Ilcommento

19.8.2017, 08:302017-08-19 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

La lezione di Giosuè

L’unico che ha saputo scherzarci su, facendoci infinitamente riflettere, è stato Roberto Benigni in ‘La vita è bella’ nel famoso dialogo col piccolo Giosuè. Ricordate quando il bimbo chiede al...

L’unico che ha saputo scherzarci su, facendoci infinitamente riflettere, è stato Roberto Benigni in ‘La vita è bella’ nel famoso dialogo col piccolo Giosuè. Ricordate quando il bimbo chiede al padre, leggendo un avviso affisso alla vetrina di un negozio: “Perché i cani e gli ebrei non possono entrare babbo?”. E padre Guido spiega: “Eh, loro gli ebrei e i cani non ce li vogliono. Eh, ognuno fa quello che gli pare, Giosuè, eh. Là c’è un negozio, là c’è una ferramenta no. Loro per esempio non fanno entrare gli spagnoli e i cavalli eh, eh... e coso là, c’è un farmacista no: ieri ero con un mio amico, un cinese che c’ha un canguro, dico ‘Si può entrare?’, dice ‘No, qui i cinesi e i canguri non ce li vogliamo’. Eh, gli sono antipatici oh, che ti devo dire oh?!

Giosuè, rilancia: “Ma noi in libreria facciamo entrare tutti”.

E il padre risponde: “No, da domani ce lo scriviamo anche noi, guarda! Chi ti è antipatico a te?”.

Giosuè: “I ragni. E a te?”.

Guido: “A me... i visigoti! E da domani ce lo scriviamo: ‘Vietato l’ingresso ai ragni e ai visigoti’. Oh! E mi hanno rotto le scatole ’sti visigoti, basta eh!”.

Se ricordiamo questo magistrale passaggio cinematografico, è perché in questo agosto di discutibilissimi divieti/cartelli affissi ne abbiamo purtroppo già incrociati un paio. E non si è trattato dell’ingresso a un negozio di ferramenta!

A inizio mese è scoppiata la polemica per il divieto (sancito in un regolamento vero e proprio) rivolto a disabili e autistici di poter frequentare la Scuola svizzera di Milano! Una scuola, palestra di formazione e di cultura, come la biblioteca ricordata da Giosuè! Che bisogno c’era di puntare il dito su disabili e autistici, mentre sarebbe bastato indicare che la frequenza a quell’istituto, a causa delle lezioni in tedesco, è particolarmente impegnativa… Poi ciascun potenziale studente utente sarebbe in grado di fare le proprie valutazioni, di provare e caso mai rinunciare. Quanto successo è semplicemente inammissibile! A spiegare la sbandata ai funzionari dirigenti dell’istituto e a gettare acqua sul fuoco è dovuta persino scomodarsi Berna.

Caso isolato? Nossignori, l’Hotel Paradies di Arosa ha fatto forse peggio (sempre che si possa fare una graduatoria) indicando esplicitamente su un cartello affisso all’entrata della piscina che i signori clienti ebrei sono pregati di farsi una doccia prima di entrare in piscina, perché – hanno tentato di giustificarsi – taluni di loro (ortodossi) entravano in acqua con la maglietta. Non era più semplice scrivere che in piscina si entra solo col costume da bagno e dopo aver fatto la doccia?

In entrambi i casi per carità non c’era intenzionalità di offendere e di discriminare andicappati, ebrei, e via dicendo. Quindi semplice ignoranza? Certo, chili, anzi tonnellate di ignoranza.

E allora combattiamola ’sta maledetta ignoranza. Come? Ci permettiamo di suggerire un semplice rimedio. A chi ha concepito il regolamento della Scuola svizzera di Milano e ha tentato in modo maldestro di difenderlo e a chi ha scritto il cartello ad Arosa si faccia vedere ‘La vita è bella’ di Roberto Benigni. E poi gli si faccia prendere carta e penna e scrivere cento volte un principio fondamentale sancito nelle Costituzioni: quello che vieta discriminazioni fondate sul sesso, sulla razza, sulla religione ecc. Un film, che si potrebbe anche proiettare alla Casa Bianca. Pur col dubbio che l’attuale presidente, alle prese con i fatti di Charlottesville e le ignominie dei suprematisti bianchi, sia in grado di capire e apprezzare la finezza dell’ironia ‘beniniana’. È un’epoca di giullari, la nostra. Ma alcuni – i più pericolosi che palleggiano atomiche – non sanno di esserlo.

19.8.2017, 08:002017-08-19 08:00:00
Erminio Ferrari @laRegione

Trump People

Credeva che suo figlio stesse partecipando a un raduno di sostenitori di Donald Trump. Dunque erano due le cose che non sapeva la madre di James Alex Fields, il ventenne che ha falciato con la propria auto i...

Credeva che suo figlio stesse partecipando a un raduno di sostenitori di Donald Trump. Dunque erano due le cose che non sapeva la madre di James Alex Fields, il ventenne che ha falciato con la propria auto i manifestanti antirazzisti a Charlottesville: uno, ignorava dove si trovasse suo figlio; due, non sapeva di avere ingenuamente svelato una verità che Trump medesimo ha tentato maldestramente di camuffare. “Quelli” erano davvero gente sua, emuli e parenti stretti dei suprematisti che ha portato con sé (e che tanto hanno contribuito a portare lui) alla Casa Bianca.

A dieci mesi dalla sua elezione, le spiegazioni secondo le quali l’incetta di voti che lo hanno intronizzato originava dal profondo della crisi ed esprimeva il risentimento di intere classi impoverite, le abbiamo ormai capite, e comunque si sono rivelate inadeguate per comprendere del tutto che cosa si sia prodotto in America. Anzi, se ci si ferma ad esse si è già in ritardo, perché la storia non si arresta in attesa che la capiamo. E se non apparisse forzata l’analogia, potremmo ricordare che mentre si dissertava sulle ragioni della loro ascesa, i fascismi consolidavano il proprio potere in Europa meno di un secolo fa.

In questo senso, la gestione caotica dell’amministrazione e il bric-à-brac della comunicazione presidenziale (ultima la sequenza di reticente condanna, precisazioni, autorettifiche a proposito di Charlottesville) sono anch’essi una sola parte del problema. Perché dell’elezione di Trump – per le condizioni in cui è avvenuta e per le conseguenze che si manifestano – è soprattutto necessario non ignorare il contenuto di “rivincita dell’uomo bianco”, che la condotta del presidente e i fatti di Charlottesville (ma anche lo stillicidio di episodi analoghi, seppure meno cruenti, che li hanno preceduti) confermano in maniera tragica e grottesca, rispecchiando e inducendo condizioni, eventi il cui “segno” non si cancellerà molto a lungo.

L’estrema destra (nelle cui fila si contano anche molte “persone per bene”, secondo Trump) che si è radunata nella città della Virginia non lo ha fatto per rivendicare lavoro o equità sociale, ma per affermare un primato, quello razziale, che reputa insidiato ai discendenti dei “fondatori” da “ebrei-comunisti- negri” (si veda il documentario ‘Charlottesville: Race and Terror’, firmato da una coraggiosa giornalista di Vice News Today, per averne un esemplare resoconto).

E neppure estemporanea era l’occasione che ha radunato nazisti e suprematisti: la “difesa“ della statua del generale sudista Robert E. Lee (insieme alle centinaia d’altre nel Sud degli States), minacciata di rimozione dagli antirazzisti. Quei monumenti non sono infatti una testimonianza della guerra civile (una sorta di onore delle armi reso ai vinti, come si pretende), ma furono eretti in un’epoca ben posteriore: negli anni successivi alla Prima guerra mondiale, quelli della rinascita del Ku Klux Klan, dei neri linciati e appesi agli alberi (“Strange fruits”, se qualcuno ricorda Billie Holiday). E la perfetta malafede del presidente è stata espressa da lui stesso quando ha deliberatamente confuso le date e le carte, chiedendo se dopo Lee sarebbe toccato a George Washington, giacché anche il padre della patria possedeva schiavi.

Ecco: ai leader suprematisti che davanti alle telecamere ripetevano, riferendosi a Trump, “noi l’abbiamo eletto, ora ci ascolti” (compreso il Bannon licenziato di fresco), andrebbe detto che loro dovrebbero piuttosto ascoltare il presidente. Si renderebbero conto che lui è già un po’ più avanti.

18.8.2017, 08:302017-08-18 08:30:47
Mattia Cavaliere @laRegione

Officine: occorre chiarezza, è ora

Non sono bastate la realizzazione della galleria più lunga del mondo, nemmeno le recenti rassicurazioni delle Ffs. Loro, i 400 operai delle Officine di Bellinzona, non sono ancora...

Non sono bastate la realizzazione della galleria più lunga del mondo, nemmeno le recenti rassicurazioni delle Ffs. Loro, i 400 operai delle Officine di Bellinzona, non sono ancora usciti dal tunnel. Mesi fa si facevano due ipotesi: l’ottimizzazione della sede cittadina o il suo accorpamento con Biasca in un luogo, si diceva, ancora da definire. Mentre una decina di giorni or sono si dava per la maggiore il trasferimento delle nuove Officine. Unico punto fermo, emerso in un recente incontro della direzione Ffs con il governo, la volontà di disporre di una nuova struttura. Ma dove di preciso: via da Bellinzona? Eppure alla Città è stato chiesto di contribuire (con Berna) alla realizzazione di uno stabilimento all’avanguardia. E questo lo stesso giorno che è uscita la notizia di un collegamento Zurigo-Milano con fermata unica a Lugano che indebolisce di fatto la ‘Porta del Ticino’ suscitando tra l’altro diverse reazioni, da parte del sindaco e dell’Organizzazione turistica regionale.

