convenzione sui diritti del fanciullo, concernente la vendita di bambini, la prostituzione infantile e la pedopornografia, questo articolo di ‘extraterritorialità’ ha prontamente trovato la sua applicabilità. La giustizia ticinese ha così potuto pronunciare la parola presente e immettersi in quella eco internazionale che cerca di contrastare la pedofilia compiuta da propri cittadini in Paesi esteri. Lunedì il primo autore ticinese di reati sessuali su minori commessi lontano da casa, affetto da gravi disturbi della personalità, ha raccontato persino con disarmante precisione quel mondo di abusi del quale è stato autore nell’arco di cinque anni, portando le storie di Maya e delle altre sedici ragazzine filippine violate, nell’aula di un tribunale ticinese, avvicinandone la realtà tragica. Per questo l’Asia da ieri appare più vicina. Non più indistinta e lontana geografia per cui si possano chiudere gli occhi e tracciare confini.

15.2.2017, 07:432017-02-15 07:43:48
Matteo Caratti @laRegione

Scandalo dei permessi alla lente dei tre poteri

Scandalo all’Ufficio della migrazione: mentre il Ministero pubblico e la Polizia cantonale lavorano a pieno ritmo (tanto che ieri altri due funzionari e un istigatore...

Scandalo all’Ufficio della migrazione: mentre il Ministero pubblico e la Polizia cantonale lavorano a pieno ritmo (tanto che ieri altri due funzionari e un istigatore esterno sono finiti sotto inchiesta), in meno di sette giorni siamo già alla seconda conferenza stampa del governo e alle prime riflessioni in parlamento. Lo scandalo interessa insomma tutti e tre i poteri dello Stato!

Ma restiamo all’Esecutivo. La scorsa settimana al fronte mediatico c’era solo il capo del Dipartimento delle istituzioni, che si era lanciato in una serie di distinguo con autodistribuzione di medaglie, fra quello che lui, Gobbi, aveva fatto (assumendo solo funzionari svizzeri) e quello che invece aveva fatto chi (Luigi Pedrazzini) lo aveva preceduto alla testa del medesimo dipartimento. Affermazioni che, alla fin fine, avevano acceso un dibattito finito anche sulle pagine del ‘Tages-Anzeiger’, con successiva presa di posizione dell’ambasciatore italiano a Berna.

Ieri, conferenza stampa-bis, ma con al centro il presidente del governo cantonale Beltraminelli e a lato Gobbi. Come non avere l’impressione che il ministro leghista dovesse evitare altri inciampi? Un’impressione diventata quasi certezza, una volta viste le misure concrete annunciate dal governo per bocca di Beltraminelli: uno, eseguire subito un audit all’interno dell’Ufficio della migrazione (del Dipartimento di Gobbi) per verificare le prassi attuali e future, affidato a due esterni (Guido Corti e Pierluigi Pasi) col supporto del Controllo delle finanze; due, costituzione di un gruppo di lavoro interno all’amministrazione cantonale coordinato dal Cancelliere per individuare a 360 gradi i settori sensibili dell’amministrazione e valutare l’efficacia delle misure di controllo interne già esistenti. Con l’aggiunta che i provvedimenti sono stati proposti dal dipartimento di Gobbi. Una precisazione fatta per quale motivo? Saranno state anche sue proposte, ma la scorsa settimana Gobbi, durante la sua conferenza stampa, aveva fatto perlomeno credere che la (sua) riforma in atto alle Istituzioni, presentata qualche settimana addietro, era già volta a intensificare certi controlli. Ora è invece tutto il governo che vuole vederci più chiaro!

Quanto ai rapporti coi nostri vicini, il ‘regista’ Beltraminelli ha detto che l’Esecutivo ritiene si sia trattato di un errore di comunicazione quello di citare la nazionalità del collaboratore arrestato, perché l’onestà deve essere prerogativa di tutti e non deve avere nazionalità. Brutta pagina, dunque, voltata con funambolico equilibrio? Già, ma leggeremo domenica ‘il Mattino’...

