Ilcommento

Ieri, 08:302017-06-28 08:30:59
Serse Forni @laRegione

Navigazione Lago Maggiore, dopo anni di bonaccia ora... avanti tutta

Licenziamenti e sciopero in piena stagione turistica, quando il Lago Maggiore dovrebbe poter svolgere la sua funzione di calamita regionale. E...

Licenziamenti e sciopero in piena stagione turistica, quando il Lago Maggiore dovrebbe poter svolgere la sua funzione di calamita regionale. E le soluzioni sono ancora lontane parecchie miglia nautiche. In queste giornate convulse gli operatori turistici del Locarnese si mettono le mani nei capelli (le Isole di Brissago sono isolate!), mentre gli impiegati svizzeri della Navigazione (Nlm) lottano per conservare il posto di lavoro. I politici nostrani danno l’impressione di cadere dalle nuvole e non sono in grado di fornire rassicurazioni o di far chiarezza.

La società con sede ad Arona – stando agli accordi siglati tra Roma e Berna – dovrà comunque garantire un minimo di trasporto pubblico anche nel 2018. Ma un minimo non basta; il Locarnese da anni (da anni!) porta avanti richieste di un miglioramento del servizio per sviluppare le vie d’acqua su quel lago che è la sua maggiore risorsa turistica. Anni durante i quali le idee, i progetti e le proposte si sono moltiplicati. Ora, però, l’impressione è che nessuno (né Roma, né Berna) ne abbia tenuto davvero conto. Anzi. Vista da fuori la situazione è preoccupante. L’unica soluzione all’orizzonte – peraltro ancora da concretizzare – è la creazione di un Consorzio tra Nlm e Società di navigazione Lago di Lugano. Cosa porterà, non è dato sapere: verosimilmente non un miglioramento delle condizioni di lavoro per gli attuali dipendenti del bacino svizzero del Verbano, per i quali non c’è neppure una garanzia di ri-assunzione. Con la gestione da parte italiana che si chiama fuori per evitare di accumulare nuovi debiti (il servizio sul bacino svizzero genera buchi milionari) e a causa della prospettiva di vedere attribuite a privati le linee redditizie, il futuro appare incerto. Lo sciopero in corso, oltre a difendere i diritti di chi potrebbe ritrovarsi a spasso, sta avendo un altro effetto: risvegliare l’intera regione e il governo ticinese, rendendo tutti attenti sull’urgenza di trovare la via d’uscita.

Stupisce che qualcuno ancora si stupisca per quanto sta accadendo. La direzione di Arona si attendeva lo sciopero, ma non così presto; i consiglieri di Stato Manuele Bertoli e Claudio Zali, forse presi in contropiede, si sono affrettati ad incontrare chi ha incrociato le braccia, ma senza promettere nulla. In verità è da anni che si parla del problema, che gruppi di lavoro ad hoc ne discutono, che i parlamentari federali sollecitano risposte a Berna e che i vertici del turismo chiedono soluzioni. Anni in cui chi doveva agire ha fatto poco, galleggiando nella bonaccia. L’attesa non può durare oltre: adesso bisogna mettere i motori “avanti tutta” e spingere su progetti concreti (pubblico-privato?) che assicurino gli impieghi e che portino a un miglioramento del servizio. Il fatto che i bilanci sul bacino elvetico siano in rosso non deve intimorire. Oltre la questione economica, c’è quella legata all’immagine del lago. Il coraggio di osare, ad esempio sostituendo i vetusti battelli Nlm con imbarcazioni più ecologiche, gestite secondo un concetto di mobilità più moderno, potrebbe ripagare gli sforzi, ridando impulsi a uno specchio d’acqua che ha perso terreno. Magari, vista la posta in gioco, facendo ricorso anche a qualche fondo per il turismo.

27.6.2017, 09:002017-06-27 09:00:00
Erminio Ferrari @laRegione

Mezzi vivi Mezzi morti

C’è un certo tasso di futilità nei commenti seguiti al secondo turno delle elezioni amministrative in Italia. La pretesa resurrezione delle destra a spese del Pd ha cioè lo stesso valore, in...

C’è un certo tasso di futilità nei commenti seguiti al secondo turno delle elezioni amministrative in Italia. La pretesa resurrezione delle destra a spese del Pd ha cioè lo stesso valore, in termini analitici, della morte dei Cinque Stelle, decretata due settimane fa: scarso.

Del Pd (sconfitto in roccaforti storiche e incredibilmente vincitore in città di tradizione destrorsa) ha detto bene Ilvo Diamanti: è sempre meno un partito.
Al di là delle pur cocenti sconfitte in luoghi eccezionalmente simbolici come Genova (in una regione comunque già in mano alla destra) o Sesto San Giovanni  – il cui caso parla tuttavia più del disfacimento di un tessuto sociale una volta chiamato classe operaia, che dell’inutilità del Pd – al di là di questo, il problema del partito al governo è che ha abbandonato nei deserti astiosi dell’astensione non solo gli elettori, ma gli stessi militanti. E in un deserto, agli assetati di senso anche il bicchiere d’acqua della destra sembra vasto come un lago.

Ne deriva che se a tutti i costi si vogliono proiettare su scala nazionale i risultati di questo turno elettorale, la sola conclusione che se ne può trarre è che tre minoranze si disputano un primato di ben dubbia sostanza. E che verrà comunque assegnato con una legge elettorale ben diversa, una forma di proporzionale che distribuirà seggi a molte più formazioni.

Delle tre minoranze, una, il Movimento 5Stelle, è stata drasticamente ridimensionata già al primo turno, confermando il suo scarso radicamento sul territorio; e ha subìto al ballottaggio lo schiaffo del Pizzarotti riconfermato a Parma a dispetto dell’anatema scagliatogli contro da Grillo & C.

La seconda è una destra bicefala (a meno di credere nello spessore dell’aspirante terzo pilastro Meloni) che non farà un passo in più, stante l’incompatibilità tra Berlusconi e Salvini. La raccontino come vogliono, ma l’appeal del Cavaliere che dà bacetti a un cagnolino è la triste caricatura di quello di vent’anni fa; mentre l’europarlamentare-fantasma-padano non vale Bossi, subisce la concorrenza dei 5Stelle, e non ha chance di sopravvivenza politica se non come candidato presidente del Consiglio. Il suo profilo non gli consente cioè di subordinarsi a Berlusconi, come Berlusconi non può essere secondo a nessuno. In senso generale, oggi questa destra beneficia del disgusto diffuso verso chi è al potere, e per combinazione oggi vi si trova il Pd. Tutto qui.

Alla terza minoranza, il Pd appunto, abbiamo già accennato. Ma vale la pena ripetere che la crisi politica, di senso dell’esistenza quasi, del Pd non la si scopre oggi. Una crisi che in parte è figlia di un contesto peculiare: l’Italia resta un paese di destra, e la vacuità ambiziosa di un Renzi, opposta all’ambizione tignosa di un D’Alema hanno avuto l’involontario merito di rivelare l’infondatezza di un partito come il Pd. Per un altro verso, tale crisi è lo specchio del disfacimento delle sinistre “di governo” su scala europea, tanto che risulta imbarazzante usare il termine “sinistra” per riferirsi a chi oggi occupa tale ruolo. La loro non è una crisi determinata dalla sconfitta elettorale (del tutto plausibile in democrazia), ma di orizzonte, di proposta politica. Ed una crisi che trascina con sé quelle frantumaglie di sinistra-più-a-sinistra specializzate nel bruciare le figure pur degne che episodicamente assumono il rischio di provare a strutturarle.

Non è morto nessuno, insomma: sono tutti mezzi vivi, in una politica mezza morta.

27.6.2017, 08:302017-06-27 08:30:38
Andrea Manna @laRegione

Argo, ritrattazione da chiarire

Sulla ritrattazione di Renato Scheurer, capo dell’Ussi, l’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento, occorre che la commissione parlamentare della Gestione faccia chiarezza al più...

Sulla ritrattazione di Renato Scheurer, capo dell’Ussi, l’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento, occorre che la commissione parlamentare della Gestione faccia chiarezza al più presto. Per evitare che altre ombre si allunghino sulla storia grottesca – certamente inammissibile per un’Amministrazione cantonale che vuole essere ‘efficace ed efficiente’, per usare due aggettivi tanto di moda – del mandato milionario alla Argo 1, la ditta alla quale il Dss, il Dipartimento sanità e socialità, da cui l’Ussi dipende, ha affidato tra il 2014 e il gennaio di quest’anno il compito di sorvegliare alcuni centri d’accoglienza per richiedenti l’asilo.

