Ilcommento

Oggi, 09:052017-03-25 09:05:00
Marzio Mellini @laRegione

La convocazione quale opportunità

Dove eravamo rimasti? Sono trascorsi più di quattro mesi dall’ultimo confronto ufficiale della Nazionale rossocrociata, che l’ormai lontano 13 novembre scorso si regalò un inverno...

Dove eravamo rimasti? Sono trascorsi più di quattro mesi dall’ultimo confronto ufficiale della Nazionale rossocrociata, che l’ormai lontano 13 novembre scorso si regalò un inverno al caldo, per gli effetti rilassanti di una classifica rassicurante, con il 2-0 rifilato alle Far Oer. Quattro partite, quattro vittorie, con tanto di primato nel gruppo B, davanti al Portogallo, battuto a Basilea all’esordio nella campagna mondiale, tenuto a debita distanza a suon di successi.
Fin qui, il riassunto dei capitoli precedenti. La storia, però, continua. La primavera richiama tutti all’ordine, incombe la ripresa delle ostilità. Nel calcio, e nelle realtà instabili dei club, quattro mesi sono un’eternità, pur se inseriti nella medesima stagione. Le certezze di fine 2016 sono i dubbi di inizio 2017. Sono infatti molti i rossocrociati alle prese con la precarietà nel proprio campionato, in lotta con una concorrenza agguerrita e qualificata che a volte domano, altre volte soffrono. Per Dzemaili che a Bologna sta vivendo un momento magico, c’è Shaqiri che con lo Stoke non brilla. Seferovic stenta, i centrali titolari Schär e Djourou in Bundesliga reclamano spazio ma stanno in panchina. e non sono i soli...
Alla luce di difficoltà oggettive, per quanto sormontabili in una partita unica, la Nazionale diventa un’opportunità: per ribadire di essere un giocatore fondamentale, da parte di chi è protagonista anche nel proprio club, o per dimostrare di meritare maggiore considerazione da parte di chi, invece, è confinato tra le riserve e non vede la luce.
La serenità che Petkovic ha saputo introdurre in seno al gruppo, uno dei punti di forza della sua gestione, è la base sulla quale costruire una settimana di convivenza che al suo compimento, oggi contro la Lettonia, sfoci in una vittoria. Un successo al quale tutti, nessuno escluso, è chiamato a dare il proprio contributo. Che giochi regolarmente o no. Unite, l’ottima forma di chi trascina e la “fame” di chi invece mastica amaro e non aspetta altro che l’opportunità di rifarsi un’immagine, sono un capitale ingente da investire per intero nell’unico obiettivo della settimana romanda: tutti assieme appassionatamente, per la vittoria.

Oggi, 08:352017-03-25 08:35:55
Matteo Caratti @laRegione

La linea Burkhalter

Come leggere la strategia adottata da Berna nei confronti della Turchia, Paese prossimo ad una delicata scadenza elettorale? Un cruciale appuntamento alle urne per chiedere ai cittadini se vogliono...

Come leggere la strategia adottata da Berna nei confronti della Turchia, Paese prossimo ad una delicata scadenza elettorale? Un cruciale appuntamento alle urne per chiedere ai cittadini se vogliono accettare una riforma costituzionale che accorda al presidente Erdogan un potere senza precedenti. Potere che si sommerebbe a quello già accresciuto di cui egli dispone e che, dopo il fallito colpo di Stato di luglio, gli ha permesso di imprigionare migliaia di persone: semplici cittadini, funzionari e magistrati senza dover badare al rispetto dei diritti fondamentali dell’Uomo.
Da quanto è emerso, il capo della diplomazia elvetica, Didier Burkhalter, si è sin qui mosso bene, facendosi abilmente guidare da un’unica bussola: quella del rispetto dello Stato di diritto. Un punto fermo al quale ne ha aggiunto un secondo, dettato dal buon senso e dalla tradizione elvetica: mantenere aperta il più possibile la via bilaterale del dialogo. Così – questa la posizione elvetica – se su suolo svizzero vengono indette manifestazioni politiche in vista del voto turco, possono tenersi, ma solo nel pieno rispetto dei nostri diritti fondamentali, sicurezza compresa.
Allo stesso tempo, è altrettanto importante che, se agenti inviati dal regime turco hanno commesso atti illegali nel nostro Paese – recandosi ad esempio all’università di Zurigo a filmare di nascosto partecipanti a conferenze di oppositori al regime o simpatizzanti del genocidio armeno – il dossier che scotta venga passato nelle mani della magistratura federale e venga ufficialmente aperto un procedimento penale per spionaggio politico. Senza sconti.
Seguendo la strategia del dialogo (che mette però tutti i puntini sulle ‘i’ della parola diritto), questi nodi sono, dunque, stati affrontati nel colloquio a quattr’occhi avvenuto giovedì fra Didier Burkhalter e il suo omologo turco Mevlüt Cavusoglu. Un incontro bilaterale schietto che è anche servito al nostro capo della diplomazia per avvisare il collega che Berna intendeva per l’appunto far rispettare sul suo territorio le leggi e che il governo aveva autorizzato la magistratura federale ad avviare un’inchiesta penale. Allo stesso tempo all’ospite è stata data la possibilità di raggiungere l’ambasciata turca per svolgere anche attività politica in vista del voto. Un atteggiamento di apertura /fermezza, quindi, diverso da quello assunto in queste settimane da altri Paesi europei pure confrontati con questa delicata campagna elettorale turca. Sta ora ai favorevoli e agli oppositori al regime di Ankara dimostrare, da qui al 16 aprile giorno del voto sul referendum, di sapersi comportare secondo le regole elvetiche.
Speriamo infine che il nostro governo, dopo aver dato il nulla osta alla procura federale, nei mesi a venire non si metta di traverso, quando magari altri interessi potrebbero tornare preminenti. Perché allora avremmo a che fare con diritti fondamentali a geometria variabile a seconda degli interessi di bottega del momento. Affaire (turco) à suivre.

Ieri, 08:352017-03-24 08:35:11
Aldo Bertagni @laRegione

Il pendolo della storia

Il Canton Ticino è da tempo laboratorio politico svizzero dove s’intrecciano tradizione e innovazione. Qui è nata l’antipolitica in tempi non sospetti (inizio anni Novanta del secolo scorso),...