Infine ancora una chicca: beh, l’argomento della nazionalità dei due nuovi funzionari, finiti ora sotto inchiesta penale per violazione del segreto d’ufficio, ieri non è più stato un tema centrale. La questione è riemersa solo alla fine, al momento delle domande dei giornalisti. Come del resto la questione se Gobbi, a cui è sfuggito il pedale del gas, fosse stato o meno messo sotto tutela dal collegio governativo. Al diretto interessato nessuno lo ha chiesto, ma il ministro leghista, rispondendo a una domanda, ha precisato: ‘Se la sua speranza è che Gobbi venisse messo sotto tutela devo purtroppo disattenderla’. Come dicevano i latini? ‘Excusatio non petita, accusatio manifesta’. Vorrà dire che qualche domandina il 4x4 della politica nostrana se la sta ponendo. Anche se non è detto che si limiti a fare semplicemente buon viso a cattiva sorte, visto che è ormai convinzione comune che questa brutta vicenda è destinata a riservare ulteriori sviluppi e filoni, in Procura come in seno al parlamento chiamato a esercitare, tramite la Commissione della gestione, l’alta vigilanza. Affaire à suivre!

14.2.2017, 10:302017-02-14 10:30:50
Sascha Cellina @laRegione

Padrona di casa, padrona in pista

St. Moritz – Che il Mondiale si sarebbe tenuto in Svizzera, lo si sapeva dal maggio 2012, quando la 44ª edizione della rassegna iridata venne assegnata a St. Moritz. Che sarebbe però...

St. Moritz – Che il Mondiale si sarebbe tenuto in Svizzera, lo si sapeva dal maggio 2012, quando la 44ª edizione della rassegna iridata venne assegnata a St. Moritz. Che sarebbe però anche stato il Mondiale della Svizzera, in pochi se lo aspettavano. Compresi noi. A maggior ragione non dopo venerdì verso mezzogiorno, ossia una volta intuita la gravità dell’infortunio di Lara Gut (rottura del crociato e lesione del menisco, stagione e ovviamente Mondiale finiti). A quel punto, il morale era davvero basso. Per la ticinese, certo, ma anche perché con già due gare veloci alle spalle (i superG maschile e femminile, che agli elvetici avevano regalato “solo” un bronzo, ottenuto proprio dalla 25enne di Comano) e soprattutto senza la stella più attesa, il prosieguo del Campionato del mondo casalingo non si annunciava proprio roseo per i colori rossocrociati. Certo, qualche cartuccia da sparare – e anche bella grossa – l’avevamo ancora, in particolare con Wendy Holdener in combinata e slalom (sei volte sul podio in questa Coppa del mondo su sette slalom disputati) e Beat Feuz (sempre davanti in prova) nella disciplina regina. Ma si sa, tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare. Un mare in questo caso piuttosto impetuoso, composto tra le altre cose dalla pressione (interna ed esterna), dalle mutevoli e imprevedibili condizioni meteorologiche, dagli avversari da battere. Un ostacolo che non tutti sono riusciti a superare (pensiamo ad esempio a Fabienne Suter nella discesa femminile), ma che non si è invece rivelato un problema per gli atleti più attesi, Holdener e Feuz appunto. E nella loro trionfale traversata, la svittese e il bernese hanno trascinato compagni meno attesi. Come una splendida Michelle Gisin, argento in combinata e ottima anche in discesa (8° posto). O ancor più sorprendentemente il vallesano Luca Aerni, incredibile campione del mondo pure lui nella prova che premia la polivalenza, accompagnato sul podio, oltre che da un certo Marcel Hirscher, dal grigionese Mauro Caviezel (bronzo). Così dopo sei delle undici gare in programma, la Svizzera guida il medagliere con ben sei medaglie, di cui tre d’oro. Ossia il miglior risultato dall’edizione 2009 a Val d’Isère, quando alla fine i podi furono proprio sei (due titoli, tre argenti e un bronzo). Ma qui a St. Moritz alla fine non ci siamo ancora arrivati e visto come stanno andando le cose, non mettiamo limiti alla provvidenza.

14.2.2017, 10:002017-02-14 10:00:43
Matteo Caratti @laRegione

Il bar e il Palazzo

Scandalo all’ufficio stranieri. Sfogliando il domenicale del partito di maggioranza relativa abbiamo avvertito qualche brivido. Si fa di ogni erba un fascio, dedicando articolesse a ‘dipartimenti...