C’è una domanda di fondo che crediamo si ponga anche il cittadino contribuente e che urge di una risposta, considerato oltretutto che il pagamento di quasi 3,4 milioni di franchi (soldi pubblici) per le prestazioni dell’agenzia (privata) di sicurezza è avvenuto, come appurato dal Controllo cantonale delle finanze, senza la relativa risoluzione del Consiglio di Stato e nel non rispetto della legge sulle commesse pubbliche. Il quesito è il seguente: perché Scheurer ha avvertito il bisogno di correggere il tiro non all’indomani della sua deposizione davanti alla Vigilanza, la sottocommissione della Gestione incaricata di fare luce (politicamente) sul mandato alla Argo 1, bensì una ventina di giorni dopo e a sei dall’audizione del titolare del Dss Paolo Beltraminelli? Il 23 maggio il responsabile dell’Ussi ha dichiarato di essere stato consapevole dal 2015, e con lui l’allora capo della Divisione dell’azione sociale e delle famiglie Claudio Blotti, suo diretto superiore, dell’assenza della risoluzione governativa necessaria a legittimare l’incarico alla ditta. Sentito una settimana prima, Blotti aveva sostenuto il contrario: non ci si era accorti di nulla. Il 12 giugno – con una mail indirizzata al coordinatore della Vigilanza, il capogruppo del Plr Alex Farinelli, e spuntata solo nel tardo pomeriggio di martedì scorso – Scheurer ha fatto marcia indietro, precisando di non aver mai suggerito a Blotti di redigere una risoluzione governativa per sistemare amministrativamente l’attribuzione del mandato, “non essendomene io stesso reso conto”. Non aveva capito cosa gli stesse chiedendo la sottocommissione? La domanda della Vigilanza era però puntuale. E allora come mai questo dietrofront a scoppio ritardato? È un aspetto che la Gestione dovrebbe cercare di chiarire rapidamente, anche per non lasciare spazio a dubbi e sospetti. Peraltro, e detto in generale, ciò che non è penalmente rilevante, potrebbe esserlo sul piano politico.

Certo, se Farinelli avesse informato subito i colleghi deputati della sottocommissione e della commissione del contenuto della mail speditagli da Scheurer, la Gestione avrebbe potuto fare gli opportuni approfondimenti prima di “condividere” e trasmettere il rapporto della Vigilanza sull’affaire Argo 1 al Consiglio di Stato per una presa di posizione. E forse, saputo, ancorché tardivamente, della ritrattazione, avrebbe dovuto rimandare l’invio del documento al governo. Farinelli ha sbagliato e lo ha riconosciuto: del resto come si può ritenere comunicazione privata una mail di quel tenore? Ed è sul contenuto della mail che, ripetiamo, occorre ora fare chiarezza.

Operazione più che mai indispensabile. La pubblicazione sui giornali dei verbali delle audizioni svolte dalla Vigilanza sta alimentando soprattutto confusione. Ed è l’ulteriore dimostrazione della scarsa serietà del Gran Consiglio quando nell’esercitare l’alta vigilanza veste i panni dell’inquirente: in redazione le carte riservate non piovono dal cielo.

Stamane la Gestione tornerà sul mandato ad Argo 1. Lasciamoci stupire.

26.6.2017, 11:052017-06-26 11:05:53
Matteo Caratti @laRegione

Il cuore di un ministro e il buco della chiave

La notizia dei problemi famigliari in casa Burkhalter era nell’aria, dopo che il ministro neocastellano aveva detto di voler lasciare il Consiglio federale per ragioni...

La notizia dei problemi famigliari in casa Burkhalter era nell’aria, dopo che il ministro neocastellano aveva detto di voler lasciare il Consiglio federale per ragioni di natura personale e familiare. Ragioni di cuore, aveva detto. Era nell’aria, ma non era stata esplicitata oltre.

I più si erano accontentati di quella motivazione di certo insolita, ma più che legittima – ci mancherebbe altro – visto che anche un consigliere federale è un uomo in carne e ossa come tutti noi.
È però passato qualche giorno ed ecco che i domenicali, uno in particolare, hanno voluto mettere il dito direttamente nella piaga. Hanno così raccontato al Paese che uno dei tre figli del ministro partente è in cura per esaurimento e che la questione sta pesando parecchio anche sulla madre e moglie.

Pertanto, ecco spiegate e allo stesso tempo spiattellate urbi et orbi, le ragioni familiari. C’è forse qualcosa di particolare nel fatto che un politico di carriera a un certo punto preferisca privilegiare gli affetti e il fatto di poter stare accanto ai propri cari in un momento difficile? Forse sì e forse no. Qualcuno dirà che in fondo di strada politica Burkhalter ne ha comunque fatta già parecchia arrivando alla presidenza del Consiglio federale e dell’Osce, e quindi, lasciare la poltrona in questo momento non è poi così eccezionale. Altri riterranno invece che il gesto è comunque importante perché dimostra – e non dimentichiamo che questo è un tratto molto importante del nostro Paese – come anche nelle alte sfere in Svizzera siedano spesso politici più a misura d’uomo e non abbiano paura di mostrarlo. Quante volte ci si è infatti stupiti perché un consigliere federale prende il tram per recarsi al lavoro, come tutti i comuni mortali? Quante volte abbiamo sottolineato che in altri stati, fra privilegi e auto blu, il divario fra chi sta nella stanza dei bottoni e la base non fa che aumentare?

Bene, a casa nostra non è così e continuiamo a andarne fieri. Ma è giusto che i fogli domenicali mettano in piazza i dettagli delle ragioni tanto private di una scelta? Che un figlio e una moglie stiano soffrendo fa parte della sfera intima, super-privata, di una persona. Sfera che va salvaguardata, a protezione di chi non è personaggio pubblico (il figlio che è malato) e che si trova quindi in una posizione da tutelare. Che ci siano fughe avanti di questo genere, che dei media spiino dal buco della chiave, non è invece cosa di cui andare troppo

24.6.2017, 08:352017-06-24 08:35:00
Luca Berti @laRegione

Il nostro ‘cuore’ per curare il globo

C’è Domaske che ha inventato i vestiti fatti di latte per aiutare il papà malato di leucemia. C’è Ladislav che ha convertito la sua azienda per creare un’auto che si guida...

C’è Domaske che ha inventato i vestiti fatti di latte per aiutare il papà malato di leucemia. C’è Ladislav che ha convertito la sua azienda per creare un’auto che si guida da una sedia a rotelle. C’è Michael che ha trasformato una vacanza in Grecia in un aiuto pluriennale ai migranti abbandonati a loro stessi. C’è Evguenia che ricalca con tatuaggi i segni delle percosse subite da compagne, figlie e mogli.
Basta una persona e un’idea per cambiare in meglio un pezzetto di mondo. E basta scoprire questa persona per avere una storia incredibile da raccontare, in grado di ispirare altri a fare lo stesso.

È questa l’essenza del progetto ‘Impact Journalism Day’ che oggi presentiamo in concomitanza (e in ‘combutta’) con altre 50 testate leader di tutto il mondo. Lo stimolo è venuto dalla Francia – per quanto ci riguarda nel 2013 – dopo la prima edizione del progetto. Siamo stati coinvolti da Sparknews e dal suo fondatore Christian De Boisredon, per rappresentare tutta la Svizzera italofona. L’idea ci è piaciuta nella sua essenza ed essenziale semplicità; così negli ultimi tre anni abbiamo pubblicato decine di storie di persone e aziende che hanno cambiato il mondo o lo stanno facendo. Lo facciamo per la quarta volta oggi perché siamo tutt’ora convinti che tra eventi tragici e cronaca nera ci sia spazio per presentare anche storie belle e capaci di ispirare. Non si tratta di fare i buonisti o di abdicare al ruolo di giornali (ovvero mettere in evidenza i problemi, raccontare la realtà e tenere d’occhio il potere), ma di ricordarci che nel panorama della vita quotidiana esiste anche chi si batte, con successo, per far cambiare le cose. E che anche questo è degno di essere raccontato.

Oggi, dopo un processo durato diversi mesi, assieme a tutti i partecipanti all’iniziativa pubblichiamo un supplemento speciale presentando alcune delle storie raccolte dagli altri giornali. Grazie al coinvolgimento internazionale costruito in anni di duro lavoro da Christian De Boisredon e dal team di Sparknews, possiamo proporvi articoli da tutto il mondo. E così possono fare le altre 50 testate partecipanti, garantendo ai progetti oggetto dei pezzi un pubblico potenziale di 120 milioni di persone. La speranza è che tra loro – tra di voi – ci sia anche chi, oltre a un ottimo spunto di lettura, possa trarre dagli articoli idee per soluzioni simili da proporre in altre parti del mondo. Perché lo scopo dell’Impact Journalism Day è anche questo: accendere una scintilla in altre menti, in altri luoghi, per contribuire a ‘guarire’ il mondo.

Il nostro inserto lo trovate nel cuore del primo quaderno del giornale. Abbiamo selezionato per voi 12 storie che troviamo particolarmente significative e ispiranti: dai vestiti fatti di latte alle magliette che vengono riciclate come biocarburante, dall’inchiostro ricavato dalle particelle ultrasottili delle auto al gatto che ti insegna a risparmiare energia. Altri articoli li trovate sul nostro sito (www.laregione.ch/ijd) oppure direttamente sul sito dell’iniziativa (www.impactjournalismday.com). Durante l’anno, poi, continueremo a pubblicare in maniera periodica altre di queste storie, rinnovando così il nostro impegno per tentare di cambiare il mondo.

23.6.2017, 08:452017-06-23 08:45:59
Claudio Lo Russo @laRegione

I Sinplus a JazzAscona?

Si è aperto ieri sera JazzAscona con un’altra benefica scarica di energia “made in New Orleans”. Ma il festival non è solo questo, da tempo ormai i suoi confini sonori si sono ampliati ben oltre...