Il Canton Ticino è da tempo laboratorio politico svizzero dove s’intrecciano tradizione e innovazione. Qui è nata l’antipolitica in tempi non sospetti (inizio anni Novanta del secolo scorso), qui il vento della globalizzazione ha generato più paura che altrove e con grande anticipo (dicembre 1992), con la votazione popolare sullo Spazio economico europeo e sempre a Sud delle Alpi i partiti storici sono andati in corto circuito mediatico – anche per la sovraesposizione costante – quando nel resto della Confederazione vi è da sempre più distacco e anche un certo disincanto. Orbene oggi che il Ticino ha fatto scuola, perché i tempi delle tecnologie e della comunicazione sono ormai veloci e parossistici per tutti, è interessante leggere i nuovi segnali che qua e là s’intravedono a Sud delle Alpi. Forse ancora in anticipo sul resto del Paese. Flebili, quasi impalpabili, ma pur esistenti.
Stiamo parlando di quell’esigenza non così palesemente espressa, perché non ha ancora un “nome” adeguato ai tempi. In altri momenti, in altre epoche pur recenti si sarebbe definita come “egemonia culturale”. Non si tratta di scomodare illustri intellettuali del passato, Gramsci su tutti, per comprendere di cosa stiamo parlando. Gli è che dopo l’ubriacatura antipolitica, dove l’attacco al potere rappresentativo ma anche esclusivo ha raggiunto l’apice della protesta per interposta persona (nel nostro caso il fondatore della Lega dei Ticinesi), non è rimasto quasi niente se non una forte sensazione di disagio, come quando, superato il lutto, si prende coscienza della propria fragilità. Per buttarla in psicologia, “ucciso” il padre siamo rimasti orfani con largo anticipo rispetto ai tempi della maturità. E così abbiamo bisogno di una nuova narrazione dove riconoscerci; un’altra “egemonia”, appunto, che ci indirizzi verso rinnovate e ottimistiche prospettive.
Tornando alla politica, oggi in Ticino serve una svolta storica, come capita ogni tanto – dopo venti o trent’anni – e come capitò, tanto per fare un esempio, nel secondo dopoguerra con l’alleanza radicale-socialista; un patto che ribaltò il Cantone e avviò una nuova epoca. Comunque la si pensi cambiare marcia ogni tanto fa solo bene, ma per farlo serve in primo luogo un esteso consenso culturale prima ancora che politico. Per avviare un nuovo processo – che questa primavera 2017 in qualche modo ne contiene il profumo – servono nuovi soggetti politici capaci di avviare un’altra narrazione dove la tecnica – quella che oggi chiamiamo modernità tecnologica – si coniughi con la filosofia e la politica. Un nuovo soggetto che sappia fare sintesi fra neopositivismo ed etica sociale; fra nuove ricchezze e una più ampia ridistribuzione del benessere. Ma attenzione, quello che stiamo descrivendo non è solo un processo elettorale capace di condurre alla vittoria, ogni quattro anni, ma piuttosto un fermento sociale che si forma all’improvviso e che con altrettanta “misteriosa” rapidità s’ingrossa sino a diventare dominante. Come è capitato appunto col 1992 quando i ticinesi decisero di voltare pagina e inaugurare una politica antieuropea votando no al See. Fu l’inizio di una nuova era a quel tempo colto da pochi.
Oggi, venticinque anni dopo, il pendolo della storia sta tornando a cambiare marcia. Per quanto al momento si avverta solo la voglia, la necessità diffusa, di un nuovo “narratore”. Di una nuova élite nella quale tornare a credere, perché più che la necessità – ancora forse poco chiara – prevale la paura di uno sconfinato spaesamento individuale e sociale.

23.3.2017, 08:452017-03-23 08:45:00
Alfonso Reggiani @laRegione

Paradiso alle urne, esito ‘fotocopia’?

Quello di domenica 2 aprile è un appuntamento con le urne straordinario per i cittadini di Paradiso che si sono espressi meno di un anno fa. Come noto, si torna a votare...

Quello di domenica 2 aprile è un appuntamento con le urne straordinario per i cittadini di Paradiso che si sono espressi meno di un anno fa. Come noto, si torna a votare per le elezioni comunali dopo la sentenza del Tribunale amministrativo cantonale (Tram) che, statuendo sul ricorso presentato dalla Lega dei ticinesi, ha annullato i risultati scaturiti nel 2016. Nessun broglio, ma le irregolarità formali nelle procedure di spoglio hanno costretto il Comune a sottoporsi per sei mesi all’amministrazione controllata dalla Sezione enti locali. Un fatto senza precedenti nella storia del paese rimasto con le mani legate e obbligato a lasciare in sospeso tutta l’attività politica. E tale situazione tanto inedita quanto anomala potrebbe influenzare il risultato finale.
Come ha vissuto e percepito la popolazione questo ultimo periodo? Questa è, secondo noi, l’incognita principale della consultazione prevista fra una decina di giorni (anche se buona parte degli elettori ha già votato per corrispondenza). In altre parole, quanto (e se) inciderà la sentenza del Tram sulla larga maggioranza liberale assoluta ottenuta lo scorso anno sia in Municipio che in Consiglio comunale? Una maggioranza conseguita e confermata nelle ultime tornate elettorali che riflette un ampio e radicato consenso popolare difficile da scalfire anche perché supportato da politiche ritenute tutto sommato soddisfacenti. Ci riferiamo al benessere diffuso, a un moltiplicatore d’imposta decisamente attrattivo (anche se aumentasse al 65%), a buoni servizi erogati, una socialità in linea (se non migliore) con quella dei Comuni confinanti e a progetti destinati a migliorare ancora il paese come la prospettata riqualifica della riva lago. E pure dal consuntivo 2016 sono attesi risultati migliori del previsto grazie all’imposta sugli utili immobiliari. Tutti elementi che hanno dimostrato quanto la via solitaria sia stata una scelta pagante. Non a caso, a Paradiso nessuno spende parole a favore di aggregazioni, tantomeno con la città di Lugano. Bisognerà vedere per quanto tempo ancora sarà percorribile questa strada.
L’altra faccia della medaglia sono gli spazi ridotti (per alcuni a causa del troppo cemento che ha invaso il verde), gli affitti alle stelle (peraltro come a Lugano) e la conseguente necessità di mettere a disposizione anche alloggi a pigione moderata. E all’orizzonte si profila un preoccupante rallentamento dell’edilizia. Insomma, in attesa del verdetto delle urne, nemmeno la campagna elettorale, filata via liscia e piuttosto sottotono, ha saputo offrire elementi né argomenti tali da mettere sotto scacco il predominio liberale. Pronti a essere sconfessati, azzardiamo una previsione. Non per fare concorrenza al mago di via Monte Boglia, ma perché riteniamo che dalle urne possa emergere un risultato che più o meno rispecchia quello dello scorso anno.

23.3.2017, 08:302017-03-23 08:30:00
Erminio Ferrari @laRegione

Fragili e impauriti

“Fino a prova contraria si tratta di terrorismo”. Come altro poteva definire Scotland Yard l’attacco portato ieri a Westminster? I passanti falciati da un’auto che poi si è schiantata contro la...

