Ilcommento

Ieri, 08:052017-04-29 08:05:00
Marzio Mellini @laRegione

La passione che permea l’aria fresca

Saranno i risultati, alla resa dei conti, a decretare il successo della scelta di puntare su Luca Cereda, promosso al timone del nuovo corso dell’Ambrì Piotta. È inevitabile,...

Saranno i risultati, alla resa dei conti, a decretare il successo della scelta di puntare su Luca Cereda, promosso al timone del nuovo corso dell’Ambrì Piotta. È inevitabile, giacché di sport professionistico si parla pur sempre.

Siccome un drastico cambio di strategia e di orientamento societario, come quello intervenuto in casa biancoblù e concretizzatosi con l’insediamento del nuovo “head coach” a fianco dell’amico Paolo Duca (ds), non presuppongono l’immediato conseguimento degli stessi risultati, non si può non rilevare come detta scelta – formatore, giovane, ticinese, biancoblù – sia decisamente condivisibile.

Forse anche logica, alla luce proprio della nomina di Duca a direttore sportiva. Di certo ben ponderata (oltre che simpatica), e figlia di una riflessione che si inserisce in un ragionamento ad ampio spettro, che ha chiamato in causa il recente passato, la gestione stessa della società, con particolare riferimento alla prima squadra, il fiore all’occhiello un po’ appassito, al quale si vuole restituire un po’ di quello splendore venuto meno nelle scorse stagioni, per lo più segnate dai patemi e dall’ansia.

La svolta c’è, ed è inequivocabile, oltre che auspicabile. Paolo Duca prima, Luca Cereda poi (la via tracciata è questa, ed è ben segnalata), nel solco di una strategia votata all’identità di un club che vuole riannodare il filo del discorso con una storia lunga e meravigliosa. Una tradizione che la proprietà ha accettato di rinverdire, affidandosi a una direzione sportiva più “nostrana”, maggiormente in linea con il nuovo credo, e con la volontà di restituire un’identità biancoblù a un club che sulle tonalità biancoblù ha edificato una leggenda. In attesa di costruire la casa che ne ospiterà le gesta del futuro, ma è storia di domani.

Oggi convince che alla base del processo identitario avviato vi sia l’assunzione di responsabilità da parte di chi la strada sembrava aver smarrito, virando in direzione di una filosofia che non ha dato i frutti sperati. Al contrario, ha ampliato la distanza tra la società e il territorio in cui questa si è sempre identificata, mortificandone un po’ il passato e impoverendone anche i contenuti tecnico-sportivi. Prova ne siano gli stenti delle ultime stagioni, nonostante notevoli sforzi, anche e soprattutto finanziari. Necessari per stare al passo, tuttavia non paganti in termini di risultati.

Risorse nostrane

Filippo Lombardi, a nome di un Cda con cui divide il peso della responsabilità, non ha esitato ad ammettere di aver sbagliato strategia. Se ne è assunto il peso, e ha deciso di cambiare. Non una semplice ripartenza, quella dell’Ambrì, bensì una svolta vera e propria. Con sé porta, finalmente, la consapevolezza che era davvero il momento di intervenire e, soprattutto, che in Ticino ci sono risorse importanti, prodotto del movimento hockeistico regionale. Non sfruttarle, avrebbe significato ignorare quanto il territorio ha da offrire, in termini di competenze specifiche, di esperienza, di leadership. Avrebbe significato volgere lo sguardo altrove, una volta di più, alla ricerca di chissà quali soluzioni. Trascurando quanto già abbiamo in casa, talento e pregio da valorizzare.
Ben fatto, vecchio Ambrì. Quanto ai risultati, tempo al tempo. Arriveranno, se coerenza e pazienza accompagneranno l’entusiasmo del momento.

Nel frattempo, si goda – tutti – dei benefici di una brezza tonificante. Aria pulita. Unita alla passione che la permea, non può che fare bene.

Ieri, 07:252017-04-29 07:25:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Per ‘normalizzare’ di tempo ce n’è

La Banca centrale europea e la Banca nazionale svizzera continuano a ribadire che la politica monetaria rimarrà accomodante ed espansiva ancora a lungo. Il Quantitative...

La Banca centrale europea e la Banca nazionale svizzera continuano a ribadire che la politica monetaria rimarrà accomodante ed espansiva ancora a lungo. Il Quantitative easing all’europea (acquisti sì di titolo di debito pubblico e privato, ma solo sul mercato secondario), stando a Mario Draghi, non verrà allentato nemmeno nei prossimi mesi nonostante il miglioramento della situazione economica nell’eurozona e il ritorno a un seppur timido rialzo dei prezzi. Il presidente della direzione generale della Banca nazionale svizzera, Thomas Jordan, da parte sua, ha affermato ancora ieri che si è pronti in ogni momento ad abbassare ulteriormente i tassi d’interesse sul franco, già negativi (-0,75%) da più di due anni. Dall’altra parte dell’Atlantico la Federal Reserve ha incominciato a stringere i cordoni della politica monetaria avendo già alzato in tre riprese negli ultimi quindici mesi i tassi guida sul dollaro. L’approccio delle due principali istituzioni monetarie mondiali è quindi divergente.

Ma il tempo del denaro a costo zero dovrebbe finire se non presto, almeno entro i prossimi 12-18 mesi una volta archiviate le delicate elezioni politiche in tre Paesi chiave europei (Francia, Germania e Italia). A suggerirlo sono la ripresa dell’economia europea, ancorché tuttora asfittica, e il fatto che le pressioni e aspettative inflazionistiche sono generalmente in aumento in tutto il mondo occidentale. Insistere con politiche estremamente accomodanti in una situazione congiunturale simile potrebbe far sfuggire di mano il controllo del livello dei prezzi che potrebbe andare ben al di là del 2% auspicato da più parti. Ricordiamo che un’inflazione moderata è benzina benefica per le dinamiche economiche. Un eccesso potrebbe invece scatenare una fiammata estemporanea che contribuirebbe a bruciare risparmi e redditi da lavoro (la famosa ‘tassa sulla povertà’).

Il ciclo di rialzi inaugurato dalla Federal Reserve statunitense, quindi, non rimarrà senza emuli per non rischiare – nel complesso gioco a scacchi tra banche centrali – di restare ‘dietro la curva’ e continuare a tallonare a giusta distanza le mosse di chi precede.
Le presidenziali francesi e ancor più l’esito delle elezioni politiche italiane (quelle tedesche da questo punto di vista sono molto più scontate), nel caso si risolvessero con la vittoria di candidati ‘moderati’, segneranno la svolta della politica monetaria verso un processo di normalizzazione. La funzione di supplenza esercitata dalle banche centrali da ormai quasi dieci anni, dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008, potrebbe dirsi conclusa.

Dubbi permangono sugli effetti che tale politica potrebbe avere sul debito pubblico dei Paesi ‘poco virtuosi’ dell’eurozona. Un aumento repentino dei tassi d’interesse e un cosiddetto ‘taper tantrum’ (crollo dei valori delle obbligazioni pubbliche e conseguente fuga degli investitori a seguito dell’allentamento del Quantitative easing) potrebbero risultare fatali a molti governi riaccendendo la spirale populista che si credeva domata. Ma questa è musica del futuro.

28.4.2017, 08:252017-04-28 08:25:00
Paolo Ascierto @laRegione

Negozi e negoziati

Quando domani la signora Gianna potrà andare per negozi una mezz’ora in più, il signor Carlo, suo marito, dovrà ringraziare o prendersela soprattutto con la politica.

Lo stesso vale per Franco,...