Certo, va dato atto che le Ffs hanno investito somme considerevoli in Ticino, dotando (finalmente) Bellinzona e Lugano di stazioni al passo con i tempi con la messa in esercizio della galleria di base (dettaglio non irrilevante: la fattura è a carico della Confederazione). C’è un’altra cosa che non torna nell’annuncio, generico, di ricerca di luoghi sostitutivi per le Officine: se è vero (come detto dal Ceo Andreas Meyer) che si è all’inizio di un percorso nuovo, come mai le Ffs non hanno ancora contattato – almeno informalmente – i Comuni? È giusto che debbano essere gli stessi enti locali, all’oscuro di tutto, a scrivere all’azienda, nazionale, che pensa di trasferirsi dalle loro parti? Biasca e Castione hanno comunque già dichiarato il loro interessamento ad ospitare le nuove Officine (stupirebbe invero il contrario). Il Borgo ha sofferto il cantiere AlpTransit; come ad Arbedo-Castione c’è voglia di posti di lavoro, qualificati. Qui, alle porte di Bellinzona, si confida in uno sviluppo industriale che, si vorrebbe, portasse sbocchi ai residenti. Facile immaginare insomma che tra i due Comuni si inneschi una gara al miglior offerente, una sorta di corsa al ribasso. Opportuna, quando non sono ancora chiare le intenzioni delle Ffs? Certo, si potrebbe sempre gongolare accontentandosi dell’annuncio di dare un futuro alle Officine. Ma non va dimenticato che la mancanza di trasparenza (confusione?) sulle nuove Officine si somma ai numerosi richiami di sindacati e politica a rispettare gli accordi per il Centro di competenza (fortemente voluto da Municipio cittadino e Cantone) e alla maldestra caduta di stile dei vertici delle Ffs con l’opuscolo ‘Visioni e apparizioni in Ticino’ considerato offensivo. I ticinesi hanno fin qui sempre sostenuto le Officine. A novembre c’erano svariate centinaia di persone nel presidio contro Meyer in città. Nel 2008, all’annuncio della chiusura, erano sfilati in migliaia (anche a Berna) a gridare lo stesso slogan: ‘Giù le mani dalle Officine’. La politica, quando s’è mossa, ha cercato di dare delle risposte. Le Ffs facciano chiarezza sulle loro intenzioni.

17.8.2017, 08:302017-08-17 08:30:08
Aldo Bertagni @laRegione

Auspici e realtà, c’è differenza

La democrazia è bella anche perché esigente e si basa su un gioco di equilibri non sempre di facile interpretazione. Il che non gioca a favore della trasparenza e a volte genera...

La democrazia è bella anche perché esigente e si basa su un gioco di equilibri non sempre di facile interpretazione. Il che non gioca a favore della trasparenza e a volte genera sgomento. Ma è il prezzo da pagare perché non ci sono risposte facili a domande complicate e chi sostiene il contrario mente sapendo di mentire. Ieri il Consiglio federale ha decretato la conformità al diritto superiore dell’articolo costituzionale ticinese approvato dal popolo quasi un anno fa per proteggere la manodopera residente in Svizzera. Al contempo lo stesso governo federale precisa che nulla osta in quanto “si tratta di obiettivi che non sanciscono diritti e doveri di singoli né prevedono mandati legislativi concreti”. Insomma, si sarebbe di fronte a “semplici” auspici, più che legittimi ma di difficile attuazione perché poco concilianti con alcuni trattati internazionali (l’Accordo sulla libera circolazione delle persone) ma anche con alcune leggi federali, come quella sul lavoro.

Riassumendo, il principio auspicato è conforme alla Costituzione federale – anche perché in armonia con l’articolo 121a – ma la sua attuazione legislativa cozza contro il diritto federale (che si traduce appunto con le leggi). Una contraddizione apparente, che certo non può sfuggire. Apparente appunto. Molta “antipolitica” è generata anche – e forse soprattutto – dalla complessità del meccanismo che regola la nostra quotidianità. Ciò che è bene e ciò che è male. Oggi è pressoché obbligatorio conciliare le scelte locali con altre più complesse. Forte e contraddittorio è il sentimento di non pochi cittadini europei che constatano la pochezza del proprio Stato a fronte dell’Ue e ancor più frustrante – per la nostra storia – è il sentimento dei cittadini svizzeri abituati da sempre a mediare molteplici interessi e oggi costretti a reggere l’urto pesante dell’Unione europea su non pochi aspetti dell’attività quotidiana. Il mondo è più complicato, sia perché meno comprensibile sia perché interconnesso con connettori differenti. Eppure la democrazia elvetica è avanzata e stabile, proprio perché sa distinguere fra valori e applicazione realistica degli stessi. Fra diritti e concordanza delle scelte. Guai confondere gli ambiti. È un complesso – e magari a volte incomprensibile – equilibrio che tiene conto da sempre delle differenze fra regione e regione, fra cultura e cultura. È un processo magari lento che non vuole, di principio, penalizzare nessuno. Nel senso che tutto è permesso salvo ciò che è vietato. E non il contrario come capita negli Stati accentratori. Può sembrare ipocrisia, in realtà è virtù rara che va alimentata costantemente.

16.8.2017, 08:302017-08-16 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Alpi, la fiaccola dell’Iniziativa

L’Iniziativa delle Alpi continua la sua opera, o forse è meglio dire missione, di sensibilizzazione su questioni/nodi dei trasporti che ci toccano da vicino, visto che il Ticino è...

L’Iniziativa delle Alpi continua la sua opera, o forse è meglio dire missione, di sensibilizzazione su questioni/nodi dei trasporti che ci toccano da vicino, visto che il Ticino è di fatto un corridoio di transito e ha per questo sacrificato una parte non indifferente di fondovalle a ferrovia e autostrada. L’Iniziativa, questa volta, lo fa mettendo il dito nella piaga dei controlli dei mezzi pesanti che circolano con difetti tecnici o con autisti che violano le norme del diritto del lavoro, in primis i tempi di riposo. In proposito un dato, fornitoci da chi tiene accesa la fiaccola dell’Iniziativa, aiuta a capire che il problema esiste (cfr. pagina 4): quasi un terzo degli autocarri controllati nel Canton Uri nel 2016 presentava difetti tecnici, eccessi di peso o infrazioni alle norme sul lavoro! Una conferma, visto che, con una certa costanza, purtroppo, la polizia ci informa di Tir (spesso provenienti dall’estero) con autisti alla guida da troppe ore, persino con stati di alterazione dovuti all’alcool, per non dire di camionisti che non hanno il mezzo pesante a posto (freni, calore oltre i limiti…), rischiando di mettere vite in pericolo. Non c’è quindi di mezzo solo una distorsione della concorrenza fra strada e ferrovia, ma anche il pericolo per la salute e/o la vita di chi usa abitualmente gli assi di transito, che (pure loro) non perdonano, in particolare a causa di gallerie e ponti. È quindi fondamentale richiamare l’attenzione della politica federale sull’esigenza di sorvegliare maggiormente i Tir, anche nella tratta sud-nord, mantenendo alta la guardia e puntando (finalmente!) sulla costruzione del centro di controllo di Giornico, dopo quello già operativo a Uri, incagliatosi per via del ‘famoso’ terreno inquinato.

L’appello si somma a quelli che, dalla fine degli anni 80, l’Iniziativa delle Alpi lancia regolarmente nell’intento di sensibilizzare politici e opinione pubblica sulla necessità di proteggere il delicatissimo ecosistema alpino. Un territorio unico, messo a dura prova dai cambiamenti climatici di cui (pare) solo il presidente Usa non si è ancora reso conto. Quindi: proteggiamo il nostro fragile ecosistema, pretendendo ancor più da chi usa la A2 solo per sfrecciare da nord a sud, che lo faccia nel massimo rispetto della sicurezza stradale e del nostro ambiente. Non assicurare questi aspetti come autotrasportatori significa, nella migliore delle ipotesi, speculare che non succeda nulla in caso di incidente e comunque fregarsene di quanto scaricato nell’ambiente dai Tir.

È quello che vogliamo? Crediamo che non vi sia nessuno talmente autolesionista da dichiararsi disposto a pagare una simile fattura, che, non dimentichiamolo, ricade sempre e comunque sulla nostra salute e su quella di chi dopo di noi verrà.

14.8.2017, 08:302017-08-14 08:30:18
Ugo Brusaporco

Successo e rischi di un Festival

«È la terza volta che mi metto in fila per questo film, e anche questa volta non lo vedrò!», sospira delusa una spettatrice dopo una lunga coda davanti alla sala del PalaCinema per...

«È la terza volta che mi metto in fila per questo film, e anche questa volta non lo vedrò!», sospira delusa una spettatrice dopo una lunga coda davanti alla sala del PalaCinema per vedere ‘Abschied von den Eltern’ di Astrid Johanna Ofner. Non lo vedrà e lo stesso è successo a chi ha tentato più volte di vedere ‘Easy’ di Andrea Magnani. «Questo festival soffre il peso del grande successo. Le sale non riescono a rispondere alla domanda del pubblico, e poi il sistema alberghiero non è da grande festival» ci confida una collega francese.

