Ilcommento

Ieri, 10:052017-12-16 10:05:00
Beppe Donadio @laRegione

What a wonderful sport

Mettiamo il caso che la prossima settimana un distinto ottantenne americano - una vita dignitosa da cameraman – si presenti in tv con prove inconfutabili che il 20 luglio del 1969 l’Apollo 11 non...

Mettiamo il caso che la prossima settimana un distinto ottantenne americano - una vita dignitosa da cameraman – si presenti in tv con prove inconfutabili che il 20 luglio del 1969 l’Apollo 11 non si sia mai staccato da terra. Per la gioia dei sostenitori della teoria che l’allunaggio fu soltanto una geniale messa in scena hollywoodiana per vincere la corsa allo spazio contro i russi, cadrebbe il mito di Neil Armstrong e con lui un punto fermo del progresso scientifico. Perso definitivamente per motivi non spaziali (ma di uxoricidio) O.J. Simpson, ex giocatore di football divenuto attore in “Capricorn One” (film nel film che vorrebbe il modulo lunare atterrato in uno studio televisivo), si direbbe che di eroi ne siano rimasti pochi.

Senza andare sulla Luna. La buonanima di mia nonna soggiornava ogni anno a Chianciano, uno di quei borghi d’Italia appoggiati su dolci colline a un tiro di schioppo da Montepulciano, rima che fa vicinanza. In un pomeriggio di primavera di un non precisato giorno degli anni 90, condotta nella sua stanza d’albergo, nonna aprì il frigorifero e tirò un urlo: dentro, al posto delle bibite fresche, c’erano siringhe, medicinali e lacci emostatici in quantità. Preso atto che i Sex Pistols si erano sciolti da tempo e non risulta abbiano mai pernottato in Toscana, tutto quel bendidìo stipato nel frigo non sembrò lo sballo di gruppo di una notte, ma qualcosa di più professionale. Fornite, con genuflessione, le scuse per l’imperdonabile distrazione del servizio di pulizia, lo scaricabarile dell’albergatore sul noto evento sportivo transitato il giorno prima resta ancora oggi una mera e forse squallida supposizione di famiglia (se non fosse per quel vecchio proverbio che dice che a pensare male ci si azzecca).

Il capitolo dei ricordi intitolati ‘Innocenza rubata’ include pure il doping rudimentale nel calcio italiano degli anni 70, ricostruito dal defunto e mai smentito attaccante Carlo Petrini, Ben Johnson nel suo record olimpico durato mezz’ora e – con tutte le attenuanti per la genialità – John McEnroe, che nel libro ‘On being John McEnroe’ racconta a Tim Adams degli ormoni di cavallo (particolare che in ‘You cannot be serious’, scritto con James Kaplan, sparisce). Più recentemente, Maria Sharapova, bella come una Bond-girl e dallo strano legame con il Meldonium (nome che pare un capitolo della saga di 007). Il 2017 è stato l’anno dei tortellini al ripieno di letrozolo, delle biciclette che non sono biciclette ma motorini, e del 4 volte vincitore di Vuelta con l’asma.

Di che parlavamo? Già, dell’Apollo 11. Quando il campione dello sport è preso con le provette nel sacco, la mente va al Re dei Furbetti, l’Armstrong in bicicletta, il San Giorgio che aveva sconfitto il drago (un cancro ai testicoli) e che alla fine si giocò tutto in bicicletta, causando imbarazzo al Gigante Giallo americano. Magra consolazione: almeno per una volta, “The Italian Job” è coinciso con “The American Way”. Concludendo. C’è un Armstrong (Neil) che potrebbe essere atterrato a Hollywood, e un altro Armstrong (Lance) con l’hobby del piccolo chimico. Continuo a riporre una certa fiducia - fino a che non si dimostrerà che ha suonato tutta la vita in playback – in Louis, il trombettista.

Ieri, 08:552017-12-16 08:55:00
Luca Berti @laRegione

Internet come lo vogliono loro

Adesso che Ajit Pai ce l’ha detto siamo tutti più tranquilli: potremo continuare a pubblicare foto di cibo e gattini sul web. Quello che il presidente dell’autorità americana delle...

Adesso che Ajit Pai ce l’ha detto siamo tutti più tranquilli: potremo continuare a pubblicare foto di cibo e gattini sul web. Quello che il presidente dell’autorità americana delle telecomunicazioni si è dimenticato di dire nel video pubblicato alla vigilia dell’abolizione della ‘net neutrality’ è che per farlo si potrebbe dover pagare di più. O che, magari, si potrà fare solo quello.

Non basta vestirsi da Babbo Natale e fare umorismo di basso livello su YouTube per cambiare il fatto che con la propria decisione la Federal Communication Commission – al netto della battaglia legale e politica che si sta scatenando e che potrebbe ancora cambiare le carte in tavola – darebbe facoltà alle compagnie di telecomunicazioni americane di decidere unilateralmente quali siti e app privilegiare (perché pagano), quali rallentare artificialmente (perché della concorrenza) e quali eventualmente bloccare. Così in futuro potrebbe accadere che Facebook non funzioni sulla rete di un fornitore, a meno che la compagnia di Zuckerberg non sborsi quattrini per avere una corsia preferenziale. Oppure potrebbe succedere che per utilizzare Instagram gli utenti di un’altra compagnia debbano acquistare un pacchetto dati che sblocchi l’app. E così potrà essere per qualsiasi sito o applicazione là fuori: una sorta di censura cinese, dove invece della politica è il denaro a decidere.

Ben inteso, lo scenario è temporaneamente limitato agli Stati Uniti. Nulla cambierà per ora in Svizzera, dove esiste un accordo tra gli operatori per evitare uno scenario del genere e dove la banda disponibile è tanto ampia da non generare pressioni. È però pacifico che un cambiamento al di là dell’Atlantico può aprire nuovi fronti anche nel Vecchio Continente, con le compagnie telecom che potrebbero voler approfittare del nuovo, lucroso, corso. E allora vale la pena andare fino al nocciolo della questione, al concetto di neutralità della rete, ovvero internet come lo conosciamo oggi, dove tutti i tipi di dati – video, messaggi, foto, audio – transitano alla stessa velocità. Un principio di estrema libertà, dove la connessione è un puro mezzo di accesso alle mille sfaccettature del web e dove portali di grande successo hanno la stessa dignità di servizi di nicchia. Caduto questo paletto, a vincere potrebbero essere unicamente i colossi dei contenuti a pagamento, pronti a sborsare un sacco di quattrini (storcendo il naso) per le corsie preferenziali. Rimarrebbero invece fuori i piccoli, le start-up e chi non può permettersi la prima classe. A rimetterci sarebbero pure gli utenti, costretti a pagare, oltre all’abbonamento, anche il fornitore di internet per riuscire a vedere un film. In questo contesto, internet sarebbe sicuramente meno democratico, meno libero. Di certo non morto come vorrebbero certe iperbole. A preoccupare per la salute della rete è semmai il fatto che Pai, massima istanza nel settore negli Usa, tra le sette cose che si potranno continuare a fare senza ‘net neutrality’ includa ai primi posti banalità come le foto di cibo, gli acquisti natalizi e i meme. Perché, francamente, internet è tanto di più. E dei gattini possiamo fare a meno. Del resto no.

15.12.2017, 08:302017-12-15 08:30:23
Aldo Bertagni @laRegione

Le casse piene e i negozi vuoti

Domenica scorsa i negozi di Lugano e Bellinzona erano semivuoti. Molte persone in giro, pochissime con pacchi e pacchetti. Sarà che non era ancora arrivata la tredicesima e gli acquisti...

Domenica scorsa i negozi di Lugano e Bellinzona erano semivuoti. Molte persone in giro, pochissime con pacchi e pacchetti. Sarà che non era ancora arrivata la tredicesima e gli acquisti natalizi slittano all’imminente weekend, come si attendono peraltro i commercianti ticinesi che si trovano altrimenti a chiudere un anno di vacche magre. E sarà che l’acquisto online sta dilagando grazie soprattutto ai prezzi bassi praticati. Qualcosa vorrà pur dire.

Non c’è più la massa critica, il potere d’acquisto del ceto medio si è notevolmente assottigliato e la forbice dell’ineguaglianza si è allargata, come racconta l’indice d’impoverimento che vede il Ticino in fondo alla classifica. Per dirla in sintesi, il gelo di questi giorni ben racconta il clima, non solo meteorologico, di questo Natale 2017. E però… ieri il Gran Consiglio, la politica istituzionale, ha brindato (con larghissima maggioranza) al conto preventivo più bello degli ultimi trent’anni, perché chiude con un avanzo d’esercizio di 7 milioni e mezzo di franchi (su un bilancio complessivo di oltre 3 miliardi e 700 milioni di franchi). L’obiettivo è stato raggiunto, i conti dello Stato sono in pareggio con largo anticipo (il Piano finanziario d’inizio legislatura fissava il risanamento entro il 2019).