Si è aperto ieri sera JazzAscona con un’altra benefica scarica di energia “made in New Orleans”. Ma il festival non è solo questo, da tempo ormai i suoi confini sonori si sono ampliati ben oltre la Louisiana e il jazz cosiddetto classico. Negli anni si sono potuti vedere e ascoltare sul lungolago sempre più artisti bianchi, europei, comunque non direttamente legati alla scena di New Orleans; artisti che con il loro bagaglio di molteplici esperienze musicali hanno ampliato lo spettro di stili, sfumature e possibili contaminazioni che fanno anche del jazz un genere vivo, in movimento.

Ci si è spinti anche piuttosto lontano dal territorio di riferimento (Ornella Vanoni, per fare un esempio), si è sondato ciò che di giovane, maturato nel grande ventre del jazz, può arrivare anche al grande pubblico (un anno fa, il bellissimo concerto di Raphael Gualazzi). Si è provato a far coesistere la coerenza di fondo di un festival di genere con l’esigenza di rinnovare e allargare il suo pubblico, guadagnando in visibilità mediatica, a livello regionale, nazionale e internazionale. Ma lo si è fatto, ci pare, in modo tutto sommato equilibrato; per far fronte alle difficoltà economiche che accompagnano l’organizzazione di una manifestazione di questo tipo, ma senza snaturarsi né perdere in credibilità. Questo, al di là di tutto, crediamo sia un merito da riconoscere al direttore artistico, Nicolas Gilliet, alla sua passione e alla sua competenza.

Ecco perché, spulciando il programma di quest’anno, si resta un po’ perplessi di fronte al concerto dei Sinplus. Lo hanno notato con noi anche alcuni lettori: che cosa c’entrano i Sinplus con il jazz? Niente, è del tutto evidente. Il comunicato stampa dell’edizione 2017 “assolve” per altro Nicolas Gilliet: i fratelli Broggini si esibiranno “su invito” di Ascona-Locarno Turismo, di cui sono testimonial con una loro canzone. Del resto ci pare fosse fin da subito intuibile che questa non è stata una scelta del direttore. Un allargamento coerente al pop-rock avrebbe infatti suggerito di orientarsi verso artisti che il jazz in qualche modo lo hanno respirato, ne hanno fatto una fonte di ispirazione o una componente del proprio stile.

D’accordo, è solo un concerto all’interno di un programma che ne presenta 160 in dieci giorni. Inoltre, JazzAscona “vuole crescere ampliando sempre più lo spettro musicale delle sue proposte” (parole del presidente). La questione, crediamo, è crescere con un criterio, con radici ben salde in un territorio d’elezione, difendendo quindi la propria missione, la propria coerenza e in definitiva la propria credibilità. È l’imperativo di ogni manifestazione culturale di un certo livello, anche per questo vengono stipendiati i direttori artistici.

Ripetiamo, è solo un concerto e i Sinplus sono per altro rispettabilissimi, nel loro genere. JazzAscona è un’altra cosa e questo, seppur isolato, scavalcamento del direttore (non riusciamo ad interpretarlo altrimenti), non ci pare un segnale né positivo né lungimirante. Che cosa potrà mai pensare, poniamo, un anonimo cultore germanico del jazz venuto fino ad Ascona per scoprire lo sguardo competente di questo festival, sotto il palco dei Sinplus? Il respiro internazionale di una manifestazione culturale della qualità di Jazz­Ascona si guadagna prima e si difende poi, anno dopo anno, curando ogni dettaglio. I direttori veri, quale è Gilliet, lo sanno.

22.6.2017, 08:302017-06-22 08:30:00
Aldo Bertagni @laRegione

L'antipolitica e le cadreghe

Sono tempi strani, in cui cresce la disaffezione alla politica – non sempre a torto – e al contempo si premiano proprio coloro (si definiscono movimenti, perché innovativo) che ogni giorno...

Sono tempi strani, in cui cresce la disaffezione alla politica – non sempre a torto – e al contempo si premiano proprio coloro (si definiscono movimenti, perché innovativo) che ogni giorno distruggono i pilastri di quella stessa politica così tanto incompresa e, si dice, lontana dai cittadini, dalla società civile. C’è qualcosa che non torna e ha il sapore della beffa (per la maggioranza degli ignavi, come sempre), ma considerazioni generali a parte, in Ticino abbiamo la “fortuna” di vivere forse meglio di altri – certo meglio del resto della Confederazione – questo strano e contraddittorio fenomeno. Siamo un vero laboratorio e, passato ormai lo stupore, se ne stanno accorgendo anche oltre S. Gottardo (come leggere altrimenti tanta presunta generosità nella concessione di un seggio in Consiglio federale?). L’ultimo esempio tangibile è andato in scena in questi giorni in Gran Consiglio col dibattito e voto sui conti consuntivi 2016 dello Stato.

Un plauso va alla relatrice commissionale Pelin Kandemir Bordoli che ha saputo mettere al centro della discussione non solo le cifre nude e crude delle finanze cantonali (che peraltro sono più rosee del previsto dato che registrano il dimezzamento del disavanzo), ma anche il disagio sociale raccontato dalle prestazioni cantonali. Un solo dato: un cittadino ticinese su sei fa capo ai sussidi pubblici per sbarcare il lunario. Avete letto bene, uno su sei! Obbligatorio, vien da dire, per chi si occupa del benessere dei ticinesi chiedersi cosa stia capitando, a prescindere dal pareggio dei conti cantonali che sarà anche una buona cosa ma non risolve la diffusa precarietà testé riferita. Anche se certo non si può chiedere allo Stato di affrontare da solo i cambiamenti epocali che negli ultimi decenni hanno investito il mondo del lavoro.

Sta di fatto che in pochi anni, in Ticino più che altrove in Svizzera, è aumentata la sottoccupazione e si è fragilizzato il sistema retributivo per dinamiche dettate da una sacrosanta libertà (dei fondi, dei servizi, delle merci, delle persone) mal governata. Perché permette a chi vuole approfittare delle debolezze strutturali, di farlo senza grossi intoppi. In sintesi il problema non lo pone chi lavora, ma chi fa lavorare a condizioni non dignitose. Un grosso problema che genera diseguaglianza e tensioni sociali. O anche “solo” disaffezione e sfiducia nelle istituzioni, per tornare alla contraddizione iniziale.

Ebbene, di tutto questo si è discusso per due mezze giornate in parlamento con tesi diverse e anche contrapposte, come vuole la democrazia. Salvo i deputati della Lega dei Ticinesi che sono rimasti zitti, tutti, e non hanno votato. Per protestare, si è saputo, contro la decisione del Consiglio di Stato sul casellario giudiziale. Dunque per ripicca nei confronti della maggioranza del governo, i leghisti hanno deciso di non esprimersi sull’unica, vera emergenza ticinese: la precarietà del lavoro. Perché certo, fare politica – dire come la si pensa – in un simile contesto non “porta a casa” granché; non porta poltrone, potere effettivo. Perché quando invece conta, i leghisti partecipano eccome. Vedi le cariche nei vari enti pubblici e parapubblici, nonché giudiziari. È quanto di peggio si possa auspicare, rudemente evidenziato dalla stessa Lega, alla sua nascita, contro i notabili politici del secolo scorso. Siete attaccati alla “cadrega”, sostenevano i leghisti della prima ora. Oggi sono loro a restare ben attaccati alla poltrona, senza fiatare ma incassando il gettone di presenza. Come dire, passata la gioventù e tramontata anche l’innocenza. Cosa resta?

21.6.2017, 07:552017-06-21 07:55:00
Matteo Caratti @laRegione

Dal basso, non dal divano!

Muore un matador e la rete tifa per il toro. Così titolavamo lunedì un nostro servizio pubblicato online riportando la notizia, ma soprattutto le reazioni sui social, all’uccisione in Francia...

Muore un matador e la rete tifa per il toro. Così titolavamo lunedì un nostro servizio pubblicato online riportando la notizia, ma soprattutto le reazioni sui social, all’uccisione in Francia di un noto (negli ambienti della tauromachia) torero da parte del toro. Perché attorno a questa notizia sia ‘impazzita’ la rete è presto detto. Perché, dopo tante vittime nell’arena fra i minacciosi quadrupedi, il morto stavolta è un torero, cioè colui che solitamente infligge dolore e morte all’animale. È stato il carnefice ad averci lasciato le penne. Che si tratti di una persona e non di un animale è sembrato importare poco ai critici. Insomma – come nel caso del padrone che morde il cane e fa notizia e non il contrario – dietro questo fatto di sangue c’è una chiara inversione di ruoli: la corrida lo scorso fine settimana si è conclusa all’opposto di quello che tutti (almeno fra il tradizionale pubblico di aficionados) auspicavano.

Commentando da noi in rete il fatto di sangue, quindi con la sensibilità di persone appartenenti a un Paese che non ha nelle proprie tradizioni la corrida, non è facile capire come mai esista una simile e cruenta tradizione. È quindi più facile che i commenti siano anche molto sbilanciati a favore dell’animale. Talmente sbilanciati e sarcastici che alcuni rappresentanti del settore stanno valutando se sporgere querela penale nei confronti degli autori dei tweet offensivi.