“Fino a prova contraria si tratta di terrorismo”. Come altro poteva definire Scotland Yard l’attacco portato ieri a Westminster?
I passanti falciati da un’auto che poi si è schiantata contro la cancellata dell’edificio che ospita il Parlamento britannico; l’aggressione dei poliziotti di guardia da parte del conducente della vettura armato di coltello; la sua uccisione. Chi semina terrore fa del terrorismo. Con quale scopo e quale ispirazione è ciò che resta da sapere.
La fretta con cui alcuni media hanno indicato in Trevor Brooks (un noto predicatore radicale chiamato anche Abu Izzadeen) l’autore dell’attacco non ha sinora trovato conferma. Da essa dipenderanno la reazione politica, dell’opinione pubblica e degli apparati di sicurezza. Il contesto, del resto, da tempo orienta in quella direzione precisa la ricerca delle responsabilità in casi simili.
Accanto a ciò è però importante ricordare che a un anno dall’attacco islamista a Bruxelles, e il giorno dopo l’adozione (dagli Usa e dallo stesso Regno Unito) di nuove misure “di sicurezza” nei confronti dei passeggeri di voli provenienti da un certo numero di Paesi “musulmani”, l’evento di Londra – quale che ne sia la matrice – è soprattutto la conferma della fragilità, dell’impossibilità di garantire la sicurezza assoluta nelle strade, nelle città, nei luoghi d’incontro, nelle sedi istituzionali dei nostri Paesi. A meno di trasformarle in prigioni nelle quali noi stessi saremmo detenuti; o di credere a chi fa commercio politico di una immaginaria sicurezza fondata su frontiere chiuse, muri. Con i cattivi tenuti fuori e noi, fragili e impauriti, chiusi dentro...
Questo significa forse ignorare la gravità dell’attacco che una ideologia infetta sta portando alle nostre società? Niente affatto. Semmai non bisogna credere che il pericolo sia rappresentato soltanto da chi trasforma la propria persona in ordigno o chi fa di un’auto un’arma. La minaccia è molto più grande, e non occorre essere apocalittici per ritenerlo. È tristissimo realismo: la forza dei nostri presunti nemici è il riflesso della perdita di senso, di orizzonte, di visione della “nostra” parte di mondo. Il loro discorso occupa il vuoto lasciato nelle menti dallo svanire del nostro. Questo è il tempo in cui il risentimento genera una energia devastante che dilaga in ogni forma, attinge forza dai torti della storia e dalle storture del nostro modello.
L’Europa, per limitarci a noi, sembra non avere più uomini e idee all’altezza del proprio retaggio storico. Chi l’attacca, cosciente o no, organizzato o lupo solitario, nel nome di un Dio feroce o per revanscismo imperiale, è da questa catastrofica perdita che trae vantaggio. Se ancora ieri, mentre a Londra si moriva, non un predicatore esaltato da qualche recesso iracheno, ma Recep Tayyip Erdogan, presidente di un Paese della Nato come la Turchia, poteva impudentemente affermare che “se l’Europa continua così, nessun europeo potrà camminare al sicuro per le strade in nessuna parte del mondo”, se questo è possibile, significa che qualcosa si è rotto. Non so bene quale, ma un nesso con il sangue sul Westminster Bridge deve esserci.
 

22.3.2017, 08:352017-03-22 08:35:00
Matteo Caratti @laRegione

Il 4x4 e le matrioske

Attenzione scotta! Parliamo dell’ulteriore capitolo – incandescente dal punto di vista politico e istituzionale – apertosi sul caso Argo 1, l’agenzia di sicurezza fatta chiudere dalla mattina alla...

Attenzione scotta! Parliamo dell’ulteriore capitolo – incandescente dal punto di vista politico e istituzionale – apertosi sul caso Argo 1, l’agenzia di sicurezza fatta chiudere dalla mattina alla sera perché impiegava un presunto reclutatore dell’Isis.
Il nuovo capitolo è incentrato sulle dichiarazioni rilasciate ai mass media dal capo del Dipartimento istituzioni che a caldo aveva commentato la notizia dell’arresto elogiando il lavoro di intelligence svolto dai nostri servizi segreti. In breve: se la mela marcia era stata prontamente individuata, lo si doveva al loro monitoraggio.
Passati alcuni giorni, le parole gobbiane hanno fatto nascere i primi interrogativi: ma cosa sapeva di preciso Norman Gobbi sul lavoro svolto dai nostri servizi segreti? E da quando sapeva? E come mai, se sapeva perlomeno qualcosa, non ha informato nemmeno sommariamente i suoi colleghi di governo? Di mezzo c’era una situazione di pericolo per lo Stato, o no? Giusto tacere? O sbagliato?
Domande non da poco, perché Gobbi sapeva che sul territorio cantonale agiva un presunto reclutatore dell’Isis, ma per mesi non ha informato i colleghi di governo. È allora altresì importante sapere in base a quali ragionamenti egli ha ritenuto opportuno non sbottonarsi. Lo ha fatto per questioni strettamente formali, per esempio perché era tenuto al rispetto del segreto assoluto da parte di chi lo aveva informato (chi? i servizi segreti? il comandante della polizia cantonale? entrambi?) per eminenti esigenze d’inchiesta? O lo ha fatto perché non si fidava e temeva che, mettendo i quattro suoi colleghi al corrente del segreto, c’era il rischio di danneggiare l’inchiesta? O ancora, non lo ha fatto – ma allora sarebbe grave! – per riuscire a sfruttare al massimo dal punto di vista politico l’informazione riservata, nel senso che gli onori dell’operazione di polizia sarebbero andati tutti a favore del lavoro degli inquirenti (parte dei quali dipendono dal suo comandante della polizia) e allo stesso tempo la bomba sarebbe scoppiata nelle mani del collega Beltraminelli? Quest’ultimo colpevole nell’aver dato un mandato diretto di oltre tre milioni di franchi a Argo 1 senza tenere al corrente della scelta, poi continuata negli anni, il Consiglio di Stato!
Domande queste che anche parte della politica si sta ponendo con una certa insistenza in queste febbrili settimane nelle quali gli scandali sembrano tante matrioske. Ricordate? Dapprima con Gobbi sulla graticola per via degli arresti alla migrazione (inchiesta penale che contina del resto a generare sottocapitoli); poi col mandato diretto milionario che ha fatto scordare per un attimo Gobbi e messo in croce Paolo Beltraminelli perché lo ha tenuto nascosto; mentre ora il dito è di nuovo puntato contro Norman4x4: cosa sapeva del lavoro dell’intelligence e perché non ha aperto bocca in governo?
Elemento in comune fra i due grandi comunicatori oggi sul grill: entrambi hanno improvvisamente perso la voglia di convocare conferenze stampa, fare dichiarazioni, mostrare sicurezza, twittare eccetera. Forse perché si sono accorti che le parole hanno significato e peso, che gli occhi dei vari gruppi politici puntati loro addosso cominciano a essere davvero tanti e che le interpellanze fioccano. Ovvio che anche i cittadini comincino a chiedersi: ma che cosa sta succedendo a Palazzo? I politici vengono eletti perché amministrino bene la cosa pubblica, lavorino in squadra, non per farsi sgambetti o per lanciare fumogeni.