Il Paese reale marcia sul posto, lo Stato gode ottima salute. Qualcosa non torna. Ce lo dicono le cifre. Il 50 per cento dei contribuenti ticinesi dichiara un reddito imponibile inferiore ai 40'000 franchi annui e il 25 per cento è esentasse. L’imponibile, è vero, non dice tutto anche perché il nostro è fra i Cantoni più generosi nel campo delle deduzioni fiscali, ma certo non si può parlare di un ceto medio benestante. Deduzioni fiscali copiose, ma prestazioni e servizi in dieta, se è vero come è vero che negli ultimi anni si sono tagliati almeno 50 milioni di franchi in sussidi e sovvenzioni per risanare il bilancio.

Un quadro generale ancora più complesso e contraddittorio se confrontato con lo sviluppo economico che sopravvive grazie alla libera circolazione delle persone (e relativa manodopera a basso costo), ma al contempo soffre per il medesimo motivo, perché la stessa libera circolazione impoverisce i consumatori qui residenti costretti a salari spesso indecorosi e relativa erosione del potere d’acquisto.
Può dunque brindare tranquilla la politica che dice di pensare al futuro, dimostrando però scarsa lucidità sul presente? Ma soprattutto, a quale futuro si riferisce, ovvero quale “risanamento” è davvero necessario per fare uscire il Canton Ticino fuori dalle sacche dell’improduttivo, demagogico e illusorio “primanostrismo”? Non vogliamo essere fraintesi: uno Stato sano è buona cosa per tutti, ma il tasso reale di salubrità di una comunità va ben oltre le finanze dell’amministrazione pubblica. Lo sappiamo tutti, anche se qualcuno fa finta di dimenticarlo per poi magari ricordarlo solo in campagna elettorale. Che è tristemente noto, vale quello che vale, ovvero il trascorrere di un mattino, anzi di un voto.

Eppure lo spazio di manovra per gettare le basi di un nuovo sviluppo ci sarebbe eccome. Basterebbe, ad esempio, investire maggiormente nella formazione e nella qualità tecnologica (produttiva, ambientale, energetica, dei servizi e dei trasporti), aprendo le porte alle alte professionalità estere che produrrebbero così indotto di valore anche per la manodopera locale. Qualche esempio già c’è. Ma per farlo servono progetti, lungimiranza e anche cultura politica. Regali preziosi che solitamente non si trovano sotto l’albero di Natale.

14.12.2017, 08:402017-12-14 08:40:25
Simonetta Caratti @laRegione

Rifugiati in casa di chi può o vuole

Nella casa di Ginevra del chirurgo Pietro Majno-Hurst, che ha 4 figli, vivono da un anno e mezzo anche tre rifugiati eritrei ventenni. L’epatologo che diventerà a gennaio il...

Nella casa di Ginevra del chirurgo Pietro Majno-Hurst, che ha 4 figli, vivono da un anno e mezzo anche tre rifugiati eritrei ventenni. L’epatologo che diventerà a gennaio il nuovo primario di chirurgia al Civico ha spiegato ieri sulla ‘Regione’ che crescere questi ragazzi è un’esperienza bellissima per l’intera famiglia. I tre giovani eritrei stanno seguendo degli apprendistati: la più grande come aiuto-infermiera, la seconda come pasticciera, il terzo sta imparando il francese.

In Ticino la musica è diversa: un unico rifugiato minorenne vive in una famiglia affidataria. Qualche caso (sembra ne siano bastati pochi) andato per il verso sbagliato ha fatto alzare (assai velocemente!) bandiera bianca al Dipartimento sanità e socialità (Dss), diretto da Paolo Beltraminelli. Il risultato è che un centinaio di rifugiati minorenni non accompagnati è alloggiato in strutture gestite dalla Croce Rossa.
Stupito della scelta ticinese, il chirurgo ha commentato: «Qualche esperienza negativa può succedere ma, come in chirurgia, si deve essere tenaci: è probabilmente il modo più semplice e più efficiente di integrare queste persone».

Lo pensiamo pure noi. Spesso a fare la differenza tra casi virtuosi e fallimenti sono le persone che si incrociano lungo il cammino. Un docente, un assistente sociale, un prete, un volontario che ti aiuta a fare i compiti, una famiglia che ti accoglie dentro casa, un datore di lavoro che ti dà un posto da apprendista… se ai richiedenti l’asilo diamo le migliori possibilità per farcela, a guadagnarci è l’intera collettività.
Questo l’hanno capito tanti ticinesi: c’è chi ha messo a disposizione una camera, chi un posto in famiglia, chi del tempo, chi dei vestiti. C’è il desiderio di fare la propria parte nell’accoglienza: un’ondata di altruismo che spesso si è schiantata contro un muro alzato dal Dss (che gestisce questo settore). Paura? Mancanza di visioni future? Fobia da risparmio?

Come non capire che l’integrazione passa anche dagli esempi quotidiani, dall’affetto, dai legami che si possono respirare in contesti familiari. In tanti cantoni, chi può e chi vuole, accoglie richiedenti l’asilo minorenni in casa e li cresce in famiglia.
Purtroppo le scelte del Dss in tema di asilanti non sempre sono brillanti e hanno fatto molto discutere soprattutto per mancanza di trasparenza e di concorsi. Gli errori non sono mancati. Come il mandato diretto milionario, dato per anni in violazione alla legge, all’agenzia di sicurezza (Argo) che non era all’altezza del compito. Ma anche la fornitura di pasti ai richiedenti l’asilo nei centri di Camorino, Rivera e Pian di Peccia: il Dss ha scartato ristoratori locali, privilegiando esercenti a oltre 40 chilometri di distanza. Una situazione che è cambiata radicalmente a marzo di quest’anno (a febbraio scoppiava il caso Argo) quando il governo (e non il Dss) ha deciso di internalizzare il servizio: i pasti da marzo vengono affidati alle mense cantonali che sono a due passi, rinunciando a far fare 200 km al giorno a chi doveva portare il cibo dal Mendrisiotto al Bellinzonese.

Per allargare lo sguardo, sempre in tema di accoglienza, siamo andati negli appartamenti dove vivono 1’140 richiedenti l’asilo. Scoprendo che chi affitta loro gli alloggi sono quasi sempre le stesse persone. E a pagare l’affitto è il Cantone.
Abbiamo parlato con alcuni rifugiati. Nei loro volti abbiamo letto la speranza, quando c’è un progetto concreto di formazione. Ma troppo spesso abbiamo trovato rassegnazione, isolamento e nessuna conoscenza dell’italiano. La base, ci sembra, per una buona integrazione.

14.12.2017, 08:322017-12-14 08:32:13
Davide Martinoni @laRegione

‘No Billag’: una ‘calla-neve’ fatta a mani nude

Immaginiamo una nevicata come quella che ha messo in ginocchio mezzo Ticino. E immaginiamo anche di svegliarci il mattino, mettere il naso fuori dalla...

Immaginiamo una nevicata come quella che ha messo in ginocchio mezzo Ticino. E immaginiamo anche di svegliarci il mattino, mettere il naso fuori dalla finestra e osservare uno scenario inedito: strade perfettamente pulite e agibili, ampi marciapiedi senza alcun ostacolo e nessuna traccia dei soliti mucchi di neve ingrigita accatastata ai bordi. Persino i nostri vialetti d’accesso sono sgombri come se non avesse mai nevicato, e lustre sono le scalinate che ci conducono alla porta di casa. Qualcuno, zelante, ci ha anche piazzato dei vasetti di fiori per bellezza. Poi usciamo, saltiamo in auto (ci hanno pulito anche quella) e decidiamo di dare un’occhiata nelle zone più discoste e periferiche. Manco a dirlo, anche lì il lavoro è stato svolto in modo impeccabile: strade, viuzze, e piazzette sono tutte non solo a prova di scivolata, ma asciutte e percorribili in sicurezza. Finalmente prendiamo fiato e lo urliamo a chi ci ascolta: “Questo sì, che si chiama servizio pubblico!”. “Cara grazia – pensiamo subito dopo – che disponiamo dei mezzi per sostenerlo”.

Ora immaginiamoci la stessa nevicata, ma con un altro tipo di risveglio: strade ancora in gran parte inagibili, servizio calla-neve approssimativo, marciapiedi intasati, vialetti ingombri e ovviamente nessun omaggio floreale. Con mille difficoltà, scivolando e controsterzando, raggiungiamo la periferia, poi imbocchiamo una qualunque delle nostre valli. Più ci inoltriamo, peggiore è la situazione che troviamo: sembra di stare fuori dal mondo. Anche questo è servizio pubblico, sospiriamo, ma con i limiti che gli sono propri e che abbiamo imparato ad accettare.