Quando domani la signora Gianna potrà andare per negozi una mezz’ora in più, il signor Carlo, suo marito, dovrà ringraziare o prendersela soprattutto con la politica.

Lo stesso vale per Franco, che fa il commesso e rimarrà trenta minuti in più dietro il bancone, potendo però finalmente contare su un Contratto collettivo di lavoro che lo tutela. Dovrà ringraziare o prendersela soprattutto con la politica. Perché la nuova Legge sull’apertura dei negozi e il Contratto che la accompagna – e di cui riferiamo oggi a pagina 3 – sono figli di una decisione voluta con forza dalla maggioranza del Gran Consiglio. Figli un po’ illegittimi, a dirla tutta: l’impianto sul quale si basa la normativa – ossia l’accompagnare l’estensione degli orari all’esistenza di un Ccl di obbligatorietà generale – rappresenta una forzatura dal profilo giuridico. Una forzatura che rischierebbe di venir cassata da un qualche ricorso. Tant’è. La via scelta per sbloccare un dossier rimasto incagliato per una ventina d’anni tra veti incrociati e ‘no’ popolari non è certo la migliore, ma forse l’unica percorribile. Grazie alla quale è stato possibile mettere d’accordo rappresentanti dei datori di lavoro e dei salariati: parti impegnatesi a fondo negli ultimi mesi a tradurre in realtà quanto votato dai cittadini, sotto l’egida del Dipartimento finanze ed economia di Christian Vitta. Tutto bene quindi quello che finisce bene? Sì e no.

Comunque vada, il contratto collettivo sottoscritto da padronato e sindacati – senza, va sottolineato, l’assenso di Unia – verrà verosimilmente dichiarato di obbligatorietà generale e sarà realtà per almeno quattro anni. Una base importante e sulla quale si spera il partenariato sociale edificherà un settore del commercio più solido. Bene anche perché questo settore, in difficoltà poiché costretto oramai da anni a confrontarsi con un’agguerrita concorrenza in rete e oltre confine, riceverà un po’ di ossigeno: i nuovi orari e, soprattutto, un quadro legale chiaro e non più basato su continue deroghe permetteranno ai commercianti di pianificare meglio la propria attività. Troppo poco per alleggerire del tutto il peso del franco forte, ma pur sempre qualcosa.

Non convincono per contro alcuni contenuti del Contratto collettivo. Cominciando dai salari minimi: tremiladuecento franchi al mese è una somma che non permette di vivere in Ticino. Poi vero: si tratta di una cifra superiore di duecento franchi a quanto corrisposto nei piccoli negozi per i quali è attualmente in vigore un Contratto normale di lavoro. E vero anche che nella grande distribuzione le condizioni contrattuali sono – e si spera continueranno a essere – di gran lunga migliori a quelle pattuite tra le parti sociali. Quando in futuro si tornerà forse al tavolo delle trattative, la ‘variante salario’ andrà tuttavia ricalibrata. Preoccupa infine che per raggiungere risultati la politica cantonale si spinga sempre più ai limiti della legge. Amnistia fiscale cantonale, tassa di collegamento, casellario giudiziale, blocco dei ristorni, legge artigiani e così via: esempi molto ticinesi e poco svizzeri. E che, a conti fatti, rischiano di costar caro alla voce ‘credibilità’. Prima o poi anche la signora Gianna, il signor Carlo e Franco potrebbero accorgersene.

28.4.2017, 07:552017-04-28 07:55:00
Aldo Bertagni @laRegione

Politicizzati a loro insaputa

C’è un dato, fra i tanti presentati recentemente dall’Osservatorio della vita politica regionale (Ovpr) sulle elezioni politiche ticinesi 2015, che ci fa riflettere. Quello sulla scheda...

C’è un dato, fra i tanti presentati recentemente dall’Osservatorio della vita politica regionale (Ovpr) sulle elezioni politiche ticinesi 2015, che ci fa riflettere. Quello sulla scheda senza intestazione di partito. Se considerata una lista a tutti gli effetti, stiamo parlando della terza più votata in Ticino due anni fa. Ma c’è appunto il se. Perché in realtà – contrariamente a quanto ritiene chi la vota – lista indipendente non è: i voti personali lì espressi, infatti, partecipano al “bottino” sì dei singoli candidati scelti, ma anche dei partiti che li presentano. Chi vota la lista non intestata ed esprime preferenze per dieci candidati di almeno quattro partiti, per dire, finisce col dare un pezzettino di voto a ben quattro liste invece che a una sola. Paradossalmente, la crocetta espressa sui candidati della lista senza intestazione di partito può trasformarsi nella più politica di tutte.

La premessa è necessaria perché abbiamo la sensazione che quanto detto sopra non sia affatto chiaro agli elettori. Anzi, più che una sensazione è una certezza data l’analisi dell’Ovpr secondo cui chi sceglie la scheda non intestata dichiara uno scarso interesse nella politica cantonale, debole discussione sui temi politici, nessun impegno militante e non si situa nella scala sinistra-destra. In sintesi “esprime un generico sentimento antipartitico”. Non solo. Sempre costoro – che nel 2015 hanno scelto la scheda senza logo di partito – hanno un giudizio negativo sulla situazione economica personale e su quella ticinese. Sono insoddisfatti. C’è molta somiglianza, dicono ancora i ricercatori, con il profilo di chi invece si astiene.

Riassumendo. La lista senza intestazione di partito è un “artificio” tecnico voluto per aumentare la partecipazione ma che di fatto premia – può premiare – diverse liste (un tot di queste preferenze, infatti, corrisponde a una scheda di partito tanto quanto quelle riportate nella lista intestata o grazie al panachage), ma chi ne fa uso è convinto del contrario. Di più. Non vuole proprio aver a che fare coi partiti ticinesi e però, suo malgrado, partecipa alla crescita dei medesimi.

Tutta colpa, si dirà, della personalizzazione della politica che non per forza è una brutta cosa. Anzi. Coltivare un rapporto diretto coi singoli candidati, a prescindere dalla loro appartenenza politica, è giusto e democraticamente auspicabile. E però, a nostro giudizio, lo è altrettanto comprendere cosa c’è “dietro” il candidato; quali ideali, progetti, sogni e speranze coltiva la collettività (il partito?) che lo propone e lo sostiene. La politica serve anche a questo; a sigillare un patto fra molti e diversi ma con esigenze simili, magari anche solo contingenti. Ma tant’è.

La conclusione, volendone tirare una? L’esercizio dei diritti politici dovrebbe essere sempre garantito in modo chiaro e semplice. Tecnicamente non si può dire il contrario per il Canton Ticino, perché la legge non premia l’ignoranza. Già. Un bell’alibi, in ogni caso, per tutti coloro – i partiti in forte crisi d’identità – che hanno interesse a mantenere le cose come stanno.

27.4.2017, 08:152017-04-27 08:15:00
Matteo Caratti @laRegione

Facebook a quando una bella causa?

Era appena successo pochi giorni fa e, purtroppo, è nuovamente accaduto (cfr. servizio a...