20.3.2017, 08:302017-03-20 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Cari ragazzi, leggere per capire

Cari ragazzi, oggi avete fra le mani il nostro giornale, perché tanti docenti delle scuole medie pubbliche e private della Svizzera italiana hanno aderito al progetto didattico ‘Il...

Cari ragazzi, oggi avete fra le mani il nostro giornale, perché tanti docenti delle scuole medie pubbliche e private della Svizzera italiana hanno aderito al progetto didattico ‘Il Quotidiano in classe’ ideato 20 anni fa dal docente Claudio Rossi, affiancato ora da Giovanna Lepori e Clio Rossi. Grazie di averci scelto!
Vi dico subito che non abbiamo voluto confezionare un giornale diverso da quello vero. No, in aula lavorerete su notizia reali e sul giornale così come è. Ho, però, detto ai redattori che oggi fra i lettori ci siete anche voi. I lettori di domani.
Abbiamo dunque deciso, come sempre, di scrivere articoli su temi di giornata. Per quale scopo? Per informarvi su quello che succede vicino e lontano da noi. Ma anche per aiutarvi a capire meglio quello che sta succedendo. Ci siamo quindi occupati, come sempre capita, anche (ma non solo) di notizie brutte, come quella della morte di un motociclista colpito da un masso mentre stava viaggiando sabato lungo la strada fra Brissago e Verbania. Una tragedia che si somma a un’altra altrettanto drammatica: quella del migrante in fin di vita che ha raggiunto la Svizzera sul tetto di un convoglio ferroviario rimanendo folgorato alla stazione di Chiasso. Il secondo caso in pochi giorni. Numerosi sono insomma i fatti di cronaca che, aiutati dai docenti, vi permetteranno di riflettere su tanti aspetti della vita. Anche sulle nostre tante fortune, che però possono per fatalità trasformarsi in disgrazia, così come sull’evidenza che, prima o poi, gli squilibri generati nei secoli, fra un nord ricco a spese di un sud povero e dissestato, mostrino la fattura sotto la spinta delle tecnologie che spostano le masse verso vite presunte migliori.
Colgo l’occasione anche per segnalarvi un contributo sulle sfide che attendono noi adulti, ma che saranno anche le vostre, cioè la quarta rivoluzione industriale e l’avvento dell’intelligenza artificiale. In proposito date un’occhiata all’articolo ‘L’operaio digitale’ a pagina 8. Certo, mi direte, ma l’evoluzione tecnologica c’è sempre stata, la studiamo a storia! Vero, ma questa volta ho l’impressione che sarà accelerata e diversa. Diversa nel senso che l’interazione fra essere umano e macchina (robot), con quest’ultima in grado di apprendere, sarà spinta più in là. Più in là quanto? La domanda è profonda, filosofica e difficile. Deve interessare anche la scuola.
Ecco perché, con in mano anche un giornale (che favorisce la riflessione razionale) e non solo consumando velocemente notizie ‘soft’, è bene accorgersi di quanto succede attorno a noi. D’altro canto è importante che la scuola vi formi per diventare cittadini autonomi, con capacità critica, capaci di capire quello che sta succedendo nel mondo che è e sarà il vostro. Elevato sarà altrimenti il rischio che altri, raccontandovi anche frottole (che nell’era Trump si chiamano fake news), decidano per voi. Ma non necessariamente nel vostro interesse. Quindi studiate e informatevi. Buona lettura.

18.3.2017, 08:302017-03-18 08:30:06
Silvano Toppi

Stupidità e verità

Oggi la politica deve stupire, stupefare. Se non lo fa non esiste. Per questo anche il lessico politico si adegua alla comunicazione per slogan, a parole d’ordine che non vogliono analisi e...

Oggi la politica deve stupire, stupefare. Se non lo fa non esiste. Per questo anche il lessico politico si adegua alla comunicazione per slogan, a parole d’ordine che non vogliono analisi e argomentazioni più profonde. Con questi metodi corrono però paralleli, con il rischio di incocciare, la stupidità e l’imbecillità. Si dice che in ognuno di noi alberga uno stupido e un imbecille. Stupido deriva dal latino ‘stupeo’ che significa mi stupisco, sono stupefatto. Imbecille, invece, è colui ‘in-baculum’, senza bastone, che ritiene di poter fare a meno di pensiero o di consiglio. Il latino serve ancora a capire. Serve perché suggerisce pure prudenza o modestia quando si osa parlare, non senza rischio di ritorsione, di stupidità e imbecillità che riguardano gli altri. Di questi tempi ne abbiamo però in eccesso. Come non parlarne se si avverte qualcosa di politicamente patologico? Se osserviamo recenti fatti, tutti di produzione locale nonostante gli addentellati ‘stranieri’, noteremo che stupidità e imbecillità vi abbondano. Non si può ignorarle. Primo, perché si è incappati in un settore luogo esecutivo di quella politica diventata stupore e nerbo popolare di un Ticino da purificare e ricostruire. Se ci dovevano quindi essere un’attenzione e un impegno massimi ad eseguire i grandi e formidabili disegni politici del cantone, potere in mano, quello era il settore per eccellenza. Secondo, perché, dopo aver più volte riversato sulla Berna indifferente le nostre sciagure, ecco che proprio da là viene il richiamo a guardarci le nostre pentole. Così, in maniera tragicomica, la realtà finisce per stupire come non si doveva e a rendere attenti sulla differenza che corre tra il proclamare, lo sbraitare, il protestare e l’eseguire. Insomma, tra lo stupore da programma e la stupidità da risultato. Il fatto ticinese ha però addosso un morbo ormai universale. Fa parte di un metodo ‘politico’ diffuso, dominante. Non è allora tanto il fatto corruttivo che interessa (grave, perseguibile, ma la corruzione non è nuova), quanto quello che con una parola forse troppo grossa potremmo definire ‘culturale’. Consiste appunto nello stupire, nell’uscire con condanne che non lasciano scampo e con proposte che facciano colpo elettorale per la loro forza sovvertitrice. Proviamo a pensare ad alcuni esempi in Italia (a Roma), in Francia (Fillon, Le Pen), negli Usa (leggetevi il testo integrale della conf. stampa di Trump, esempio straordinario). Forse, tuttavia, non è neppure una novità ‘culturale’. Nel 1937 (accostamento che fa un po’ paura) un grande scrittore profeta (v. Robert Musil in ‘L’uomo senza qualità’) ammoniva: “Le condizioni della vita attuale sono così oscure, così difficili, così confuse che dalle stupidità occasionali del singolo può nascere una stupidità costituzionale della comunità”. E più avanti: “Non c’è praticamente pensiero importante che la stupidità non sia in grado di utilizzare; essa è mobile in ogni direzione e può rappresentare tutte le sembianze della verità. La verità invece ha un solo abito e una sola via, ed è sempre in svantaggio...”. Pensiamo a pensieri importanti, come democrazia diretta, onestà politica, trasparenza economica, necessità di far meglio di chi è venuto prima dei nostri.