Molto, ma molto peggio di così, per analogia, sarà la situazione svizzero-italiana in ambito radiotelevisivo e di informazione pubblica se il 4 marzo voteremo “Sì” all’iniziativa “No Billag”. Perché di colpo non solo ci ritroveremmo con un servizio calla-neve approssimativo, ma la neve, dalle strade, la dovremmo togliere con le mani. Oppure potremmo provare a delegare il compito ad altri, ma dietro lauto pagamento e stando a precise condizioni: ti libero la strada ma in maniera tale che possano circolare soltanto certi tipi di auto; quanto ai marciapiedi, ti spazzo anche quelli, ma gli itinerari li scelgo io... Se ne vuoi degli altri, mi paghi. E mi paghi per sgomberarti il vialetto e spazzarti le scale. Quanto ai fiorellini, scordateli: non ci sono proprio in alcun pacchetto.
Quegli stessi fiorellini, e quello stesso vialetto, e quelle stesse strade pulite e accessibili – fino alla più discosta delle periferie – che invece oggi, in ambito di servizio radiotelevisivo pubblico, abbiamo la fortuna di avere grazie a una chiave di riparto confederata che è autentica manna dal cielo.

È fuori di dubbio che la Rsi andrebbe emendata da alcuni privilegi evitabili; ed è semmai lì che bisognerebbe intervenire in una nuova logica di gestione delle risorse. Ma la Rsi è oggettivamente molto altro: un’attualità ben fatta, legata al nostro territorio e alla quale bisogna dare atto di impegnarsi per essere impermeabile alla politica; i documentari e le inchieste (e chi si può più permettere di farle, ormai?); gli approfondimenti economici e quelli scientifici. È Rete Due, straordinariamente ricca, scrigno di emozioni e scoperte; è lo sport in chiaro, dalla Champions League alle Olimpiadi, dai Mondiali alla sequela di grandi eventi (il tennis con Roger Federer, lo sci con Lara Gut) che nel resto d’Europa si sognano (o vedono in pay-tv). La Rsi, ancora, è un’informazione valida e approfondita sull’internazionale (Tg, Rg, Modem) e il principale cordone ombelicale in lingua italiana che ci collega al resto della Svizzera, il nostro Paese. La Rsi sono i preziosi archivi che raccontano di noi, i simboli storici alla Mariuccia Medici, quelli radicati come l’Osi o contemporanei alla Frontaliers. Poi c’è tutta l’animazione con cui siamo cresciuti, radiofonica e televisiva, spesso intelligente e comunque lontana anni luce dalle idiozie che affollano i palinsesti italofoni dell’unica alternativa che abbiamo (l’unica a parte la rete, off course). È, ancora, una vetrina per centinaia di realtà locali – associazioni, club sportivi, piccole e grandi aziende –, per artisti e musicisti e per gli stessi Comuni. Infine, ma non per ultimo, l’ente radiotelevisivo pubblico sono le 1’200 persone che ci lavorano e i 213 milioni di franchi che confluiscono ogni anno nell’economia della Svizzera italiana.
Insomma, un “Sì” il 4 marzo significherebbe svegliarci al mattino, dopo la grande nevicata, e vedere solo tanto bianco. Sulle prime forse abbagliante, ma null’altro che bianco. Quel bianco in cui si sprofonda, e che cancella tutto.

13.12.2017, 08:002017-12-13 08:00:04
Stefano Guerra @laRegione

Un’opportuna tabula Rasa

Da un anno abbiamo una legge che bene o male applica l’articolo costituzionale 121a, frutto del risicato sì popolare del 9 febbraio 2014 all’iniziativa ‘contro l’immigrazione di massa’; il...

Da un anno abbiamo una legge che bene o male applica l’articolo costituzionale 121a, frutto del risicato sì popolare del 9 febbraio 2014 all’iniziativa ‘contro l’immigrazione di massa’; il referendum contro questa soluzione eurocompatibile (ossia senza contingenti né tetti massimi, contrari all’accordo sulla libera circolazione delle persone) è fallito; le relative ordinanze basate sulla ‘preferenza indigena light’ (la corsia preferenziale accordata ai disoccupati iscritti agli uffici regionali di collocamento nella ricerca di un impiego nei settori ad elevato tasso di disoccupazione) entreranno presto in vigore; l’Ue non ha praticamente nulla da eccepire e così, dopo anni di burrasca, tra Berna e Bruxelles – lo ha confermato la recente visita del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker – il clima si è rasserenato.

Centrato l’obiettivo primario (salvare gli accordi bilaterali), ai promotori dell’iniziativa ‘Rasa’ (‘Raus aus der Sackgasse’, ‘Fuori dal vicolo cieco’) restavano quasi esclusivamente argomenti di natura giuridica per giustificare il mancato ritiro del testo lanciato nell’ottobre 2015 allo scopo di – né più né meno – stralciare dalla Costituzione contingenti, tetti massimi e preferenza agli svizzeri. Ancora poche settimane fa, il noto costituzionalista Andreas Auer – membro del comitato ‘Rasa’ – scriveva che la revisione della legge sugli stranieri varata dal Parlamento consentirebbe di eliminare solo in parte e provvisoriamente l’insicurezza del diritto provocata dal voto del 9 febbraio 2014. In altre parole: soltanto un ‘sì’ all’iniziativa Rasa avrebbe permesso di ‘sintonizzare’ di nuovo la Costituzione (con i suoi contingenti, tetti massimi, la preferenza agli svizzeri, il divieto di concludere nuovi trattati) e la legge (‘preferenza indigena light’ sul mercato del lavoro). La certezza del diritto poteva essere ripristinata anche con un controprogetto indiretto. Ma il Parlamento non ne ha voluto sapere.

Rimasti soli, senza appoggi politici di rilievo, di fronte una campagna che si sarebbe probabilmente conclusa con un pericoloso patatrac alle urne, i promotori dell’iniziativa Rasa – diventata nel frattempo anacronistica – hanno gettato la spugna. Con tanti saluti alla auspicata ‘coerenza dell’ordine giuridico’.

La loro decisione è nonostante tutto comprensibile. E opportuna. L’iniziativa è stata «importante e giusta», come hanno detto ieri alcuni dei promotori, ricordandone la funzione di spada di Damocle avuta durante i lavori parlamentari. Ma adesso è giunto il momento di mettere una pietra sopra il 9 febbraio; e di guardare avanti.

Nei prossimi anni le svizzere e gli svizzeri avranno altre occasioni per dire (ancora una volta) cosa ne pensano della libera circolazione e degli accordi bilaterali in generale. Potranno finalmente chiarire la loro posizione riguardo al quesito che l’iniziativa ‘contro l’immigrazione di massa’ ha lasciato in sospeso: cosa conta di più, la gestione autonoma dell’immigrazione o la libera circolazione delle persone? A braccetto con l’Azione per una Svizzera neutrale e indipendente, l’Udc si appresta a lanciare una nuova iniziativa popolare che, questa sì, mira esplicitamente a liquidare l’intesa con l’Ue sulla libera circolazione. Il Parlamento potrebbe occuparsene già nel 2019 (prima si voterà su un’altra iniziativa Udc non meno problematica sotto il profilo dello Stato di diritto, quella detta ‘per l’autodeterminazione’). Il piatto forte verrebbe così servito in piena campagna per le elezioni federali (settembre 2019), condito verosimilmente con un subdolo legame tra libera circolazione e islam radicale, nuovo fumoso nemico individuato dal partito di Albert Rösti.

13.12.2017, 07:152017-12-13 07:15:23
Matteo Caratti @laRegione

Elvezia spala subito, gli altri… Risparmi?

Lunedì un amico che ha un negozio sul Viale della Stazione a Bellinzona, visti i primi fiocchi di neve e tornando un po’ bambino, mi ha scritto ‘Con la neve sono tutti...

Lunedì un amico che ha un negozio sul Viale della Stazione a Bellinzona, visti i primi fiocchi di neve e tornando un po’ bambino, mi ha scritto ‘Con la neve sono tutti più gentili!’ e sotto ci ha messo la foto dell’alberello imbiancato davanti alla vetrina. Ed effettivamente lunedì è stata una giornata speciale: tutto si è rallentato nell’ovattata pace della copiosa nevicata. Poi, però, è puntualmente giunto il martedì e, a maggior ragione dopo una notte senza neve, ti saresti aspettato di trovare strade e marciapiedi un tantino liberati. E invece… i più, recandosi di buon mattino al lavoro nella capitale, si son chiesti: ma con la grande Bellinzona si son venduti pale e spazzaneve? A dare il buondì ieri c’erano strade con gobbe di neve dura a tratti alte e a tratti basse, che hanno messo a dura prova le sospensioni; marciapiedi che ti costringevano a scendere in strada; e, tanto per finire col sorriso (amaro), colmo dei colmi, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, ecco due palazzi di giustizia a trenta metri da quello del governo, trattati diversamente: uno sgomberato dalla neve (il Tribunale penale federale); l’altro coi posteggi completamente inagibili (la Procura cantonale già sede della Polizia cantonale). Vien da dire: viva la Confederazione! E mamma Elvezia spieghi ai servizi cantonali e al Municipio come ha fatto da Berna a far pulire già in giornata un piazzale a Bellinzona! A meno che il motivo del disservizio non siano i soliti risparmi.

12.12.2017, 07:152017-12-12 07:15:43
Matteo Caratti @laRegione

La marcia, il Vangelo e il Padre loro

Hanno fatto bene o male i frati cappuccini di Faido a...

