Ilcommento

Ieri, 08:052017-10-16 08:05:00
Matteo Caratti @laRegione

Dentro il governo, fuori dalle lobby!

Imbarazzante inciampo per il neo-ministro degli Esteri Cassis. A nove giorni dall’elezione a consigliere federale, senza che lo si sapesse, ha bussato alla porta della...

Imbarazzante inciampo per il neo-ministro degli Esteri Cassis. A nove giorni dall’elezione a consigliere federale, senza che lo si sapesse, ha bussato alla porta della Pro Tell, la lobby che cura gli interessi di chi detiene armi, entrando a farne parte. Che c’è di strano? Uno, che lo abbia fatto; due, che lo abbia fatto a una manciata di giorni dal verdetto dell’Assemblea federale; tre, che lo abbia fatto in punta di piedi; quattro, che non abbia considerato gli effetti boomerang sul Cassis ministro e probabile responsabile degli Esteri. Evidente la sua volontà di guadagnare consensi sulla destra. Ma, se lo avessero saputo la sinistra e il centro, che lo hanno preferito ai due concorrenti, lo avrebbero votato? Si pone quindi un problema di trasparenza. Ma di problema ce n’è un secondo. La lobby delle armi, come tutte le associazioni, persegue legittimamente interessi ben precisi, che possono entrare in rotta di collisione con il lavoro che un membro di un governo collegiale deve svolgere. Pensiamo in casu proprio al campo minato delle relazioni con l’Ue. In definitiva è anche questione di tatto, che deve indurre un membro dell’esecutivo a non agganciarsi direttamente ad alcun carro (armato e non), pur avendo una propria linea e una propria personalità politica. Cassis, spiace dirlo, bussando ed entrando a far parte di una nuova lobby, ha sbandato. Prima ancora di aver terminato i famosi 100 giorni di grazia. Un tiro da correggere.

14.10.2017, 08:002017-10-14 08:00:27
Matteo Caratti @laRegione

Argo 1, neanche un bip!

È terminata un’altra settimana e continuiamo nelle nostre riflessioni sull’incarico diretto ad Argo 1. Lo facciamo visto che non sono ancora giunte risposte (credibili) dai diretti interessati...

È terminata un’altra settimana e continuiamo nelle nostre riflessioni sull’incarico diretto ad Argo 1. Lo facciamo visto che non sono ancora giunte risposte (credibili) dai diretti interessati sui mille perché della vicenda del mandato diretto milionario dato alla ditta di sicurezza. Mandato al quale si sono aggiunti i pasti per i centri di Rivera e Camorino, provenienti da Chiasso (perché non da Bormio?) percorrendo quasi 200 chilometri al giorno, salvo poi optare immediatamente, non appena emerso il caso, per una mensa del Cantone a pochi passi da Bellinzona. Come è stato possibile che succedesse tutto ciò?

La politica – che a parole continua a dire di voler fare chiarezza – si sta prendendo tutto il tempo anche se sono già passati oltre sette mesi dallo scoppio dello scandalo. Alla Gestione occorrerà circa un mese per fare anche solo la lista delle domande da sottoporre poi ancora al parlamento in vista della richiesta di costituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta. Domande che, mettendosi di buzzo buono, si possono scrivere fra un caffè e un cappuccino a colazione. L’imbarazzo non è grande, è megagalattico.

Gli unici – dopo l’incarico del CdS all’ex pp Bertoli – che questa settimana si sono sentiti liberi e in dovere di dire qualcosa, mentre cresce lo stupore di molti ticinesi, sono i partiti che rappresentano gli estremi: l’Udc (mercoledì il presidente Marchesi sulla ‘Regione’) e l’Mps (che per la penna del deputato Pronzini si è interrogato sul tema del finanziamento ai partiti). Più al centro ieri, dalle pagine di ‘OL’, anche il deputato Galusero è tornato a rilanciare l’argomento (in solitaria?), indicando in una decina di punti le questioni alle quali il “Ticino serio e onesto attende risposta”. E dalle colonne del ‘PeL’? Citus mutis. Neppure un ‘bip’, mentre ‘il Mattino’ ha promesso novità per domenica. Vedremo.

Strano davvero, ci siamo detti. Già, perché la curiosità di Pronzini in un Paese normale avrebbe dovuto sortire un’ondata di indignazione e la gara a dire ‘noi no, noi no’. E invece nulla. Pronzini, concretamente e angelicamente, in un’interrogazione al governo si è chiesto “se il CdS si è già attivato per verificare che nessun partito o singoli candidati alle elezioni cantonali 2015 abbiano ricevuto sostegni finanziari, diretti o indiretti, da Argo 1 o dai suoi dirigenti”. In un Paese normale, lo ripetiamo, i partiti (uno prima di tutti, cioè quello guidato da un presidente e un consigliere azzoppati) avrebbero dovuto insorgere e dire forte e chiaro che l’interrogante si è fuso il cervello. Primo, perché pone una domanda del genere al governo. Che ne sa infatti l’esecutivo di come si finanziano i partiti, che sono associazioni indipendenti e autonome? È vero, la legge prevede che, se ricevono finanziamenti superiori a 10mila franchi, devono annunciarli sul Foglio ufficiale. Ma quella legge è facilissimamente aggirabile. Come? Spezzettando gli importi, facendoli passare come pubblicità agli organi di partito… Secondo, perché, stando al deputato Pronzini, “quanto emerso e la spregiudicatezza dei dirigenti di Argo 1 spingono a chiedersi se, in passato ed in occasione di scadenze politicamente importanti – ad esempio le elezioni cantonali –, Argo 1 e/o i suoi dirigenti non abbiano cercato di ‘sdebitarsi’ per il trattamento ricevuto attraverso finanziamenti a candidati e/o partiti politici”. Sempre in un Paese normale, chi si spinge a fare tali illazioni, o è uno squinternato o ha (o almeno pensa di avere) qualcosa in mano. Ma d’altra parte, chi è chiamato a fare la figura del comperato o del venduto, se non lo è, si dovrebbe arrabbiare. Arrabbiare assai! O no?