Nel festeggiare settant’anni il Festival si trova a fare i conti non solo con il suo successo ma anche con la sua identità. Sono davanti a tutti le lunghe file degli spettatori della Settimana della Critica, che bivaccano in una bella sala, quella del teatro Kursaal, insufficiente da anni a contenerli, mentre davanti alla seconda sala del PalaCinema si sfiorano le risse per trovare un posto. È sicuramente un segno del successo per Locarno – dopotutto gente che fa la fila la trovi anche a Cannes e di più, dove entrare alla Debussy o alla Quinzaine o al Miramar per la Semaine è quasi da cinquina al lotto – ma il pubblico di Locarno è diverso. E il bello di questo Festival è il suo pubblico, forse più dei film, perché è un pubblico che ama davvero il cinema, che non ricerca i divi come negli altri Festival, ma mostra una sana curiosità.

Questo è un patrimonio da non disperdere. Per questo mentre a Cannes poco interessa chi sta fuori, per Locarno diventa fondamentale non lasciar fuori nessuno. Di più diventa fondamentale un discorso serio sulla ricezione alberghiera e sulla sua qualità: in tanti alberghi locarnesi sembra che addirittura il collegamento internet non sia una priorità! Di più, mancano luoghi come quello che era il Grand Hotel, che sono il Majestic o il Carlton a Cannes, l’Excelsior al Lido di Venezia, l’Hyatt a Berlino, luoghi che catalizzano oltre a rispondere a dei bisogni.

La risposta non può essere la Rotonda. Siamo stati testimoni di episodi spiacevoli, di persone alterate e violente che uscivano dalla Rotonda andando a condizionare la tranquillità di che andava da una sala all’altra, o solo passeggiava. Sarebbe stato bello se quel luogo fosse diventato qualcosa come a Cannes è il cinema sulla spiaggia e a Venezia il cinema a San Polo, dove convogliare non i film della Piazza, ma quelli che più sono reclamati dal pubblico. Una sala all’aperto in più. Non è fantascienza.

Poi, i film. Il direttore dovrebbe cercare di non mescolare il Concorso con i Cineasti del Presente. Quest’anno è successo e il risultato è stata una confusione di linguaggi, con film sperimentali, o figli di videoinstallazioni, che si sono trovati insieme nella competizione principale, con altri dal linguaggio più classico: film che hanno il loro destino nelle sale con film che non vedranno mai le sale per costituzione; film che nascono per essere visti di notte nelle tv e altri che non saranno mai visti fuori da un festival. E allora, ci domandiamo, a che cosa serve un Festival, e soprattutto il suo Concorso?

Il direttore risponde con i film. E allora ‘Mrs. Fang’, Pardo d’oro, con le sue decine di minuti fissi sul volto di una morente, è il nuovo cinema che Locarno manderà nelle sale del mondo? Lo stesso, lasciamo questo Festival con le immagini di ‘Meteorlar’ di Gürkan Keltek da far vedere cento volte a Erdogan, con quelle di ‘Did You Wonder Who Fired the Gun?’ di Travis Wilkerson da mostrare a Trump e con quelle di ‘Wajib’ (Il dovere) di Annemarie Jacir, con cui riflettere sul nostro tempo e sulla fatica di viverlo. Di questo sì possiamo dire grazie al Locarno Festival 2017.

12.8.2017, 08:002017-08-12 08:00:34
Stefano Guerra @laRegione

Il problema del Plr con le donne

Che il Ticino, dopo 18 anni di assenza, debba tornare in Consiglio federale, è ormai un assioma. Nessuno – nemmeno i due candidati romandi in corsa per il posto di Didier Burkhalter in...

Che il Ticino, dopo 18 anni di assenza, debba tornare in Consiglio federale, è ormai un assioma. Nessuno – nemmeno i due candidati romandi in corsa per il posto di Didier Burkhalter in Governo – contesta questo diritto quasi ‘naturale’, distillato dall’articolo 175 cpv. 4 della Costituzione (“le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono essere equamente rappresentate”). Forte del bonus geografico, senza alcun grande malus rispetto ai rivali (se non quello di essere in Parlamento un uomo delle odiate casse malati), il ticinese Ignazio Cassis sembra quindi destinato a sbaragliare la concorrenza.

Il Plr non ne uscirebbe bene. Avrà sì riportato il Ticino ai vertici della politica nazionale, e forse non è poco. Ma in un certo senso non avrà potuto fare altrimenti. Mentre se Cassis verrà eletto, il partito che ha costruito lo Stato federale – e che ha inviato nel 1984 la prima donna in Consiglio federale – si sarà ancora una volta lasciato sfuggire l’occasione di profilarsi come una forza politica moderna, in cui le donne non siano ridotte a comparse o poco più. C’è Isabelle Moret, si dirà. Non basta.

La storia ci dice questo: in caso di ticket misto è praticamente sempre l’uomo a spuntarla. Ne hanno fatto l’amara esperienza Christiane Langenberger (1998, contro Pascal Couchepin), Christine Beerli (2003, contro Hans-Rudolf Merz), Martine Brunschwig Graf (2009, contro Christian Lüscher già allo stadio della nomina per il ticket), Karin Keller-Sutter (2010, contro Johann Schneider-Ammann) e persino, in casa socialista, Christiane Brunner (1993, contro Francis Matthey). Se davvero si vuole eleggere una donna, allora bisogna presentare un ticket esclusivamente femminile, ha scritto sul ‘Tages-Anzeiger’ la consigliera di Stato zurighese ed ex consigliera nazionale Jacqueline Fehr (Ps).

Dopo le traumatiche dimissioni di Elisabeth Kopp (1989) sono stati eletti cinque consiglieri federali Plr: tutti uomini; la quota femminile nel gruppo parlamentare oggi è inferiore al 20%; al Consiglio degli Stati Karin Keller-Sutter siede a fianco di 12 colleghi di partito; 14 dei 15 nuovi parlamentari eletti nel 2015 sono uomini; e nei governi cantonali troviamo solo 8 consigliere di Stato Plr su 40. Il fatto che sia Petra Gössi a presiedere il partito ha a che vedere con la ritrosia degli uomini ad assumere la carica, piuttosto che con la volontà di promuovere una donna ai comandi.

Certo, il Plr non è un caso isolato in campo borghese: gli altri partiti hanno problemi simili (Ppd) o maggiori (Udc). Ma i liberali-radicali non possono comunque permettersi di eludere ancora a lungo la ‘questione’. Tanto più che questa si pone con rinnovata urgenza dopo l’annuncio del ritiro di Doris Leuthard (Ppd) entro la fine della legislatura.

Anche Doris Fiala infine sembra essersene accorta. Sin qui propensa a rinviare la partita al momento del ritiro di Johann Schneider-Ammann (2019), ieri la presidente delle donne Plr ha promesso un sostegno deciso a Isabelle Moret. Un sostegno tardivo, comunque insufficiente. Che non promette nulla di buono nemmeno in vista della prossima tornata – quella ‘buona’, secondo Fiala –, quando ad eleggere il successore di Schneider-Ammann sarà ancora un’Assemblea federale a larga maggioranza maschile, con non pochi uomini che ambiscono al Consiglio federale. Anche perché “la società e la politica in Svizzera sono ancora fortemente patriarcali: le donne hanno cominciato a scuotere queste strutture negli ultimi decenni. Ma queste sono lungi dall’essere state superate”, ha detto il politologo Werner Seitz alla ‘Wochenzeitung’.

11.8.2017, 08:302017-08-11 08:30:00
Andrea Manna @laRegione

Post razzisti, l’indagine sia celere

Succede sempre più di frequente, anche nelle democrazie cosiddette evolute: dove non arrivano buon senso, decenza e autocontrollo, arriva la magistratura. Purtroppo. Perché a...

Succede sempre più di frequente, anche nelle democrazie cosiddette evolute: dove non arrivano buon senso, decenza e autocontrollo, arriva la magistratura. Purtroppo. Perché a governare le azioni umane dovrebbero essere anzitutto cuore e cervello. La realtà è invece un’altra: non di rado comportamenti e parole cozzano contro valori che crediamo universalmente riconosciuti, che prescindono da leggi e codici e sui quali si regge, perlomeno in teoria, una sana convivenza. Un’affidabile cartina di tornasole di questa realtà sono certe esternazioni sui social, derivanti (pure, ma non solo) da un uso distorto di Facebook e affini in quanto considerati zona franca, dove tutto è permesso, dove non esiste confine tra lecito e illecito. Lo confermano i post a sfondo razzista apparsi subito dopo il tragico decesso, ai primi di luglio, della giovane mamma eritrea precipitata dal balcone di un palazzo a Bellinzona, per cause ancora da chiarire (gli inquirenti sospettano dell’accaduto il marito, lui si dichiara estraneo ai fatti). Una delle autrici degli inqualificabili messaggi si rallegrava addirittura della morte della 24enne africana... Ora si apprende – vedi la ‘Regione’ di ieri e l’edizione odierna a pagina 9 – dell’avvio di un procedimento penale per discriminazione razziale a carico delle due donne che hanno postato i vergognosi commenti. Un passo atteso, e da salutare senz’altro positivamente, quello del Ministero pubblico, sollecitato dalla segnalazione di un gruppo di cittadini indignati dal contenuto dei post. L’auspicio è che l’inchiesta venga chiusa in tempi brevi e che l’esito della stessa sia prontamente divulgato dalla Procura affinché la sua decisione funga, qualora gli accertamenti dovessero sfociare in una proposta di condanna, da deterrente nei confronti di chi ritiene che nel mondo online ogni cosa sia concessa.