17.3.2017, 09:002017-03-17 09:00:04
Matteo Caratti @laRegione

Polli? No, megapolli

Con la FlixBus l’Ufficio federale dei trasporti ha mostrato i muscoli. Davvero? Scusateci, ma ci viene da ridere. L’Ufficio, è notizia di ieri, all’impresa tedesca di trasporti col pullman, che...

Con la FlixBus l’Ufficio federale dei trasporti ha mostrato i muscoli. Davvero? Scusateci, ma ci viene da ridere. L’Ufficio, è notizia di ieri, all’impresa tedesca di trasporti col pullman, che viola il cosiddetto divieto di cabotaggio (ossia il divieto per le società che effettuano trasporti internazionali di portare passeggeri tra due destinazioni all’interno della Svizzera) ha appioppato una multa di ‘ben’ 3mila franchi (vedi servizio a pagina 7). Poca cosa, o no?
A noi la notizia ha fatto più o meno l’effetto di una barzelletta. È un po’ come quel tale che diceva, permetteteci l’uso dell’ironia dialettale: ‘L’ho fai corr, l’ho fai corr… ma quant al mà cataa…’. E pensare che la multa massima poteva arrivare fino a 100mila franchi!
A parte i soldi spesi dalle autorità federali nell’istruire la causa (soldi nostri, visto che fra raccolta di prove con appostamenti, corrispondenza intercorsa fra le parti, osservazioni e ammonimenti, per giungere all’avvio della causa il caso sarà tranquillamente già costato al contribuente decine e decine di migliaia di franchi...); e a parte il fatto che non è finita qui, perché la multa può essere ancora contestata allo stesso ufficio entro trenta giorni, ecco, a parte ciò – ma, diamine! – lo sanno tutti quali calcoli fanno taluni imprenditori.
Il loro operato tiene conto della certezza della sanzione e della sua entità. Quindi della convenienza: uno calcola se e quanto ci guadagna, assumendo anche un comportamento illegale, e quanto dovrà sborsare se verrà beccato. Sempre che venga beccato, perché può darsi anche il caso che nessuno se ne accorga mai o quasi mai.
Voilà: in questo frangente i guadagni di FlixBus sono sicuramente molto ma molto superiori rispetto alla multarella di miseri 3mila franchi.
Domandina facile: perché mai far loro un maxiregalo? Svizzerotti polli? No, megapolli!

17.3.2017, 08:382017-03-17 08:38:48
Stefano Guerra @laRegione

Un ‘pacchetto’ sulla buona strada

Tante cose sono state dette e altrettante se ne diranno, ‘di destra’ come ‘di sinistra’, contro la riforma delle pensioni che il Parlamento si appresta a varare dopo quasi tre...

Tante cose sono state dette e altrettante se ne diranno, ‘di destra’ come ‘di sinistra’, contro la riforma delle pensioni che il Parlamento si appresta a varare dopo quasi tre anni e 170 ore di dibattiti, culminati ieri in un voto al cardiopalma al Nazionale. A mo’ d’esempio: i 70 franchi al mese in più di Avs per i futuri pensionati non sono proprio un modello di uso mirato dei soldi del contribuente; per di più, alla lunga faranno prendere l’ascensore alle uscite dell’Avs, rendendo necessaria una nuova riforma prima del 2030, anche perché si è rinunciato a un aumento significativo dell’Iva; oppure ancora: perché mai adesso le donne dovrebbero andare in pensione come gli uomini a 65 anni, quando la parità salariale resta una chimera? Potremmo continuare. Fermiamoci qui.
Questa non è una riforma perfetta, ‘loin de là’. Ma sarebbe sbagliato focalizzare l’attenzione su uno o l’altro dei suoi molti aspetti (i 70 franchi, persino il rialzo a 65 anni dell’età di pensionamento delle donne), perdendo così di vista l’insieme. I partiti hanno tentato di farlo, ognuno a modo suo, ma i sottili equilibri del progetto lanciato nel 2013 da Alain Berset alla fine hanno retto.
Altrettanto sbagliato sarebbe persistere – com’è capitato ancora in questi giorni sotto la cupola di Palazzo federale – in una sterile, a tratti ideologica opposizione tra primo e secondo pilastro. Visti i tempi che corrono (scarsi rendimenti delle casse pensioni, spinta al ribasso dei tassi di conversione nella parte sovraobbligatoria della Lpp ecc.), quel che ci sentiamo di poter affermare è che investire in quest’ultimo non sia particolarmente saggio. È opportuno che i sacrifici richiesti (donne in pensione un anno dopo, riduzione al 6% del tasso di conversione Lpp) siano controbilanciati da misure compensatorie anche nell’Avs.
Ma al di là di questo, quel che importa – e che si tende a dimenticare – è che stavolta delle misure di compensazione esistono. Nel 2010 si tentò di far passare un abbassamento secco del tasso di conversione Lpp dal 6,8 al 6,4% (ora si vuole scendere al 6%!): fu un fallimento clamoroso alle urne. Nessuno può dire come andrà il 24 settembre. Ma le prospettive non sembrano così cupe: anche perché il supplemento Avs dovrebbe risultare gradito alla base dell’Udc (molti contadini non hanno un secondo pilastro).
Infine: di una riforma del sistema previdenziale oggi c’è urgente bisogno. L’ultima risale a più di vent’anni fa. A ogni anno che passa senza fare nulla, si scava un buco nell’Avs (che nel 2030 sarebbe in bancarotta); e le casse pensioni faranno sempre più fatica a garantire le rendite col tasso di conversione attuale. Udc e Plr alla fine avrebbero preferito che tutto andasse a monte. Già vagheggiavano un piano B: la riforma sottratta al giudizio popolare, avrebbero rilanciato con alcuni suoi ‘pezzi’, magari pure con la pensione a 67 anni per tutti. Sono usciti con le ossa rotte, fuori gioco su uno dei progetti più importanti degli ultimi decenni.

16.3.2017, 08:302017-03-16 08:30:28
Matteo Caratti @laRegione

Il Beltra e i corner

Ma secondo voi Paolo Beltraminelli si accorge di essersi cacciato in una situazione molto delicata, oppure no? Ce lo chiediamo, non riuscendo a capire se non se ne renda conto, o se stia...