Scandalo all’ufficio stranieri. Sfogliando il domenicale del partito di maggioranza relativa abbiamo avvertito qualche brivido. Si fa di ogni erba un fascio, dedicando articolesse a ‘dipartimenti colonizzati’, ‘funzionari stranieri’, ‘partitocrazia che sbrocca’ e risposte al vetriolo al – citiamo – ‘Scandalo all’Ufficio della migrazione: l’eredità uregiatta!’. Come dire: vedete di chi è la colpa? Dei pipidì che hanno, come minimo, colonizzato e nominato degli italiani in quell’ufficio. Il motivo di tale campagna mediatica è sin troppo evidente: si vuole coprire la gaffe (se ‘solo’ di gaffe si tratta!) del ministro Gobbi. La tattica è del resto sempre quella: sparare fumogeni e cercare di puntare su diversivi. Vale dunque la pena ricordare un paio di fatti. Norman Gobbi è convinto, da sempre, che in determinati uffici dell’amministrazione (e comunque in tutto il suo dipartimento) debbano essere nominati solo cittadini svizzeri (da sempre o naturalizzati). Così da quando dirige le Istituzioni, assunzioni aperte solo a funzionari col passaporto rossocrociato. Si può dunque dire, senza tema di essere smentiti, che abbia applicato di fatto sin da subito una politica ispirata a ‘prima i nostri’. Molto probabilmente molti nostri cittadini col diritto di voto apprezzano questa sua netta linea politica. Anche se è opportuno chiedersi: ma all’interno della polizia, tanto per fare un esempio, non è forse ragionevole avvalersi delle competenze di qualche straniero che conosce certe realtà particolari, visto che si ha l’ambizione di non occuparsi solo di ladri di polli? Lo stesso ragionamento vale ovviamente anche in altri ambiti: dalla formazione, alla sanità ecc., a seconda delle necessità concrete dei vari settori professionali. Ma torniamo all’esternazione di Gobbi. La frase da lui pronunciata nell’intervista al ‘Tages-Anzeiger’ è chiara e mirata: ‘È stato un errore assumere un italiano’. C’è stato quindi un esplicito riferimento alla nazionalità di un funzionario e non semplicemente al fatto che in quella posizione particolarmente sensibile, perché si trattano permessi di lavoro per stranieri, è opportuno che non vengano assunti stranieri. E del resto, proprio in questo senso, non si è fatta attendere la risposta dell’ambasciatore italiano a Berna che ha fatto opportunamente notare come non gli risultasse che ‘gli italiani avessero il monopolio della corruzione’, precisando poi che ‘non è neanche vero che nella pubblica amministrazione italiana non ci sono svizzeri. Ce ne sono e noi siamo felici di averne’. L’uscita di Gobbi approderà in settimana in Consiglio di Stato. Scommettiamo? Il governo farà in modo di metterci una pezza, visto che non possiamo permetterci di entrare in collisione frontale coi nostri vicini. Troppi gli interessi in gioco. Molto probabilmente il governo cantonale dirà che Gobbi voleva dire semplicemente che in taluni uffici dello Stato non è opportuno che vi siano funzionari stranieri e che non desiderava assolutamente offendere i nostri apprezzatissimi vicini di casa, coi quali, anzi, i rapporti sono da sempre ottimi e lo saranno sempre da tutti i punti di vista! La Berna federale eviterà così di doversi spiegare per vie diplomatiche e tirerà un sospiro di sollievo per il fatto che il nostro ‘4 x 4’ non sia finito in Consiglio federale. Intanto Gobbi cambierà musica per qualche tempo, mentre ‘il Mattino’ continuerà a fare ‘il Mattino’. Ossia, nella migliore delle ipotesi, a sparare fumogeni e a buttarla in politica e non sapremo mai cosa veramente pensi Gobbi. Quella frase gli è scappata perché ha maldestramente detto ‘italiano’ al posto di ‘straniero’? O pensa veramente che gli svizzeri siano depositari dell’onestà e gli italiani abbiano il monopolio della corruzione? In sintesi: Palazzo delle Orsoline si posiziona a livello bar, o un po’ più in su?