Se le autrici delle incriminate esternazioni via social verranno riconosciute colpevoli del reato loro contestato, confidiamo in una pena non esemplare, bensì equa. Nella speranza che la (eventuale) sanzione possa ricordare ai tanti fruitori di social network un concetto, tanto semplice e fondamentale, quanto negletto, spiegato da Roy Garré, giudice del Tribunale penale federale, in un’intervista rilasciata al nostro giornale lo scorso autunno: “Non va dimenticato che, utilizzando internet per scopi criminali, non si agisce soltanto nel mondo virtuale, ma anche in quello reale, dove in definitiva si trovano le vittime in carne e ossa di tipici reati come truffe, estorsioni, abusi sessuali, spionaggio eccetera: tutti illeciti sanzionati dal Codice penale”. E nella lista dei reati contemplati dal Codice figurano altresì quelli contro l’onore e quello di discriminazione razziale, piuttosto diffusi sui social.

Non si parli di censura o non ci si appelli alla libertà di espressione, invocata sovente a vanvera per sdoganare calunnie e odio. Libertà di espressione non significa licenza di insultare. In una società aperta al dialogo e al confronto non ci sono temi tabù e si possono sostenere tesi anche controverse senza ingiuriare. Purché si abbia la capacità di argomentare, che andrebbe appresa a scuola e in famiglia e che un impiego improprio dei social annulla.

Non tutto è perso però. Nell’attesa di conoscere la decisione della magistratura concernente i post razzisti sul decesso della giovane eritrea, va elogiata l’iniziativa di quella settantina di persone che, con senso civico e con coraggio (proprio così), hanno manifestato il loro sdegno di fronte a inammissibili esternazioni, rivolgendosi al Ministero pubblico. Incoraggiante. Il grado di civiltà di un Paese lo si misura anche da simili azioni.

10.8.2017, 08:302017-08-10 08:30:29
Marzio Mellini @laRegione

Dissuasiva, non ancora preventiva

“Danneggiamento dell’erba del campo da gioco per 800 franchi”. Tale, secondo la difesa, avrebbe dovuto essere la pena per il 24enne hooligan del San Gallo che il Tribunale penale...

“Danneggiamento dell’erba del campo da gioco per 800 franchi”. Tale, secondo la difesa, avrebbe dovuto essere la pena per il 24enne hooligan del San Gallo che il Tribunale penale federale ha invece condannato a tre anni di reclusione, in parte sospesi con la condizionale, per aver lanciato petardi e fumogeni allo stadio di Lucerna. Un fatto grave già di per sé, reso ancor più grave dalle sue conseguenze, su tutte il ferimento di una persona (lesione irreversibile all’udito).

Sull’erba bruciacchiata, ci sia consentito un sorriso amaro, più che divertito. Lungi da noi addentrarci in questioni giuridiche complesse, le stesse che la difesa cavalcherà per impugnare una decisione che rimbalzerà al Tribunale federale. Da ignoranti in questioni di diritto, ci sia però concesso considerare maldestro il tentativo di declassare il lancio di petardi e fumogeni – pericoloso e illegale nella misura in cui i primi sono considerati ordigni, quindi materia esplosiva – al danno arrecato all’erbetta della Swissporarena.

Torto morale, lesioni gravi, ripetuto danneggiamento (del campo da gioco) e ripetuta violazione della legge federale sugli esplosivi: di che farne un fatto grave. Per il quale è giusto che finalmente chi se ne macchia, ne risponda davanti alla giustizia penale.

Giustizia è fatta, quindi, ma non ci si illuda: una sentenza di un giudice, per quanto dura possa essere, è un atto dovuto ma al massimo può spaventare chi nel gruppo si fa forza (la maggior parte...), ma in cuor suo prima di combinarne un’altra ora ci penserà due volte. Serve, ma non è la soluzione. Dissuade, forse, ma non previene.

Premesso che alla suddetta soluzione lavorano da tempo commissioni e gruppi di studio, impegnati su un fronte ampissimo che spazia dalla psicologia alla sicurezza, senza che si sia giunti a una svolta vera e propria, è comunque quanto le società sportive auspicavano: che qualcuno andasse fino in fondo e desse un senso agli sforzi promossi in direzione dello sradicamento della violenza. Dal calcio, dall’hockey, dallo sport. Solo sensibilità? Anche interesse, perché i danni gravano sulle finanze (multe, partite a porte chiuse).

Che il colpevole debba rispondere della propria condotta comparendo davanti a un giudice aiuta i club ma non risolve il problema. Né li sgrava da responsabilità che devono essere abbracciate fino in fondo allo scopo non di contenere, bensì di estirpare il fenomeno alla radice: l’identificazione del tifoso violento; la sua relativa immediata messa al bando. Definitiva, non temporanea.

Insomma, a fianco delle cosiddette manovre accompagnatorie, dell’intervento di sociologi ed esperti, del rafforzamento dell’apparato della sicurezza all’interno dello stadio, della sbandierata volontà di contribuire alla soluzione del problema, è auspicabile che si prosegua sulla via della maggiore risolutezza, quando la mela marcia si palesa. La giustizia penale faccia il suo corso, il Tribunale federale ha indicato la strada. È però fondamentale che le sia dato del lavoro da sbrigare: segnalando, denunciando, isolando e allontanando chi sgarra. Sistematicamente.

Possiamo anche supporre che la deriva sia irreversibile, complice una società in repentino mutamento, ma non è una buona scusa per rinunciare alla lotta. Da qualche parte bisogna cominciare. Dissuadere è un inizio. A furia di provvedimenti duri e tempestivi, chissà che non si arrivi anche alla prevenzione. Intanto, è giusto che chi sbaglia paghi. Sia in tribunale, sia allo stadio. Venendone cacciato e andando al fresco.

9.8.2017, 08:152017-08-09 08:15:00
Aldo Bertagni @laRegione

Settant’anni di utile inutilità

Se nella scala degli esseri viventi solo l’uomo compie atti inutili, come sosteneva il filosofo Pierre Lecomte du Noüy, un motivo ci sarà. Magari direttamente legato alla...

Se nella scala degli esseri viventi solo l’uomo compie atti inutili, come sosteneva il filosofo Pierre Lecomte du Noüy, un motivo ci sarà. Magari direttamente legato alla consapevolezza che l’uomo ha di sé e della propria miseria, nonché del proprio destino che, non andrebbe mai dimenticato, è morire. Ecco allora che la presunta inutilità di un gesto – di una scelta, di una visione – arricchisce il percorso di un processo, il nostro, intrinsecamente inutile già di suo. La prendiamo larga, persino troppo, per ricordare a tutti noi ticinesi che questi primi settant’anni di Festival del film (che si festeggiano ufficialmente oggi a Locarno) sono stati e sono quanto di meglio e di bello sa offrire l’apparente inutilità di ciò che chiamiamo attività culturale o anche espressione artistica. E forse la cinematografia è l’arte che meglio di altre sa regalarci il senso della nostra preziosa… inutilità.

Dirlo oggi, che a Locarno si danno appuntamento i rappresentanti della politica cantonale, assume un significato particolare perché questo ‘Locarno Festival’, come s’è voluto ribattezzarlo, è sempre più – e per fortuna – un evento nazionale e internazionale. Basta fare un giro in questi giorni in Piazza Grande, nelle stradine del centro storico, alla Rotonda o anche agli eventi di contorno. Per fortuna, si diceva, perché è quanto speravano i pionieri che ebbero la felice idea di promuoverlo, 70 anni fa, ma anche perché l’aurea internazionale del Festival si riflette inevitabilmente sulla realtà circostante; la illumina, la coinvolge, la trascina inconsapevolmente verso un processo virtuoso della conoscenza non solo cinematografica. Di più. Non solo artistica. Per almeno una volta all’anno il Canton Ticino – e ovviamente soprattutto Locarno – gode appieno di quella centralità geografica (in mezzo all’Europa) che il destino gli ha concesso. Senza paure e senza patemi. E scusate se è poco, viste le paturnie di questi tempi dove l’altro da noi è solo e soltanto, sempre più spesso, motivo di preoccupazione.

E allora ecco che questa rassegna cinematografica “inutile” – con l’arte non si mangia, è un refrain sempre di moda in certi ambienti – ci appare improvvisamente come un utilissimo strumento di conoscenza dove il mondo si affaccia e non per forza con un ghigno terribile. Se ne ha tangibile esperienza partecipando anche solo una volta alla visione serale in Piazza Grande, in una magia che si ripete ogni anno e che non finisce mai di stupire persino loro, attori e registi, abituati a tutta l’inutilità del mondo. Sino alla commozione. Ed è proprio in quei momenti, con gli occhi rivolti al grande schermo, che si ha consapevolezza della nostra pienezza umana inserita in un contesto universale, senza vincoli intellettuali ma dentro i paletti necessari che la nostra umanità ci impone. È partecipando al Festival del film di Locarno – unico nel genere – che si comprende quanto l’arte sia anche e soprattutto cosa quotidiana, popolare, quasi scandalosa e non tanto perché vi passano film magari poco “ortodossi”, quanto piuttosto per la forza emozionale che sa generare a migliaia di individui lì presenti, in tempi di eppur solitarie ed egocentriche frequentazioni virtuali.

I rapporti fra politica cantonale e Festival del film non sempre sono stati lineari, ma certo sempre stimolanti e non scontati. Oggi, dopo 70 anni, dovremmo tutti convincerci che questo Locarno Festival è quanto di più utile (in termini assoluti) il Cantone intero sia riuscito a regalarsi, nonostante tutto. Nonostante la marginalità e un costante malcelato vittimismo.

5.8.2017, 08:002017-08-05 08:00:12
Davide Martinoni @laRegione

Dall’orticello agli ‘influencers’

Ancora non esiste un video virale che la indichi come “L’Eden a un’ora da Milano”, eppure anche la stazione di risalita di Cardada, così come la Verzasca con le sue acque...