Non va dimenticato che in questi ultimi anni il rispetto nei confronti degli animali si è viepiù affermato (perlomeno da noi), giungendo anche a riconoscere loro dei diritti. I tempi cambiano. In Svizzera persino alcune manifestazioni, che fanno parte della (nostra) tradizione, raccolgono viepiù critiche quando attentano anche solo alla libertà degli animali. Pensiamo, ad esempio, alla rinuncia che si sta man mano affermando sotto il tendone del circo nel mettere in programma esibizioni con animali, dopo le ripetute azioni di sensibilizzazione, sempre più pressanti, promosse dagli animalisti in concomitanza con l’arrivo del caravanserraglio.

Insomma, l’incomprensione nei confronti di chi non rispetta gli animali sembra guadagnare sempre più terreno. Ma giudicare una tradizione di un altro Paese è sempre operazione delicata, anche se certamente legittima. Delicata poiché all’origine ci sono storia, identità, cultura in senso lato e consuetudini popolari che da decenni dividono persino la Spagna moderna, terra madre delle corride. Liberi tutti di contestare, di mettersi dalla parte del toro, purché si sappia di cosa si parla.

La rete permette invece di manifestare (anche con sparate) giudizi su quanto succede anche all’equatore, standosene comodamente seduti su un divano in un loft al centro di Londra. Certo, qualcuno a questo punto sarà pronto a dire: ma nel Sud della Francia si permette di uccidere dei tori facendone un indegno spettacolo. Concordiamo. Ma è in quella comunità – più che in questa o quella community – che deve nascere, maturare e affermarsi la consapevolezza della gravità e dell’improponibilità di quella mattanza, che per ora sembra attirare ancora molti estimatori e spettatori.

20.6.2017, 08:152017-06-20 08:15:00
Simonetta Caratti @laRegione

Un dono che non va forzato

Perché espiantare un rene ad una ultraottantenne, senza dire nulla ai familiari presenti, che lo scoprono (per caso) solo grazie all’autopsia?

La storia che raccontiamo a pagina 2, è un...

Perché espiantare un rene ad una ultraottantenne, senza dire nulla ai familiari presenti, che lo scoprono (per caso) solo grazie all’autopsia?

La storia che raccontiamo a pagina 2, è un vero giallo, che speriamo trovi presto delle risposte per la delicatezza dell’ambito, quello della donazione di organi. Un atto di solidarietà che salva diverse vite, ma esige un sistema trasparente nel quale la gente possa avere fiducia.

I fatti risalgono a marzo di quest’anno: la vittima è una signora di Bellinzona che si chiama Giuseppina. Era col figlio in ferie in Spagna, dove è deceduta improvvisamente in un ospedale statale, dopo che i medici avevano detto che stava bene. Una volta rimpatriata la salma in Ticino, i familiari hanno chiesto un’autopsia per capire la causa del decesso. E qui c’è stata la sorpresa. L’esame ha rivelato che alla signora era stato espiantato il rene sinistro (il migliore tra i due!). Prima del viaggio la donna aveva entrambi i reni. In Spagna nessuno ha mai chiesto nulla e nessuno ha mai dato il consenso all’espianto. Per i familiari è iniziato un percorso ad ostacoli per capire che cosa sia successo. Sul caso sta indagando uno studio legale spagnolo di fiducia dell’ambasciata elvetica a Madrid. Tanti gli interrogativi: perché i medici non hanno informato dell’espianto il figlio che era presente in ospedale? Perché sul certificato di morte di Giuseppina non è menzionato l’espianto? A chi può servire il rene di una ultraottantenne?

In questa storia ci sono zone d’ombra, ma anche una certezza, che abbiamo documentato con la famiglia: la signora Giuseppina è partita da Bellinzona per la Spagna con due reni ed è rientrata in una bara e con un rene solo. Sui motivi possiamo solo avanzare ipotesi: gravi lacune nell’informazione, lo spettro di un traffico d’organi, la gara tra ospedali per avere statistiche migliori in materia di espianti… le indagini in corso daranno (lo speriamo) delle risposte.

Un caso interessante anche politicamente, perché la Svizzera vorrebbe seguire il modello spagnolo, anche se ci sono contrari come Swisstransplant (il Servizio nazionale d’assegnazione degli organi in Svizzera che gestisce anche la lista d’attesa dei pazienti riceventi). Da anni, la Spagna è al primo posto mondiale per quanto concerne la donazione e il trapianto di organi grazie ad una efficiente organizzazione negli ospedali e il sistema del consenso presunto. In teoria, la legge spagnola dice che ogni cittadino è donatore se non ha espresso opinione contraria. In pratica, però, si consulta sempre la famiglia della persona deceduta. (Anche se in questo caso non sembra proprio accaduto)! Diverso approccio in Svizzera (dove 1’480 persone aspettano un organo) dove c’è il consenso esplicito: la volontà di donare deve figurare in un documento. Di conseguenza gli organi disponibili sono meno numerosi. Da noi, ogni anno circa 100 pazienti muoiono in lista d’attesa.

Dietro a questi numeri c’è tanta sofferenza, tanti buoni motivi per decidere di salvare altre vite dopo la propria morte. Ma deve poter restare una scelta personale, non forzata, e attuata nella massima trasparenza.

17.6.2017, 08:352017-06-17 08:35:44
Matteo Caratti @laRegione

Cassis, la miglior costellazione

Sarà davvero la volta del Ticino e di Ignazio Cassis?Cominciamo col ricordare un paio di banalità, che però in queste delicate settimane sono da tenere molto ben presenti. La prima:...

Sarà davvero la volta del Ticino e di Ignazio Cassis?
Cominciamo col ricordare un paio di banalità, che però in queste delicate settimane sono da tenere molto ben presenti. La prima: chi elegge i consiglieri federali? Ce lo siamo già chiesti l’ultima volta, quando Norman Gobbi decise di scendere in campo cambiando casacca. Allora, a dire il vero, ce lo chiedemmo in solitaria, perché un fatto era evidente: all’(apparente) euforia cantonticinese dietro il 4 x 4, non corrispondeva la medesima eccitazione a nord delle Alpi, e più precisamente sotto il cupolone dove si sarebbero giocati i giochi.

La soluzione ibrida di trasformare un leghista in Udc, mentre ai box altri Udc col pedigree stavano già scalpitando, si rivelò infelice; e le sparate a raffica dal ‘Mattino’ diretto da Lorenzo Quadri sui sette bambèla, una fatale zavorra. Come riuscire a raccogliere i consensi dei deputati dei partiti tradizionali, se la domenica mattina i loro rappresentanti in Consiglio federale vengono sbeffeggiati e dileggiati?

Oggi ci troviamo in tutt’altra posizione. Più favorevole, molto di più. Certo, anche in questo caso diversi altri candidati stanno scalpitando. La poltrona non la regala nessuno. Uno su tutti, parrebbe essere il consigliere di Stato ginevrino Pierre Maudet.
Ma Ignazio Cassis (che veste la maglia del Plr) è fatto di tutt’altra pasta rispetto a Norman Gobbi (e al suo partito-movimento antilandfogti). Ha seguito il cursus honorum all’interno dei liberali-radicali e ha una conoscenza personalissima – data anche dalla sua funzione di capogruppo al Nazionale – di chi dovrà votare/eleggere il prossimo ministro. In altre parole, il ticinese parte parecchio privilegiato, al di là del suo soprannome ‘Krankencassis’, dovuto al suo legame professionale con la galassia delle casse malati.

Ma torniamo al Cantone e alla tifoseria sugli spalti. Siccome Cassis è il favorito, la politica nostrana non dovrà fare errori, ben sapendo che spesso le ultime segrete carte vengono intavolate nei giorni a ridosso del voto, o addirittura la notte prima. Ma intanto, quelle rosso-blù, è opportuno giocarle bene.

Vediamole. Prima carta: non temporeggiare troppo, come fece invece Fulvio Pelli quando si lasciò soffiare la candidatura da Burkhalter. Qui sarà Bixio Caprara (sicuramente in coppia con Pelli) che dovrà assolutamente non sbagliare il momento.
Seconda carta: l’unità del Ticino politico dietro la candidatura Cassis; fin qui siamo pressoché nel campo dei miracoli, se ci limitiamo a guardare i precedenti. Non fu così quando dalla Svizzera italiana arrivarono le candidature di Norman Gobbi e Marina Carobbio. Questo perché troppo profilate, troppo discusse/discutibili e anche perché, non dimentichiamolo, c’è sempre chi fa anche i conti a favore della propria scuderia e non pensa alla bandiera.

Ma più di tutto, pensando al Ticino, preoccupa la brutta aria che spira verso la Berna federale. Lo abbiamo ancora visto di recente con le reazioni alla rinuncia del casellario. Chiediamo allora: è davvero venuto il momento di fare quadrato attorno ad un candidato che, oltre ai numeri, ha veramente parecchie chance di diventare il successore di Flavio Cotti?

Per noi la risposta è ovvia, ma la devono dare anche i dubbiosi e i potenziali sabotatori. Domani, leggendo il Mattino, cominceremo a capire qualcosina. Il cammino è ancora lungo. Ma una cosa è certa: l’astrologia politica dice che per Cassis non c’è miglior costellazione.

16.6.2017, 08:302017-06-16 08:30:00
Stefano Guerra @laRegione

Corrente favorevole

Un’afosa giornata di tarda primavera; la carovana del Tour de Suisse ha appena lasciato la capitale; ai piedi di un Palazzo federale con i tendoni abbassati, il bagno pubblico al Marzili è affollato...