13.2.2017, 09:352017-02-13 09:35:56
Generoso Chiaradonna @laRegione

Senza i paraocchi dell’ortodossia

Pensata e voluta per ‘normalizzare’ la Svizzera a livello internazionale dal punto di vista fiscale, la Riforma III dell’imposizione delle imprese è diventata nel corso della...

Pensata e voluta per ‘normalizzare’ la Svizzera a livello internazionale dal punto di vista fiscale, la Riforma III dell’imposizione delle imprese è diventata nel corso della campagna (squilibrata a favore del ‘sì’, a giudicare dalle forze scese in campo e con mezzi finanziari decisamente importanti) oggetto di dispute politiche squisitamente interne e dal sapore antico. Per tutta la contesa referendaria e, prima ancora, durante i lavori di commissione e parlamento, si è riacceso il dibattito tra destra e sinistra, o meglio tra chi propendeva per uno Stato più leggero e chi invece vedeva nella riforma tributaria  la continuazione di politiche genericamente etichettate come ‘neoliberiste’. Un dibattito a volte a parti rovesciate dove la sinistra, che ha lanciato il referendum, si è trovata suo malgrado a difendere i privilegi fiscali di holding, società di sede e miste. Statuti fiscali speciali che violano di fatto la parità di trattamento tra contribuenti e innescano una concorrenza fiscale giudicata sleale a livello internazionale. La posizione di Ocse e Ue a riguardo è nota da tempo: le critiche riguardano l’imposizione ridotta dei redditi conseguiti all’estero da società holding, di domicilio e miste. La destra però in parlamento è andata al di là dell’eliminazione pura e semplice di questi statuti, prevedendo altri strumenti giuridici (patent box, per esempio), deduzione degli interessi figurativi sul capitale investito e lasciando ai singoli Cantoni altre misure di sgravio fiscale – questa volta per tutte le società, anche per quelle che operano sul mercato interno – per evitare che queste imprese traslocassero versi altri lidi. Possibilità non remota visti i venti che soffiano sia da oltre Manica (la Brexit ‘competitiva’), sia da oltre Atlantico (il presidente Trump ha promesso vigorosi tagli alle aliquote sugli utili delle società). A preoccupare però i cittadini svizzeri, più che l’acuirsi di ‘guerre tributarie’ internazionali, è stata più prosaicamente la possibilità molto concreta di un’ulteriore stagione di concorrenza fiscale al ribasso tra i singoli Cantoni. Concorrenza sbilanciata a favore delle grandi imprese, ma a danno del ceto medio il quale, grazie alle politiche di sgravio fiscale, avrebbe visto assottigliarsi i servizi e le prestazioni sociali di Cantoni e Comuni – questi sì molto prossimi. Inoltre, il fatto che le principali organizzazioni economiche si fossero schierate compatte a favore della riforma ha acceso più di un sospetto nei confronti della proposta. Si è ripetuto, per certi versi, il meccanismo sociale accesosi sull’iniziativa contro l’immigrazione di massa di tre anni fa: una certa latitanza della politica o meglio dei partiti, ma un forte attivismo – a conti fatti controproducente – di Economiesuisse e Usam, su tutte. In un’epoca in cui ‘l’anti-establishment’ è di moda, il risultato appare scontato. Anche le prese di posizione di Eveline Widmer-Schlumpf, ex consigliera federale e ‘madrina’ della riforma, e di Christian Wanner, ex presidente della Conferenza dei direttori delle finanze cantonali, hanno fatto probabilmente pendere l’ago degli indecisi verso il ‘no’. Si tratta di due esponenti politici ‘borghesi’ che hanno avuto il coraggio di prendere le distanze dalla maggioranza di un parlamento che su temi economici e finanziari ragiona spesso con i paraocchi dell’ortodossia. Una maggioranza parlamentare che, almeno in questa occasione, non rispecchia l’orientamento della popolazione. Ora al governo rimangono una ventina di mesi per presentare normative compatibili con gli standard internazionali, nonostante il consigliere federale Ueli Maurer, titolare del dossier, abbia sempre affermato che non ci fosse un piano B. In politica, che è l’arte del possibile, dovrebbe sempre esserci. Le minacce di ritorsioni ‘finanziarie’ non dimostrano grande maturità politica.