Ancora non esiste un video virale che la indichi come “L’Eden a un’ora da Milano”, eppure anche la stazione di risalita di Cardada, così come la Verzasca con le sue acque maldiviane, negli ultimi 20 mesi sta continuamente superando se stessa: il 2016 dei record (118mila passaggi) già impallidisce al cospetto del 2017, che nei primi 7 mesi ha registrato una crescita di quasi il 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e si avvia ad abbattere con facilità la soglia psicologica, finora inimmaginabile, dei 130mila passaggi.

Se a queste indicazioni ne aggiungiamo qualche altra più di ampio respiro – il Locarnese è la miglior regione svizzera come tassi di crescita generale, nonché la destinazione con l’incremento più forte sul mercato francese –, allora è evidente che trovate come “le Maldive a un’ora da Milano” siano soltanto puntuali eccezioni che confermano la “regola” di un rilancio turistico finalmente chiaro. I motivi che determinano questa sorta di ritorno agli anni d’oro di inizio anni 2000 sono diversi e concorrono a determinare una “situazione perfetta”. Al netto di una base meteo favorevolissima, il primo motivo è esogeno: basta osservare il mondo esterno e subito il piccolo orticello interno riluce di un’aura dai colori soprattutto rassicuranti. L’85% degli ospiti è svizzero e per questa grande maggioranza, venendo a crollare il richiamo “low-cost” nordafricano (così come quello delle grandi città europee), il Ticino è ridiventato il primo Sud disponibile, nonché ancora più facilmente raggiungibile grazie ad Alp­Transit, che abbatte tempi e distanze e “ci rimette in pieno – per dirla con l’esperto di marketing turistico Benjamin Frizzi – nella testa dei nostri amici svizzero-tedeschi”. Ma non solo la loro, visti gli effetti della campagna condotta da circa 3 anni sul fino ad allora inesplorato mercato romando. Non ci sono cifre precise sull’incremento degli ospiti confederati di lingua francese, ma empiricamente si può misurarne un effetto molto marcato. Cardada, il lago, le valli e i loro fiumi valgono oggi per molti di loro la Costa Azzurra di un lustro fa, oggi rabbuiata da un’allerta sicurezza senza soluzione di continuità.

Sempre ai professionisti del turismo locarnese si deve un salto di qualità nella sensibilizzazione degli operatori, sia organizzando “workshop” anti-invecchiamento (nel senso dell’approccio al turista e alle sue multiformi e mutevoli esigenze), sia imbastendo quel “marketing di precisione” che va a colpire segmenti di mercato dall’enorme potenziale come i “runner”, i “biker” o gli appassionati di rampichino. Sono operatori al fronte, quelli della destinazione locarnese, che pur decimati come contingente registrano risultati complessivi paragonabili a quelli ottenuti prima che chiudessero svariate strutture.

Ma gli “Eden” e le “Maldive” ammiccanti dai social, dunque? Solo fuochi di paglia? Non in proiezione. Lo dimostra il crescente impegno con i cosiddetti “influencers”: personaggi cui l’ente turistico, opportunamente, propone un’esperienza. Che verrà poi recapitata a milioni e milioni di “followers”.

4.8.2017, 08:002017-08-04 08:00:14
Christian Solari @laRegione

Due metà di un intero

È una guerra in famiglia. Nel senso letterale del termine. Destinata a spaccare i salotti a metà: da una parte il figlio che ama l’hockey, dall’altra il nonno che segue il calcio. Col padre nel...

È una guerra in famiglia. Nel senso letterale del termine. Destinata a spaccare i salotti a metà: da una parte il figlio che ama l’hockey, dall’altra il nonno che segue il calcio. Col padre nel mezzo, che non sa bene da che parte stare. E che, suo malgrado, prima o poi dovrà scegliere. E se, democraticamente, in famiglia dovesse prevalere la passione per l’hockey, i Rezzonico e i Bernasconi si dovrebbero abbonare a Upc Cablecom. Se, al contrario, la spuntasse il calcio, la scelta cadrebbe su Swisscom Tv. Ma, nella prima delle due ipotesi, i Rezzonico e i Bernasconi dovrebbero passare a un’altra tecnologia, quella della ricezione via cavo. Infatti, pur se altre opzioni sono allo studio (ma, appunto, si parla pur sempre solo di indagini), l’unica piattaforma su cui si potrà ricevere l’offerta del nuovo canale Mysports è la via cavo. Ciò che – detto per inciso – è anche logico, visto che Upc altri non è se non un cabloperatore. E, per dirla con Simon Osterwalder, il direttore di Suissedigital, l’associazione nazionale che raggruppa gli operatori via cavo, l’idea di togliere l’hockey a Swisscom Tv, che già deteneva i diritti per il campionato di calcio, era l’unica praticabile per consentirle di fare la differenza sul mercato.

Già, il mercato. Quello libero, che finisce col produrre un’imprevista scissione tra il disco e il pallone swiss made, con il nullaosta della Commissione per la concorrenza. La quale, a metà luglio, ha deciso di non dar seguito a una richiesta di Swisscom, che accusava Upc di abuso di posizione dominante, dopo il rifiuto di quest’ultima a cederle parte delle partite. Gli inizi del conflitto, però, risalgono al luglio di un anno prima, quando Upc è diventato il detentore dei diritti del campionato di hockey, assicurandoseli per cinque anni al ragguardevole prezzo di oltre 35 milioni di franchi a stagione. Ovvero quasi il triplo sborsato dal rivale nel precedente contratto con la Lega svizzera di hockey. Lega che, ricordiamolo, è composta dai club, i quali sono senz’altro più interessati a monetizzare (si parla pur sempre di un milione in più, a testa, ogni anno) che a diffondere il prodotto in ogni salotto del Paese. Risultato? Un Paese metaforicamente spaccato a metà. Pur se, questo è vero, nessuno impedisce agli appassionati di fruire di entrambe le offerte. Che è poi la condizione indispensabile (e anche onerosa) per assistere in tivù sia al massimo campionato di hockey, sia a quello di calcio. Ovvero gli appuntamenti più seguiti in Svizzera, al netto degli sport d’importazione. Ma – domanda – lo sono al punto tale da spingere gli utenti a una migrazione di massa non solo da un operatore all’altro, ma addirittura da una tecnologia a un’altra? Col rischio, poi, forse, di dover cambiare di nuovo fra cinque anni, magari all’arrivo di un terzo attore?

Una cosa, però, è certa: chi tifa Ambrì o Lugano e non ha intenzione di cambiare, se non vuole (o non può) andare allo stadio si dovrà accontentare. Mai come quest’anno, a quanto pare, visto che anche i derby potrebbero non essere più in ‘chiaro’ (pur se Upc e Ssr starebbero ancora trattando). Nei playoff, invece, l’offerta rimarrà invariata. Un motivo in più per non veder l’ora che arrivi il 10 marzo.

2.8.2017, 08:052017-08-02 08:05:00
Aldo Bertagni @laRegione

Un ticinese per la Svizzera

Una collega romanda, quasi subito dopo l’annuncio di Didier Burkhalter, s’era espressa così in un dibattito alla Rsi: “Oggi un consigliere federale svizzero italiano fa bene alla Svizzera...

Una collega romanda, quasi subito dopo l’annuncio di Didier Burkhalter, s’era espressa così in un dibattito alla Rsi: “Oggi un consigliere federale svizzero italiano fa bene alla Svizzera prima ancora che al Ticino”. Siamo d’accordo e la scelta fatta ieri mattina a Lattecaldo dal Comitato cantonale liberale radicale dimostra, con molto pragmatismo, di aver colto l’essenza di questa semplice verità. Perché una cosa va detta: in questo momento Ignazio Cassis si presenta come il candidato ticinese più credibile per occupare quella poltrona federale. A prescindere dalle considerazioni di varia natura, che sempre ci sono e ci stanno in queste circostanze perché, al di là della retorica, non ci sarà mai l’Uomo della Provvidenza capace di rappresentare in una sola voce tutto il Canton Ticino e per fortuna, perché ne soffrirebbe la democrazia. Bene ha fatto il Plr, per contro, a compattarsi praticamente all’unanimità attorno al proprio candidato. Una prova di maturità del partito e di abilità dimostrata dall’attuale gruppo dirigente. Non tanto perché spaventi la dialettica interna, quanto piuttosto perché c’è un tempo per discutere e un tempo per dimostrare compattezza negli obiettivi: riportare un ticinese in Consiglio federale è oggi senza ombra di dubbio un progetto che merita la candela. E se la strategia decisa ieri è davvero quella vincente, beh lo sapremo solo a metà settembre col voto del parlamento.

La posta in palio è alta e lo è proprio per quanto dicevamo all’inizio. Forse mai come in questo periodo storico la Svizzera ha avuto bisogno della scienza e coscienza di tutte le proprie regioni culturali e linguistiche. E non è vero che un governo vale per sempre, per quanto capace di riconoscere le esigenze di tutti, come ha lasciato intendere Doris Leuthard, presidente della Confederazione, intervistata dalla Rsi sulla necessità o meno di un ticinese nella stanza federale dei bottoni. Per quanto originale (non prevede maggioranze stabili e manco il premier), il Consiglio federale svizzero deve saper rappresentare (e tentare di risolvere) le esigenze del momento e non potrà mai dirsi “perpetuamente universale”. Ne consegue che c’è un Consiglio federale per ogni tempo e quello che stiamo vivendo oggi richiede maggiore attenzione alle minoranze.