Un’afosa giornata di tarda primavera; la carovana del Tour de Suisse ha appena lasciato la capitale; ai piedi di un Palazzo federale con i tendoni abbassati, il bagno pubblico al Marzili è affollato; gli arditi si fanno portare dalla corrente dell’Aare; sotto il ‘cupolone’, politici in assetto pre-estivo macinano un atto parlamentare dietro l’altro, discussi in aule semivuote che si riempiono soltanto al momento del voto. Didier Burkhalter annuncia le dimissioni. È una doccia fredda in questa sessione soft delle Camere federali, che si avviava placidamente alla conclusione in un clima di bonaccia politica: chiuso il dossier immigrazione, nulla di nuovo sul fronte Europa, molti col pensiero già rivolto alla battaglia sulla riforma delle pensioni, dopo la pausa estiva.

Per quanto inattesa e dettata da intime ragioni, la decisione non sorprende più di tanto. Checché ne dica, per il consigliere federale neocastellano il dossier europeo è stato fonte di logorio. Non tanto a causa dell’assenza di risultati politici, piuttosto per una progressiva perdita di influenza in quest’ambito. Non è un mistero che fosse il fedele e criticato Yves Rossier il suo favorito per la successione di Jacques de Watteville al posto chiave di capo negoziatore con l’Ue: invece il Consiglio federale gli ha preferito Pascale Baeriswyl, vicina al Ps. Intanto, il ministro degli Esteri continuava a ostentare ottimismo – mai corroborato da riscontri – su un sempre fumoso accordo quadro, alimentando l’impressione che l’esecutivo fosse in balìa degli eventi, senza una strategia. A ciò va aggiunta una non facile situazione all’interno del Dipartimento degli affari esteri, dove serpeggia un certo malumore per una riorganizzazione che ha creato insicurezza tra il personale diplomatico.

C’è poi il fattore istituzionale. Diversi consiglieri federali (Doris Leuthard, Johann Schneider-Ammann, Ueli Maurer, lo stesso Didier Burkhalter) erano dati in partenza. Le loro dimissioni potrebbero giungere ancora nel corso della legislatura (Leuthard), oppure (Schneider-Ammann e Maurer) in occasione del prossimo rinnovo integrale del Consiglio federale (dicembre 2019). La decisione di Burkhalter può essere letta anche come un segnale: meglio ritiri scaglionati da qui al termine del quadriennio, che dover rinnovare più della metà dell’esecutivo fra due anni e mezzo. O forse, semplicemente, il ministro uscente non aveva scelta, se non quella di rimandare a una data ulteriore l’abbandono: il collega di partito Schneider-Ammann aveva già annunciato il suo ritiro per la fine del 2019, il Plr si sarebbe così ritrovato nella scomoda situazione di dover sostituire in un sol colpo due suoi ministri.

Intanto si è aperto il balletto dei nomi. Il Plr, che non ha nulla da temere, vuole un candidato latino. Sembra essere arrivato il turno del Ticino. “Fast alles spricht für Ignazio Cassis” (quasi tutto parla per Ignazio Cassis), titolava ieri il ‘Tages-Anzeiger’. Del 56enne consigliere nazionale a Palazzo si apprezzano la competenza, le capacità di mediazione e linguistiche. A favore del capogruppo Plr gioca anche il fatto che un terzo romando in governo costituirebbe un’eccezione alla regola ‘5 svizzero-tedeschi e 2 latini’, infranta con l’elezione di Guy Parmelin. Cassis, però, non è ben visto a sinistra per le sue posizioni ultraliberali su assicurazione malattia e pensioni. Al suo secondo tentativo dopo il flop del 2010, il luganese inoltre non può vantare – diversamente da altri papabili, come il ginevrino Pierre Maudet – alcuna esperienza di esecutivo. Se poi il Plr opterà per un ticket con un romando, magari donna, anche colui che oggi è dato per grande favorito dovrà dimostrare – sempre che decida di candidarsi – di sapersela giocare fino in fondo.

14.6.2017, 08:452017-06-14 08:45:00
Marzio Mellini @laRegione

Ottimo lavoro, lo dicono i riscontri

L’ascesa è costante, i numeri lo certificano, l’interesse destato e il seguito popolare anche. Il budget del Galà dei Castelli, evento sportivo di portata mondiale in agenda...

L’ascesa è costante, i numeri lo certificano, l’interesse destato e il seguito popolare anche. Il budget del Galà dei Castelli, evento sportivo di portata mondiale in agenda martedì 18 luglio a Bellinzona, consente investimenti importanti. Lo sforzo economico non è a beneficio solo del parco atleti, di primissimo livello, ma anche di una struttura che agli appassionati intende offrire un servizio di prima qualità. Si va dal sistema di cronometraggio affidato a specialisti, al potenziamento dell’impianto audio al Comunale di Bellinzona, tempio dell’atletica per l’ennesima notte magica targata Galà.

Una volta ottenuto il massimo dal contatto con atleti e agenti da parte dei solerti direttori sportivi Beat Magyar e ‘Chico’ Cariboni, impegnati a mettere a segno gli ultimi “colpi”, si tratta di affinare i meccanismi di un’organizzazione sempre più professionale, attenta ai dettagli e alle esigenze del pubblico. In linea con la crescita graduale di una manifestazione che non ha finito di stupire.

L’obiettivo – già centrato, in attesa del riscontro della gente e degli atleti – è un ulteriore salto di qualità, pur avendo già flirtato nelle ultime edizioni con l’eccellenza, in termini di partecipazione, pubblico e organizzazione.

Sul piano tecnico, l’edizione 2017 si annuncia sontuosa, oseremmo dire mostruosa, alla luce dei mostri sacri (appunto) che la animeranno con le loro prestazioni. Sul piano logistico, il Comunale vestito a festa per l’occasione – la serata non è forse... di gala? – riabbraccerà con il calore di cui è capace fuoriclasse, campioni, giovani rampanti e spettatori, tutti assieme appassionatamente, per una celebrazione di gran classe. Sostenuta da un apparato rodato, che sugli allori non si accomoda, bensì rilancia. Affinché lo spettacolo sia all’altezza delle aspettative, anch’esse in crescita.
I presupposti ci sono. Due su tutti: l’armonia che regna all’interno del comitato organizzatore, un pregio che all’esterno viene colto, e il felice riscontro in atleti e manager. Chi torna per una ‘prima’, chi si candida per un ritorno. Eccolo, uno degli atout: chi ci è già stato, chiede di poterci tornare. Un credito non scontato, che si guadagna sul campo. Facendo un ottimo lavoro.

14.6.2017, 08:152017-06-14 08:15:00
Daniela Carugati @laRegione

Qualità dell’aria, niente deroghe

Quando c’è di mezzo l’aria che si respira (ogni giorno) vi è (almeno) una parte del Mendrisiotto che ne fa una questione personale. Quindi, quando ha iniziato a circolare la...

Quando c’è di mezzo l’aria che si respira (ogni giorno) vi è (almeno) una parte del Mendrisiotto che ne fa una questione personale. Quindi, quando ha iniziato a circolare la notizia che il Rally Ronde del Ticino sarebbe tornato sulle strade del distretto, si sono rispolverati gli striscioni. Subito, a chi vive nel lembo meridionale del cantone, è venuto naturale ritrovarsi da una parte o dall’altra della barricata: tra chi è pro o chi è contro. Le autorità comunali di Balerna e Novazzano – toccate dal tracciato – staccavano un preavviso favorevole all’arrivo della manifestazione? In tutta risposta mani ignote tappezzavano la regione con messaggi inequivocabili: ‘No, grazie’.

Poi i fautori ne hanno fatto una questione di... quantità: si tratta poi solo di una sera – 3,7 chilometri – e nulla più: insomma, una toccata e fuga, si è motivato. Ma la domanda che incombe è: il Mendrisiotto (e non solo) se lo può permettere? Per l’autorità cantonale (al seguito quelle comunali) sì: un’eccezione è possibile. Uno strappo alla regola che è andato, però, letteralmente di traverso ai contrari. Quanto basta per far presagire e (ieri) far imbucare un ricorso, direttamente al Tribunale amministrativo cantonale. L’intento? Fermare il rally. Una richiesta che, stavolta, non porta la firma ‘solo’ degli ambientalisti. Tra chi si oppone vi sono, infatti, cittadini del Mendrisiotto e del Luganese (141 in tutto). E il primo a metterci la faccia è il professor Giorgio Noseda, dunque un medico, anzi un cardiologo già presidente della Lega svizzera contro il cancro. Certo, si dirà, si sa da che parte sta. Vero, non lo ha mai nascosto. Ciò non toglie che la sua mobilitazione fa per lo meno pensare. In effetti, Noseda si era già esposto, proprio da queste colonne, l’8 maggio scorso, e con argomenti di peso. Per il medico il verdetto è chiaro: dare via libera alla manifestazione automobilistica significa aggravare l’inquinamento atmosferico che incombe, in particolare, sulla zona di Chiasso (dove avrà luogo la prova). È difficile, d’altro canto, ignorare il fatto che proprio a Chiasso nel 2016 – Rapporto sulla qualità dell’aria alla mano – si sia superato per 62 volte il limite giornaliero (di 50 microgrammi per metro cubo) di polveri fini. Una soglia che l’Ordinanza federale sull’inquinamento atmosferico prescrive di oltrepassare una sola volta in una annata. Noseda non ha dubbi: siamo nell’illegalità.