13.2.2017, 09:102017-02-13 09:10:54
Andrea Manna @laRegione

Giustizia, serve un approccio serio

Ora che anche la maggioranza dei cittadini che hanno votato l’ha avallata, la riduzione del numero dei gpc, i giudici dei provvedimenti coercitivi, potrebbe spianare la strada a...

Ora che anche la maggioranza dei cittadini che hanno votato l’ha avallata, la riduzione del numero dei gpc, i giudici dei provvedimenti coercitivi, potrebbe spianare la strada a coloro i quali vanno ripetendo come un mantra che neppure la magistratura può chiamarsi ­­fuori dalle manovre di risparmio volte a risanare le casse cantonali. La domanda è inevitabile: altri tagli in vista al Palazzo di giustizia? “È ora che anche il potere giudiziario faccia la sua parte”, così sul ‘Mattino’ di ieri. Dal domenicale leghista al ministro leghista: Norman Gobbi ha escluso ulteriori sforbiciate: “Non è nelle intenzioni del mio Dipartimento” (vedi pagina 3). Passando dal capogruppo del movimento in parlamento: interpellato dalla ‘Regione’ un mese fa sulla sostituzione del dimissionario pp Nicola Corti, Daniele Caverzasio ha affermato che il numero dei procuratori pubblici “non è un tabù”. Quale orientamento prevarrà, perlomeno dalle parti di via Monte Boglia, lo sapremo nelle settimane o nei mesi a venire. Intanto concordiamo: anche gli organici giudiziari non sono un tabù. A patto che un loro eventuale ridimensionamento non sia frutto di analisi superficiali e di esigenze di mero risparmio. Perché è proprio questo che è avvenuto, dapprima in governo e poi in Gran Consiglio, con la misura che ha toccato i giudici dei provvedimenti coercitivi. Eloquente al riguardo la lettera indirizzata lo scorso luglio dal Consiglio della magistratura al parlamento. L’autorità che vigila sul funzionamento del sistema giudiziario ticinese non solo si era dichiarata contraria al taglio prospettato dal Consiglio di Stato, ritenendolo insostenibile per l’Ufficio dei gpc. Lamentava altresì il fatto che lo stesso Ufficio non fosse stato interpellato dal governo prima della ‘formalizzazione’ della proposta di riduzione dell’organico con la pubblicazione del messaggio sulle misure per il riequilibrio delle finanze statali. Una proposta, oltretutto, che secondo il Consiglio della magistratura si basava su una lettura errata dei dati concernenti il carico di lavoro dei gpc negli ultimi anni. Medesimo trattamento per i legali, cioè per i principali interlocutori dei magistrati sui vari fronti (penale, civile e amministrativo): sulla diminuzione del numero dei giudici dei provvedimenti coercitivi, l’Ordine degli avvocati – rilevava il suo organo esecutivo, il Consiglio, in una recente nota stampa (26 gennaio) – “non è stato in alcun modo interpellato”. Né dal Consiglio di Stato, né dal parlamento. Insomma, occorre un diverso approccio della politica al tema della giustizia. Un approccio serio, che implica approfondimenti e dialogo con il potere giudiziario. La ventilata istituzione di una Commissione giustizia in seno al Gran Consiglio rappresenterebbe un primo passo in questa direzione. È anzitutto il metodo che va cambiato. Ed è quanto, crediamo, chiede anche quel 46,3 per cento dei votanti che ieri ha detto no al taglio di un gpc. Rallegrandosi del risultato delle urne, il governo ha assicurato all’opinione pubblica che l’Ufficio dei gpc continuerà, anche con tre magistrati, a garantire la propria operatività, “accrescendone l’efficienza e l’efficacia mediante una nuova organizzazione dell’esecuzione dei propri compiti” (?). L’ottimismo è prematuro. O forse in Consiglio di Stato c’è chi ha la sfera di cristallo e prevede una stabilità – se non addirittura una diminuzione – nella commissione dei reati. Quindi un numero immutato, oppure inferiore rispetto a quello odierno, delle pratiche che finiranno sotto la lente dei giudici dei provvedimenti coercitivi, chiamati fra l’altro a convalidare o meno arresti, sequestri di documenti e controlli telefonici. Anche qui però è una questione di metodo. E di serietà. Non resta allora che attendere il bilancio di attività dell’Ufficio dei gpc e le considerazioni di quest’ultimo sui dati.