Era appena successo pochi giorni fa e, purtroppo, è nuovamente accaduto (cfr. servizio a pagina 3). L’altra settimana – ricorderete – aveva fatto scalpore la notizia di un uomo che negli Usa aveva assassinato un anziano e – utilizzando la funzione ‘live’ – aveva mandato in onda l’esecuzione su Facebook, rivelando in rete che aveva già compiuto altri e altrettanto orrendi delitti. Martedì, sempre che si possa fare una classifica degli atti più ripugnanti, è successo di peggio. A farne le spese è stata una bimba di 11 mesi, impiccata dal padre, che ha filmato la scena e l’ha trasmessa in presa diretta utilizzando sempre la stessa funzione offerta dal noto social. Come spesso accade, in casi del genere l’omicida si è poi suicidato. Drammi della vita, questi, che siamo purtroppo abituati a registrare.
Ma, da qualche tempo, coi social che invadono la nostra vita, anche l’orrore e la follia possono arrivare direttamente in casa, sul desk o in tasca sul telefonino. Scopriamo anche che le immagini vere di un’esecuzione (persino dell’impiccagione di una bimbetta!) per restare all’ultimo scioccante caso, vengono viste e persino condivise da centinaia di migliaia di utenti. E potrebbero anche diventare molte di più, se i gestori del social ad un certo punto (comunque e sempre con enorme ritardo), non corressero ai ripari ‘rimuovendo’ il filmato.

Che dire? Beh, che gli spazi di libertà, come rivendicati fin dalla sua nascita dalla rete, stanno ponendo pressanti interrogativi sui limiti. Perché, come del resto avviene nel mondo reale, retto da diritti, doveri e libertà, ad un certo punto ogni comunità – questione anche solo di ‘semplice’ civiltà – deve dotarsi di regole del vivere comune. In caso contrario, a dettar legge è – scusate il bisticcio – la legge del più forte (in casu del più folle).

In questo senso si stanno avanzando sempre più interrogativi sul fatto che questo mondo virtuale, nel quale siamo sempre più immersi, debba essere pure lui finalmente regolato dagli stati nazione. L’overdose di libertà si fa presto anarchia, o peggio caos. Giungla. Una giungla dentro la quale ciascuno fa quello che vuole e dove la follia ha pari diritto di cittadinanza della normalità.

Spiace che siano casi così atroci a spingerci a porre ancora una volta l’interrogativo dell’impellenza di fissare delle regole. Ma, pensiamoci bene, facendo un esempio fors’anche banale: perché Facebook permette che si pubblichi liberamente il filmato di un’impiccagione/esecuzione di una bimba di pochi mesi, mentre il sito di una testata giornalistica non lo farebbe mai? Anzi, un mass media si pone pure la domanda se pubblicare o meno le notizie dei suicidi, per evitare l’effetto emulazione! Se una testata tradizionale si comportasse come Facebook ci sarebbe un’insurrezione da parte dei suoi lettori/utenti, pronti a condannare quella scelta perché orribile e dettata dalla sola esigenza di generare traffico! Interverrebbero poi anche i magistrati (art. 135 Cps)! Se lo fa Facebook invece fa molto meno effetto.

Va detto che il noto social sta valutando come correre ai ripari. Operazione impossibile, se si continua a offrire un palco ‘life’ a chiunque lo desideri, senza nemmeno sapere che cosa andrà in onda! Riflessione che, fra l’altro, il social sta anche facendo con le famigerate fakenews, cercando di elaborare l’ennesimo algoritmo. Ammesso che per l’etica – quella con la E maiuscola dalla quale non si può prescindere – ne esista uno. Riprendendo un fortunato slogan politico francese: ‘Indignez-vous’. A quando una bella causa plurimiliardaria per fermare la barbarie virtuale? Forse, quella li obbligherà finalmente a riflettere sul serio!

26.4.2017, 08:372017-04-26 08:37:38
Matteo Caratti @laRegione

Internet delle cose, occhio alla nostra sicurezza!

Melani, una sigla che abbiamo ormai imparato a conoscere. È la centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione. Ebbene,...

Melani, una sigla che abbiamo ormai imparato a conoscere. È la centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione. Ebbene, Melani ha recentemente lanciato un appello che vale la pena ascoltare: cari svizzeri, attenzione al fatto che sempre più oggetti e apparecchiature sono connessi alla rete, senza che i produttori e anche gli utilizzatori (cioè voi e noi) si preoccupino dell’aspetto della sicurezza. All’appello segue poi una serie di consigli per garantire la sicurezza dell’internet delle cose. Leggere per credere. I dati di progressione di tali apparecchi online che usiamo abitualmente sono impressionanti. Dagli oltre sei miliardi nel 2016 si stima che nel 2020 potrebbero lievitare a oltre 20. Di che cosa si tratta? Di tutto e di più, basta guardarci attorno. Melani menziona i dispositivi cosiddetti ‘wearable’ (ovvero indossabili) – come smartwatch e fitness tracker – o veicoli senza conducente, così come i sistemi di controllo di grandi edifici. Eccetera. Di solito noi vediamo in questa nuova e crescente dimensione una grossa opportunità: basti pensare alla facilità con la quale chiediamo, per esempio a Siri (il programma dotato di intelligenza artificiale del nostro telefonino) informazioni. O, altro esempio, alla velocità con la quale si possono passare informazioni fra social. Del resto, sempre con una certa insostenibile leggerezza, comunichiamo dati anche riservati senza porci tante domande sulla protezione della nostra privacy. Ma tutto ciò – avverte sempre Melani – presenta rischi, in particolare di abusi da parte di hacker. I furbi dentro il pollaio globale. Tutti sanno che un computer fisso o uno smartphone devono essere aggiornati, ma quasi nessuno pensa – ecco la novità molto invasiva – che lo si debba fare anche per un interruttore intelligente o un frigorifero. Sì, perché fra poco non avremo più scelta: dovremo acquistare anche frigoriferi intelligenti. Frigoriferi capaci di individuare cosa abbiamo acquistato, cosa è meglio comperare in base ai nostri gusti. Tutto qui? Nossignori, perché la nuova dimensione sarà – tenetevi forte – che il frigo potrà raccogliere informazioni sulle nostre abitudini alimentari e sarà in grado di comunicarle a banche dati. Quale il passo ulteriore? Che quei dati preziosi sulle nostre abitudini alimentari potrebbero essere sfruttati commercialmente. Ma non solo: potrebbero anche essere ritenuti particolarmente interessanti dalla nostra cassa malati. Sapere cosa mangiamo, se prodotti sani o grassi e in che quantità, è molto interessante. Non è indifferente poter sapere anche a che ora apriamo il frigo. Se durante le ore canoniche dei pasti o anche la sera tardi! Ben vengano dunque le raccomandazioni di Melani, che ci avverte: okkio, tutte queste apparecchiature devono essere protette con password individuali o avere un accesso limitato ed essere regolarmente aggiornate.

Ma questo, pensiamoci bene, è il minimo. Ciò che più deve preoccupare è che noi cittadini e consumatori non possiamo scegliere. L’evoluzione è e sarà tale che saremo tutti dotati di frigoriferi e forni intelligenti. Un pochino potremo resistere, ma poi l’internet delle cose avrà il sopravvento. Dobbiamo dunque maturare la consapevolezza che i nostri dati sono oro per noi e per chi li vuole sfruttare. Per ora li stiamo semplicemente e inconsapevolmente regalando! A quelli di Melani, vogliamo porre una contro-domanda: grazie per gli appelli, ma a quando il consiglio che nasca una figura professionale che aiuti l’individuo disorientato a riorientarsi in tutto questo? Che ne so? Un informatico capace di tener d’occhio la nostra sicurezza? Perché, diciamocelo, saremo pure degli smanettatori digitali, chi più chi meno, ma come fare a tenere il passo di fronte a così tanta invasività?

25.4.2017, 10:352017-04-25 10:35:00
Erminio Ferrari @laRegione

Troppa grazia M. Macron

C’è qualcosa che non convince nel sollievo generale prodotto dall’affermazione di Emmanuel Macron al primo turno delle presidenziali francesi, davanti a una Marine Le Pen che ha comunque...