Del resto, anche il via libera al rally ha saltato a piè pari le regole ancorate al Pra, il Piano di risanamento dell’aria. Documento che, dopo il 15 giugno, mette al bando “qualsiasi manifestazione motoristica”. Tant’è che i ricorrenti non esitano a parlare di violazione. Ma, si sa, per ogni regola ci può essere, appunto, un’eccezione.

E così è stato anche in questo caso. Il governo cantonale ha staccato un’autorizzazione in via straordinaria. E in molti questa scelta non ha fatto di sicuro una bella impressione. Che ne è del pugno di ferro per combattere lo smog? Delle misure puntuali varate dal Dipartimento del territorio? Degli appelli a preferire i mezzi pubblici all’auto per abbattere i valori delle sostanze inquinanti? Tutti provvedimenti decisi e accolti con favore da chi, da anni, è in prima linea su questo fronte. Ci si sperava e ci si spera. A maggior ragione quando, esplosa l’estate, i grafici dell’ozono a sud tornano a svettare verso i 200 microgrammi per metro cubo. Ecco perché ci si sarebbe aspettato che il Cantone mantenesse la barra dritta sulla qualità dell’aria. Anche davanti al rally di una sera. Su certe questioni non si possono fare eccezioni.

13.6.2017, 08:352017-06-13 08:35:00
Erminio Ferrari @laRegione

Polvere di (5)Stelle

È davvero troppo presto per un requiem in memoria dei 5Stelle. Un movimento che è la seconda forza in parlamento, che si è intestato le sindache di Roma e Torino, il cui capo fa “bef” e tutti ne...

È davvero troppo presto per un requiem in memoria dei 5Stelle. Un movimento che è la seconda forza in parlamento, che si è intestato le sindache di Roma e Torino, il cui capo fa “bef” e tutti ne scrivono, non è ancora un cadavere politico, e la trasparente soddisfazione con cui la grande stampa italiana ne ha registrato il rovescio patito nel turno elettorale di domenica è forse affrettata. Le ragioni e il contesto che spiegano e hanno favorito la crescita dei 5Stelle non sono mutate, infatti. Un quadro che se da un lato spiega il successo grillino, specularmente ne motiva la batosta subita, in un paradosso solo apparente.

Perché è proprio in una situazione di degrado dei legami sociali, di distacco crescente tra la società e la sua rappresentazione in politica, che l’intuizione di Grillo e Casaleggio si è imposta come una apparente alternativa: facendo balenare la possibilità che la sola incazzatura bastasse a trasformare ambizioni personali in buona politica e buona amministrazione; a fare di un “vaffa” un programma politico; a trasformare (questo capolavoro post-sociale) la comunicazione in sostanza, facendo equivalere un clic non tanto a un voto, ma a una coscienza civica matura. E certamente ha funzionato e ancora funziona. Ma per gli stessi motivi e per propria natura, questo discorso può alienarsi un consenso che era apparso inscalfibile, destinato solo a crescere. La superficialità e la volubilità dell’elettorato sono il carburante che più di ogni altro fanno girare il motore della demagogia, ma sempre si è visto che si tratta di crediti a riscossione immediata: chi promette di cambiare tutto e cambia solo qualcosa, si è giocato l’intera posta.

E qui siamo alla questione amministrativa: cambiato qualcosa? Che cosa? Non era inevitabile, ma altamente probabile che le candidature locali grilline subissero i contraccolpi dei passi falsi compiuti dal movimento a livello nazionale (per non dire della fallimentare prestazione di Virginia Raggi a Roma). È destino proprio di questi movimenti dipendere, ai loro livelli più bassi – nel caso specifico: subalterni – dalle fortune o dai rovesci del capo (o semplicemente dalla sua presenza) o dei suoi più vicini portaordini. E anche solo limitandoci agli ultimi mesi, l’elenco delle loro manifestazioni di malafede o ingenuità o semplicemente stupidità politica si è arricchito a dismisura. Dalle firme false di Palermo, alla figuraccia sulla legge elettorale, per dirne due. Potevano i candidati sindaci sfruttare la luce di Grillo senza finire nell’ombra dei Di Battista ?
E poi, non slegato dal tutto ma con variabili locali importanti, anche in questa occasione, il movimento ha scontato la difficoltà estrema di dotarsi di un ceto amministrativo e politico all’altezza delle pretese (salvo disfarsene con ignominia quando ne avesse uno, come nel caso di Pizzarotti a Parma; o smascherare da sé la spudorata balla delle primarie online, come è accaduto a Genova).

Un fallimento inevitabile e un problema esistenziale per un partito che rifiuta di essere tale, e disdegna filtri e mediazioni. Un fallimento senza attenuanti, perché è pur vero che nei 5Stelle non militano soltanto i “vaffatori” di un giorno, ma anche cittadini che hanno dimostrato capacità e meriti su diversi dossier di importanza locale. Fatica sprecata.

Grillo, con qualche ragione, rinvia alle elezioni politiche il vero confronto. Non può fare altro: su quel solo scenario può avere ancora chance di successo beffandosi di avversari incredibili e screditati. Ma, città per città, paese per paese, il suo è uno spettacolo già visto. Continui a farlo, sembrano aver detto gli elettori, a Roma.

13.6.2017, 08:052017-06-13 08:05:00
Matteo Caratti @laRegione

La lunga ricreazione

Fra poche ore squillerà la fatidica campanella che annuncia agli allievi del cantone la fine delle lezioni. Una campanella, dopo mesi e mesi passati sui banchi di scuola a imparare tante cose nuove...

Fra poche ore squillerà la fatidica campanella che annuncia agli allievi del cantone la fine delle lezioni. Una campanella, dopo mesi e mesi passati sui banchi di scuola a imparare tante cose nuove, certamente anche liberatoria.

A volte, quando gli allievi delle Elementari e delle Medie vengono a visitare il giornale, ricordo loro che l’evoluzione della lettura (anche di quella dei giornali) è andata di pari passo con l’alfabetizzazione. Perché capitava che (ancora non molti anni addietro) una società ancora fortemente agricola, complici povertà e ignoranza, spingesse le famiglie di ragazzi come loro a privilegiare l’utilità delle braccia delle giovani leve sugli alpi a curare le vacche e le capre, piuttosto che spingerle ad andare a scuola. Non troppi anni fa le scuole – anche a seguito di questo retaggio – iniziavano ancora a metà settembre, perché sino a quella data si faceva l’ultimo fieno o si curavano le mandrie al pascolo. Dico loro questo, perché a furia di dare le cose (le conquiste) per scontate, si perde per strada il vero senso.

Diciamolo ad alta voce: non si va a scuola per far felici i genitori. Lo si fa per crescere e formarsi, per cercare di avere un domani maggiori chance di successo anche professionale. Non nel senso di far soldi a palate, ma di poter esercitare, anche scegliendola, una professione che si ama. E non è poco. Si va dunque a scuola per imparare soprattutto per sé stessi.

Sarebbe già un passo notevole se la maggioranza dei ragazzi, che frequentano le nostre scuole dell’obbligo, avesse questa consapevolezza. Come sarebbe anche un ulteriore passo innanzi, nella qualità della scuola, se le direzioni e gli ispettori (o quelli del dipartimento di Bellinzona) fossero più esigenti nei confronti di taluni docenti. Perché, per dirla tutta, anche loro devono essere ben coscienti del ruolo che stanno svolgendo, educando ed esercitando alla vita i nostri figli. Tanti lo sono, alcuni eccellono. Ma non tutti! Nelle scuola ci sono ancora docenti (di certo pochi, ma sempre troppi!) che non si meritano di svolgere la funzione di insegnante e nei confronti dei quali è opportuno passare ai cartellini gialli e anche rossi.

Il ruolo della scuola, in questi anni di epocali cambiamenti, è ancora più importante. Per affrontare i mutamenti che attendono i nostri giovani (imposti dall’evoluzione strutturale dietro l’angolo delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale) è infatti fondamentale dare loro radici profonde e bussole precise. Questo significa maggiore responsabilizzazione da parte di tutti: allievi, docenti e anche genitori.

Ora, come detto, la campanella sta per suonare. È quindi tempo di ricreazione. Di una lunga ricreazione che durerà due mesi e mezzo. Un tempo diverso, lento e lungo, da non dedicare soltanto all’ozio, ma anche a esperienze di vita, professionali e formative che permettano di crescere anche durante l’estate. Per farle non è necessario andare chissà dove: spesso l’occasione è vicina. Basta saperla cogliere! Buone e proficue vacanze.

10.6.2017, 09:302017-06-10 09:30:19
Claudio Lo Russo @laRegione

‘Io (non) leggo romanzi e racconti’

Mi sono regolarmente tornate in mente le parole di un consigliere nazionale ticinese che, tempo fa, ha detto che lui non legge romanzi, tutt’al più qualche libro di storia. La...