Ci limitiamo a constatare che finora non è stato il caso...

13.10.2017, 09:302017-10-13 09:30:23
Marzio Mellini @laRegione

Via dai campi. Così sì, lo punisci

‘Gesti di mano, gesti di villano’, recita un antico adagio che taluni padri e madri insegnano ai propri figli, tramandando a scopo educativo le perle di saggezza dei loro genitori...

‘Gesti di mano, gesti di villano’, recita un antico adagio che taluni padri e madri insegnano ai propri figli, tramandando a scopo educativo le perle di saggezza dei loro genitori.

Con gesto di mano si intende anche un buffetto, o uno schiaffo. Non per forza un pugno, né lo spintone di cui si è macchiato lo scorso 21 settembre a Lugano il presidente del Sion Christian Constantin, punito dalla commissione disciplinare della Swiss Football League con una pena severa per l’aggressione ai danni di Rolf Fringer, opinionista di Teleclub: quattordici mesi di inibizione dai campi, e una multa di 100’000 franchi. Non esemplare, forse, perché commisurata alla colpa (com’è giusto che sia), ma severa, questo sì.

C’è poco del gesto, e molto del villano, nella condotta cafona e violenta del patron vallesano. L’ammenda pecuniaria gli fa un baffo: la disponibilità economica gli consente infatti di uscirne quasi indenne, da questo punto di vista.

Diverso, per contro, il discorso relativo all’allontanamento dai campi, tutte le competizioni comprese. Con quel provvedimento sì che lo mettono in difficoltà, lui che – istrione e maneggione – ha nello stadio e nelle tribune il palcoscenico sul quale in passato, anche prima di quelle tristi ore di fine estate, ha spesso offerto il peggio di sé, con azioni riprovevoli. Non sempre passibili di sanzione disciplinare, ma pur sempre censurabili. Punto nell’orgoglio, prima che nel borsello. Allontanato dall’ambiente in cui la sua figura ha sempre diviso, tra chi lo considera un personaggio pittoresco fuori dagli schemi, quindi simpatico, e chi invece non gli perdona la prepotenza che si traduce in continui esoneri di allenatori, in intromissioni tecniche in settori che non competono a un presidente, in cadute di stile che non contribuiscono certo a tratteggiare i contorni di un signore.

Soffrirà, lontano dal campo, perché è sul campo e non certo alla scrivania che dà il meglio (o il peggio) di sé. Esagerazioni e scenate sono figlie delle emozioni che il calcio e il suo Sion (il possessivo è voluto) gli scatenano dentro. Cacciarlo dalla scena che più sente sua è senza dubbio una punizione molto più dura di una multa, per quanto salata possa essere.

Oggi sono in molti a gridare ‘evviva’, o ‘finalmente’. Giustizia è stata fatta? Sì, ma nulla più di questo. In attesa degli sviluppi della denuncia fatta alla magistratura cantonale sia dalla vittima (per aggressione) sia dall’aggressore (diffamazione), la giustizia sportiva ha fatto il suo corso. Ha usato il pugno duro, per restare in tema.

La tentazione di infliggergli una pena esemplare, per finalmente fargli pagare la spocchia, una condotta sopra le righe e la natura di dirigente scomodo che non si inchina ai dettami di Palazzo, è umana. La giustizia, però, trascende sentimenti e pregiudizi. Non può scendere a patti con l’umore o tarare i verdetti in base alle simpatie. Lo fa, semmai, in base alle eventuali aggravanti. I precedenti di ordine disciplinare lo sono. Constantin ne ha, e ha pagato anche questi, né più né meno. Passa alla cassa, e il conto è salato anche per uno come lui.

13.10.2017, 08:402017-10-13 08:40:00
Matteo Caratti @laRegione

La panchina della vergogna

Come è facile complicare cose semplici!...

Come è facile complicare cose semplici! Ieri, nelle pagine del Mendrisiotto, ci siamo occupati di littering (sporcizia, rifiuti buttati per strada), prodotto da persone che sul mezzogiorno si cibano di panini e affini acquistati in negozi e li consumano per strada abbandonando le cartacce nei pressi di una panchina del centro. Se abbiamo ben capito, il Comune, per evitare di dover raccogliere la sporcizia, ha preferito togliere la panchina. Pare che altre misure siano allo studio, come quella di installare telecamere. E poi cosa ancora? Domanda: non è che la si sta forse facendo troppo complicata?