13.2.2017, 08:442017-02-13 08:44:50
Stefano Guerra @laRegione

Naturalizzazioni, come accontentarsi 

Dopo averla respinta a tre riprese (1983, 1994, 2004), popolo e Cantoni alla quarta occasione hanno finalmente accordato ai giovani stranieri della terza generazione la...

Dopo averla respinta a tre riprese (1983, 1994, 2004), popolo e Cantoni alla quarta occasione hanno finalmente accordato ai giovani stranieri della terza generazione la possibilità di farsi naturalizzare mediante procedura agevolata. Non era scontato. Molti temevano (o viceversa speravano) che il progetto sarebbe andato a infrangersi contro lo scoglio della maggioranza dei Cantoni. Ma alla fine anche questo è stato superato: nel complesso in relativa scioltezza (60,4% di ‘sì’, 19 Cantoni su 23 a favore), in Ticino (dove 330 schede hanno separato ‘sì’ e ‘no’) per il rotto della cuffia. E va bene così. Il voto ha una valenza più che altro simbolica. Questa è «una riformetta», ha fatto notare ieri la consigliera nazionale di origini pugliesi Ada Marra (Ps/Vd), che nel 2008 le diede l’impulso con un’iniziativa parlamentare. «Un cambiamento minimalista», che riguarderà «un numero ristretto di persone» e contro il quale «non c’era nessun argomento razionalmente valido», secondo il sociologo Sandro Cattacin (vedi a pagina 4). Non ci sarà alcun automatismo. I nipoti degli immigrati che vorranno richiedere il passaporto rossocrociato mediante procedura agevolata dovranno farne esplicita richiesta; e di questa possibilità potranno usufruire soltanto coloro che rispetteranno tutta una serie di condizioni. Anche dopo il ‘sì’ di ieri, e ancor di più a partire dal primo gennaio 2018 (quando entreranno in vigore requisiti più severi), la Svizzera resterà uno dei Paesi più restrittivi in materia di naturalizzazioni. Per dire che non c’è ragione di rallegrarsi oltre misura per il 60% di favorevoli a questa “riformetta”. Piuttosto, preoccupa il fatto che quattro votanti su dieci abbiano seguito la consegna dell’Udc. Ancora una volta, agitando lo spettro delle “naturalizzazioni di massa” e riciclando i soliti manifesti anti-musulmani, i democentristi hanno cercato di spostare – riuscendovi in parte, grazie anche a una certa complicità dei favorevoli, che hanno insistito sulla necessità di agevolare la naturalizzazione degli stranieri di terza generazione “che sono come noi” – il dibattito sul loro terreno prediletto: quello, pernicioso, dell’identità. Stavolta queste (non) argomentazioni non hanno fatto presa. E visti i tempi che corrono, in Europa e oltre Atlantico, tutto sommato può bastare. A prescindere dal numero di giovani della terza generazione che poi effettivamente si avvarrà della nuova possibilità. Oggi infatti solo una minima parte degli stranieri residenti in Svizzera che ne avrebbe diritto chiede di farsi naturalizzare. Il passaporto rossocrociato, checché ne dicano alcuni, non suscita enormi passioni.

12.2.2017, 14:582017-02-12 14:58:34
Aldo Bertagni @laRegione

Premiata la politica del governo ticinese

Tre sì e un no che in buona sostanza confermano la linea governativa e parlamentare volute per contenere il disavanzo finanziario del bilancio di gestione del Cantone. Una...

Tre sì e un no che in buona sostanza confermano la linea governativa e parlamentare volute per contenere il disavanzo finanziario del bilancio di gestione del Cantone. Una manovra di risparmio – che si completerà a fine legislatura, nel 2019 – che ha convinto la maggioranza dei cittadini come dimostra il chiaro voto uscito oggi dalle urne. Unica opposizione, per una spesa che si situa sui 2 milioni in tre anni, ai tagli per le prestazioni a domicilio dedicate agli anziani in difficoltà. In questo caso il popolo ha detto no. Ma è una debole consolazione per il fronte referendario, campeggiato dal Partito socialista, che vede nella “manovra” in questione un vero e proprio ridimensionamento dello Stato sociale. Non la pensa così la maggioranza del popolo ticinese che si è invece divisa in due, come una mela, sulla necessità o meno di tutelare costituzionalmente gli animali. La proposta è stata bocciata – confermando la volontà del Gran Consiglio – per soli 35 voti. Il risultato in sintesi? Un governo più forte (maggioranza parlamentare compresa) e opposizioni un po' all'angolo. Il Ticino, fra l'altro, è uno dei pochi Cantoni ad aver detto sì anche alla Riforma III delle imprese (bocciata dalla maggioranza degli svizzeri). C'è materia di riflessione in casa della sinistra ticinese.