Hanno fatto bene o male i frati cappuccini di Faido a rifiutare l’ospitalità al gruppetto di persone in marcia per promuovere i diritti e la dignità di tutti? Loro, i frati, hanno deciso di declinare la richiesta d’ospitalità, perché hanno sentito puzza di bruciato, trattandosi di una manifestazione connotata politico/partiticamente, con la presenza anche di Lisa Bosia Mirra, da loro definita “una nota granconsigliera già finita alla sbarra e condannata per aver introdotto illegalmente un certo numero di ‘migranti clandestini’ sul territorio ticinese”. Da questo punto di vista la loro argomentazione – del “non vogliamo farci strumentalizzare da nessuno!” – potrebbe anche reggere. Ma a suonare strano è un altro aspetto non secondario. Non ci sembra che, fra messaggio evangelico e marcia per i diritti umani, ci sia poi tutta sta differenza. Anzi, c’è piuttosto una più che evidente analogia. Suvvia, non stiamo parlando di diavolo e acqua santa, ma dell’applicazione concreta, terrena, di principi e valori evangelici, o per chi non crede, universali. Concludiamo, anche perché pure a noi quei frati stanno simpatici, riprendendo la loro citazione “preferiamo aiutare nel silenzio e nella discrezione evangelica”: “Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. Ok, a giudicarli, semmai, sarà il Padre loro!

9.12.2017, 08:272017-12-09 08:27:57
Aldo Bertagni @laRegione

La nuova alba della Lega

Un anno prima e poco più (9 novembre 1989) era caduto il muro di Berlino, portandosi via le illusioni e l’identità di chi vedeva nel capitalismo occidentale il nemico da battere. Rimasti i...

Un anno prima e poco più (9 novembre 1989) era caduto il muro di Berlino, portandosi via le illusioni e l’identità di chi vedeva nel capitalismo occidentale il nemico da battere. Rimasti i vincitori, si è creato un vuoto ideale ancor prima che programmatico e nel suo piccolo Giuliano Bignasca, fondatore della Lega dei Ticinesi nel gennaio 1991, l’aveva (forse) intuito cavalcando subito il malumore popolare nei confronti di un potere arrogante e autoreferenziale. Aveva capito, il Nano, che quel vuoto creato col crollo del Muro doveva riempirsi di nuove proteste e anche di nuovo rancore degli esclusi. Lui stesso, il Bignasca, si era del resto sentito escluso per quell’appalto andato ad altri e mosso dall’ingegno, quanto dalla fortuna, prima col ‘Mattino’ poi con la Lega, mise in piedi un movimento – ben presto diventato partito istituzionale – che era la sintesi di tutto e di più: dei rancorosi, dei furbi di sempre che si nascondono e utilizzano altri per fare affari, degli spaesati a sinistra (orfani delle ex regie federali), dei sinceri e ingenui elettori felici di aver finalmente trovato un capopopolo disposto a farsi carico di tutte le magagne cantonticinesi. Ed è andata come sappiamo.
Un successo dopo l’altro. Poi l’improvvisa scomparsa del leader e l’eredità raccolta con fatica dal fratello Attilio, sino allora abile mediatore del movimento. Giuliano Bignasca muore il 7 marzo 2013 e dal quel giorno è stata un’altra Lega dei Ticinesi, inevitabilmente. Sono trascorsi quasi cinque anni e la transizione è finita. Il fratello Attilio, dopo vari annunci, questa volta lascerà davvero il coordinamento di un movimento che, nel frattempo, si è trasformato in partito di potere con la maggioranza relativa in Consiglio di Stato e col sindaco nella principale città ticinese, Lugano. Partito di potere nelle istituzioni e negli enti pubblici e parapubblici, come in non pochi Comuni. Corpo intermedio senza strutture, dove ognuno che conta agisce per conto proprio, senza rispondere a chicchessia. Lontani i tempi quando il Nano dettava legge da via Monte Boglia e nessuno osava replicare. L’Attilio si è sempre limitato a coordinare, ovvero a metterci la faccia quand’era necessario. Nient’altro. Via lui, cosa succederà?
Domattina si ritroveranno a Pregassona per festeggiare i 25 anni dal no svizzero allo Spazio economico europeo (See) e magari sarà occasione per capire da che parte gira il vento della leadership, ammesso e non concesso ve ne sia una (identitarismo a parte). C’è chi vorrebbe darsi finalmente una struttura organizzativa, magari minima ma identificabile e chi pensa che tutto sommato la Lega sta bene come sta, senza più un capo vero, ma con tanti “capetti” che gestiscono il proprio spazio di potere e fanno sintesi ogni tanto, magari sul ‘Mattino’ (scheggia sempre più impazzita) o magari grazie alla figlia dell’Attilio, che dietro le quinte ha, lei sì, gestito la transizione. Finché dura. E durerà ancora a lungo, non tanto per i meriti (si vive di declamazioni e illusioni) quanto piuttosto per palese incapacità della concorrenza, oggi più che mai persa nella nebbia della disillusione popolare.

9.12.2017, 07:562017-12-09 07:56:00
Lorenzo Erroi @laRegione

Distruzioni per l'uso | 'T contro T'

“Piove sui giusti e sugli iniqui” dice il Vangelo di Matteo. “E cosa c’entriamo noi nel mezzo?”, commenta perplesso Snoopy. Viene da chiedersi lo stesso leggendo ‘T contro T – Te...

“Piove sui giusti e sugli iniqui” dice il Vangelo di Matteo. “E cosa c’entriamo noi nel mezzo?”, commenta perplesso Snoopy. Viene da chiedersi lo stesso leggendo ‘T contro T – Te lo do io il liberismo’, agile confronto fra Tito Tettamanti e Alfonso Tuor alle prese coi massimi sistemi dell’economia globale. Entrambi concordano sul fatto che mala tempora currunt: disuguaglianze, speculazioni e una cricca mondiale – l’alta finanza, il Fondo Monetario, le banche centrali - ci rendono tutti più poveri e schiavi.

Colpa dei liberisti, anzi no

Battibeccano invece sulle ragioni di tale sfacelo: Tuor incolpa il neoliberismo, che ha svincolato il mercato dalle responsabilità politiche, ha depresso i salari occidentali grazie alla mobilità dei capitali, e ha creato un eccesso di offerta che solo l’indebitamento può sostenere. La controprova? La crisi del 2008, quando fu appunto il debito marcio ad affondare i mercati, costringendo gli stati a salvare i robber barons di Wall Street.

Tettamanti dissente. È vero che c’è una “Santa alleanza” globale, ma non prendiamocela coi liberisti: la colpa è semmai di una superburocrazia globale, erede dei “ceti parassitari” di un “sistema social-democratico e statalista”, che drena risorse e intralcia l’impresa. “Il mercato, come tutti gli ecosistemi, si auto-regola e cerca un equilibrio: ma questo è un processo doloroso, difficile, complesso, che è rischioso provare a condizionare e manipolare con interventi esterni”.

‘Noi nel mezzo’ possiamo imparare da entrambi, e far tesoro delle rispettive obiezioni. Ha ragione probabilmente Tettamanti, quando ricorda a Tuor il contributo decisivo della globalizzazione contro la povertà mondiale, e l’innalzamento trasversale degli standard di vita. Tuor colpisce nel segno, invece, quando ribatte che le liberalizzazioni più aggressive hanno contribuito alla crisi, a dimostrazione del fatto che la ‘legge del mercato’ non è sufficiente a disciplinarne gli attori.

Che fare?

Il brutto di questo approccio ‘pugilistico’ è che costringe a estremizzare, al punto che la parte prescrittiva (intitolata, con ironico leninismo, ‘Che fare?’) in realtà non prescrive un bel nulla: stremati, i pugili si abbracciano al centro del ring, per sostenersi a vicenda. Sussurrandosi nelle orecchie una visione apocalittica del presente, unica cosa che condividono. Tuor la butta sul diopatriafamiglia: “Mi ritrovo a difendere il valore delle radici, della patria e dell’identità culturale, poiché non voglio essere l’utile idiota dei poteri forti.” Tettamanti, rinunciando a quell’amoralismo un po’ anarchico che è il dono migliore dei libertarians, rilancia con una serie di cliché: “i poteri forti fanno loro istanze culturali, del progresso ecologico, dei generi (sic), della multiculturalità e non si oppongono alla dissacrazione di miti e valori”. Poi “manca il lavoro sicuramente, ma forse manca anche la voglia di lavorare. Abbiamo inculcato ai ragazzi i diritti, trascurando di parlare dei doveri.” Ne ha perfino per “i gabinetti per i transgender, ormai diventati una delle preoccupazioni maggiori della nostra società”. Aggiungerei che non esistono più le mezze stagioni e che non si trovano più quei bei cachi di una volta, poi direi che la geremiade è completa.

Retrotopia

Il più progettuale è Tuor, anche se a volte pare un incrocio fra Savonarola e un black bloc. Invoca addirittura la resistenza contro lo spossessamento di sovranità imposto dalla globalizzazione, “una nuova lotta di classe tra potere e classi subalterne”. Ma questa lotta non è pensata in chiave internazionalista. Non più “proletari di tutti i Paesi, unitevi!” bensì una ritirata nazionalista, volta ad esaltare la patria come unità di misura del mondo: “la democrazia ha bisogno di un popolo e questo popolo esiste solo a livello nazionale”.  