Basterebbe multare le persone poco rispettose degli spazi pubblici che gettano per terra cartacce, lattine, bottiglie eccetera. Basterebbe che, per qualche giorno, proprio nei dintorni di quella panchina della vergogna si piazzasse un agente col compito di sanzionare i lordatori. Così si spargerà la voce che, non solo lo sport del littering è fuorilegge, ma che anche i maleducati vengono direttamente toccati nel loro borsello. Se esistono leggi e regole alla base del vivere comune e civile e non le si fa rispettare a che servono? Anzi, vista l’assenza di sanzioni, chi osa violarle continuerà a farlo. E chi non le viola potrebbe iniziare a farlo.

Invece di questa semplice soluzione, come scritto, se ne è adottata un’altra che soluzione non è: via la panchina. Complimenti per la bella e originale trovata! Chi continuerà a mangiarsi il panino sul mezzogiorno senza farsi problemi di gettare i rifiuti per terra, li getterà quindi da un’altra parte, magari anche solo qualche metro più in là. E chi – pensiamo ad esempio gli anziani o qualche mamma/papà con pupo – ha la necessità di fare una pausetta, mentre fa la sua passeggiatina, non troverà più le panchine per riposarsi. E alla fin fine, visto che questo vizietto di togliere le panchine nei centri sembra comune anche ad altre città del Ticino, avremo centri sempre più vuoti, sempre meno frequentati, visto che chi vuol sedersi un attimo sulla pubblica via è costretto a andare al bar o al ristorante. Non siamo anche in un’era nella quale la popolazione invecchia e la gente cerca pure luoghi per socializzare e fare comunità? Ecco, le panchine in centro servono anche a questo: una ragione in più per mantenerle, anzi per aumentarle. E per sanzionare, lo ripetiamo, con decisione chi insozza il suolo pubblico. Di civica tanto si parla. Qui la si pratica.

12.10.2017, 08:552017-10-12 08:55:52
Aldo Bertagni @laRegione

Salari e abusi alla prova del nove

Il Dfe e il suo direttore lo sanno e si stanno preparando al prossimo vero impegno di questa legislatura: il salario minimo e la lotta agli abusi nel mondo del lavoro. La ‘madre di...

Il Dfe e il suo direttore lo sanno e si stanno preparando al prossimo vero impegno di questa legislatura: il salario minimo e la lotta agli abusi nel mondo del lavoro. La ‘madre di tutte le battaglie’ che trasversalmente muove la destra populista come la sinistra, entrambe attente al disagio sociale dato da una struttura economica fragile e, al contempo, da accordi internazionali che tanto bene fanno alla Svizzera e tanto smarrimento generano nelle regioni di frontiera, Ticino in testa. Il Dfe lo sa, si diceva, e si sta preparando a svolgere quella funzione che più volte lo Stato ha guardato bene di assumersi (non solo a livello cantonale): mediatore di conflitti. Varato ieri il secondo pacchetto per estendere l’occupazione residente e combattere gli abusi, Vitta ha altresì annunciato che vi è la volontà di potenziare l’Ufficio cantonale della conciliazione, da lui presieduto, così da poter meglio intervenire là dove si creeranno conflitti fra i partner sociali. Senza interferire, ha aggiunto, nei compiti che non spettano allo Stato, come la contrattazione salariale fra le parti, ad esempio.

Si parlava di misure per il mondo del lavoro e si stava pensando al probabile scenario dei prossimi mesi, quando il salario minimo approvato dal popolo ticinese dovrebbe tramutarsi in legge di applicazione, con tutto quello che segue. E si pensava anche all’altra legge di applicazione di un principio costituzionale, questa volta federale, approvato contro l’immigrazione di massa e che in Ticino cozza inesorabilmente con “Prima i nostri”, terza iniziativa popolare varata dal popolo e presto – tramite vari atti parlamentari – in Gran Consiglio dove il Paese tornerà a dividersi.

Vitta sa che le forche caudine lo attendono soprattutto col salario minimo, che se troverà un punto d’intesa almeno in Consiglio di Stato (con un tetto minimo attorno ai 3’000?), certo vivrà giorni difficili prima in parlamento e poi fra i cittadini molto probabilmente nuovamente chiamati a firmare (questa volta un referendum) per tornare alle urne. Perché sul “tetto” non c’è l’intesa e le parti sono parecchio distanti. Sinistra e sindacati non sono disposti a scendere sotto i 3’500/3’700 franchi mensili, mentre le associazioni padronali restano sulla proposta di 2’700 franchi. Un baratro divide le forze in campo e c’è il rischio che si riproponga tutto nel Paese. Fondamentale dunque a quel punto il ruolo del governo che, come promette Vitta, saprà vestire i panni dell’arbitro così da impedire il peggio, ovvero la paralisi.

Salari e abusi nel mondo del lavoro sono nodi da sciogliere in tempi relativamente brevi, perché troppo si è atteso e troppo si è illuso. Oggi, dopo anni spesi a rincorrere la luna, ci sono gli strumenti. Occorre dunque un po’ di coraggio e di saggezza, da tutte le parti in causa. Il salario minimo, ad esempio, è un punto di partenza e non certo d’arrivo. Detta altrimenti, non si può delegare allo Stato la forza contrattuale che i salariati non riescono ad avere ; o la trovano, o saranno sempre perdenti. Dall’altra parte sarebbe bene comprendere che un sistema neoliberista senza freni e senza opportuni lacci, a medio termine danneggia tutti. Ma proprio tutti. Per contro, va detto, mai come in questo periodo in Ticino e in Svizzera si è concentrata l’attenzione sul mondo del lavoro e le relative “contraddizioni”. Certo, è solo il primo passo, ma ogni viaggio prevede tappe rapide e altre di compromesso con le proprie forze. Ciò che conta nel viaggio, a ben vedere, è trovare la strada.