C’è qualcosa che non convince nel sollievo generale prodotto dall’affermazione di Emmanuel Macron al primo turno delle presidenziali francesi, davanti a una Marine Le Pen che ha comunque condotto il Front National a un risultato storico.
Lo “scampato pericolo” di cui tanto si scrive e si parla emana infatti uno sgradevole odore di autoassoluzione o di certificato di rinnovata fiducia per le élite che, al contrario, non possono chiamarsi fuori dal disastro in cui versano le democrazie europee e quell’Europa che dovrebbe esprimerne la sintesi nobile (e basterebbe il ridimensionamento dei gaullisti e dei socialisti a confermarlo).

È bene, naturalmente, che Marine Le Pen li abbia (quasi) tutti contro al turno di ballottaggio del 7 maggio prossimo. L’Europa liberale e pavida che ottant’anni fa credette di poter blandire, o gestire (o usare come clava), i fascismi nascenti fece la fine che sappiamo (e sulla quale la stessa Le Pen ha tentato una inverosimile operazione di deresponsabilizzazione) e almeno quella lezione dovrebbe averla appresa. Dunque, le dichiarazioni di voto di François Fillon e Benoît Hamon a favore di Macron sono un necessario gesto di responsabilità (concetto che sfugge alla sinistra narcisa di Jean-Luc Mélenchon); ma, di nuovo, rischiano di essere o almeno di apparire come l’estrema difesa del “sistema” attorno alla figura di un “uomo nuovo” che ne è una impersonificazione quasi perfetta e in sintonia con i tempi.

Tempi in cui gli “one man party”, il populismo nella sua essenza, godono di particolare fortuna, quale che sia lo schieramento di cui sono filiazione, e soprattutto se pretendono di essere “oltre gli schieramenti” (quell’insopportabile vezzo di dichiararsi “né di destra né di sinistra”). Operazione sinora riuscita a Macron, abile nel proporsi come candidato alternativo al sistema che lo ha prodotto, in virtù della giovane età, di un appeal adeguato, della capacità di attorniarsi di collaboratori colmi di entusiasmo e di consiglieri ricchi di esperienza. Il “volto buono” dell’esistente è il suo.

Bisognerebbe allora chiedersi se l’esistente è “buono”. La risposta consolatoria che paiono essersi dati tutti coloro che sono saltati sul carro di Macron induce a dubitarne, ed è infatti quella su cui presumibilmente “lavorerà” la propaganda di Le Pen. Sottovalutare il richiamo esercitato su una parte dell’elettorato di sinistra uscito sconfitto e risentito dal primo turno da una campagna rivolta contro l’Europa delle banche e le politiche di esclusione sociale sarebbe perciò un errore clamoroso per chi si oppone alla candidata dell’estrema destra. Ma per contrastarla occorrono argomenti e politiche riconoscibili. E non sono quelle di Macron: non è abbastanza dire Europa, dire lavoro, istruzione.

Inoltre, pur dando per avvenuta la sua elezione all’Eliseo, la prima occasione per misurar la reale consistenza politica di Macron si proporrà già con le legislative di giugno. Una scadenza cruciale per i partiti (Républicains e socialisti in testa), resa ancora più vitale dallo sconvolgimento prodotto dalle presidenziali. Già allora si capirà se Macron, che un partito non l’ha, potrà contare su e saprà eventualmente organizzare e motivare una maggioranza parlamentare, senza la quale il “monarca repubblicano” qual è un presidente francese è condannato all’irrilevanza. Altri cinque anni di nulla la Francia e l’Europa non possono permetterseli.

25.4.2017, 08:452017-04-25 08:45:53
Sebastiano Storelli @laRegione

Romandia, la Bmc sfida Chris Froome

La 71ª edizione del Tour de Romandie apre oggi da Aigle la lunga stagione delle corse a tappe. Lo farà a due soli giorni dal trionfo di Valverde nella Liegi e a tre dalla tragedia...

La 71ª edizione del Tour de Romandie apre oggi da Aigle la lunga stagione delle corse a tappe. Lo farà a due soli giorni dal trionfo di Valverde nella Liegi e a tre dalla tragedia che ha colpito il plotone con il decesso di Michele Scarponi, fatto questo che segnerà a lutto i sei giorni di gara (oggi è previsto il funerale). Ma siccome lo show deve proseguire, pur nella tristezza per la perdita di un collega di lavoro e di un amico, sulle strade della Romandia il plotone si darà battaglia per la conquista di una maglia gialla che rappresenta il primo importante traguardo nelle corse di più giorni. Al via non ci sarà Nairo Quintana, trionfatore un anno fa, per cui il faro della corsa brillerà sulle spalle di Chris Froome che al TdR è alla ricerca del suo terzo successo dopo quelli del 2013 e 2014 (lo scorso anno chiuse 3°) che gli permetterebbe di raggiungere Stephen Roche in vetta alla speciale classifica (l’irlandese si impose nel 1983, 1984 e 1987).
Il keniano bianco si presenta al via con una squadra che non appare una corazzata e dovrà fare i conti soprattutto con la Bmc, intenzionata a portare sul gradino più alto del podio di Losanna l’australiano Richie Porte o, in subordine, lo statunitense Teejay van Garderen. Ad aiutarli ci saranno diversi svizzeri. Con particolare attenzione sarà seguito Stefan Küng, vincitore della tappa di Friborgo nel 2015, grande speranza sin qui bersagliata dagli infortuni, mentre desta interesse la presenza di Kilian Frankiny, protagonista settimana scorsa sulle strade dell’ex Giro del Trentino.
Se a tener banco dovrebbe essere lo scontro tra la Sky e la Bmc, altri battitori liberi puntano a un ruolo da protagonisti: il colombiano Jarlinson Pantano (vincitore nel 2016 dell’ultima tappa del TdS a Davos) e il russo Ilnur Zakarin (vincitore del TdR del 2015) sono senz’altro in grado di dire la loro in classifica generale, al pari dello sloveno Spilak, dello spagnolo Jon Izaguirre, del francese Warren Barguiln e dell’olandese Wilco Kelderman.
Anche gli svizzeri partono con malcelate ambizioni. Detto di Küng che cercherà di puntare a una tappa, Mathias Frank e Sébastien Reichenbach cureranno la generale, mentre Michael Albasini, come ogni anno, proverà a mettere a frutto l’ottima forma costruita sulle côte delle Ardenne puntando a qualche vittoria di giornata (nelle ultime tre edizioni si è imposto 6 volte e ha trascorso 4 giorni in giallo). Il 36enne turgoviese è reduce dal terzo posto all’Amstel, dal 5° alla Freccia e dal 7° alla Liegi. Gli manca la vittoria...
Il percorso riprende l’idea dello scorso anno, vale a dire l’inserimento di una seconda tappa di montagna... «Dopo il prologo corto ma esigente – afferma il direttore del TdR, Richard Chassot – la prima frazione sarà già importante per la classifica generale. La tappa regina arriverà soltanto sabato, con le salite del Jaunpass, del Col du Pillon e di Leysin. Speriamo di non avere problemi sul Jaunpass, ma nel caso in cui non ci fosse il sole abbiamo già allestito un piano B».
La crono conclusiva di Losanna prevede 360 metri di dislivello e potrebbe aggiustare la classifica finale, mentre le frazioni di giovedì e venerdì dovrebbero lasciar spazio ai finisseur o ai velocisti.
Il patron di quella che una volta veniva chiamata corsa verde torna pure sulle due assenze di peso che caratterizzano il cast 2017: Quintana e Contador... «Sono, in pratica, gli unici che mancano all’appello. Ci dispiace soprattutto per il colombiano, ma capisco che volendo preparare il Giro d’Italia e poi il Tour de France non era il caso di passare dalla Romandia. Froome punta chiaramente alla Grande Boucle, mentre Quintana ha deciso di scendere in lizza anche sulle strade italiane. Non mi sembra l’ideale avvicinamento alla prova più importante del calendario, ma forse vuole semplicemente togliersi pressione dalle spalle, con una maglia rosa in grado di rendere subito positiva la stagione 2017».
Anche con le assenze del Pistolero e del Condor, il cast del TdR 2017 è più che apprezzabile e dovrebbe dar vita a una corsa intensa e combattuta. Nella speranza che Richard Chassot si sia ricordato di prenotare il bel tempo, perché lo scorso anno il meteo era stato davvero inclemente. D’altra parte, gli organizzatori preferiscono rischiare un po’ di freddo pur di continuare ad avere la corsa inserita in un periodo perfetto della stagione, a ridosso del Giro d’Italia e con la capacità di rappresentare il punto di partenza della preparazione specifica per il Tour de France.
Stando alle previsioni meteo, le preghiere di Chassot sono state solo in parte esaudite: i 17 gradi previsti a Aigle sono ben diversi dalla neve che aveva accompagnato il prologo di La Chaux-de-Fonds del 2016, ma la pioggia non mancherà. E pure le temperature, che non supereranno i 5 gradi tra giovedì e venerdì, non daranno tregua al plotone.