Mi sono regolarmente tornate in mente le parole di un consigliere nazionale ticinese che, tempo fa, ha detto che lui non legge romanzi, tutt’al più qualche libro di storia. La premessa implicita nel suo discorso era che dedicarsi alla letteratura “di finzione”, se non proprio inutile, è un esercizio tutto sommato trascurabile. Ci ho ripensato dopo l’ennesima seduta di lettura di favole e storie di varia natura con mia figlia, appuntamento per lei imprescindibile prima di scivolare nel sonno, accompagnata dalle immagini di Alì Babà, di Baba Yaga, dell’oca, del pesciolino, di Riccioli d’oro. Perché i bambini sanno intrattenere un rapporto così viscerale con “le storie”? Al punto che, se minimamente coltivati, l’ascolto e la lettura diventano un bisogno? Che cosa cercano loro nella dimensione del racconto? Forse, è anche attraverso questo strumento che impariamo a uscire da noi stessi, dal nostro sterile egocentrismo, per iniziare a leggere la realtà, a interpretarla strutturando i nostri valori e i nostri modelli, a dare un senso al nostro esistere; per farlo, appunto, davvero nostro. E lo facciamo entrando dentro vite non nostre, vivendole per il tempo di una lettura, e oltre, mettendoci nei panni dell’altro, per vedere anche noi stessi con altri occhi.

Che cosa c’è di più politico, in fondo, del mettersi nei panni del prossimo, per comprenderne i problemi e le risorse, per accoglierlo dentro di sé? Una volta adulti, forse, si tende a dimenticarlo; sperimentare il racconto di vite più o meno lontane dalla nostra smette di essere una necessità, ormai certi di aver appreso quel che serve per stare al mondo. E si smette di chiedere e di chiedersi perché quel personaggio ha agito in un modo piuttosto che in un altro, che cosa vuol dire e che cosa mi vuol dire quella storia, di edificante o di provocatorio.

Probabilmente non è così. E quest’impulso innato a uscire da sé continua ad alimentarsi sottotraccia, nella migliore delle ipotesi per trovare nutrimento altrove, anche se in modo magari meno viscerale e un po’ più distratto. Le serie tv, ad esempio, spesso dense di sfumature narrative e drammatiche, non avrebbero altrimenti tanto successo. La letteratura, da parte sua, continua a offrire un’esperienza analoga in modo più raccolto, intimo, esclusivo, in genere un po’ meno soggetto alle logiche uniformanti del mercato, di certo più rispettoso dei tempi del singolo, chiamato più direttamente a mettersi in gioco per completare il testo con la sua immaginazione.

Un romanzo “salva la vita”? Spesso la complica. Di certo la arricchisce. Soprattutto, a dispetto del consigliere nazionale di cui sopra, può avere un senso nella nostra quotidianità, e a volte diventa un bisogno o un’abitudine da vivere anche al di fuori del proprio perimetro personale, per farne un motivo d’incontro, di condivisione, di confronto diretto, pianificato o inaspettato, con l’autore già noto o con quello che si potrebbe scoprire. Per questo, nonostante le difficoltà vissute dall’editoria, o forse proprio a causa di quelle, negli ultimi anni si sono moltiplicati fiere e festival letterari. Questi ultimi, in vent’anni, pure in Ticino. Per tornare alla politica, così come con romanzi e racconti, si tratta di coglierne l’eventuale valore nella nostra vita – culturale, d’immagine, turistico o altro – prima di scegliere se votare o meno un credito a loro sostegno. Infatti, spesso, il servizio che queste manifestazioni offrono, a ragazzi e adulti, poggia per intero o quasi sulle spalle di volontari di buona volontà. Analogamente, si tratta di comprendere quale costo comporta l’imperativo etico o politico di sottrarsi a questo regime.

10.6.2017, 08:302017-06-10 08:30:06
Daniela Carugati @laRegione

Anziani vessati e bisogno di verità

Giustizia e Verità. Mai come in questi tempi di incertezze nella cittadinanza sale una voglia prepotente di Giustizia e Verità. È quasi un bisogno vitale. Se ne è avuta una...

Giustizia e Verità. Mai come in questi tempi di incertezze nella cittadinanza sale una voglia prepotente di Giustizia e Verità. È quasi un bisogno vitale. Se ne è avuta una percezione forte e chiara nella vicenda dei maltrattamenti consumati su alcuni ospiti del Centro degli anziani di Balerna. In effetti, per avere Giustizia i famigliari delle vittime hanno dovuto attendere oltre sei anni. Fino al 16 maggio, quando la Corte delle Assise correzionali di Mendrisio ha pronunciato la sua sentenza sul caso dell’ex assistente di cura, processata per coazione e condannata a 12 mesi sospesi per le vessazioni commesse, tra il 2010 e il 2011, su vari utenti della casa. Oggi i parenti di quelle persone – “trattate come oggetti” (parole del giudice Pagnamenta) – conoscono la verità processuale. Basterà loro?

La vicenda degli abusi perpetrati dentro le mura della struttura comunale, infatti, non si è esaurita su quel verdetto. Una seconda inchiesta è sfociata in altri tre decreti d’accusa; ora impugnati e in attesa, a loro volta, del pronunciamento di un giudice. E non si è esaurita neppure l’urgenza di sgombrare il campo dai dubbi e dai timori che, in questi ultimi anni, mentre si compivano gli atti giudiziari, hanno permeato la gestione della casa.

Per il Municipio la condanna pronunciata nei confronti dell’ex dipendente “pone fine a questa triste vicenda” (quella dell’assistente). Ma ciò è sufficiente? Di fatto, archiviato il processo, si è dovuto aspettare (pure qui) sino al 7 giugno prima che l’esecutivo uscisse allo scoperto sulla questione, comprensibilmente spinosa. Lo ha fatto in una breve nota inviata ai quotidiani. In quella occasione l’autorità locale ha ribadito la sua volontà di “fare piena luce” e ha dichiarato l’intenzione di prendere visione “dei dettagli della sentenza”. Insomma, una volta completato il quadro della situazione, si ragionerà sui provvedimenti, che “dovessero rendersi ulteriormente necessari”.

In realtà, noi (della ‘Regione’) ci avevamo provato da subito, all’indomani del verdetto, a interpellare il Municipio. Proprio per avere una sua reazione; per porre le domande rimaste ancora inevase; per riannodare quei fili di verità civica rimasti sospesi. Le settimane sono trascorse, invece, nel silenzio più totale. Neppure dalla riunione con la Gestione, prevista nelle ore successive al procedimento – per fare il punto sul ‘caso’ –, è trapelato nulla. Si è preferito attendere che la decisione del giudice crescesse in giudicato? Comprensibile e legittimo. Sta di fatto che certi interrogativi anelano da tempo a una risposta. Ad esempio: avremmo voluto chiedere all’esecutivo guidato da Luca Pagani come è possibile che una persona, assunta dapprima come addetta alle pulizie, e in terapia fin dal 1999 per un disturbo di personalità di tipo borderline – che le è valso una scemata imputabilità di grado medio e che la obbliga a continuare a curarsi –, sia stata ‘promossa’ ad assistente e adibita alla cura degli anziani del Centro. Il che apre a un’altra domanda: come viene selezionato dal datore di lavoro (in questo caso il Comune) il personale destinato a ricoprire mansioni particolarmente sensibili? E d’altro canto, quello stesso personale viene messo in condizione di svolgere al meglio il proprio incarico? E ancor prima (ma qui lo spettro degli interlocutori si allarga), viene preparato a sufficienza per confrontarsi con ospiti che presentano patologie importanti – come le demenze senili – e tali da renderli ancor più fragili e incapaci di difendersi?

Per scrivere il finale della storia recente del Centro anziani di Balerna ci vorrà altro tempo. Il bisogno di certezza dei cittadini, invece, sollecita risposte istituzionali, e prima possibile.

9.6.2017, 09:002017-06-09 09:00:14
Alfonso Reggiani @laRegione

Lac, tanto fumo poco arrosto

Pareva di essere confrontati a un nuovo caso Argo… E invece siamo a livello di violazioni procedurali. Si sgonfia il crescendo di accuse e critiche mosse da via Monte Boglia e dintorni...

Pareva di essere confrontati a un nuovo caso Argo… E invece siamo a livello di violazioni procedurali. Si sgonfia il crescendo di accuse e critiche mosse da via Monte Boglia e dintorni alla gestione del Polo culturale di Lugano. Lo certifica l’audit commissionato dal Municipio dopo le perplessità relative all’irregolarità nell’assegnazione di mandati pubblici. Certo, la Città ha sbagliato, ieri lo ha ammesso e si è impegnata a correggere il tiro. Chiaro che non sono errori da prendere troppo alla leggera considerato il clima, diciamo poco favorevole, che aleggia attorno al Polo culturale.

Il Municipio di Lugano ha recitato il mea culpa: l’audit ordinato ha dimostrato manchevolezze in oltre la metà dei mandati dal 2016 nel rispetto di un aspetto della legge sulle commesse pubbliche, quello relativo alla verifica dell’idoneità delle ditte prima di attribuire l’appalto. La Città lo ha fatto solo a posteriori e in nessun caso sono tuttavia emersi problemi di idoneità. Le altre condizioni poste dalla legge sono state tutte ossequiate. Una legge che però non contempla le cosiddette prestazioni immateriali, proprio quelle di cui il Lac ha bisogno come il pane per continuare sulla strada di successo che ha intrapreso dalla sua inaugurazione, poco meno di due anni fa. E la Città lo aveva sottolineato invano nella propria presa di posizione nell’ambito della revisione della legge che impone tutta una serie di controlli preventivi oggettivamente quasi impossibili da eseguire per un centro culturale, in particolare per l’offerta di spettacoli di LuganoInScena. E ieri ha annunciato che tornerà alla carica. Per quali ragioni? Perché ci vuole buonsenso, a meno che non si voglia perdere al Lac i personaggi illustri con il loro seguito.