11.10.2017, 08:432017-10-11 08:43:01
Sascha Cellina @laRegione

Rimandata, agli spareggi

Rimandata. È questo il verdetto dell’esame di maturità che la Svizzera era chiamata a sostenere ieri a Lisbona, in uno stadio Da Luz rumoroso e caldo come potrebbe essere, tanto per rimanere in...

Rimandata. È questo il verdetto dell’esame di maturità che la Svizzera era chiamata a sostenere ieri a Lisbona, in uno stadio Da Luz rumoroso e caldo come potrebbe essere, tanto per rimanere in tema scolastico, un cortile zeppo di alunni (in questo caso 56’000) che scalpitano, urlano, fremono e chi più ne ha più ne metta. Un ambiente di fuoco quello del catino portoghese (la “Catedral” per i tifosi del Benfica), che se da una parte ha motivato e sospinto i padroni di casa, dall’altra ha intimorito e bloccato gli ospiti, che pure sembravano essersi preparati bene per l’importante scadenza.

Lisbona – Aveva infatti studiato diligentemente, la Svizzera, come dimostrano i risultati eccellenti ottenuti durante l’anno. Nove successi nei primi nove incontri della campagna di qualificazione a Russia 2018, compreso quello all’esordio (il 6 settembre 2016 a Basilea) proprio contro i freschi campioni d’Europa del Portogallo. Ma nove vittorie in dieci partite non sono clamorosamente bastate (complice la differenza reti) per chiudere al comando il girone B e qualificarsi direttamente per i prossimi Mondiali.

Eppure, Freuler (confermato in mezzo al campo assieme a Xhaka in una formazione che ha pure visto il ritorno tra i titolari di Mehmedi, Rodriguez e Dzemaili) e compagni la partita non l’hanno iniziata poi così male, perché dopo i primi cinque minuti in cui hanno lasciato sfogare i padroni di casa (senza peraltro rischiare più di tanto), hanno preso coraggio e con un buon possesso palla sono riusciti ad allentare la pressione. Perlomeno sino al 32’, quando solo un grande intervento di Sommer ha impedito a Bernardo Silva di portare in vantaggio i suoi. L’episodio ha rimesso benzina nel motore dei lusitani, che hanno ripreso a spingere fino a trovare il varco che ha cambiato il match: cross di Eliseu dalla sinistra, che Sommer respinge così così sui piedi di Djourou che stava contrastando João Mário. Il rimpallo finisce in porta, il da Luz esplode e la Svizzera vede il biglietto per Mosca allontanarsi.

Già, perché se il tempo per reagire ci sarebbe anche stato, nella ripresa ad essere mancate ai giocatori di Petkovic (che ci ha provato inserendo Zuber ed Embolo per due spenti Dzemaili e Mehmedi, ma senza ottenere i frutti sperati) sono state le idee. Qualcuno direbbe anche la voglia e la grinta per riprenderla, una partita del genere, ma noi non ci vogliamo credere. Non in una sfida così importante, non dopo essersi guadagnati il diritto di giocarsela con una campagna praticamente perfetta, non dopo essere arrivati così vicini al traguardo. Semplicemente ieri sera il Portogallo è stato più forte, forse anche più fortunato, e la Svizzera ha ceduto mentalmente. La ripresa e il secondo gol subito lo dimostrano: è bastato un tiki-taka a ritmo di Fado (tutto fuorché veloce) a mandare in panne la retroguardia rossocrociata e a permettere ad André Silva di siglare il 2-0. Dall’altro lato del campo? Una mezza occasione su tiro di Shaqiri deviato da Seferovic e nulla più. Troppo poco anche solo per poter sperare.

No, in Russia per ora ci vanno Ronaldo e compagni, mentre la selezione di Petkovic deve accontentarsi delle... montagne russe di un doppio spareggio sempre insidioso, nel quale sarà sì testa di serie assieme a Italia, Croazia e Danimarca, ma incontrerà comunque una tra Svezia, Irlanda del Nord, Irlanda e Grecia, avversarie da non sottovalutare. Chi toccherà ai rossocrociati, lo si scoprirà martedì prossimo alle 14 con il sorteggio di Zurigo. Sperando che per novembre, Lichtsteiner e compagni avranno imparato la lezione.

10.10.2017, 08:452017-10-10 08:45:00
Sascha Cellina @laRegione

Una notte da grande

Se è vero che più lunga è l’attesa, più grande è il piacere, beh, stasera sarà una goduria. Vero, di mezzo c’è un risultato che premierà l’una o l’altra squadra, ma l’evento sportivo che vivremo allo...