Ma secondo voi Paolo Beltraminelli si accorge di essersi cacciato in una situazione molto delicata, oppure no? Ce lo chiediamo, non riuscendo a capire se non se ne renda conto, o se stia semplicemente facendo per finta lo gnorri, perché solo in questo modo è possibile guadagnar tempo, sperando che, passato lo tsunami, riesca a rimanere a galla.
Intanto, ricordiamo che Beltraminelli è – ci mettiamo le virgolette – ‘recidivo’. Ricordate la vicenda del medico della Carità che fatturava anche quando non era propriamente in sala operatoria? Ebbene in quell’occasione il Cda dell’Eoc (Beltra compreso) si attivò per segnalare al Ministero pubblico un possibile reato penale commesso da un medico in forze all’Ente ospedaliero, ma solo con molto ritardo. Beltraminelli allora si salvò in corner dal presunto favoreggiamento grazie a un decreto di abbandono. Gli veniva rimproverato di non aver segnalato l’accaduto alla Procura tempestivamente, mentre è chiaro a tutti i funzionari (a lui subalterni) che tale obbligo esiste ed è perentorio per legge: le notizie di reato vanno sempre segnalate. Punto. Così, fin tanto che il caso del medico non venne rivelato dalla stampa, non finì dinnanzi al procuratore pubblico. Un caso grave da un punto di vista istituzionale, visto che il potere giudiziario non poté fare da subito il suo lavoro perché il membro di un altro potere (esecutivo) non si era dato una mossa. Per la cronaca Beltraminelli cadde in piedi, col paracadute del suddetto decreto di abbandono, contro il quale nessuno (fra quelli che ne avevano diritto) aveva interesse a ricorrere.
In questi giorni si è invece scoperto che, sempre Beltraminelli, con la sua firma sul contratto fra il Dss/Cantone e Argo 1 – all’insaputa dei suoi colleghi di governo e dei deputati (visto che non figurò mai sulla lista dei mandati diretti) – avviò il mandato, proseguito per anni e costato oltre tre milioni di franchi.
Ecco spiegato perché virgolettato l’aggettivo ‘recidivo’ ci sta. Il ministro è ‘recidivo’ nel prendere decisioni che era opportuno, perlomeno dal profilo politico, condividere con altri. Il caso ‘La Carità’ andava segnalato subito alla Procura, così come il contratto/mandato diretto con ‘Argo 1’ doveva essere segnalato subito ai colleghi di governo e inserito nella lista dei mandati diretti sottoposta a controllo parlamentare. Senza né se né ma. Al centro del suo agire disinvolto (o superficiale? o come lo volete definire?) c’è dunque sempre perlomeno una violazione delle sue competenze.
Questo suo comportamento problematico dal punto di vista politico si somma ora alle puntuali richieste di chiarimento su Argo 1: sapere esattamente cosa è successo, cosa sta scritto su quel primo benedetto contratto, chi (nome e cognome) lo ha firmato, conoscere i rapporti scritti che hanno convinto il ministro che si trattava di un’ottima prestazione da continuare, fondata su quali controlli/rapporti da parte del Dss, eccetera. Elementi, questi, che devono spingere la politica a compiere un salto di livello nell’esercizio delle verifiche. Intanto, il ‘controllo cantonale delle finanze’ deve essere assolutamente indipendente anche dal punto di vista formale. Va sganciato da qualsiasi rapporto, anche solo amministrativo, di dipendenza da questo o quel dipartimento. Non dimentichiamo che l’esecutivo è organo collegiale! Inoltre, perlomeno per ora, la responsabilità amministrativa e politica del settore sotto esame deve essere formalmente collocata sotto un altro dipartimento. Regola che deve valere per tutte le situazioni di verifica interna attualmente in corso: tanto per intenderci chez Beltra comme chez Gobbi! Non da ultimo sarebbe il caso di cominciare a pensare a un’inchiesta amministrativa!

15.3.2017, 09:152017-03-15 09:15:00
Marzio Mellini @laRegione

Pennellate, sì, ma di retorica

“A lavorare, andate a lavorare”. Intonatelo, scandendo bene sillaba dopo sillaba. Ne otterrete un coretto tipico degli stadi in cui giocano squadre in palese difficoltà, che non ne...

“A lavorare, andate a lavorare”. Intonatelo, scandendo bene sillaba dopo sillaba. Ne otterrete un coretto tipico degli stadi in cui giocano squadre in palese difficoltà, che non ne beccano una, che la vittoria non sanno più dove stia di casa. Il Lugano è tra queste? No, nella maniera più assoluta. Il Lugano è una squadra in salute, con limiti evidenti parzialmente mascherati da un rendimento che nel girone di ritorno è buono. Quantomeno superiore alle attese. Tant’è vero che si è cominciato a parlare di Europa League, dopo che per mesi la cantilena che si andava ripetendo alla noia era quella della salvezza.
La sconfitta a Basilea (chi non perde, a Basilea?), le vittorie in scontri diretti pesantissimi contro San Gallo, Grasshopper e Losanna, i pareggi contro il Vaduz e il Lucerna. Un ruolino invidiabile. Chiedere agli stessi Losanna o Vaduz se non farebbero a cambio.
Poi succede che a Thun la squadra inciampi malamente, e tutto quanto di buono è stato costruito – tanta roba per una squadra come il Lugano – venga spazzato via dall’ira del mister, assurto a maestro di vita, oltre il ruolo di coach. Manco i suoi ragazzi si fossero macchiati di alto tradimento. Il quale Tramezzani prima si accolla l’intera responsabilità, come imporrebbe il suo ruolo (per quanto non sia scontato che accada), salvo però portare tutti a lezione di vita vera, a vedere “come si lavora per davvero”.
Come se il calcio non fosse un lavoro. Privilegiato, con orari ridotti e stipendi sopra la media, certo. Nessuno nega che lo statuto del calciatore di Super League sia privilegiato, ma pur sempre lavoro è. Meno nobile di altre professioni, ci mancherebbe. Ma pur sempre un lavoro, per i più fortunati. O per chi se lo è meritato faticando, come lo stesso Tramezzani, per sua stessa ammissione operaio del pallone che si è costruito una bella carriera ad alti livelli lavorando duramente. Più duramente di tanti altri colleghi più talentuosi. Questa sua lodevole attitudine lo eleva come uomo, gli fa onore come atleta. Ne fa un allenatore con la cultura del lavoro. La può, anzi la deve insegnare, trasmettere, senza però eccedere nella retorica insita in quella che è stata spacciata per una lezione di vita. Meglio sarebbe stata una tirata d’orecchi, in spogliatoio o in campo. Una sanzione più consona alla “gravità” dell’accaduto (gravità è volutamente tra virgolette).
Possibile che basti una sconfitta, tra l’altro contro un avversario in buona forma, su un campo particolare come il sintetico della Stockhorn Arena, per pretendere da tutti un bagno d’umiltà? La lezione di vita è fuori luogo. A maggior ragione dopo essersi assunto pubblicamente l’intero carico di responsabilità, come fatto dal mister. Vogliamo credere che i calciatori del Lugano, molti dei quali ancora all’inizio di una carriera che al momento è poco più di un’eventualità, non sappiano che si giocano il futuro professionale? Che ci sono pittori che al mattino presto vanno in cantiere? O operai che oggettivamente faticano di più per compensi molto meno cospicui? Capiremmo, se parlassimo di una crisi, di una settimana in cui nessuno ci ha messo la gamba. Ma lo stesso Tramezzani ha detto di non aver avuto avvisaglie di rilassamento.
E allora di che parliamo? Di insubordinazione? Quella di Thun è una sconfitta, all’interno di un percorso positivo. Una macchia che il prossimo impegno può già lavare via. Una battuta a vuoto al momento isolata, alla quale è stato dato un peso che non può avere. Cavalcando valori che i calciatori possono anche perdere di vista, talvolta. Ma prima di avere la prova, hai voglia accumulare indizi...