Non solo. Le rappresentazioni teatrali vanno pur allestite, messe in scena, bisogna curare la tecnica e altre questioni che occorre risolvere in tempi brevi. Insomma, comportano una serie di lavori considerati di poco conto di cui non si parla mai, ma che sono fondamentali per la buona riuscita di ogni spettacolo. Lavori che mal si conciliano però con le condizioni poste da una legge pensata ed elaborata soprattutto per regolare il settore dell’edilizia. Da qui, muove il messaggio che ieri il sindaco ha voluto lanciare al Legislatore e ad altri Comuni che dispongono di centri culturali: va colmata quella lacuna della legge che non tiene conto delle prestazioni immateriali.

Che per le violazioni procedurali emerse, si arrivi a sospendere l’esame del consuntivo della Città che ha chiuso con un risultato di gestione corrente positivo di 8,9 milioni di franchi appare un’esagerazione. Vogliamo credere che l’ennesima vicissitudine, l’ultima di una lunga serie che ha riguardato il Polo culturale sin dall’avvio del cantiere, possa rientrare e comunque non influisca troppo sulla politica cittadina, peraltro già confrontata con qualche attrito fra legislativo ed esecutivo. Superata o quasi l’urgenza finanziaria, per la Città sarebbe tempo di dedicarsi ad altro. Gli argomenti non mancano di certo, dai trasporti pubblici da migliorare ai grandi progetti da coltivare senza dimenticare i quartieri periferici e la cura del vasto territorio da gestire. A meno che non si voglia farlo sprofondare definitivamente il Lac, prima del suo autosilo su cui è stata commissionata una nuova perizia.

9.6.2017, 08:302017-06-09 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

San Salvatore da brivido!

In fatto di magagne – e non da poco – fra...

In fatto di magagne – e non da poco – fra il Lac e il San Salvatore c’è quasi (e purtroppo) l’imbarazzo della scelta.

Il primo è balzato alla cronaca di recente per alcuni problemi nella facciata dell’edificio (il granito verde del Guatemala – ora oggetto di perizia – che potrebbe contenere dell’amianto) e da ultimo nell’asfalto dell’autosilo, che fanno dire al cittadino: ma l’opera, inaugurata da poco, è stata edificata (in questi suoi aspetti) a regola d’arte? Si sono controllati a sufficienza i lavori? Perizie e controperizie diranno, intanto però, la polemica – pane per la politica, in particolare per chi da sempre ha osteggiato il Lac – è servita su un vassoio d’argento. Se poi si aggiungono anche gli appalti attribuiti in violazione alla legge sulle commesse pubbliche… Giusto, quindi, fare chiarezza e pretendere che gli errori vengano corretti e sanzionati a spese di chi ha sbagliato.

Sempre nel Luganese un altro fatto, per diversi aspetti ben più grave del caso Lac, perché poteva anche costare delle vite, è successo ieri: un pezzo di parete si è staccato all’interno della galleria autostradale fra Melide e Grancia. Solo il caso, o forse l’intercessione di San Salvatore, hanno voluto che non ci fossero vittime fra gli automobilisti in transito. Anche qui sarà una perizia a dare una risposta alla domanda che tutti si sono posti: ma come è possibile che il cemento armato si sia sbriciolato come cartone? Anche perché solo pochi anni fa, raccontano le cronache, erano terminati i lavori di risanamento nelle due canne del tunnel, noto anche per esser ritenuto, secondo un’indagine fatta a un anno dal rogo sotto il Monte Bianco nel ’99 (per l’assenza di apposite vie di fuga e semafori al suo interno) uno dei più pericolosi d’Europa.

Così, in quell’occasione, nella galleria del San Salvatore era stata demolita la soletta intermedia ed era stato installato un nuovo sistema di ventilazione. Si era anche provveduto al rinnovo degli impianti elettromeccanici (semafori, videosorveglianza, rilevatori incendio e fumi), al potenziamento degli idranti in galleria e alla messa in opera delle pareti anti-ricircolo dei fumi e alla posa della nuova pavimentazione. Un risanamento che ha comportato un investimento complessivo di circa 85 milioni di franchi. Parecchi soldi che, negli intendimenti, erano stati commissionati proprio per incrementare la sicurezza all’interno della galleria. Da qui la domanda dell’uomo della strada: ma è mai possibile che in quell’occasione (recente) non si sia data un’occhiatina anche alle pareti? E che la colpa se la debba – come qualcuno ha lasciato intendere in prima battuta – attribuire all’infiltrazione d’acqua? Si tratta forse di un elemento sconosciuto agli ingegneri? No di certo. Anzi: dalle indicazioni raccolte dal portavoce dell’Ustra, emerge che nella galleria erano state fatte anche opere di impermeabilizzazione a causa delle infiltrazioni. Di più: c’è la conferma che in quel tratto erano state fatte iniezioni di idrogel per contrastare l’eventuale stagnazione d’acqua. Diciamo che, se la questione era conosciuta, allora qualcosa di – forse anche in parte prevedibile? – è finito per scappare di mano. Colpa solo della natura? Mah…

8.6.2017, 08:302017-06-08 08:30:33
Aldo Bertagni @laRegione

Se torna la ragione

Alla fine è prevalso il buonsenso, che in politica significa decidere sulla base di quanto è possibile ottenere in quel preciso momento. Di più. Nel sistema politico elvetico, giusto per ricordarlo,...

Alla fine è prevalso il buonsenso, che in politica significa decidere sulla base di quanto è possibile ottenere in quel preciso momento. Di più. Nel sistema politico elvetico, giusto per ricordarlo, il buonsenso consiglia altresì la concertazione istituzionale dal basso verso l’alto e dunque, in questo caso, dalle esigenze regionali verso quelle federali. Senza per questo penalizzare le prime. Dopo mesi di tira e molla, il governo ticinese ha finalmente deciso di rivedere l’ultimo ostacolo che bloccava la firma sotto gli accordi bilaterali Italia-Svizzera sull’imposizione fiscale dei capitali e dei lavoratori frontalieri: l’obbligo di presentazione del casellario giudiziale per i cittadini stranieri qui attivi con i permessi di dimora (B) e frontalieri (G). Una scelta attesa, perché promessa dopo non poche pressioni bernesi, ma non affatto scontata; prova ne sia che il Consiglio di Stato ha deciso a stretta maggioranza, tre contro due, e i contrari sono i “ministri” leghisti. La Lega dei Ticinesi, del resto, già ieri ha tuonato al tradimento.

Una decisione attesa, si diceva, soprattutto da chi – non pochi cittadini di questo cantone – auspica un ritorno alla politica ragionata, che non significa affatto di basso profilo come qualcuno vuole far credere. Anzi. Basta dare uno sguardo alle ultime vicende ticinesi per comprendere, con tutta la pacatezza del caso, quanto sia fallimentare la politica declamatoria e “muscolare” di chi cerca solo il consenso, elettorale e no. Vogliamo fare l’elenco degli ultimi mesi? La tassa di collegamento è congelata da un ricorso: lanciata come scudo contro il traffico dei frontalieri, se approvata dal Tribunale federale finirà per penalizzare soprattutto i residenti. L’albo degli artigiani, contestato dalla Seco: voluto per proteggere l’economia locale ha suscitato non poche polemiche oltre Gottardo e anche in Ticino. L’iniziativa popolare ‘Prima i nostri’: lanciata per favorire il lavoro dei residenti, finirà col coinvolgere, se va bene, solo le aziende pubbliche e parapubbliche dove i frontalieri, quando ci sono, sono fondamentali per la funzionalità delle stesse.

E ancora, il patentino obbligatorio per i raccoglitori di funghi: chiesto per proteggere i boschi e – soprattutto – limitare l’accesso agli stranieri, è stato bocciato dallo stesso Gran Consiglio grazie a un ragionevole colpo di coda. Ed è proprio con quest’ultimo voto che il Canton Ticino, parlamento in testa, si direbbe inizi a prendere consapevolezza del tempo sin qui perduto.

I demagoghi hanno acceso il fuoco, ma tutti gli altri (leggi i partiti una volta definiti “borghesi”) lo hanno alimentato, facendo a gara a chi soffiava più forte. C’è andata bene, perché tutto sommato non ci siamo ancora scottati davvero. E questo perché i veri problemi – riorganizzazione radicale del mondo del lavoro in testa – purtroppo non li risolviamo a Bellinzona. E si fatica a risolverli anche a Berna. Nel frattempo però in tutti questi anni, nel dai e dai della protesta fine a sé stessa, s’è perso per strada un bene tanto prezioso quanto quasi impalpabile finché c’è: la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Ieri finalmente la maggioranza governativa ha deciso di cambiare registro e assumersi quelle responsabilità che avrebbe dovuto assumere ben prima. Ma come si dice, non è mai troppo tardi. Mancano ancora due anni alla fine della legislatura, ce la possono fare. Se davvero cambiano strada, non solo si porterà finalmente a casa un accordo bilaterale sulla fiscalità già nato zoppo, ma forse si recupererà anche parte di quella fiducia ormai mutata in rassegnazione.