Se è vero che più lunga è l’attesa, più grande è il piacere, beh, stasera sarà una goduria. Vero, di mezzo c’è un risultato che premierà l’una o l’altra squadra, ma l’evento sportivo che vivremo allo stadio da Luz di Lisbona (impianto bellissimo e palcoscenico ideale per una recita che si spera all’altezza) ha quel qualcosa che lo rende magico, elettrizzante, quasi storico ancor prima di cominciare e a prescindere dall’esito finale. Si giocheranno tutto (o quasi, visto che il perdente potrà ancora sperare negli spareggi per andare ai Mondiali) in una notte, Svizzera e Portogallo.

Novanta minuti e poco più di una partita di cui è ormai da oltre un anno che si parla. Magari la si teme, sicuramente la si sogna. Più precisamente dal 6 settembre 2016, quando nel primo impegno delle qualificazioni a Russia 2018 la Svizzera ha superato 2-0 i freschi campioni d’Europa, trovando un successo di prestigio che mancava dall’1-0 rifilato alla Spagna nel 2010 in Sudafrica e soprattutto iniziando la sua cavalcata in testa al gruppo B. Nove partite e nove successi, nell’ordine contro lusitani, Ungheria (2-3), Andorra (1-2), Far Oer (2-0), Lettonia (1-0) e via di nuovo Far Oer (0-2), Andorra (3-0), Lettonia (3-0) e Ungheria (5-2). Tutti accompagnati da una costante: quei tre preziosi punti di margine sulla squadra di Fernando Santos – perfetta pure lei nelle successive otto partite – conquistati nella magica notte del St. Jakob Park.

In fondo sia lusitani sia elvetici, pur sperando in un passo falso degli avversari, probabilmente hanno sempre saputo che il 10 ottobre 2017 si sarebbero ritrovati gli uni di fronte agli altri per lo scontro decisivo, quello che assegnerà il primo posto del girone e di conseguenza il biglietto diretto per la Russia. Un match che se per i padroni di casa ha il sapore di rivincita nei confronti di una Svizzera che aveva osato batterli solo due mesi dopo l’incoronazione sul tetto d’Europa – ricordiamo che a Basilea, come però anche in buona parte della finale europea (era mancato Cristiano Ronaldo, ahinoi presente stasera) – per gli ospiti rappresenta l’occasione per dimostrare a sé stessi e al mondo che quello stesso successo di Basilea e gli otto seguenti non sono stati casuali bensì il frutto di una crescita costante giunta ormai al suo apice, espresso non solo dai risultati stessi, ma anche dal gioco, dalla mentalità vincente, dal modo di affrontare ogni partita e ogni avversario, dall’atteggiamento, dall’organizzazione...
La piccola Svizzera è e rimarrà sempre piccola, ma da qualche anno ha cominciato a pensare, a giocare e a sognare da grande. Ed è quello che deve fare stasera, perché noi vogliamo sognare con lei.

10.10.2017, 08:352017-10-10 08:35:00
Matteo Caratti @laRegione

Più seimila lettori

Seimila lettori in più leggono ‘laRegione’ rispetto a sei mesi fa. È un dato molto incoraggiante quello che emerge dall’ultimo rilevamento nazionale sulla lettura dei quotidiani. Specie se si...

Seimila lettori in più leggono ‘laRegione’ rispetto a sei mesi fa.

È un dato molto incoraggiante quello che emerge dall’ultimo rilevamento nazionale sulla lettura dei quotidiani. Specie se si considera che non pochi giornali svizzeri, purtroppo, registrano oggi sensibili cali d’interesse (vedi servizio a pagina 6).
Non lo scriviamo per ‘cantarcela e suonarcela’, per carità: sarebbe arrogante e prematuro. Ma il fatto che i cambiamenti introdotti nell’ultimo anno siano stati apprezzati e condivisi, questo sì, ci fa davvero piacere.

Quando abbiamo deciso di costruire una newsroom comune a Bellinzona, per coordinare e potenziare meglio le nostre presenze sul territorio – comprese le diverse redazioni locali a Chiasso, Lugano e Locarno – avevamo in mente un’idea precisa: quella di raccogliere le voci di ogni singola realtà locale entro un contesto più ampio, più pensato. Non per sradicarle, ma per valorizzarle. E questo pur mantenendo redazioni e redattori delle locali operativi a pieno regime. Perché crediamo che chi paga per informarsi abbia il diritto di vedere e capire sempre tutto il panorama. Un panorama nel quale anche i dettagli rientrano in un contesto più ampio.

La redazione si è tuffata in uno sforzo che merita davvero la nostra gratitudine: quello di sconvolgere orari, ritmi, metodi e stili di lavoro per offrirvi un giornale poliedrico, trasversale, attento a quello che altri non hanno saputo o voluto notare. Con una disponibilità che conferma la passione di ognuno di noi. E allora: più cronache a 360 gradi, più inchieste, più approfondimenti, più analisi, più sinergie fra locale e globale. E una maggiore integrazione fra web e carta, perché vogliamo che chi si identifica col nostro stile giornalistico ci senta vicino 24 ore su 24.

Ci siamo riusciti? È presto per dirlo. Tanto resta ancora da fare, i cantieri aperti sono mille: dai rinnovamenti grafici a quelli sul web, passando per una presenza efficace sui social media. Intanto, però, contarsi e vedere che siamo sempre più numerosi ci fa sperare di avere imboccato la direzione giusta. Tanto più che, dopo la separazione fra ‘Corriere del Ticino’ e ‘Giornale del Popolo’, possiamo finalmente sapere qual è la forza effettiva del foglio di Muzzano, e constatare che fra loro e noi non c’è che una sola spanna. Ovvero: appena settemila lettori.