11.2.2017, 10:302017-02-11 10:30:00
Sascha Cellina @laRegione

Arriverà, quell’oro maledetto

Sono tanti i pensieri e le immagini che ci frullano in testa al momento di iniziare a scrivere questo commento. Lunga e intensa è stata la giornata, che ci ha regalato le due emozioni...

Sono tanti i pensieri e le immagini che ci frullano in testa al momento di iniziare a scrivere questo commento. Lunga e intensa è stata la giornata, che ci ha regalato le due emozioni più contrastanti che lo sport possa offrire: la vittoria e la sconfitta (ma nella sua dimensione più dolorosa, l’infortunio).
Difficile dire quale delle due prevalga, perché da una parte ci sono due giovani atlete, Wendy Holdener e Michelle Gisin, che si sono regalate e ci hanno regalato una grandissima gioia conquistando oro e argento. Dall’altra c’è una ragazza, Lara Gut, che a soli 25 anni ha già vinto tutto o quasi ciò che è possibile conquistare nel suo sport. Medaglie mondiali (cinque), olimpiche (una), Coppa del mondo sia di specialità (due di superG) sia generale (la scorsa stagione). Ma che non per questo ha mai pensato un solo secondo di sedersi, anzi. Ha lavorato ancora più sodo per andare oltre, superare se stessa prima ancora che gli altri e anche ai Campionati del mondo di St. Moritz era arrivata per questo, vincere. Cosa? Tutto. Ma, beninteso, in quel tutto avrebbe anche dovuto esserci una delle poche gioie sportive che il destino le ha finora negato: la medaglia d’oro.
Sarà anche sfortuna, un crudelissimo scherzo di quello stesso destino, fatto sta che quel titolo (mondiale o olimpico) che ancora manca al suo palmarès sta diventando una vera maledizione per Lara. Già, perché se difficilmente la ticinese sarebbe riuscita a conquistarlo ieri nella combinata alpina – era sì terza dopo la manche di discesa, ma con vicinissime alcune specialiste della tecnica, tra cui la vincitrice –, buone chance le avrebbe avute domani nella discesa e giovedì in slalom. Invece per la ragazza di Comano non ci saranno più discese in quel di St. Moritz. Più nessuna speranza di conquistare il titolo mondiale davanti a quel pubblico rossocrociato accorso così numeroso (anche) per lei. Niente più sogni, almeno per ora infrantisi su quel pendio della pista Engiadina che avrebbe dovuto farla scivolare ancor più nell’Olimpo dello sport ticinese, svizzero e mondiale, ma che invece le ha tolto tutto (compresa la Coppa del mondo, nella quale avrebbe lottato fino all’ultimo con l’americana Shiffrin). E lo ha fatto con un tempismo infimo, quando quel tutto era pronta a conquistarlo. E quando meno se lo aspettava, lei che solo due settimane fa a Cortina aveva già rischiato di infortunarsi seriamente. Allora era andata bene; ieri, in un banale riscaldamento, no. E non c’è stata nessuna spaventosa caduta, nessun terribile impatto. Semplicemente il suo ginocchio sinistro ha ceduto alla pressione. Del suo peso, ma forse anche delle grandi aspettative che lei ancor prima degli altri ripone in se stessa.
Dicevamo all’inizio delle emozioni contrastanti, che ci dividono tra la gioia per un sogno realizzato e la tristezza per un altro infranto. Scegliamo però di essere felici. Per Wendy e Michelle. Ma anche per Lara, perché siamo certi che come sempre la ticinese combatterà, si rialzerà e tornerà. Se non di più, perlomeno forte quanto prima. E questo sicuramente basterà per conquistarlo, quell’oro maledetto.