Non è retorico ribadirlo. Non lo è alla luce delle dichiarazioni di Doris Leuthard, appunto – dette, ne siamo convinti, in buona fede –, e non lo è perché temiamo sia argomento secondario nelle tattiche che portano all’elezione di un nuovo “ministro”. In altre parole: non diamo per scontato che la benevolenza manifestata sin qui oltre Gottardo sia figlia di un ragionamento politico di ampio respiro. Che sia davvero consapevole volontà di rappresentanza per i problemi attuali. Non lo è – e forse non può esserlo – per il semplice fatto che oltre Gottardo poco e male si sa di quanto sta capitando a Sud delle Alpi. Anche, se non soprattutto, per colpa nostra.

La vera corsa per Ignazio Cassis inizia ora. Per sette settimane il candidato ticinese dovrà saper rispondere con intelligenza agli attacchi che inevitabilmente gli giungeranno, ma soprattutto toccherà alla politica della Svizzera italiana saper dimostrare quanto sia attuale “l’emergenza” sin qui narrata. Senza rivendicazioni di sorta, con la convinzione della propria centralità. Cassis oggi ha una chance in più sugli altri ipotetici candidati. Si potrebbe azzardare un 60 per cento di probabilità d’elezione; sarebbe la più alta assegnata a un candidato ticinese negli ultimi trent’anni, ma non ci sembra di essere fuori strada. Amministrare bene il vantaggio è quanto resta da fare.

31.7.2017, 08:252017-07-31 08:25:00
Matteo Caratti @laRegione

Cosa ci dice la fiamma dei falò

Mentre festeggiamo il Natale della patria le notizie internazionali (quelle delle patrie altrui) che riempiono le cronache, fanno venir la tentazione di cambiare canale e ci fanno dire...

Mentre festeggiamo il Natale della patria le notizie internazionali (quelle delle patrie altrui) che riempiono le cronache, fanno venir la tentazione di cambiare canale e ci fanno dire, senza se e senza ma, che siamo fortunati. Guardiamoci intorno: la massima potenza del mondo ha eletto un presidente ‘twitterante’ che, a pochi mesi dal suo insediamento, sta già facendo tabula rasa di chi ha lui stesso nominato persino nel suo stretto entourage; in Corea del Nord c’è un dittatorello che si diverte a sparare razzi in mare e a far pericolosamente crescere tensioni fra Stati Uniti e Cina; la Russia si appresta a ricevere nuove sanzioni; per non parlare delle centinaia di guerre minori dimenticate, anch’esse carburanti di crescenti migrazioni; la Turchia di Erdogan spaventa per la drastica limitazione dei diritti fondamentali e della separazione dei poteri.

E da noi? Da noi (per saldo) le cose vanno bene, anche se continuano a esserci partiti nazionali e movimenti locali che per anni sono cresciuti alimentando paure e sconforto nella popolazione all’insegna del motto ‘si stava meglio prima’. Non è che invece i tempi cambiano, perché in definitiva sono sempre cambiati? Negli ultimi anni di certo così è stato con – ne conveniamo – una decisa accelerazione rispetto al passato. Ma fermarci semplicemente a lagnarci è forse un rimedio?

A ben guardare, alcuni indizi ci dicono che ci troviamo alla vigilia di una nuova ripresa economica, il franco si è un po’ indebolito permettendo alla nostra economia di esportazione, che ha già fatto salti mortali per resistere, di tirare il fiato. La disoccupazione è moderata, i posti di lavoro – anche se va maggiormente arginato il fenomeno della sostituzione e dei salari al ribasso – non mancano.

Insomma, dobbiamo pur dircele di tanto in tanto queste cose, perché altrimenti dando retta a chi è per indole, o per calcolo politico, abituato a fare di ogni erba un fascio e a gufare semplicemente contro, finiamo per fare la fine degli autolesionisti.

Ecco, in tutta semplicità, fra le mille parole anche di circostanza che verranno pronunciate in questo Primo di agosto, crediamo valga la pena riunirci e saper apprezzare sino in fondo il bello del Paese nel quale viviamo e ciò che ci regala e unisce: innanzitutto la pace (che per taluni è già un sogno); poi servizi pubblici che funzionano, che significa avere uno Stato a disposizione dei cittadini e non di pochi privilegiati; poi ancora, la nostra democrazia diretta, che significa la possibilità per chiunque lo voglia, organizzandosi, di intervenire sulle regole del gioco e le scelte, senza aspettare che gli eletti lo facciano per noi; o la possibilità – come per esempio avviene in queste settimane – di dibattere pubblicamente sull’elezione di un consigliere federale ticinese, mettendo in risalto, senza venire censurati o senza dover temere conseguenze, pregi e difetti di una determinata opzione (quando si fa davvero l’interesse pubblico? O più in generale quale dev’essere il profondo significato di una nostra candidatura?); non da ultimo, avere cittadini che per la stragrande parte credono nello Stato, che significa che non si cerca, non appena se ne presenti l’occasione, di fregarlo; infine, avere la capacità di far convivere persone di culture, religioni e lingue diverse: e non diteci che questo piccolo (perché siamo in pochi) e grande (perché ce lo invidiano in tanti) costante miracolo si rinnova facilmente da secoli. No, per mantenerlo tale bisogna volerlo, ardentemente volerlo. La fiamma dei falò dice proprio questo.

29.7.2017, 08:352017-07-29 08:35:55
Aldo Bertagni @laRegione

Un’occasione da non perdere

La forza del federalismo elvetico sta anche, se non soprattutto, nel fatto che ha la stessa qualità del lievito madre: se ben coltivato, si autoalimenta. Non muore mai. Ce ne rendiamo...

La forza del federalismo elvetico sta anche, se non soprattutto, nel fatto che ha la stessa qualità del lievito madre: se ben coltivato, si autoalimenta. Non muore mai. Ce ne rendiamo conto periodicamente con le non poche occasioni di confronto (e perché no, scontro) dialettico sulle molteplici sfaccettature di questa realtà non solo geografica che chiamiamo “Svizzera”. In primo luogo quella politica, saldamente ancora rappresentata dai partiti nati nell’Ottocento e non è cosa da poco, ma non è nemmeno casuale. Anzi. Chi, come gli svizzeri, vive quotidianamente la “difficoltà” della convivenza fra lingue, culture e religioni differenti, più di altri forse comprende la necessità di ritrovarsi sotto comuni ombrelli riadattati volta per volta, ma comunque necessari per proteggerci anche… da noi stessi. Dalle rivendicazioni partigiane, dalle ambizioni di potenza di questa o quella regione sull’altra, dalla sopraffazione del più forte. Il che non vuol dire evitare completamente le ingiustizie sociali, le differenze di ceto e le disuguaglianze economiche, ma non così sfacciatamente come altrove anche – ma non solo – grazie a quella necessità di costante e delicato equilibrio che permette a tutta la casa di restare in piedi. Perché altrimenti, detta brutalmente, la Svizzera cesserebbe di esistere. O comunque sarebbe un’altra cosa.

Orbene, l’elezione di un consigliere federale non può allontanarsi da quanto sin qui affermato. Non può prescindere dagli equilibri complessi che tengono in piedi il nostro federalismo. E infatti ogni volta, a ogni elezione, tutto torna in gioco. Detta altrimenti, l’elezione dei “ministri” federali – che spetta alle Camere, guardacaso, e non al popolo – è un pezzo di “lievito madre” che permette al federalismo di rigenerarsi. Comunque vada. Non sono mancati gli esempi, in un passato recente. L’elezione di Eveline Widmer-Schlumpf, nel 2007, è certo stato il caso più clamoroso. Un’elezione – avvenuta contro la volontà del partito “avente diritto” in quel momento, l’Udc – che ha animato non solo il parlamento federale, ma l’intero Paese che si è interrogato sul peso prevalente della concordanza o della rappresentanza di una parte.

Se è vero tutto questo, se in effetti l’esercizio della democrazia è al contempo autoalimentazione, beh anche in questa circostanza – la probabile elezione di un consigliere federale della Svizzera italiana – si dovrebbe saper cogliere l’occasione, soprattutto in Ticino ma anche oltre Gottardo, per meglio comprendere cosa vuol dire tutto ciò. Per meglio capire, di qua come di là delle Alpi, che lo stato attuale del federalismo elvetico ha bisogno di rigenerarsi ripartendo dalle contraddizioni regionali e in particolare da quelle vissute nelle realtà periferiche. Prima che sia troppo tardi per l’intero Paese. Prima di abdicare al caos del populismo. Qui, come in tutta Europa.
Ma qui in particolare il federalismo sa offrire occasioni invidiabili di democrazia partecipata. Buttarle dalla finestra è un peccato mortale, anche per chi non ha fede.

28.7.2017, 08:352017-07-28 08:35:46
Matteo Caratti @laRegione

Verzasca, la cresta dell’onda

Continua a riscuotere interesse il filmato sulle pozze cristalline della Valle Verzasca – ‘un posto pazzesco a un’ora da Milano!’ divenuto virale da oltre una settimana. Filmato che è...

Continua a riscuotere interesse il filmato sulle pozze cristalline della Valle Verzasca – ‘un posto pazzesco a un’ora da Milano!’ divenuto virale da oltre una settimana. Filmato che è uno dei tanti della collezione che Marco Capedri, alias Capedit, ha postato sulla sua pagina Facebook, documentando i suoi viaggi e le sue proposte alla scoperta di varie bellezze sparse sul territorio italiano e non solo.