Mi pare una fuga all’indietro, una reazione non tanto alla globalizzazione, quanto alla modernità e al cambiamento in quanto tali. Una “retrotopia”, per dirla con Bauman. Ne è sintomo l’ormai consunto invito a “riprendere lo spirito dei grandi accordi di Bretton Woods del 1944”: cooperazione internazionale e commercio, sì, ma rimettendo gli Stati a capo del gioco, e reintroducendo controlli sui movimenti di capitale, pur di garantire giustizia sociale e diritti dei cittadini. Dimenticando – ah, les neiges d’antan! - che è proprio da quell’accordo che è ripartita la globalizzazione, nella speranza liberale che con gli scambi e lo sviluppo economico si sarebbe consolidata anche la pace. E il tutto stava in piedi solo grazie all’egemonia americana: trovala oggi, una Washington che voglia o possa fare altrettanto.

Dissolta questa cornice storica, lucidare i vecchi ottoni del nazionalismo è, nel migliore dei casi, qualcosa di inutilmente crepuscolare: ricorda tanto “Loreto impagliato ed il busto di Alfieri,” “le buone cose di pessimo gusto” di Gozzano. Nel caso peggiore, invece, è fare il gioco puerile dei lepenisti, dei grillini e dei leghisti, egualmente interessati a “liberarsi di questi politici e di questo establishment.”

Se gli Stati devono ripensarsi come corpi intermedi fra i cittadini e le forze della globalizzazione, mi pare difficile che possano farlo rinunciando a una forte carica internazionalista. Non sarà il singolo staterello a potersi imporre contro la ‘Santa Alleanza’ globale. In ogni caso, incollare alla concezione dello stato l’oleografia della nazione e del popolo, delle radici e delle tradizioni, inasprisce le incomprensioni e inceppa qualsiasi progetto federativo. Non mi pare poi che fosse questo, lo spirito di Bretton Woods.

7.12.2017, 07:452017-12-07 07:45:00
Matteo Caratti @laRegione

Tirarsi una bella zappatona sui piedi

Da domenica, a causa dell’esito del sondaggio Billag, la Ssr è molto preoccupata. A poco servono i ragionamenti sulla formazione del campione rappresentativo. Vista l’aria (grama...

Da domenica, a causa dell’esito del sondaggio Billag, la Ssr è molto preoccupata. A poco servono i ragionamenti sulla formazione del campione rappresentativo. Vista l’aria (grama) che tira, meglio prendere subito il toro per le corna e spiegare all’opinione pubblica cosa attende la Svizzera in caso di pollice verso. Va detto, senza né se né ma, che in tal caso si andrà verso il crash, verso lo spegnimento di radio e tv pubbliche, perché cadranno gli importanti finanziamenti al servizio pubblico. Alternative, in base al chiaro testo dell’iniziativa, non ve ne sono. E, siccome non è la prima volta che una votazione popolare sfugge di mano per poi risvegliarci tutti con l’amaro in bocca, è bene sapere che la Ssr non sarà in grado di vivere con la sola pubblicità (copre solo il 20-25% dei costi). Lo schianto senza più il canone, insomma, è garantito. Che Paese saremo senza un ente d’informazione nazionale? E questo proprio in un’epoca dove l’informazione è potere e c’è persino chi la manipola da fuori per influenzare le opinioni! Pensiamoci un po’: essere indipendenti vuol dire avere una Ssr forte, non una morta. È dunque importante venir informati sul ruolo-chiave che il nostro ente radio-tv nazionale svolge nel nostro Paese quadrilingue in tanti ambiti: numero uno, come detto, nella produzione di un’informazione di qualità (sull’intrattenimento fine a sé stesso si può discutere); poi anche nel sostegno della cultura e nella promozione della coesione sociale, mentre altre istituzioni, pensate per tenere unita l’Elvezia, stanno lentamente disimpegnandosi. Esempi? La ‘ritirata’ dell’esercito o della Posta. Non da ultimo, guardando alla Svizzera italiana, possiamo tranquillamente parlare di manna inviataci a Sud delle Alpi, grazie alla generosa chiave di riparto che permette alla Rsi di beneficiare di laute entrate e offrire programmi di qualità dando un lavoro (qualificato!) a oltre 1’200 dipendenti. Forse qualcuno pensa che possiamo sputarci sopra così, tanto per sfogare qualche umore di pancia? Chi deve dunque fungere responsabilmente da cinghia di trasmissione di tali informazioni in vista del voto? Un po’ tutti data la posta in gioco, ma in primis i partiti. La strada sembrerebbe spianata, visto che il governo ha invitato a respingere l’iniziativa ‘No Billag’, insistendo pure sul fatto che anche solo un nostro no potrebbe avere effetti negativi in Ticino (= modifica della chiave di riparto) per la Rsi e per le radio/tivù private. Ma fuori alcuni partiti soffiano sul fuoco, attizzando dubbi. In pochi giorni ecco due eloquenti esempi. Il primo dal ‘Mattino’, a firma del cons. naz. e direttore del settimanale leghista Quadri, che propone un articolo dal titolo ‘Adesso promettono, ma poi…’ e sopratitolo ‘No Billag: in casa Ssr vale il principio del passata la festa gabbato lo santo’. Ma il movimento di Quadri a Palazzo delle Orsoline non ha ben due rappresentanti (Gobbi e Zali) che, presumiamo, abbiano condiviso il comunicato del CdS a sostegno della Ssr? Passa qualche giorno ed è la volta di un comunicato del Ppd. Titolo: ‘Il sondaggio sull’iniziativa No Billag è molto preoccupante, la Rsi deve assolutamente correre ai ripari!’. E, dopo aver fatto il verso a sostegno, si dilunga, pure sottolineando in un passaggio già scritto in grassetto, sul fatto che deve subito essere soppresso il pagamento del canone dei dipendenti da parte dell’azienda. Il passaggio è talmente evidenziato che risulta essere la vera notizia, e non il fatto che il Ppd sia contrario alla No Billag. Anche qui ci chiediamo: ma il ministro Ppd in governo condivide un simile modo di comunicare? A che gioco giochiamo? Votazione trasformata in ottimo pretesto per darsi al tiro al piccione? Si scherza così col fuoco, rischiando di ustionarsi. Terzo grado garantito e zappatona sui piedi.

6.12.2017, 09:252017-12-06 09:25:47
Andrea Manna @laRegione

Nomina del pg, rischio pasticcio

A prescindere dalla preparazione scientifica dei quattro candidati, che non mettiamo in discussione (si tratta comunque di tre magistrati inquirenti in carica e di un ex pp), l’...

A prescindere dalla preparazione scientifica dei quattro candidati, che non mettiamo in discussione (si tratta comunque di tre magistrati inquirenti in carica e di un ex pp), l’elezione da parte del Gran Consiglio del procuratore generale che subentrerà a John Noseda rischia di trasformarsi in un pasticcio. E sarebbe davvero un peccato. Per un paio di motivi. C’è in ballo una nomina molto importante. E ci sono di mezzo dei soldi pubblici. Quelli spesi per gli assessment disposti dall’Ufficio presidenziale del parlamento: ventimila e passa franchi per testare le capacità organizzative/manageriali degli aspiranti pg.

Il fatto è che la Commissione di esperti indipendenti – tenuta in base alla vigente Costituzione ticinese a esaminare e a preavvisare all’attenzione dell’autorità di nomina dei magistrati, cioè il Gran Consiglio, le nuove candidature – non avrebbe tenuto conto dell’esito delle valutazioni eseguite in ottobre dall’Istituto di psicologia applicata della Zhaw di Zurigo. Avrebbe considerato queste valutazioni non determinanti ai fini del proprio parere (peraltro formulato di recente) sulle quattro candidature alla carica di pg. Usiamo il condizionale, perché i motivi della posizione degli esperti riguardo agli assessment non sono (al momento) ufficialmente noti. Sarebbe però opportuno divulgarli per una questione di trasparenza, più che mai necessaria quando si deve designare la persona che, come stabilisce la Legge cantonale sull’organizzazione giudiziaria, dirigerà il Ministero pubblico, vigilando sull’attività dei procuratori pubblici. La decisione dell’Ufficio presidenziale del parlamento di sottoporre a un assessment, a una verifica delle capacità attitudinali, coloro che ambiscono alla poltrona di procuratore generale non aveva certo suscitato grande entusiasmo nella Commissione. Probabilmente la riteneva un’indebita ingerenza nel mandato attribuitole dalla Costituzione, quello appunto di esprimere un giudizio, non vincolante per il Gran Consiglio, sulle candidature. E tale preavviso, al momento, compete unicamente a lei.