Una conquista
Suvvia, di calcio si tratta, soltanto di calcio. Concediamo al Lugano di perdere una partita, anche malamente. Che Tramezzani richiami pure all’ordine i suoi in campo, in allenamento, anche presto al mattino, perché no. Ma la sceneggiata della trasferta punitiva in pullman la si tenga semmai per momenti in cui il bastone sarà veramente l’unico strumento in grado di rimettere il gruppo sui binari Al momento, proprio grazie al buon lavoro dell’allenatore italiano, la situazione è tranquilla, serena, pacifica. È una conquista, la si goda.
Non era il caso di alimentare il dibattito circa l’opportunità, né di punire ben oltre i loro demeriti i protagonisti del 2-5 di Thun, accusandoli di scarso attaccamento alla maglia. Trattandoli come degli ingrati distratti dalle voci di mercato che non onorano la maglia che indossano. Quanti paroloni, quanta enfasi.
Alle difficoltà, si reagisca con raziocinio. Il presidente Renzetti, che non sempre in passato ha brillato per distacco e sobrietà, lo ha fatto. Stavolta ha scelto di restarne fuori, in maniera opportuna, evitando di innescare polemiche o inutili strumentalizzazioni. Scelta giusta, la sua.
Tornando all’impresa di Davesco assurta agli onori della cronaca suo malgrado, limitiamoci alle pennellate dei suoi dipendenti. Non c’era bisogno di quelle intrise di retorica di chi è pagato per fare un altro tipo di lavoro. A ciascuno il suo. Ai pittori il pennello, all’Fc Lugano gli scarpini e il pallone. Con le vittorie e le sconfitte. Anche quelle brutte.

15.3.2017, 08:452017-03-15 08:45:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Cercasi ‘normalità’ monetaria

La scorsa settimana il programma di allentamento quantitativo della Banca centrale europea ha compiuto due anni. L’istituto di Francoforte in questo periodo ha acquistato titoli del...

La scorsa settimana il programma di allentamento quantitativo della Banca centrale europea ha compiuto due anni. L’istituto di Francoforte in questo periodo ha acquistato titoli del debito pubblico dei Paesi dell’eurozona sul mercato secondario e in seguito ha esteso gli acquisti – sempre attraverso le singole banche centrali dei Paesi membri che fanno parte del cosiddetto ‘eurosistema’ – anche ai titoli corporate, ovvero le obbligazioni emesse da società quotate. Nel complesso la Bce ha in totale titoli di Stato per 1’412 miliardi di euro di cui 339 miliardi in Bund tedeschi, 269 in titoli francesi e 234 miliardi di Buoni del Tesoro poliennali italiani.
Il programma di quantitative easing terminerà alla fine dell’anno ma lo stesso Mario Draghi ha già annunciato che è sempre possibile un suo prolungamento, se le condizioni di salute (ancora cagionevoli) dell’economia europea dovessero richiederlo. In sostanza, le attese per un rialzo dei tassi d’interesse – almeno nell’eurozona – sono molto deboli.
Non è così dall’altra parte dell’Atlantico dove questa sera – a meno di clamorosi dietrofront – la Federal Reserve dovrebbe annunciare un terzo rialzo dei tassi guida in 14 mesi: dall’attuale 0,75% all’1%. Le ipotesi dell’inizio di una stretta, o meglio di un ritorno alla normalità monetaria, sono più di una a cominciare dalle dichiarazioni dei giorni scorsi, per una volta limpide, della presidente della Fed Janet Yellen: “Se non ci saranno impreviste incognite in agguato nell’economia, la Federal Reserve ha tutte le intenzioni di procedere senza indugi a un nuovo rialzo dei tassi d’interesse americani”.
L’inflazione ‘core’ (l’indice dei prezzi al consumo depurato dall’andamento dei valori più volatili di materie prime e beni agricoli) negli Usa è salita fino all’1,7%. Quella ‘non core’ è ormai al 2,5%. A questo si aggiunge un tasso di disoccupazione in calo e all’orizzonte una politica fiscale di stampo reaganiano promessa da Donald Trump che dovrebbe ‘dopare’ la ripresa economica. Un’accelerazione che porterebbe fuori controllo il livello dei prezzi. Da qui la necessità di una stretta per ‘accompagnare’ la politica economica senza farla deragliare troppo dai binari di una crescita sostenibile.
Gli effetti di queste ipotesi si vedono già sul valore globale delle obbligazioni diminuito la scorsa settimana di 800 miliardi di dollari (da 46mila miliardi a 45’200). Gli operatori stanno di fatto anticipando quanto accadrà nei prossimi trimestri e si liberano di asset che, ai prezzi attuali, incorporano rendimenti troppo bassi e non aggiornati al mutato scenario dei tassi d’interesse.
Nel mezzo della contesa tra i due Titani c’è la Bns che si appresta anch’essa (giovedì) a rivalutare la propria politica monetaria. Esperti ed analisti si attendono la conferma dell’attuale orientamento, ma c’è chi ipotizza che presto i tassi sul franco potrebbero scendere ulteriormente (ora siamo al -0,75%). Le incertezze, soprattutto politiche, nella zona euro, sono notevoli. Come noto nella lotta contro un ulteriore rafforzamento del franco la Bns impiega due strumenti: gli interessi negativi e gli interventi diretti sui mercati valutari. Questi ultimi, in particolare, hanno gonfiato il bilancio dell’istituto di emissione che è ormai pari al Pil svizzero. Con l’estendersi degli interventi aumentano anche i rischi e le accuse – da parte statunitense – di essere un’economia manipolatrice dei cambi. L’aumento probabile dei tassi da parte della Fed non sarà comunque risolutore per la Bns. Un allentamento della tensione dovrebbe intervenire solamente se e quando la Bce abbandonerà la sua politica monetaria ultraespansiva. Non prestissimo, quindi.

14.3.2017, 09:052017-03-14 09:05:00
Matteo Caratti @laRegione

Nel bunker il Beltra non convince!

Paolo Beltraminelli, rispondendo ieri in parlamento alle varie richieste di chiarimento su ‘Argo 1’, è stato abile (si fa per dire) nel difendere l’operato dei suoi funzionari....