21.4.2017, 08:302017-04-21 08:30:14
Paolo Ascierto @laRegione

Altro che civica

Non è certo una lezione di civica. L’ennesimo colpo di scena sulla strada di ‘Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)’ trasforma infatti l’iniziativa popolare voluta per avvicinare gli...

Non è certo una lezione di civica. L’ennesimo colpo di scena sulla strada di ‘Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)’ trasforma infatti l’iniziativa popolare voluta per avvicinare gli allievi ticinesi alla gestione della cosa pubblica in una querelle davvero poco educativa. Una querelle trascinata negli ultimi anni dai proponenti che tre giorni fa hanno inaspettatamente deciso di alzare ulteriormente la posta in gioco. Rischiando così di far saltare quel compromesso maturato a Palazzo e grazie al quale si applicherebbe il testo generico nella quasi totalità. Una mossa tanto a sorpresa quanto azzardata. E che non ha mancato di sollevare interrogativi: gli iniziativisti hanno le idee chiare? Oppure puntano a trarre un qualche tornaconto da un infinito tira e molla che poco o nulla ha a che fare con l’insegnamento e il rispetto della civica?
Dubbi legittimi. D’altronde ‘Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)’ non nasce sotto una buona stella. Si è nel 2013 e per raccogliere in tempo utile le settemila sottoscrizioni necessarie alla riuscita dell’iniziativa, il primo firmatario Alberto Siccardi e gli altri proponenti hanno cercato raccoglitori di firme a pagamento. Nulla di illegale nella strategia che, per altro, l’imprenditore sceglierà pure in altre battaglie politiche. Ma tale maniera di procedere stona con il nobile obiettivo – l’educazione alla cittadinanza – dell’iniziativa popolare. Tant’è. Alla fine contano i numeri. E quelli necessari a decretarne la riuscita vengono raggiunti e ampiamente superati: saranno oltre diecimila le persone a sostenere la proposta di Siccardi. Numeri importanti che forse – e a torto – finiscono con il mettere i buoi davanti al carro della politica. La quale, decretata la ricevibilità da parte del Gran Consiglio, passa senza se e senza ma alla fase due: l’applicazione di un’iniziativa che ancora non è stata votata dal popolo. Non stupisce dunque che negli ultimi due anni le si provino tutte per mettere in pratica un’idea che si scontra con la realtà: mancano sia lo spazio, sia i soldi per una nuova materia alle Medie e alle Medie superiori. Poco conta. Riunione dopo riunione, trattativa dopo trattativa, la Commissione scolastica del Gran Consiglio si impegna a fondo per sbrogliare la matassa, coinvolgendo iniziativisti, docenti, Dipartimento educazione cultura e sport (Decs) e più in generale tutte le parti toccate dalla proposta Siccardi.
In marzo di quest’anno il cubo di Rubik pare infine risolto: si suggerisce di applicare l’iniziativa con una materia a sé stante alle Medie e con una nota in civica nei licei e alla Commercio, dove l’educazione alla cittadinanza verrebbe impartita in altre discipline. Un compromesso ragionevole, quasi a costo zero e che, dopo quattro anni di stallo, sembra finalmente sbloccare la situazione. I partiti, tutti i partiti, dicono sì. Il Decs dice sì. I rappresentanti dei docenti dicono sì. Di nuovo: poco conta. Gli iniziativisti in una prima fase tendono la mano. Poi ci ripensano, la ritraggono e la mutano in uno schiaffo. Che i parlamentari incassano assieme alla controproposta di Siccardi: anche nei licei ci vuole una materia a sé stante. E sebbene la via, come confermato per altro ieri su queste colonne dal capo dell’Ufficio dell’insegnamento medio superiore, non sia praticabile, Siccardi va avanti. L’auspicio è dunque che, forte del sostegno di tutti gli schieramenti politici, pure la Scolastica si armi di coraggio e decida di tirare dritto, portando al più presto in Gran Consiglio una partita tattica e che si è protratta fin troppo a lungo. Se del caso poi, su eventuali reclami, veti e lamentele varie si esprimeranno più in là i tribunali. Sarebbe in ogni caso una lezione di civica.

20.4.2017, 08:302017-04-20 08:30:41
Sabrina Melchionda @laRegione

Ma conta solo il viaggio

C’è stata scritta pure una canzone, “Uno su mille ce la fa”. Vale nella vita “normale” come nello sport. Che poi è vita, tanto da esserne definito una scuola. Poi c’è scuola e scuola: quella...