Sentiamo un bisogno comune a tutti voi: quello di non farci dettare l’agenda dagli interessi puramente istituzionali e soprattutto dall’abitudine. È uno stimolo a continuare sulla strada del giornalismo affidabile, capace di gestire l’ordinario, certo, ma pure pronto a dedicare spazio a eventi che raccontano più di quanto non sembri a prima vista: è ciò che sta accadendo proprio in questi giorni, per esempio, con il caso/scandalo Argo 1.

Aspettatevi tante novità. E aspettatevi di essere coinvolti sempre di più non solo come lettori, ma come testimoni di tutto ciò che accade. E a questa comunità, di fedelissimi come di nuovi arrivati, auguriamo di cuore una cosa: buona lettura.

7.10.2017, 09:452017-10-07 09:45:00
Marzio Mellini @laRegione

Un privilegio che è quasi un obbligo

Il retaggio non è indifferente: la Svizzera ha preso parte a sei degli ultimi sette tornei, siano essi i Mondiali o gli Europei, a partire dalla rassegna continentale del 2004 in...

Il retaggio non è indifferente: la Svizzera ha preso parte a sei degli ultimi sette tornei, siano essi i Mondiali o gli Europei, a partire dalla rassegna continentale del 2004 in Portogallo che segnò il ritorno sulla grande scena di una selezione che l’aveva abbandonata a Euro ’96. Includendo anche la Coppa del mondo con Hodgson nel 1994, vero punto di riferimento per il corso attuale dei rossocrociati, fanno otto partecipazioni nelle ultime dodici grandi competizioni. Non è che esserci sia diventato un obbligo, bisogna pur sempre sudarselo, il posto. Tuttavia a giudicare dalla piega presa dagli eventi, è diventato un privilegio al quale ora diventa difficile rinunciare. Proprio sulla scorta di una crescita un po’ a tutti i livelli, in primis nella consapevolezza di essere degni del palcoscenico più nobile, quello della recita delle nazioni più forti, unite a quelle che, pur alternandosi un po’, riescono a guadagnarsi una porzione di ribalta.

Questo passo in direzione della presa di coscienza di una forza che trova riscontro con una certa regolarità nei risultati, la Svizzera lo ha fatto. Aiutata da sorteggi favorevoli, è indubbio, così come dai progressi registrati campagna dopo campagna. Con il culmine – quantomeno statistico – raggiunto nell’attuale corsa ai Mondiali di Russia (otto vittorie su otto partite), affrontata con il piede ben saldo sull’acceleratore, sin dal primo chilometro, quello sulla carta più complicato, perché si trattò di misurarsi con il Portogallo campione d’Europa in carica da due mesi. Ci pensò anche l’Ungheria a Budapest a rendere palpitante una serata che ha ribadito quanto pronta fosse la selezione di Petkovic, ancorché non sempre convincente.

Pronta, reattiva, anche cinica quanto basta, lungo un percorso che ora pone gli elvetici di fronte alle insidie delle due ultime tappe. Se prima il sentiero era pianeggiante, ora si sale. E che salita. L’Ungheria preoccupa meno del Portogallo, ma solo tecnicamente. Se è vero come è vero che prima di andare a Lisbona bisogna concentrarsi su Basilea, è anche innegabile che la partita odierna sia legata a doppio filo con la “finale” di martedì. Anche perché in Portogallo l’impresa della qualificazione diretta può riuscire anche in caso di sconfitta contro i magiari. Insomma, il St. Jakob-Park è l’ultima stazione intermedia lungo un tragitto di cui si vede lo striscione del traguardo volgendo lo sguardo a ovest. Occhio però a non sottovalutarne la portata. Sarebbe peccato rinunciare al privilegio di esserci. Ci sarebbe ancora lo spareggio, si dirà, ma cela troppe insidie per poterci davvero contare.

7.10.2017, 08:152017-10-07 08:15:00
Matteo Caratti @laRegione

Polenta concia

Eccovi oggi un’altra portata. Dopo polenta e salmì, siamo ai pasti forniti da un cuoco volante. Seguiteci. Lo schema di base è lo stesso di Argo1. Vediamolo: il solito dipartimento diretto da quel...

Eccovi oggi un’altra portata. Dopo polenta e salmì, siamo ai pasti forniti da un cuoco volante. Seguiteci. Lo schema di base è lo stesso di Argo1. Vediamolo: il solito dipartimento diretto da quel ministro – che, tranquilli, ci va dicendo che ‘non sa come mai una cosa così come Argo 1 possa essere successa, perché anche i suoi funzionari non sono riusciti a capirne il perché’ – ha dato un paio di mandati diretti (= senza pubblico concorso obbligatorio per legge!) a un tale che tutti i giorni (per oltre un anno) è partito dal Mendrisiotto col suo furgoncino per portare i pasti ai rifugiati. Mangiano anche loro due o tre volte al giorno! Dalla terra momò, su su fino a Camorino e Rivera. Sì, avete capito bene: tutti i giorni il fornitore ha fatto avanti e indietro un paio di volte (pranzo e cena), macinando quotidianamente quasi 200 chilometri.