Ma adesso che si fa con gli assessment? Nella scelta del nuovo procuratore generale il Gran Consiglio intende prendere in considerazione – anche – i risultati delle valutazioni effettuate dall’istituto zurighese? Se vi rinuncerà del tutto, ne prenderemo atto. Vorrà dire che si è gettato al vento denaro dei contribuenti. A meno di spiegazioni... convincenti. In ogni caso è auspicabile che si faccia chiarezza al più presto su come si vuole procedere per giungere senza particolari scossoni alla delicata elezione del pg. Apriamo una parentesi: gli assessment sono uno dei correttivi, sebbene non ancora in vigore, al sistema di nomina parlamentare delle toghe che il parlamento ha adottato lo scorso mese, approvando il rapporto del popolare democratico Maurizio Agustoni. Parentesi chiusa.

Vedremo allora cosa deciderà l’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio nella riunione di lunedì prossimo. Se non si fa chiarezza, si corre il rischio di trasformare la nomina del pg, una nomina che deve godere del più ampio consenso possibile, in un pasticcio. Il che sarebbe musica per le orecchie di chi invoca l’elezione popolare dei magistrati, procuratore generale compreso.

6.12.2017, 07:302017-12-06 07:30:47
Generoso Chiaradonna @laRegione

Un alleato serio e affidabile dell’Ue

Esattamente venticinque anni fa popolo e cantoni dissero no all’adesione della Svizzera allo Spazio economico europeo, lo strumento giuridico proposto dall’allora Comunità...

Esattamente venticinque anni fa popolo e cantoni dissero no all’adesione della Svizzera allo Spazio economico europeo, lo strumento giuridico proposto dall’allora Comunità europea per estendere anche ai paesi terzi dell’Associazione di libero scambio il nascente mercato continentale.

Fu proprio nel 1992 che gli allora sette membri dell’Aels (la Svizzera ne fa ancora parte) negoziarono un accordo in tal senso che sarebbe entrato in vigore due anni dopo. Ma proprio a seguito del no referendario del 6 dicembre di quell’anno, la Svizzera dovette seguire un’altra via, più tortuosa e giuridicamente più debole, per raggiungere gli obiettivi dello See che erano quelli delle famose quattro libertà di mercato su cui si basa una classica economia capitalistica (libera circolazione di beni, persone, servizi e capitali) e le relative politiche (concorrenza, trasporti, energia, nonché cooperazione economica e monetaria).

Ad alcuni movimenti politici (da destra a sinistra) quella via sembrò azzardata perché poneva le basi per entrare nella Comunità europea. Cosa che del resto avvenne per tre dei sette Stati aderenti all’Aels, ovvero Austria, Finlandia e Svezia. Islanda, Norvegia e Liechtenstein fanno parte, apparentemente senza contraccolpi politici ed economici, dello See. Lo statuto speciale, se così vogliamo chiamarlo, è stato concesso solo alla Svizzera e non è detto che tale continuerà a essere visto che da parte della Commissione europea si chiede di ‘istituzionalizzare’ gli accordi bilaterali in modo che si adattino più o meno automaticamente all’evoluzione del diritto comunitario. Fumo negli occhi per chi ha fatto dell’indipendenza e sovranità nazionale un prezioso capitale politico che paga elevati dividendi nelle urne.

I movimenti anti-europeisti non sono però una prerogativa svizzera. In molti paesi del Vecchio continente montano le proteste verso le istituzioni comunitarie spesso sorde a istanze ed emergenze locali. Pensiamo alla pessima gestione del fenomeno migratorio nel Mediterraneo e sulle rotte balcaniche o alla crisi finanziaria di qualche anno fa che mise in ginocchio le economie periferiche dell’Eurozona. Una crisi, quest’ultima, governata in ritardo e con piglio puramente tecnocratico che ha riacceso antichi e mai sopiti sentimenti anti-tedeschi. Insomma, la tanto decantata solidarietà europea è svanita appena sono stati messi in discussione primati e prerogative prettamente nazionali. Basta pensare alla Brexit conclamata o ai sogni indipendentisti dalla Catalogna alle Fiandre, passando per la Corsica. Oppure ai nascenti nazionalismi esteuropei che stanno riportando indietro le lancette della storia. Insomma, il sogno europeo non alletta più le popolazioni del Vecchio continente.

La Svizzera, pur con le sue maldestre sbandate corrette all’ultimo momento (pensiamo all’applicazione light dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa), si è dimostrata in questi anni un alleato serio ed affidabile dell’Unione europea. Ha contribuito una prima volta con un miliardo di franchi ai progetti di coesione europea nei paesi dell’Est e altrettanto farà nei prossimi anni (parlamento e referendum permettendo). Probabilmente la via dello Spazio economico europeo bocciata 25 anni fa avrebbe evitato ostacoli tecnici nati successivamente con i bilaterali (dal 1972 a oggi sono oltre 120 gli accordi siglati tra Berna e Bruxelles). Ma in un’epoca storica caratterizzata da strappi istituzionali (Brexit) e dalla crescente disaffezione verso il progetto europeo, il contributo svizzero a quest’ultimo non può andare oggettivamente oltre queste buone intenzioni.

5.12.2017, 08:472017-12-05 08:47:09
Matteo Caratti @laRegione

Yannick Buttet, resta solo la porta!

Non c’è esempio più eloquente di quello in cartellone da qualche giorno sotto la cupola di Palazzo federale per spiegare cosa significhi per un partito (e anche per un suo...

Non c’è esempio più eloquente di quello in cartellone da qualche giorno sotto la cupola di Palazzo federale per spiegare cosa significhi per un partito (e anche per un suo esponente) essere in grado di fare una valutazione autonoma di carattere etico del comportamento di un proprio rappresentante. Sapersi cioè assumere le proprie responsabilità, indipendentemente da cosa farà o meno la magistratura, in virtù dei principi e dei valori, del proprio bagaglio etico, culturale e anche storico.
Il caso Buttet, che vede al centro del dibattito pubblico il consigliere nazionale (appartenente all’ala conservatrice del Pdc e difensore della famiglia tradizionale!), fermato dalla polizia perché stava per l’ennesima volta ‘stolkerando’ la sua ex amante, ripropone proprio questa questione.

Da un lato c’è il partito nazionale più che imbarazzato, perché Buttet occupa incarichi importanti a livello federale: è consigliere nazionale e vicepresidente del Ppd svizzero. Basta dunque una macchia – ma qui siamo di fronte a colpe già parzialmente ammesse! – per imbrattare tutto il partito nazionale. Se poi le macchie sono più di una, visto il vizio del bere, che lo portano ad assumere atteggiamenti di stalking all’ex amante vallesana finiti in Procura e – come poi è emerso – anche attenzioni inappropriate verso colleghe parlamentari e giornaliste a Berna, è chiaro che difendere un simile politico diventa pressoché impossibile. E inaccettabile.
Tant’è che i vertici nazionali del Ppd gli hanno da subito fatto capire che era il caso di farsi da parte e non solo di autosospendersi dalla carica di vicepresidente. Ieri, passato il fine settimana, Buttet si è dimesso dai vertici partitici, verosimilmente cinque minuti prima che i suoi lo destituissero.

I gravi fatti emersi non sono invece ancora stati da lui ritenuti sufficienti, per determinare una rinuncia alla carica di consigliere nazionale e di sindaco. Ci pare di aver capito che il politico abbia preferito guadagnare tempo, optando per una (comunque salutare) cura di disintossicazione dall’alcol e attendendo così fors’anche il risultato dell’inchiesta penale che lo concerne.

Ma, ancora una volta, ecco la domanda: un politico e, se necessario, lui in tandem col suo partito, non dovrebbe fare una schietta valutazione della compatibilità di quanto successo, dell’impatto dei fattacci sulla sua credibilità e saper tirare già da subito le sue conclusioni? La nostra risposta è sì. A perdonarlo, una volta disintossicato, sarà casomai sua moglie. Non la politica. Nel caso Buttet ancora una volta (dimissioni dalla vicepresidenza a parte), il deputato-stalker preferisce tirarla alla lunga, cavalcare l’onda, sperando che il tempo faccia dimenticare.

Un’ultima considerazione: scoppiato il caso sotto la cupola qualcuno ha chiesto l’apertura di una sorta di ‘sportello di consulenza’. Non esageriamo. Osiamo sperare che i deputati alle Camere (e i giornalisti al loro seguito) siano sufficientemente adulti e vaccinati da sapersi autonomamente tutelare da mani morte o peggio ancora…

4.12.2017, 10:302017-12-04 10:30:56
Matteo Caratti @laRegione

No Billag: trappola per topi!

Colpo di scena: l’iniziativa ‘No Billag’ per l’abolizione del canone radio-tv potrebbe farcela. Secondo un sondaggio il 57% dei cittadini voterà ‘sì’ all’iniziativa in votazione il 4...