C’è stata scritta pure una canzone, “Uno su mille ce la fa”. Vale nella vita “normale” come nello sport. Che poi è vita, tanto da esserne definito una scuola. Poi c’è scuola e scuola: quella inclusiva, che mira a trasmettere nozioni di base a tutti; e le superiori su su fino al grado universitario. Scuole d’élite, scelte (così dovrebbe) da giovani dotati di talento, curiosità, passione, determinazione e spirito di sacrificio, nonché dalla voglia di provare a farsi strada. Nella vita, come nella sua scuola, “Uno su mille ce la fa, ma quanto è dura la salita”. Dura e, man mano che si sale, riservata a pochi, sempre meno. Se Gianni Morandi canta che “devi contare solo su di te”, nello sport – ma vale anche per la musica, l’arte o gli stessi studi – un tassello si rivela fondamentale: la famiglia. Per l’arco del giovane che vuole eccellere nella propria disciplina e, perché no, diventarne primattore ben oltre il giardino di casa, la freccia in più è il nido dal quale spiccherà il volo nel mondo. Un vero atout, quando i genitori dell’“uccellino” sanno sostenerlo e spronarlo a volare, non spingerlo a farlo meglio di tutti.
Il confine è molto sottile ed è piena la storia di talenti persisi per strada, anche a causa di un papà o una mamma che hanno travestito le loro mire da sogni dei propri figli. Poi ci sono le storie dei figli che, battito d’ali dopo battito, sanno volare più veloci, più lontano, più a lungo, più rapidi, più agili, più forti, più coordinati, più in alto. Riescono grazie ai loro sforzi e capacità, ma ai risultati contribuisce in modo determinante la famiglia, che del suo ci mette affetto, ma anche soldi e tempo (per informazioni: chiedere alle mamme che si trasformano in taxi per portare i figli ad allenamenti e gare). Un investimento più o meno importante a dipendenza della disciplina (ci sono federazioni e società che si assumono gran parte dei costi per istruttori, campi d’allenamento, trasferte per competizioni; altre che lasciano gli oneri sulle spalle della famiglia); in uno sport individuale spesso maggiore rispetto a quello di squadra.
Oggi raccontiamo le storie di quattro allievi di quella scuola di vita che è lo sport. Quattro atleti d’élite il cui impegno ha contagiato la famiglia. La strada che può portare alla gloria, che poi ognuno declina per sé, impone riflessioni travalicanti il sogno di un figlio. C’è da far di conto (letteralmente), ci sono difficili scelte da prendere a volte in giovanissima età (partire da casa per allenarsi; smettere o posticipare la formazione). Per quanto caro possa essere, il sogno può diventare un viaggio da affrontare insieme, esperienza oltre lo sport. Un percorso dove il risultato è la conseguenza, non il fine.
Quando tutti i pezzi stanno al loro posto – i figli sognano; i genitori non li ostacolano, badando a non far perdere loro di vista i punti di riferimento della vita, quella “normale” – comunque sarà andata, se sarà cioè il proprio figlio a essere l’uno su mille o no e per quanto dura sarà stata la salita, la strada sarà valsa la pena. E l’investimento, alla famiglia, tornerà in forma di un’altra ricchezza, che non ha prezzo: nella gioia di aver condiviso momenti unici e avere aiutato l’uccellino a lasciare il nido; in un volo in cui il successo sorride a chi sa guardare alla Luna, coi piedi ben piantati a terra.

19.4.2017, 08:502017-04-19 08:50:11
Simonetta Caratti @laRegione

Sant'Anna e silenzi imbarazzanti

Quasi tre anni fa la signora Maddalena, 67enne, entrava in una sala operatoria alla clinica Sant’Anna di Lugano per togliere un tumore dietro il capezzolo, risvegliandosi senza...

Quasi tre anni fa la signora Maddalena, 67enne, entrava in una sala operatoria alla clinica Sant’Anna di Lugano per togliere un tumore dietro il capezzolo, risvegliandosi senza entrambi i seni. «È stato uno shock, il medico disse che il tumore era più radicato e aveva dovuto toglierli entrambi», ci raccontò la vittima. Dopo quattro mesi di menzogne e dopo la segnalazione della donna alle autorità sanitarie, il chirurgo (il dottor Piercarlo Rey) ammise finalmente che in sala operatoria c’era stato un errore e aveva operato la paziente sbagliata.

Quando, due anni fa, abbiamo raccontato questo grave errore, la signora Maddalena (non è il suo nome vero ma è noto alla redazione) ci aveva confidato che a farle più male erano state le menzogne del medico, dei sanitari, della direzione della clinica. Ci disse: “Avrei potuto accettare un errore, tutti possono sbagliare, ma non le menzogne: molti sapevano, ma nessuno mi disse la verità. Mi sono sentita impotente e raggirata”. Questo disagio spinse la donna a confidare al nostro giornale la sua storia di malasanità per evitare – ci disse – il medesimo calvario ad altri.

Sono passati quasi tre anni, proviamo a tirare le somme: la denuncia della signora Maddalena è servita? Altri pazienti, vittima di gravi errori, potrebbero trovarsi intrappolati in un simile clima di omertosi silenzi?

Noi pensiamo di sì, pur sperando di sbagliare. E vi spieghiamo perché.

Qualche settimana fa la Procura ha deciso un decreto di accusa per il dottor Rey per lesioni colpose gravi e falsità in documenti. Le lesioni colpose gravi sono un reato perseguibile d’ufficio. Significa che chi sapeva (erano alcuni in clinica) doveva segnalare il caso alla Procura. Ciò non è stato fatto. Ci auguriamo che qualcuno abbia rimproverato alla struttura questa mancanza. Altrimenti potrebbe planare il dubbio che ciascuno può fare come vuole.

Il legale della vittima, l’avvocato Mario Branda, aveva subito messo il dito nella piaga. Nel 2014, disse in un’intervista alla ‘Regione’: «La clinica non ha denunciato il reato e questo è grave». L’articolo 68 della legge sanitaria recita che «chiunque esercita una professione sanitaria (...) ha l’obbligo di informare il Ministero pubblico di ogni caso di malattia, di lesione o di morte per causa certa o sospetta di reato venuto a conoscenza nell’esercizio della professione». Le lesioni gravi sono un reato e il caso andava segnalato.

A tre anni di distanza sappiamo che la clinica non l’ha fatto. Ci chiediamo: come fa un paziente, se il medico mente e la clinica lo asseconda, a capire di essere vittima di un errore? Come mai una struttura sanitaria preferisce il silenzio alla trasparenza?
I motivi possono essere diversi, ma ci siamo dati qualche risposta. L’immagine è vitale per qualsiasi struttura sanitaria: segnalare un erroraccio in sala operatoria può forse allarmare (e allontanare) potenziali clienti-pazienti. C’è poi il rischio di finire con una certa regolarità sui media accostati ad un caso di malasanità. Una brutta pubblicità che fa male al business.

Malgrado ciò, in sanità, c’è comunque chi privilegia la massima trasparenza dimostrando responsabilità. E c’è chi invece opta per la via del risarcimento: se va bene, si tiene tutto in casa, pagando il paziente (e anche il suo silenzio).

Ma tutto ciò è nell’interesse pubblico di una buona sanità? A noi non sembra. Ciascuno di noi, un giorno o l’altro, potrebbe trovarsi al posto della signora Maddalena, vittima due volte. La sua denuncia, da questo punto di vista, ci sembra servita a poco.

15.4.2017, 08:442017-04-15 08:44:00
Erminio Ferrari @laRegione

La madre di tutte le guerre

L’aveva detto e lo ha fatto. “Nessuno potrà più sfidare gli Stati Uniti senza subirne le conseguenze”. Ma della esibita volontà di potenza di Donald Trump sono soprattutto il contenuto di...