Considerato l’alto numero di visualizzazioni, fra le varie domande sorte in proposto, la prima riguarda i meccanismi della comunicazione attraverso i social. ‘Ma come? – si sono chiesti i critici –. Un signor nessuno fa un regalo che ogni operatore turistico si sogna quasi tutta una vita (ossia di essere preso d’assalto dai turisti senza spendere il becco di un quattrino), mentre chi è preposto professionalmente alla promozione turistica (e viene anche lautamente pagato con soldi pubblici) si fa bagnare il naso?’.
Insomma, se abbiamo paesaggi da favola da proporre, allora offriamoli attraverso le piattaforme comme il faut. Basta piangerci addosso dando la colpa una volta all’autostrada che fa scorrere come l’acqua del fiume turisti da una meta all’altra, senza riuscire a fermarne più di tanti qui; basta anche lamentarci puntando il dito contro la dannazione del franco forte; e via dicendo.

Sollecitato proprio su queste ‘nuove’ frontiere della promozione (persino a costo zero!), il nostro Mister turismo in settimana a più riprese ha detto che anche qui ci si sta muovendo ormai da qualche tempo oltre i canali classici (un invito ai giornalisti in cambio di un reportage), puntando ora anche su blogger, instagrammer o youtuber, i cosiddetti influencer. Su quest’ultimo fronte – aggiungiamo noi – si potrebbe aprire un capitolo per certi aspetti sorprendente. Sì, perché le nuove frontiere del marketing online stanno viepiù affidandosi a campagne che puntano sull’offerta di beni e servizi gratis a persone conosciute (star), ma ora anche a persone comuni, disponibili poi a condividere la loro esperienza sui social. In concreto? Di tutto e di più: ‘Vacanze e voli pagati – spiegava in settimana il CorSera – a un’unica condizione: raccontarli sui social; non conta il tuo numero di follower, ma essere originali’.

Quindi più che mai è la conoscenza delle nuove frontiere dei social e la capacità di essere speciali che conta e che può fare miracoli. Proprio come è successo col filmato sulla Verzasca invasa dai turisti. Filmato che è sbarcato persino sul canale della Bbc.
Ora, sarebbe sciocco se di fronte ai successi, come detto rincorsi da anni, si stesse qui a lanciarsi in rimproveri sui soldi spesi più o meno efficacemente nelle varie promozioni. Ora la priorità è un’altra. Ovvero: la gestione della maxi-affluenza in Valle, che si traduce in colonne di automobili, nella poca disponibilità di posteggi in loco, nel pericolo che comunque comporta il greto di un simile fiume da mai sottovalutare, oltre che la gestione dei rifiuti. Si tratta di emergenze da non trascurare e saper gestire, tenendo presente anche la sfida più alta, che è quella di mantenere quei luoghi al loro stato naturale. Non sottovalutando il fatto che il successo in un battibaleno può anche trasformarsi in un fallimento. Immaginatevi se, dopo tanta benvenuta pubblicità gratuita, i troppi occhi finiti sul nostro territorio cominciassero a registrare disservizi, aumenti di prezzo del tutto ingiustificati, rifiuti abbandonati e turisti delusi… Benvenuta fortuna: ora amministriamola con intelligenza!

27.7.2017, 08:452017-07-27 08:45:49
Marzio Mellini @laRegione

In arrivo una Carta etica

Una sentenza, anche parecchio dura, sulla quale hanno pesato evidentemente alcune aggravanti, una carriera sportiva in pericolo, quella di un giovane calciatore che due mesi fa fu protagonista...

Una sentenza, anche parecchio dura, sulla quale hanno pesato evidentemente alcune aggravanti, una carriera sportiva in pericolo, quella di un giovane calciatore che due mesi fa fu protagonista di un episodio grave, punito dalla commissione disciplinare dell’Asf con tre anni di squalifica. Posto che la parola fine sulla triste vicenda la metterà solo l’esito dell’eventuale ricorso al quale il ragazzo ha diritto (ma potrebbero anche esserci strascichi di ordine penale), la sentenza chiude idealmente una pagina triste di calcio regionale. Che con il calcio poco avrebbe poco a che spartire.

Se non fosse che sui campi non mancano episodi di violenza, sia essa fisica o verbale.
Allarmata da segnalazioni e casi disdicevoli, la Federazione ticinese ne è perfettamente conscia. Oltre ai campanelli d’allarme già fatti risuonare più volte, a seguito dei fatti di Losone dello scorso maggio, e di episodi precedenti simili, i dirigenti della Ftc hanno costituito una commissione incaricata proprio di studiare misure che contribuiscano a riportare un po’ di ordine e di serenità all’interno di un ambiente sportivo che ha anche importanti finalità educative, oltre a quelle sportive.

Tale commissione, attiva da qualche settimana, ha alle spalle già un paio di sedute. Ne fa parte Fulvio Brancardi, presidente della Ftc, il quale stila un primo parziale bilancio. «Con me ci sono anche altri due membri del comitato della Ftc: Silvano Beretta, responsabile della sezione tecnica, e Marco Baroni, responsabile degli impianti sportivi. Ne fanno parte anche un rappresentante degli allenatori, uno degli istruttori, e uno delle società. In un secondo tempo prevediamo di coinvolgere anche un rappresentante degli arbitri. Il primo obiettivo della commissione è fare una selezione di tutte le proposte che ci sono giunte sul tavolo, dopo i noti fatti di Losone. Si tratta di vedere cosa si può mettere in campo subito, e cosa va invece impostato a medio termine».

L’intenzione è di proporre già qualcosa di concreto entro l’inizio della stagione. «Ci siamo chinati sulle sanzioni e sulle multe. Esiste un prontuario, lo stiamo rivedendo. A metà agosto, in occasione della prossima seduta di comitato, verrà messo in funzione. Contiene sanzioni più pesante e multe più onerose. Certi comportamenti vanno puniti più severamente. Non tutti, sia chiaro: solo quelli più gravi».

Interessante anche l’idea di una Carta etica. «Una delle idee che si potrebbero concretizzare in tempi brevi è proprio una sorta di Carta etica. Un formulario che ogni membro di una società – sia esso giocatore, dirigente o allenatore – sarà tenuto a sottoscrivere, impegnandosi a rispettare la serie di norme di comportamento che tale documento conterrà. Alcune società ne hanno già una, ma l’idea è di estendere il principio a tutti. Vi sarebbero anche contenuti alcune sanzioni, che le società stesse sarebbero invitate ad adottare nei confronti di chi si macchia di determinati comportamenti. A volte questo già succede, ma raramente. Qualche club già lo fa. In occasioni di problemi gravi ha allontanato l’allenatore o il calciatore di turno, ma i margini sono notevoli».


L’apporto delle società
Questi sono progetti che la commissione della Ftc può introdurre a corto termine. A medio termine, però, il discorso si complica, anche se sul tavolo qualche idea c’è. «Al vaglio c’è il progetto di una campagna mediatica. Ha però dei costi, e andrebbe autofinanziata, visto che la Ftc non ha i mezzi per sostenerla. Ci stiamo ragionando, appoggiandoci a persone interessate a sviluppare questo progetto».

Quelli della Ftc sono tentativi lodevoli, ma dalla collaborazione delle società non si prescinde. Biancardi ne è consapevole. E rilancia. «L’episodio di Losone ha contribuito a sensibilizzare un po’ di più club e dirigenti. Ci aspettiamo che siano loro a dare un fattivo contributo alla causa del rispetto e della non violenza. Come Ftc non possiamo arrivare dappertutto. Non ne abbiamo i mezzi, né finanziari né di persone che possano occuparsi a fondo della questione e tenere tutto sotto controllo. È dalle società che deve partire un messaggio forte. Va però detto che i club, al di là della difficoltà di ordine economico che riguardano un po’ tutti, devono fare fronte anche a difficoltà oggettive, come il reperimento di allenatori e collaboratori motivati. Non è scontato trovarne, ed è ancor meno scontato trovare dei profili impeccabili, inappuntabili del punto di vista educativo. È dura per tutti, benché la federazione faccia il possibile in tal senso, attraverso corsi di formazione e di aggiornamento, nei quali su questi temi delicati si insiste parecchio. Fino a un certo punto arriviamo, poi però più in là per noi diventa difficile».

27.7.2017, 08:352017-07-27 08:35:47
Matteo Caratti @laRegione

Le rondini e la spesa di Doris Leuthard

La spesa in Patria o oltre confine continua a far discutere e a dividere. A riportare la questione alla ribalta è stata la pubblica denuncia – documentata anche da una foto...

La spesa in Patria o oltre confine continua a far discutere e a dividere. A riportare la questione alla ribalta è stata la pubblica denuncia – documentata anche da una foto scattata in un negozio di Maccagno – della presidente della Confederazione, Doris Leuthard, intenta a fare la spesa sulle sponde del Verbano. Foto che qualche giorno dopo, dal portale ‘Giornale del Ticino’, è rimbalzata oltre Gottardo su ‘Le Matin’ e l’‘AargauerZeitung’. L’eco è stata tale che il Datec ha dovuto prendere posizione e ammettere: ‘Beh, sì, è vero, la Presidente ha fatto acquisti a Maccagno, mentre si trovava a trascorrere le vacanze nel comune del Gambarogno’. Probabilmente, se la ministra avesse saputo in che putiferio si sarebbe cacciata, avrebbe optato per qualche supermercato del Locarnese. Ma, ci chiediamo, non poteva immaginarselo, visto che la scottante questione è persino finita fra i temi di dibattito sotto la cupola federale?