Paolo Beltraminelli, rispondendo ieri in parlamento alle varie richieste di chiarimento su ‘Argo 1’, è stato abile (si fa per dire) nel difendere l’operato dei suoi funzionari. Tanto abile che, in chi ha seguito il dibattito e la discussione generale (con un Ppd ammutolito!), poteva sorgere l’interrogativo: ma non è che il ministro abbia difeso tanto pugnacemente la prima linea perché così facendo ha difeso anche il suo bunker? Un’impressione più che legittima. Vediamo perché.
Intanto perché, se confrontate con dati di fatto, le assicurazioni date dal ministro sull’efficienza, l’unicità nell’offerta, con tanto di menzione delle lodi ricevute dai Comuni e dai più (funzionari del Dss compresi) sul lavoro di Argo 1, non reggono.
Ma signori, non meniamo il can per l’aia. Di che cosa stiamo parlando?
Di funzionari al centro di una verifica amministrativa – oltre che di due altre inchieste penali parallele, condotte sia dal ministero pubblico della Confederazione che da quello cantonale – per ipotesi di reati gravi commessi da dipendenti di Argo 1: atti di violenza, sequestro di persona e presunto reclutamento di persone a favore dell’Isis. È questo l’aspetto molto ma molto preoccupante.
E allora: cosa controllavano i funzionari del Dss che a detta di Beltraminelli avevano contatti regolari col centro asilanti e/o l’agenzia di sicurezza? Ma per piacere…
Tutto ciò sugli elementi non propriamente secondari, motori poi di ulteriori verifiche che hanno scoperchiato anche una maldestra gestione del denaro pubblico al Dss. Non da mesi, ma da anni! Perché, sulla scorta di un contratto firmato dall’onorevole Beltraminelli e da un suo capo divisione, poi proseguito tacitamente, si è andati avanti per anni versando oltre tre milioni di franchi ad Argo 1.
Capito? Anno dopo anno sono uscite centinaia di migliaia di franchi pubblici – oltre tre milioni di franchi – perché il capo del Dipartimento sanità e socialità ha firmato anni addietro un contratto che, dopo un periodo di prova di alcuni mesi (solo cinque!), era per lui ‘er meio’. E lo era – tesi ufficiale sostenuta – perché, chi si è fatto avanti fondando Argo 1, poteva vantare un’esperienza con una precedente analoga ditta e aveva presentato una proposta molto interessante, come progetto originale e come costo (particolarmente basso) orario. Ma va!
Quasi fossero gli unici sulla faccia della terra a poter offrire una simile prestazione. Suvvia onorevole Beltraminelli: erano talmente unici che, quando un paio di settimane fa il mandato è stato tolto ad Argo 1 e affidato ad altri, una nuova agenzia è potuta subentrare ad Argo 1 dalla sera alla mattina!
Ma al di là di questi aspetti, che Beltraminelli ieri non ha saputo chiarire in modo convincente, da parte del presidente del governo è mancata una sua chiara e diretta presa di responsabilità nel suo primo lunghissimo intervento di entrata in materia. Solo dopo, col forcipe, su sollecitazione del deputato Giorgio Galusero, Beltraminelli ha espresso un mini mea culpa.
Il dato di fatto è che sono stati spesi milioni su milioni in base a un contratto iniziale di cinque mesi previsto per alcune centinaia di migliaia di franchi. Contratto poi proseguito (per inerzia) per cifre milionarie e poi improvvisamente finito perché alla porta è arrivata la Giustizia. Ciò che ha permesso che il domino partisse e che non fosse poi più verificato nel merito è stata proprio la firma del Beltra. Questo è un fatto inconfutabile, ammesso e molto grave. Il resto sono solo parole al venticello primaverile.

10.3.2017, 10:002017-03-10 10:00:41
Matteo Caratti @laRegione

E il Beltra perse la favella

No, non ci siamo! Ma quanto tempo occorre ancora per far tutta la luce su un dossier che scotta, ma che tutto sommato è abbastanza semplice da chiarire? Suvvia, onorevole Beltraminelli,...

No, non ci siamo! Ma quanto tempo occorre ancora per far tutta la luce su un dossier che scotta, ma che tutto sommato è abbastanza semplice da chiarire? Suvvia, onorevole Beltraminelli, mettere in fila quattro verifiche, perché mai dovrebbe richiedere così tanto tempo? Le domande sono semplicissime: da quanti anni l’agenzia di sicurezza ‘Argo 1’ era al beneficio di un mandato diretto? E perché mai, dopo la prima esperienza maturata anni fa (sempre che ce ne fosse già allora davvero l’urgenza), gli uffici del suo dipartimento hanno ancora fatto ricorso alla scorciatoia del mandato diretto per altri anni? E come mai quel mandato diretto continuato – a quanto pare fuori norma – non figurava sulla famosa lista ufficiale, sottoposta anno per anno per verifica alla vigilanza del parlamento? E non da ultimo, chi ha effettuato i pagamenti, si è mosso in base a cosa e su indicazione di chi? Caro ministro, in ballo ci sono milioni, per di più in tempo di vacche magre! E poi, già che ci siamo, potrebbe darsi che vi siano altre domandine interessanti anche per qualche altro dipartimento. Per esempio: chi ha dato il nullaosta ad ‘Argo 1’ di operare nell’ambito della sicurezza, settore per il quale ci vuole un’autorizzazione cantonale? Quali verifiche sono state fatte a registro di commercio sui cambiamenti effettuati negli anni quanto a ragione sociale e registrazione dei membri del Consiglio di amministrazione? Ragione sociale cambiata ben tre volte, passata – vagando di palo in frasca – dalla conduzione di un’impresa di costruzione (la Vedeggio Generalbau Ag), alla consulenza, l’analisi e il project management nel settore informatico (con la OtenyS Sa), per infine approdare nel 2014 ad una molto generica – tenetevi bene – ‘attività multiservice’ (così le prime due parole a registro di commercio). Come se all’interno dell’amministrazione cantonale ciascun ufficio facesse solo il suo lavoro, senza domandarsi poi tanto cosa deve fare dopo il vicino di settore ed eventualmente segnalargli qualche potenziale puzza di bruciato. A queste domande/riflessioni basilari, che si stanno ponendo un po’ tutti, un capo di dipartimento lo ribadiamo deve saper rispondere in un paio di giorni al massimo. Forza, di che cosa si ha paura? Che salti fuori dell’altro? Esempio: altri mandati diretti fantasma? L’opinione pubblica, ne siamo certi, apprezzerebbe un consigliere di Stato che, confrontato con un caso del genere, assumesse celermente le responsabilità e le redini politiche, spiegando pubblicamente cosa non ha funzionato. Invece, più passano i giorni, più continua il silenzio e s’accresce anche l’impressione che Beltraminelli, solitamente molto loquace e abile comunicatore sui social, sia rimasto per qualche motivo serio (da otorinolaringoiatra) senza favella. Unica nota positiva – si fa per dire – il comunicato col quale il Dss ha annunciato il passaggio (provvisorio) di mano della responsabilità del Servizio richiedenti l’asilo (che gestiva il mandato all’Argo 1) alla direzione della Divisione dell’azione sociale. Ma si tratta di una misura scontata, che andava già presa l’indomani dello scoppio del bubbone. O no?