L’aveva detto e lo ha fatto. “Nessuno potrà più sfidare gli Stati Uniti senza subirne le conseguenze”. Ma della esibita volontà di potenza di Donald Trump sono soprattutto il contenuto di millanteria e la pretestuosità della “sfida” a dover preoccupare. È difficile non vedere nel raid missilistico sulla Siria e sul lancio della superbomba in Afghanistan il petto gonfio del bullo, piuttosto che un cambio di strategia (che richiederebbe, appunto, l’esistenza di una strategia). Anche in termini di risultati, infatti, l’uno e l’altro non sembrano aver prodotto un granché: il regime di Assad è stato appena scalfito dalla pioggia di Tomahawk seguiti al bombardamento chimico su Kahn Sheikhun; mentre i danni causati all’Isis dalla “Madre di tutte le bombe” restano da verificare. Secondo l’ultimo bilancio, un ordigno di dieci tonnellate di esplosivo e dal costo stratosferico ha fatto meno morti di quelli provocati a Nizza da un terrorista low cost alla guida di un camion. In questo senso, lo “straordinario successo” vantato da Trump è l’equivalente speculare dei “successi” vantati dall’Isis per ogni pugnalata inferta da un invasato in una città della nostra parte di mondo: propaganda.
Ma non è solo questo. Gli analisti hanno parlato di “segnale” alla Russia, alla Cina, alla Corea del Nord, al mondo. Ammesso che lo sia, bisogna chiedersi quale è il suo contenuto. Forse l’annuncio del ritorno di un’America (più vagheggiata che reale) che associa potenza militare e mezzi diplomatici per governare il mondo e determinare gli esiti delle crisi regionali? Niente autorizza a dare credito a questa ipotesi: non le contraddizioni del discorso pubblico di Trump, né le conflittuali attitudini dei suoi collaboratori più stretti. Se possibile, la rozzezza di Trump supera il provincialismo di Bush junior e persino l’arroganza di Ronald Reagan, che pure agivano in condizioni più favorevoli agli Usa. George W. reagì all’attacco dell’11 settembre provocando uno dei più grandi disastri strategici della nostra epoca. Reagan – al quale sembra ispirarsi Trump secondo chi individua nella sua accelerazione bellicista la volontà di “vedere” il bluff russo – cercò e vinse il confronto con Mosca, ma solo grazie a un declino dell’Urss già in corso e alla drammatica svista di un Mikhail Gorbaciov che “si era fidato”.
Il mondo a cui oggi Trump mostra i muscoli non è più lo stesso. Non è detto che se ne renda conto, abituato com’è ad affermarsi nel business truccando le carte. A Mosca governa un Putin determinato a riscattare proprio ciò che Gorbaciov perse (e poco conta che sia a capo di una potenza con le pezze al sedere, se il confronto è militare). Mentre la Cina non solo detiene una fetta enorme del debito estero Usa, ma ha esteso il proprio controllo su mari che sono il crocevia dei più ricchi commerci mondiali, “si è presa” la parte fertile dell’Africa, e dove pone piede non lo sposta, qualsiasi bandiera battano le portaerei che vi si avvicinano.
Se lo scenario è questo, ogni mossa di Trump non può che concorrere a destabilizzarlo. Gli autocrati che la sua propaganda dice di voler ridurre all’impotenza, Kim Jong Un per primo, saranno ben lieti di essere all’opera con lui.

15.4.2017, 08:352017-04-15 08:35:17
Christian Solari @laRegione

La vera partita comincia ora

C’è un altra partita, dopo Langenthal. E non solo non è meno importante, ma non è neppure meno scontata. Perché in ballo c’è il futuro dell’Ambrì a medio e lungo termine. Dopo che Paolo...

C’è un altra partita, dopo Langenthal. E non solo non è meno importante, ma non è neppure meno scontata. Perché in ballo c’è il futuro dell’Ambrì a medio e lungo termine. Dopo che Paolo Duca e i suoi compagni, piuttosto speditamente è vero – pur, se ribadiamolo (a mo’ di monito): quel quattro a zero nello spareggio risulta più enfatico di quanto in verità lo sia stato – turano la falla del qui e ora, traghettando in porto la nave prima che rischi sul serio di andare alla deriva. Ciò non toglie però che, salvezza o no, là fuori il mare resta di quelli grossi. Ragion per cui sarebbe meglio corazzarsi.
Il pericolo scampato per la terza volta in sette primavere, dopo quelle del 2011 (contro un Visp sconfitto in cinque partite) e dell’anno dopo (di nuovo contro il Langenthal, in quel caso battuto in cinque mosse) non deve alimentare false speranze. Con ragionamenti del tipo ‘tanto in un modo o nell’altro ce la si fa’. Infatti, anche solo statisticamente parlando, se di nuovo il capitolo si chiude con il più classico tra i lieto fine, non significa che debba per forza sempre andare così. Quindi lo si prenda come l’ennesimo segnale di allerta da non ignorare. E v’è da credere che l’Ambrì non lo ignorerà. Tuttavia, il vero punto è un altro. Siccome l’Ambrì è arrivato alla salvezza matematica solo l’altroieri, quando tutti gli altri hanno sostanzialmente già fatto il grosso degli acquisti, sul fronte del mercato la nuova commissione tecnica che si appresta a vedere la luce (dando per scontate sia quella, sia la partenza del ‘diesse’ Ivano Zanatta, su cui nessuno si vuole ancora esporre, ad appena trentasei ore dal termine della stagione) non ha, ahilei, alcun diritto all’errore. Dopo gli ingaggi dell’ex Langnau Chiriaev, che rimpiazza Kamber, e del bernese Marco Müller, saranno anche poche le operazioni da fare, visti i contratti in essere, ma quei pochi arrivi stavolta non vanno minimamente sbagliati.
E se fosse tabula rasa?
A cominciare da quello degli stranieri. Specialmente se – come pare debba essere il caso – l’Ambrì decidesse sul serio di fare tabula rasa, ripartendo da un quartetto d’importazione nuovo di zecca. Con magari anche un portiere da affiancare a quel Gauthier Descloux che, pur con le sue indiscutibili qualità, deve ancora dare prova di saper gestire un’intera stagione da titolare.
Pur dando prova di grande ottimismo, appare comunque difficile sperare che la nuova stagione possa davvero essere quella del rilancio. Per il poco tempo a disposizione – appunto – ma specialmente perché mancano i soldi. Quelli, per capirci, necessari per far sì che in Leventina si possa davvero puntare al salto di qualità che la dirigenza, ma soprattutto i tifosi, auspica. Ben consci che, come giustamente ricorda a ogni piè sospinto il presidente Lombardi, solo la realizzazione del progetto più ambizioso di tutti – quello del nuovo stadio – possa garantire un futuro più tranquillo sul serio. Poi sarà vero che la realtà di Ambrì non è paragonabile a quelle di due città come Zugo e Bienne, ma intanto da quando è sorta la Tissot Arena nel Seeland hanno a disposizione tre milioni da spendere in più. Per comprare gli Hiller e i Forster, tanto per fare due nomi. I quali, però, non sono attratti solo dai soldi, ma pure dal comfort e, soprattutto, dalle ambizioni più o meno alte che solo un progetto dalle basi solide può avere.
Soltanto il futuro dirà
La stagione andata agli archivi in Leventina non è però segnata unicamente dagli insuccessi, in gran parte generati dall’innesto nel preseason di gente dal curriculum di Guggisberg e D’Agostini, su cui tutti credevano di poter fare grandissimo affidamento e, invece, in fin dei conti hanno semplicemente deluso. Tra gli aspetti senz’altro più positivi c’è l’indiscutibile crescita dei giovani, le cui virtù sono state addirittura esaltate dal finale di stagione, dato che Trisconi, Stucki e Hrabec si sono persino trasformati in trascinatori nello spareggio che s’è chiuso due giorni fa. Un conto, però, è il Langenthal, un altro è il Berna oppure lo Zurigo. Soltanto il futuro, quindi, dirà quanto l’Ambrì potrà fare pieno affidamento sui talenti in arrivo da Biasca. Questo senza però dimenticare che quella dei Rockets è una piattaforma di interscambio, non una specie di bancomat a cui attingere quando non ci sono risorse a disposizione. In altre parole, Luca Cereda dovrà poter contare su uno zoccolo di giovani di talento vero, così da poter legittimamente puntare a formare i campioni di domani. Tanto per l’Ambrì, quanto per il Lugano.

14.4.2017, 08:452017-04-14 08:45:00
Aldo Bertagni @laRegione

Un binario, due velocità

C’è un Ticino a due velocità? Se si confrontano alcune cifre, il sospetto prende forma. Vediamole. I conti consuntivi 2016 dello Stato hanno chiuso con un disavanzo di 47 milioni e 400mila...