Chi tende ad assolvere la ministra è pronto a dire ‘ein mal ist kein mal’ (ossia una volta non fa stato) sempre che la spesetta rimanga davvero un’eccezione. Questo per dire che va fatta una distinzione fondamentale fra chi qui vive e va sistematicamente a fare la spesa oltre ‘ramina’ e chi lo fa di rado, o in modo mirato su prodotti molto particolari che qui non si trovano. È evidente che chi qui guadagna e lavora dovrebbe anche chiedersi quali effetti generano alla lunga tali comportamenti sul tessuto economico. Esportare sistematicamente denaro nella zona di confine col turismo degli acquisti – la cifra ammonta ad almeno 500 milioni di franchi annui – danneggia a lungo andare l’economia ticinese! Non bisogna essere maghi dell’economia per capirlo.

Come detto, anche la Berna federale sembra finalmente averlo recepito. Al punto tale che il ministro Schneider-Ammann ha detto che il Consiglio federale presenterà una strategia per frenare il turismo degli acquisti. Come? Attraverso misure mirate per spingere i prezzi svizzeri al ribasso, creando condizioni quadro più favorevoli. A questa rondine bernese, che speriamo possa fare primavera, se ne è poi aggiunta un’altra, grazie al dibattito lanciato dal senatore Udc Hösli, pure lui preoccupato per il crescente andirivieni degli acquisti. Hösli ha recentemente chiesto di ridurre il limite di franchigia da 300 a 50 franchi per l’importazione di merci esenti da Iva. Una buona idea.

Dulcis in fundo, a riprova che il tema è particolarmente sensibile, a Bellinzona è stata depositata in settimana una mozione in Consiglio comunale (firmata da alcuni esponenti verdi e di sinistra), che propone di pagare il 10% dei gettoni di presenza e delle indennità per le sedute di commissione con buoni acquisto da spendere nei commerci ticinesi. Lo scopo è chiaramente comprensibile già solo prendendo atto del suo titolo: ‘Diamo il buon esempio per favorire il commercio locale’.

Beh, quel buon esempio che, se viene da un consigliere comunale… è allora a maggior ragione più che opportuno che venga dalla presidente della Confederazione!

26.7.2017, 07:352017-07-26 07:35:00
Daniela Carugati @laRegione

Di rapine, valichi e barriere

Il Mendrisiotto ha capito, ormai, da tempo di non essere più un’isola felice. In tutta onestà, c’è da chiedersi se lo sia mai stato. Se sia mai stato immune dalla piccola e grande...

Il Mendrisiotto ha capito, ormai, da tempo di non essere più un’isola felice. In tutta onestà, c’è da chiedersi se lo sia mai stato. Se sia mai stato immune dalla piccola e grande criminalità di una realtà di frontiera. A volte, infatti, la memoria sembra fare brutti scherzi, e rimuove che già in passato – pensiamo agli anni Ottanta –, dalle parti della ramina si consumavano delle rapinacce; e a imperversare erano bande anche feroci. Eppure oggi ogniqualvolta risuona una sirena e il tam tam informa che si è messo a segno un ‘colpo’, un altro, magari ai danni di un benzinaio – i più bersagliati –, si trasalisce. E così inizia la conta. E riparte la polemica (anche politica). In questi primi (quasi) sette mesi dell’anno la contabilità ha toccato quota 9. Nel distretto si sono fatte nove rapine, per la maggior parte in stazioni di servizio. Anche se la statistica segnala pure una abitazione (a Vacallo) e un ufficio cambi (a Novazzano). Non poche, certo, in sette mesi o giù di lì.

Nel 2016, archiviata l’annata, tra Basso e Alto Mendrisiotto si erano registrati in totale 15 assalti, sei dei quali a mano armata. Un numero comunque inferiore a quello del 2015, ma soprattutto al periodo rovente del 2011 (con 27 rapine) o ancora del 2014 (con 30). Per tirare le somme, quindi, è ancora presto. Non è detto, insomma, che questo inizio d’anno sia il sintomo di una nuova recrudescenza della criminalità. È indubbio, però, che nel tempo la resistenza della popolazione si sia fiaccata. E che la percezione della sicurezza sia, a tratti, risultata inversamente proporzionale alla reale situazione e ai dati di polizia. Di conseguenza ci si blinda; si invoca una maggiore presenza delle forze dell’ordine (agenti di polizia e guardie di confine) e si raccolgono firme per far chiudere i valichi, almeno la notte. Perorata la causa a Palazzo federale, la mobilitazione, in effetti, ha centrato l’obiettivo: da aprile (e per sei mesi) in tre valichi minori – a Novazzano-Marcetto, Pedrinate e Ponte Cremenaga –, dalle 23 alle 5 del mattino si sta sperimentando lo sbarramento. Con lo strascico di lamentele (anche veementi) da parte di chi sta dall’altra parte della dogana. Funzionerà la misura? Lo si saprà a ottobre. Al momento, la chiusura non sembra aver fermato tutti i banditi (non a inizio luglio e di pomeriggio a Ponte Cremenaga).

L’impressione è che aver abbassato quelle tre barriere abbia solo permesso di alzare un pezzo di muro psicologico contro i malviventi. Lo stesso muro che si tende a costruire quando si tratta di migranti. Salvo poi ritrovarsi nella necessità di cercare di leggere la realtà per quella che è e non, a volte, con gli occhiali dell’opportunismo politico. Ancora una volta vivere sul confine può avere un prezzo sociale.

Messi a tu per tu con la criminalità, a pagare un costo salato, adesso come in passato, sono di fatto i benzinai (e con loro le commesse dei chioschi), finiti più di altri nel mirino dei rapinatori. In genere per il solo fatto di trovarsi, letteralmente, a pochi passi da un valico discosto. La loro vulnerabilità è evidente. Sebbene, dopo l’ondata del 2011 e la campagna di sensibilizzazione delle autorità, ai distributori ci si sia adeguati (prendendo delle contromisure), il rischio di essere ripuliti (anche ripetutamente, come è accaduto all’ultimo a Ligornetto) resta alto. Il punto, come constata la polizia, è che si ha a che fare con professionisti del settore; spesso e volentieri pendolari del ‘colpo’. Gente del mestiere che può agire in banda organizzata. E in questo caso è arduo individuare un antidoto. Non rimane che lavorare di ‘intelligence’, render loro la vita difficile e soprattutto acciuffarli.

25.7.2017, 08:152017-07-25 08:15:00
Matteo Caratti @laRegione

Valori da lucidare

Di tanto in tanto vale la pena ridircelo: ‘Evviva la democrazia!’. Già, perché anche da noi non mancano gli ignoranti che al primo problema irrisolto si dicono certi che… ‘ah se ci fosse un uomo forte...

Di tanto in tanto vale la pena ridircelo: ‘Evviva la democrazia!’. Già, perché anche da noi non mancano gli ignoranti che al primo problema irrisolto si dicono certi che… ‘ah se ci fosse un uomo forte certe cose andrebbero altrimenti’. Ci penserebbe lui a fare ordine e via discorrendo. Diciamoci quindi che la democrazia e la separazione dei poteri sono valori altissimi che vanno difesi senza tentennamenti, giorno per giorno.

Ascoltando le notizie di questi giorni, provenienti da Polonia e Turchia, qualche brivido lo si avverte. Per fortuna a Varsavia il presidente Andrzej Duda ha per ora bloccato una riforma appena benedetta dal senato, che mina proprio al cuore la separazione dei poteri. La riforma attribuisce infatti al governo il controllo della Corte suprema e del sistema giudiziario, limitando l’autonomia dei giudici. Fa male – e risulta oltremodo incomprensibile – che a questo si sia giunti proprio in un Paese che per anni ha conosciuto la morsa del comunismo sovietico. In certi Paesi (pensiamo all’Italia) proprio l’esperienza della dittatura è stata talmente marcante che quando alla fine della Seconda guerra mondiale la popolazione ha spedito a casa i Savoia ha scelto la forma repubblicana, istituendo un sistema democratico tutto sommato forte perché debole. Nel senso che il parlamento, col voto di sfiducia, memore della brutta parentesi del cavalier Benito, ha introdotto in ogni momento la facoltà di destituire l’esecutivo. Non per nulla (anche per questo) i governi italiani hanno vita breve. Lunga vita quindi alla separazione dei poteri che permette a ciascuno di controllare l’altro nel rispetto delle reciproche prerogative. Di controllarlo e non di primeggiare o peggio ancora di sottometterlo.

E da Varsavia andiamo ad Ankara. A destare ancora più gravi preoccupazioni da oltre un anno è infatti la Turchia degli arresti di massa e delle purghe in vari ambiti sospetti al regime. Si parla di ben 50mila arresti. Emblematici il botta e risposta della scorsa settimana fra Berlino e la capitale turca, l’imprigionamento dei difensori dei diritti umani e, non da ultimo, quello dei giornalisti di testate critiche che ancora osano. Ancora una volta siamo al drammatico annullamento del principio della separazione dei poteri, a maggior ragione dopo le riforme fatte adottare da Erdogan, perché quello che vuole e dice il presidente è legge. Mentre promulgare le leggi deve rimanere prerogativa del parlamento. E perché tutto quello che desidera il presidente equivale a una sentenza, ma le sentenze le pronunciano i tribunali. Come ha scritto sulle nostre colonne il responsabile di Amnesty difendere i diritti umani in Turchia è diventato reato. Tragico e triste.

Rendiamoci conto che questi fatti di cronaca e relative discese agli inferi dei sistemi politici vigenti avvengono non così lontano dalle nostre fron­tiere. Ecco perché vale la pena rilucidare il valore e le opportunità che ci offre una democrazia matura come la nostra. Materia non solo per il Primo agosto.