Colpo di scena: l’iniziativa ‘No Billag’ per l’abolizione del canone radio-tv potrebbe farcela. Secondo un sondaggio il 57% dei cittadini voterà ‘sì’ all’iniziativa in votazione il 4 marzo. Solo il 34% si oppone. Lo indica l’indagine diffusa da ‘Le Matin’ e ‘Sonntags’ (gli indecisi sono il 9%, cfr. pag. 4). Interessante evidenziare che non sono i programmi della Ssr a essere messi in questione. Il 55% delle persone si dice, infatti, parzialmente/totalmente soddisfatto dell’offerta. E allora: perché votare la No Billag? Ce lo dice (forse) un altro dato: oltre il 60% non crede che l’abolizione del canone comporterà la morte della Ssr e la fine dei grandi canali nazionali radio e tv. Solo il 39% pensa che l’accettazione dell’iniziativa significhi il grounding della Ssr. Il 46% è anzi convinto che, se il testo venisse accolto, grandi programmi nazionali e indipendenti sarebbero sempre disponibili. Quanta ignoranza! Il dato che emerge deve preoccupare tutti gli operatori dei media. Già, perché parte dall’idea che tutto – informazione compresa – è viepiù gratuito; si può quindi anche avere una Ssr senza pagare il canone. Se questo è il sentire dell’elettorato la sfida sarà tosta! Ricordarsi prima del voto: ogni cosa ha un prezzo. Se è gratis, il prodotto lo diventiamo noi consumatori e il modello di Svizzera e la qualità della democrazia che conosciamo sono a rischio. 4 mesi per spiegarlo!

2.12.2017, 08:302017-12-02 08:30:34
Marzio Mellini @laRegione

C’è crescita solo oltre le difficoltà

«Organizzeremo la più bella Coppa del mondo della storia». Non ha dubbi, Gianni Infantino, presidente della Fifa, sull’esito dei Mondiali del prossimo anno. Quanto alla...

«Organizzeremo la più bella Coppa del mondo della storia». Non ha dubbi, Gianni Infantino, presidente della Fifa, sull’esito dei Mondiali del prossimo anno. Quanto alla Svizzera, squadra sulla quale concentrerà il suo tifo che solitamente è diviso a metà con l’Italia, il numero uno del calcio mondiale ostenta lo stesso ottimismo. «Può battere chiunque».

Il tempo fornirà le risposte circa la portata dell’evento che la Russia sogna di rendere grandioso, oltre la valenza storica e fortemente simbolica dell’edizione del 2010 ospitata dal Sudafrica di Nelson Mandela; oltre anche il fascino ineguagliabile di quella del 2014, nel Brasile che il sorteggio ci porrà di fronte il 17 giugno, terra di calcio per antonomasia.

Di più, insomma, promette Infantino. Con una punta di presunzione simile a quella del suo predecessore, quello Joseph Blatter artefice dell’allargamento dei confini del calcio. Con le conseguenze nefaste che tale apertura ha comportato. Per dirla con le parole del dirigente vallesano, «quello che non è ancora pronto oggi, lo sarà domani». E via di zampilli di ottimismo. Di facciata. Nonché, francamente, scontati, in quanto ripetitivi. Il tempo, si è detto, leverà il velo da quelle che al momento sono parole consegnate al vento, al protocollo, al copione dell’ospite eccellente.

Sarà invece il campo a dire se la Svizzera sarà in grado di emergere in un gruppo E completato da Brasile, Costarica e Serbia, lo spauracchio di quarta fascia sprofondata nel ranking Fifa, compagna di viaggio dei rossocrociati, in un girone dal quale non sarà facile uscire con in tasca il biglietto per gli ottavi di finale.

Con un sorteggio “normale”, o addirittura fortunato, come quello degli ultimi anni (qualificazioni alla Russia comprese), sarebbe fin banale inquadrare gli ottavi di finale quale obiettivo minimo, per una squadra che mira a una crescita costante – ancora in corso – e al raggiungimento di un livello che al momento sembra sfuggire, se si ripensa all’occasione clamorosa contro l’Argentina di Messi in Brasile, a quella sprecata contro la Polonia agli ultimi Europei, alla mesta figura contro il Portogallo lo scorso ottobre, ai patemi contro l’Irlanda del Nord nello spareggio che ha obliterato il biglietto per la Russia.

Assodato che la dea bendata ha voltato le spalle a una selezione tante volte baciata dalla buona sorte nel recente passato, stavolta le cose si complicano. Ma non è detto che la prospettiva debba essere ribaltata, anzi. Quello che era l’obiettivo minimo non deve diventare una sorta di conquista, di punto d’arrivo, solo perché invece di una rivale di basso profilo c’è la Serbia. Se è vero come è vero che la Nazionale è cresciuta, migliorata e maturata, in Russia ha l’occasione – grazie a un sorteggio tutto fuorché benevolo che ne insidia le certezze ma ne deve stimolare orgoglio e spirito – di dimostrare che quelle spese dopo la qualificazione, e ogni volta che viene estromessa da un torneo importante, non sono parole al vento della circostanza. Se crescita c’è, passa dal superamento delle difficoltà. Difficoltà vere. La Russia dirà quanto questa Svizzera vale.

1.12.2017, 09:152017-12-01 09:15:37
Matteo Caratti @laRegione

Se la lanterna non fa luce...

L’uscita di scena di Renato Scheurer, capoufficio del sostegno sociale e dell’inserimento del Dss di Paolo Beltraminelli, era nell’aria e crediamo non abbia stupito (quasi) nessuno. Si...

L’uscita di scena di Renato Scheurer, capoufficio del sostegno sociale e dell’inserimento del Dss di Paolo Beltraminelli, era nell’aria e crediamo non abbia stupito (quasi) nessuno. Si tratta di un alto funzionario caduto quasi subito in disgrazia non appena scoppiato l’Argogate. È infatti stato il primo a venir esautorato dalle sue funzioni già a inizio marzo, a poche settimane dallo scoppio dello scandalo. Si parlerà poi ancora di lui mesi dopo per via delle diverse versioni su alcuni fatti centrali della vicenda rese dinnanzi alla sottocommissione della gestione; versioni in contrasto con quelle dell’ex capodivisione Blotti e, in parte, successivamente riviste. E poi ancora recentemente, sempre Scheurer, è stato oggetto di approfondimenti in Procura, sfociati in una perquisizione domiciliare e nel rinvenimento sui suoi conti di alcune decine di migliaia di franchi ricevuti in eredità. Soldi che però non avevano nulla a che vedere – come invece qualcuno sospettava – con Argo 1. Infatti, quell’importo era stato da lui ereditato e regolarmente segnalato al fisco. Più che evidente che, in una simile situazione, è come minimo venuta meno in Scheurer la serenità necessaria per poter dirigere l’Ufficio e, per i primi due fatti, il necessario legame di fiducia coi superiori. Ora, di fronte a tutto ciò, che cosa ci sentiamo dire dal Consiglio di Stato, autorità di nomina dei funzionari? Che il signor Scheurer ha inoltrato una richiesta di prepensionamento, che è stata accettata, e che è uscito subito di scena perché aveva giorni di vacanza e ore straordinarie in arretrato (‘è liberato da subito dagli obblighi di servizio’). Domanda: ma se Scheurer non avesse fatto lui il passo, questo governo (così ingessato e imbarazzato) cosa avrebbe fatto? Avrebbe continuato a tenersi un alto funzionario che da tempo non esercitava più la funzione per la quale era stato nominato? Un funzionario da mesi e mesi nell’occhio del ciclone? L’impressione per il cittadino comune – che ha letto il comunicato del governo – è che ancora una volta l’esecutivo abbia abdicato al suo ruolo, che in tempi bui come questi dovrebbe essere anche di lanterna. Lanterna di etica civica per l’intero Paese. Sarà anche vero che il funzionario, sentendo la malparata – come si dice in dialetto ‘pusée in svelt che in prèsa l’ha ciapà su al dü da copp…’ –, ha cercato e trovato una via d’uscita. Quella che maggiormente gli conveniva, cioè il prepensionamento volontario, evitando così di dover magari chiarire altri aspetti, come funzionario, una volta che i vari rapporti verranno consegnati. Ma, siccome sono mesi che l’Argogate occupa la scena politica, e siccome le vere risposte da chi le può dare (Beltraminelli e i suoi funzionari) non sono ancora arrivate (chissà perché…), e ora una persona che di certo sapeva molto è uscita spontaneamente di scena, speriamo che non sia un’ulteriore mossa destinata a complicare l’operazione chiarezza/trasparenza, visto che le domande di fondo senza risposta rimangono sempre quelle. Perché Argo 1 ha trovato sempre verdi i tanti semafori sulla sua strada, che solitamente sono rossi? Circuiti elettrici in tilt? Come mai?

29.11.2017, 07:552017-11-29 07:55:00
Alfonso Reggiani @laRegione

Lugano, aeroporto di male in peggio

È proprio un periodo difficile per l’aeroporto di Lugano-Agno che nei primi nove mesi dell’anno ha fatto registrare un calo del 20 per cento di passeggeri rispetto al 2016. Oltre...