Tutti, ma proprio tutti i lettori si chiederanno: ma nel Bellinzonese non c’era qualcuno che potesse fornire ’sti benedetti pasti a Camorino e Rivera? Certo che c’era! E poteva anche proporne a un prezzo minore, visto che non doveva perlomeno bruciare pieni di benzina, andando avanti e indietro per il Ticino (fra l’altro già sufficientemente intasato e inquinato).

Ma come mai non si è fatto avanti qualche concorrente? Semplicissimo: perché il dipartimento del Beltra – strane certe coincidenze vero? – anche in questo caso non ha mai fatto un concorso pubblico. Pare che un paio di suoi funzionari (i nomi sono sempre quelli) abbiano contattato il fortunato cuoco (al) volante e gli abbiano affidato il mandato diretto e dorato. Somma totale, tenetevi bene: oltre 400mila franchi (355’000 per i pasti a Camorino e 61’000 per quelli a Rivera). Tutto qui? Nossignori, a pagina 3 vi raccontiamo questa e un’altra storia più o meno simile.

Poi un bel giorno di primavera scoppia il caso Argo 1, interviene la magistratura, scattano le manette, e che succede? Dal mattino alla sera, salta anche il mandato diretto a quel tizio che portava i pasti da Chiasso a Rivera e Camorino e il governo (non il Dss: mega imbarazzo?) trova ‘sim salabim’ una soluzione logica e più conveniente appena dietro l’angolo. Tenetevi bene: sarà il Cantone con una mensa scolastica di Bellinzona a portare i pasti a Camorino e Rivera. E questo a un prezzo persino più basso! Ma non ci si poteva pensare prima? Pare di no. E le giustificazioni fanno ridere i polli (anche quelli arrosto che facevano su e giù).

Chissà se ora il capo del Dss, arrampicandosi sempre più sui vetri, ci dirà nuovamente che lui si è già assunto la responsabilità politica pure di questi strani trasporti. E chissà se, ancora una volta ci verrà a raccontare che, malgrado le sue verifiche, lui e i suoi collaboratori non sono riusciti né a capire né a sapere come mai siano successe anche in questo ambito le medesime illegalità.

Peccato però che chi legge, che fesso non è, ha invece capito benissimo parecchie cose: 1) che non si tratta ormai più di un semplice e comunque grave errore, troppe sono infatti le coincidenze e le analogie: prima Argo 1, ora il trasporto pasti ecc; 2) che, di fronte a violazioni di legge tanto sistematiche e in più ambiti, uno comincia veramente a chiedersi cosa ci stia sotto, o se preferite dietro? 3) che esistono persone molto privilegiate che possono lavorare per certi servizi del Cantone senza che nessuno lo sappia, senza dover entrare in concorrenza con nessuno. Domanda: come si fa a entrare a far parte di tale casta di privilegiati? E, siccome a questo mondo – ci pare di aver capito – nessuno fa qualcosa per nulla, chissà se c’è magari un ulteriore livello ancora tutto da scoprire ed esplorare?

Buon appetito. Polenta concia?

6.10.2017, 07:002017-10-06 07:00:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Il peso dei debiti delle famiglie

Gli ultimi dieci anni sono stati caratterizzati da politiche monetarie da parte delle banche centrali estremamente espansive. L’economia è stata inondata letteralmente di liquidità...

Gli ultimi dieci anni sono stati caratterizzati da politiche monetarie da parte delle banche centrali estremamente espansive. L’economia è stata inondata letteralmente di liquidità per cercare di stimolare la ripresa economica che è arrivata, sì ma tardi e in alcuni Paesi dell’eurozona piuttosto fiacca. Una delle conseguenze è stato l’aumento dell’indebitamento pubblico e privato. Anche le famiglie, stando all’ultima analisi del Global financial stability report del Fondo monetario internazionale, non sono sfuggite a questa dinamica.

Se nel breve termine l’aumento dei debiti delle famiglie fa bene alla crescita economica grazie all’aumento dei consumi (bisogna sempre ricordare che la metà circa del Prodotto interno lordo delle economie più avanzate è costituito proprio dai consumi), nel medio e lungo periodo l’eccesso di debito potrebbe avere effetti contrari soprattutto se la curva dei tassi – ora ai minimi storici – dovesse riprendere quota. E i segnali di un’inversione di tendenza, anche se non nell’immediato, ci sono tutti. Le banche centrali dovrebbero iniziare nei prossimi mesi a ritirare gradualmente la liquidità immessa nel sistema finanziario e gli scossoni sono sempre possibili.

I campioni dell’indebitamento privato sono proprio le famiglie svizzere. Solo dal punto di vista immobiliare, il volume totale di debito ipotecario ammonta a quasi mille miliardi di franchi a fronte di un Pil di 650 miliardi: oltre 100mila franchi per abitante, neonati inclusi. Una cifra molto elevata, considerato che non siamo un popolo di proprietari. Se a questi aggiungiamo altri debiti privati (generalmente credito al consumo e leasing per l’auto) battiamo anche gli americani solitamente indicati come indebitati cronici e problematici. La bolla dei subprime scoppiata nel 2007 in questo senso dovrebbe aver insegnato qualcosa.