C’è un Ticino a due velocità? Se si confrontano alcune cifre, il sospetto prende forma. Vediamole. I conti consuntivi 2016 dello Stato hanno chiuso con un disavanzo di 47 milioni e 400mila franchi, quaranta e mezzo in meno rispetto a quanto preventivato. Non è ancora un pareggio tecnico, ma ci siamo vicini se è vero come è vero che il bilancio globale supera ampiamente i 3 miliardi e mezzo di franchi. Poi, certo, il capitale proprio resta negativo e il debito pubblico continua a salire, ma non si può pretendere la luna da chi, l’ente pubblico, deve tenere conto di non poche esigenze e altrettanti compromessi pena la messa in discussione del delicato equilibrio democratico. Appunto. Cosa dunque ci fa dire che se non siamo ancora a quel punto – la rottura del patto sociale fra chi amministra e chi è amministrato – si sta perlomeno iniziando a percorrere una strada pericolosa? I numeri, appunto. Eccoli. Sempre nel 2016 i ricavi fiscali del Canton Ticino sono cresciuti (+80 milioni di franchi) rispetto al consuntivo dell’anno precedente. Complessivamente, infatti, nel 2016 si sono incassati 1 miliardo e 898 milioni d’imposte a fronte del miliardo e 818 milioni del 2015. L’aumento ha coinvolto tutti, le persone fisiche come quelle giuridiche. Un buon segnale, evidentemente, perché se crescono le entrate fiscali significa che l’economia gira come “deve” girare. Ma gira per tutti? Sempre in queste ore – mercoledì sera per l’esattezza – il direttore del Dipartimento sanità e socialità (Dss) ha reso noto ai delegati popolari democratici l’importante aumento della spesa riferita, appunto, al suo dipartimento che – lo dice la parola – lavora in particolare per i meno agiati. Ebbene, Beltraminelli ha precisato che la spesa del Dss in soli cinque anni è lievitata del 20 per cento, pari a 240 milioni in più. E poteva essere ancora più imponente (di un’altra settantina di milioni) se non fossero nel frattempo intervenute alcune misure di contenimento, con effetti pesanti per i beneficiati, ma questo è un altro discorso. Oppure no. Questo in verità è il discorso: mentre da un lato l’economia ticinese continua a crescere – e l’aumento delle imposte cantonali è lì a dimostrarlo – dall’altro una fetta importante della popolazione (soprattutto anziana, ma anche famiglie monoparentali) versa in condizioni sempre più precarie, al punto da dover far ricorso agli aiuti sociali pubblici.

Non siamo ancora davanti a un Paese economicamente spaccato in due, ma certo anche alle nostre latitudini la piramide si fa sempre più affilata, con una base ipertrofica dove convive una comunità smarrita, composta da svizzeri e stranieri, perché non più in grado di prendere l’ascensore. Meglio, perché non più in grado di far prendere l’ascensore sociale almeno ai propri figli, come capitava sino a pochi anni fa.
Davvero c’è qualcuno ancora convinto che il mercato, da solo, sia in grado di metterci un pezza? Di smussare le differenze retributive? In verità forse mai come in questo periodo storico lo Stato sta svolgendo, dovrebbe svolgere, un ruolo determinante nella disciplina delle contraddizioni sociali. Perché assistiamo a una crescita “anomala” che non genera più lavoro stabile a salari dignitosi. La sottoccupazione, anche in Ticino, sta nascondendo il reale tasso di disoccupazione. Le finanze pubbliche sane, in un simile contesto, dovrebbero essere quelle che sanno ridistribuire, direttamente o indirettamente (con le leggi), un benessere diffuso, spalmato sulla stragrande maggioranza dei propri contribuenti. Compresi coloro che producono valore (perché “soggetti passivi” di mercato) e magari non ricevono un salario.

14.4.2017, 08:302017-04-14 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Caso Bosia Mirra, fra diritto e morale

Per la magistratura inquirente la deputata Lisa Bosia Mirra è colpevole. Dalla promozione dell’accusa dello scorso settembre si è passati al decreto d’accusa, quindi a una...

Per la magistratura inquirente la deputata Lisa Bosia Mirra è colpevole. Dalla promozione dell’accusa dello scorso settembre si è passati al decreto d’accusa, quindi a una proposta di condanna penale per aver ripetutamente incitato all’entrata, alla partenza e al soggiorno illegale in violazione della legge federale sugli stranieri. Come noto lo scorso settembre venne fermata dalle Guardie di confine per aver collaborato attivamente all’entrata illegale di cittadini stranieri sprovvisti dei necessari documenti di legittimazione nel nostro Paese. Già in quell’occasione l’opinione pubblica e la politica si divisero in due parti.
Da un lato coloro che invocavano la ‘dura lex sed lex’, perché così è e così dev’essere, a maggior ragione se a commettere una violazione di legge è una persona che siede in un parlamento. Un deputato chiamato a fare le leggi – leggi che i cittadini devono rispettare – deve essere lui il primo a rispettarle. Tanto più che ogni deputato al suo ingresso in parlamento giura fedeltà alla Costituzione.
Sul fronte opposto vi sono coloro che invocano la preminenza – sulle strette questioni legali formali – delle cosiddette motivazioni umanitarie: per costoro in certi momenti sono dati dei principi umanitari che devono avere manifestamente la precedenza sulle nude e crude regole di diritto. E se questo non è un caso – visto che vi sono persone anche minorenni che rischiano la vita sfuggendo dai loro Paesi –, quando lo sarà mai?
Sarà fra questi due poli che si articolerà il processo in Pretura penale. Sarà anche interessante capire se Bosia Mirra, nelle sue ripetute violazioni della legge, ha permesso davvero a persone di salvarsi da situazioni di reale pericolo effettivamente gravi. Se non le avesse aiutate lei, cosa sarebbe successo loro, ritenuto che erano in Italia, Paese considerato civile? Sarà anche importante sapere se si trattava o meno di minorenni. Così come se quei migranti avrebbero comunque avuto – seguendo le vie ufficiali – la possibilità di accedere ufficialmente ai benefici previsti dal nostro diritto all’asilo.
Non secondaria sarà anche la valutazione del clima del momento. A Bosia Mirra va dato atto che è stata una delle persone maggiormente impegnate in prima fila su tanti fronti umanitari come quello concretizzatosi nel corso dell’estate del 2016, periodo che ha sbattuto impietosamente sotto gli occhi di tutti noi l’emergenza migranti che si stava man mano manifestando sempre più a Como. Come rimanerne indifferenti? Aspetti questi ultimi che possono influire anche dal punto di vista delle attenuanti. Diversa è infatti la pena per chi viola la legge federale sugli stranieri, perché spinto da ragioni di lucro come non pochi passatori.
Non da ultimo sarà interessante vedere se e quanto il fatto che la signora Mirra è anche deputata peserà in aula. Perché, come detto, deve conoscere più e meglio dei comuni cittadini l’importanza del rispetto della legge.
Di certo, se verrà condannata, vi saranno anche importanti risvolti in parlamento, anche se è ancora tutto da chiarire quando una condanna è veramente contraria alla dignità della carica. Ma per quello c’è tempo, molto tempo (e per ora è ancora al beneficio della presunzione di innocenza). Perché è chiaro che la signora Bosia Mirra farà di tutto per andare sino alla massima Corte giudiziaria svizzera e, se necessario, anche a Strasburgo. Insomma, ne parleremo ancora a lungo: il dibattito della corda tesa fra diritto e morale merita!