È proprio un periodo difficile per l’aeroporto di Lugano-Agno che nei primi nove mesi dell’anno ha fatto registrare un calo del 20 per cento di passeggeri rispetto al 2016. Oltre alla perdita della tratta su Roma, anche quella su Ginevra è in forse. E soprattutto si sono avverate le peggiori previsioni su Darwin Airline che rischia di perdere oltre la metà dei circa 230 dipendenti, con costi sociali sempre a carico dell’erario pubblico. I nuovi proprietari nel mese di luglio avevano promesso investimenti, quattro mesi dopo il quadro è desolante. Ora anche l’Ufficio federale dell’aviazione vuole vederci chiaro: ha ritirato l’autorizzazione alla compagnia e ieri sono stati cancellati i voli di linea da Agno, da e per Ginevra. Di male in peggio, anche se la situazione permane fluida in un contesto di mercato comunque negativo per le compagnie regionali con piccoli velivoli.

Eppure, stupiscono le reazioni di politici e dirigenti dello scalo che si dicono sorpresi di come, in soli quattro mesi, la società sia crollata tanto da non disporre più di liquidità. La nuova proprietà ha stravolto gli scopi di Darwin eliminando il settore della produzione diretta di voli per trasformarla in un fornitore di vettori ed equipaggiamenti per altre compagnie. Come sia stato possibile non immaginare che questo passo non avesse pesanti ripercussioni sui dipendenti ripartiti fra Roma, Bioggio, Ginevra e Zurigo e altri aeroporti europei rimane un mistero. Un mistero che forse sarà chiamato a svelare il Ministero pubblico a cui Lugano Airport Sa (Lasa) sta pensando di inviare una segnalazione. Darwin Airline, lo ricordiamo, è stata ceduta a un fondo di investimento tedesco (4K Invest) con sede fiscale in Lussemburgo. Un fondo d’investimento la cui missione è proprio quella di acquisire società in difficoltà, ristrutturarle, rilanciarle, poi rivenderle. In due parole, fa lavoro ‘sporco’. Difficile pensare che politici e vertici dello scalo non ne fossero al corrente o, peggio ancora, siano stati volutamente ingannati.

Ma, al di là di Darwin, la questione fondamentale è se Lugano e tutto il Cantone possono e vogliono fare a meno dell’aeroporto. La risposta è no. Per ora. Consapevole di aver iniettato già 30 milioni di franchi pubblici in Lasa in meno di 12 anni, c’è una maggioranza politica che vuole salvaguardare l’offerta di trasporto pubblico e sviluppare la struttura considerata un valore aggiunto. Per cui, quello che sta vivendo lo scalo è sì un momento cruciale ma come ce ne sono stati tanti altri nella sua storia. In attesa di poter disporre del sistema satellitare per agevolare gli atterraggi sulla pista lunga 1’400 metri, la linea con Ginevra è la priorità mentre si cercano altre compagnie e destinazioni possibili. Intanto, il Cantone (che possiede il 12,5 per cento della quota azionaria di Lasa) resta alla finestra.

Il messaggio municipale da 20 milioni di franchi si capisce che non è però un piano di rilancio. Gran parte del credito (tuttora congelato in commissione della Gestione) riguarda l’acquisto di terreni all’interno del Piano settoriale dell’infrastruttura aeronautica (14 milioni), che comporterà tempi lunghi alla luce delle recriminazioni dei proprietari che giudicano troppo basso il prezzo fissato dalla Città. Ma è un investimento interessante. Il resto del credito è richiesto per costruire i due hangar (già quasi completamente prenotati dai privati). Il rilancio vero e proprio partirà nei prossimi anni, con un concorso per investitori che, con una nuova società, finanzierebbero stabili e infrastrutture. A meno che la situazione fluida non evapori nel frattempo.

28.11.2017, 07:452017-11-28 07:45:00
Serse Forni @laRegione

Tagli nel pubblico, si passa al privato

Una settimana fa la Città di Locarno, nell’ambito di una riorganizzazione del personale, segnalava l’intenzione di lasciare a casa sei dipendenti inadempienti. Ora tocca a...

Una settimana fa la Città di Locarno, nell’ambito di una riorganizzazione del personale, segnalava l’intenzione di lasciare a casa sei dipendenti inadempienti. Ora tocca a Losone, il cui Municipio ha deciso di licenziare prossimamente quattro sue impiegate, addette alla pulizia negli stabili comunali. Dopo concorso pubblico, saranno sostituite da una ditta privata.

La differenza fra i due casi, tuttavia, c’è ed è palese: le quattro losonesi, domiciliate nella località sulla destra della Maggia, madri di famiglia (tre hanno ancora figli agli studi), hanno sempre svolto i loro compiti a piena soddisfazione del datore di lavoro. Lo confermano le stesse autorità locali in un documento interno (cfr. articolo nelle pagine di Locarno e valli). In nessun modo sono da considerarsi “inadempienti” e perciò l’unico motivo che spinge le autorità locali è la volontà di risparmiare sui costi in questo settore. Un taglio che tuttavia solleva diverse perplessità. Le casse del Comune sono sane, come ha sottolineato il sindaco Corrado Bianda il 15 novembre scorso commentando i preventivi 2018. Allora perché? Bene fanno Ppd e Lista della sinistra a pretendere dal Municipio delle risposte chiare: quanto si risparmierà? E soprattutto quali altre misure di razionalizzazione si nascondono dietro l’angolo? Finiranno sotto la mannaia della privatizzazione altri servizi comunali (mensa, agenti privati, Ufficio tecnico e via dicendo)? Persino la Lega dei ticinesi è già intervenuta, chiedendo un deciso dietrofront, salvando quindi i quattro impieghi pubblici.

Ma al di là di quelle che possono essere le ragioni finanziarie, ci sono altre questioni che andranno approfondite. La prima è legata al piano sociale previsto per le future ex impiegate, che prevede l’obbligo di riassunzione da parte della ditta privata e un contributo comunale di due anni per coprire eventuali dif­ferenze salariali (i privati pagano meno?). Se queste misure siano sufficienti lo stabiliranno i sindacati, che saranno interpellati dalle dirette interessate. Insomma, i quattro licenziamenti – che a Losone stanno facendo parecchio discutere – da diverse parti vengono considerati una manovra eccessivamente drastica e, da chi ne è toccato personalmente, anche molto dolorosa. Per anni (alcune per decenni) le quattro dipendenti pubbliche hanno pulito alle scuole elementari, negli uffici dell’amministrazione, in quelli dell’Autorità regionale di protezione (ex tutoria) e nel prefabbricato della polizia. Luoghi per diverse ragioni delicati e sensibili, dove affidabilità, discrezione e riservatezza sono considerate doti indispensabili. Nella situazione attuale è confortante – anche per i genitori, ai quali non è ancora stata data comunicazione del provvedimento – sapere che le persone che spazzano aule e corridoi, in orari in cui ci sono ancora alunne e alunni nell’istituto per le attività del doposcuola, siano degne della massima fiducia. Non è detto, per forza di cose, che con la privatizzazione siano ancora le stesse quattro addette alle pulizie a occuparsi di tali mansioni. Saranno i responsabili della ditta privata prescelta a decidere.

In conclusione ci si conceda una punzecchiatura all’Udc, che a Losone è uno dei primi partiti e che del motto “prima i nostri” ha fatto la sua bandiera: forse le folate di vento da nord, che hanno soffiato impetuose negli scorsi giorni, hanno strappato quella bandiera o forse “prima i nostri” si riferisce agli utili delle casse comunali e non alle persone che per l’ente pubblico lavorano duro. Persone che presto si troveranno davanti a un futuro lavorativo più incerto.

28.11.2017, 07:002017-11-28 07:00:00
Matteo Caratti @laRegione

Ppd in ostaggio. Viva la libertà di stampa

Cari lettori e cari cittadini, il nostro lavoro consiste nell’informare l’opinione pubblica: riportare fatti, svolgere inchieste, fornire chiavi di lettura.

A volte...

Cari lettori e cari cittadini, il nostro lavoro consiste nell’informare l’opinione pubblica: riportare fatti, svolgere inchieste, fornire chiavi di lettura.

A volte, chi detiene il potere (politico in particolare), non gradisce che i fatti vengano portati alla luce del sole. Di qui la protesta per lesa maestà e il ‘vade retro’ ai giornalisti che non cantano in coro. Anche in modo inedito (cfr. pag. 4). Per esempio con una lettera a tutti i fuochi del cantone, spendendo decine di migliaia di franchi, per dare la propria versione, prendendosela con le penne che non marciano come si vorrebbe e anche delegittimando il lavoro delle testate ritenute fastidiose. Il prossimo passo potrebbe essere – indoviniamo? – l’avvio di qualche causa legale, per cercare di far tirar via le mani dal dossier a qualche giornalista. State a vedere. Di solito si inizia tentando di togliergli perlomeno il sonno, inviando un ‘bel’ precetto esecutivo… Un déjà vu.

Tranquilli, noi continueremo serenamente sulla nostra strada. Anche nei cunicoli inesplorati dell’Argogate che da mesi ormai occupa i tre poteri dello Stato e blocca un partito (poveretto, in ostaggio!) che ha sicuramente molto da offrire al Ticino, e non certo solo questo miserevole spettacolo, inscenato da un paio di primi attori azzoppati da mesi, ma che si tengono ben stretto il cadreghino sempre più traballante. Che altro dire? Viva la libertà di stampa, bene prezioso, non per niente garantito dalla Costituzione!