È pur vero che nelle classifiche internazionali gli svizzeri sono anche indicati come gli individui con il patrimonio finanziario più elevato al mondo (mediamente 266mila franchi a testa), ma la maggior parte di quel risparmio è capitale pensionistico non disponibile nell’immediato e che è stato accumulato per garantire una vecchiaia serena, future riforme previdenziali permettendo.

Dati recenti dell’Ufficio federale di statistica confermano la fotografia macro fatta dal Fondo monetario internazionale. In Svizzera quasi quattro persone su dieci vivono in una famiglia con almeno un debito. In Ticino questa quota sale quasi al 50%: in pratica una persona su due. Sempre nel nostro Cantone il 45% delle famiglie non è in grado di risparmiare nemmeno un franco spendendo tutto ciò che guadagna per vivere. A livello nazionale il dato è un po’ più basso ma pur sempre elevato: al 26%. Infine una parte importante delle famiglie svizzere e ticinesi (circa l’8%) è costretta a indebitarsi per far fronte alle esigenze quotidiane: integrare il reddito attuale con quello futuro. Ma un altro dato significativo è dato dal fatto che un quarto delle famiglie ticinesi si trova in forte difficoltà a onorare una spesa imprevista pari a 2mila franchi.

Sembra paradossale che nel Paese con i salari nominali e reali tra i più elevati, rispetto alle principali economie occidentali, molte persone debbano ricorrere al debito per far fronte a normali avversità finanziarie. Eppure la situazione è paradigmatica di un modello economico che tende a fragilizzare individui e famiglie.

5.10.2017, 13:122017-10-05 13:12:59
Matteo Caratti @laRegione

Polenta bruciata

Ieri la seconda conferma: è polenta (di quelle bruciate) anche per il Consiglio di Stato, che fin qui aveva lasciato a Paolo Beltraminelli il compito di spiegare e giustificare in solitaria nelle sedi...

Ieri la seconda conferma: è polenta (di quelle bruciate) anche per il Consiglio di Stato, che fin qui aveva lasciato a Paolo Beltraminelli il compito di spiegare e giustificare in solitaria nelle sedi istituzionali quanto successo nel suo dipartimento. Ricordate il suo intervento di stile cubano, quando in primavera il ministro Ppd aveva riferito dinnanzi al parlamento? Da subito quel fiume di parole era parso povero di elementi precisi e decisivi per comprendere cosa fosse davvero successo con Argo 1. Anzi, oggi alla luce del sole delle diverse inchieste penali per reati patrimoniali (la truffa, l’ipotesi di riciclaggio di denaro sporco, il lavoro nero e i reati fiscali), la tesi del mandato andato a chi – citiamo – ‘ha persino fatto risparmiare lo Stato e non ha causato un danno patrimoniale’, suona come una bestemmia in chiesa. Così ieri è dovuto scendere in campo l’intero governo, consideratosi parte lesa e costituitosi accusatore privato: a Beltraminelli non è stata tolta la responsabilità sull’ufficio incriminato e da lui diretto, ma diverse questioni da approfondire – delegando l’analisi all’ex procuratore Marco Bertoli – hanno finito per vertere proprio sull’operato dei suoi collaboratori e indirettamente sul suo. Insomma è ora l’intero collegio che vuole veramente capire – al di là delle discutibili rassicurazioni già date dal ‘Beltra’ – se sia vero che l’offerta fatta da Argo 1 fosse effettivamente molto vantaggiosa; se ci fossero veramente, dopo il periodo di prova di quattro mesi, le condizioni per affidare ad Argo 1 il mandato definitivo; se i famosi controlli siano stati fatti, con quali modalità e se sia vero che erano conosciuti dalla ditta in anticipo; e infine se Argo 1 facesse riferimento a personale davvero autorizzato (cfr. pag. 3). Domande queste che ci dicono inequivocabilmente quanta poca chiarezza ci sia ancora dopo ben sette mesi. E ci dicono anche che di fatto sono ora i cinque ministri che desiderano sapere cosa sia successo all’interno del Dss.

Alla conferenza stampa di ieri un giornalista ha chiesto a Beltraminelli cosa significhi per lui essersi assunto la responsabilità politica dell’accaduto. Il capo del Dss ha spiegato che si è trattato di riconoscere gli errori di tipo amministrativo, che non sarebbero dovuti avvenire. E poi ha nuovamente giustificato l’agire del Dss in base all’urgenza, alla provvisorietà e ai costi convenienti. Ammesso che siano elementi determinanti – noi come detto abbiamo più di un dubbio (cfr. pag. 2) – Beltraminelli deve ancora scoprire e dirci come mai sia stato dato un mandato diretto e reiterato a una ditta che non ne aveva i requisiti; come mai abbia fatto difetto la risoluzione governativa; e come mai quel mandato non sia finito sulla lista dei mandati diretti, tanto per citare solo alcuni elementi formali centrali. Quante coincidenze! Un capodipartimento sa di certo chi è il funzionario preposto a elaborare questi atti formali. Ha agito da solo o su indicazione di terzi? Non averlo sinora indicato (con tanto di nome e cognome) dopo tanti mesi e nel contempo ribadire di assumersi la responsabilità politica dell’accaduto è troppo facile. E significa una sola cosa: che Beltraminelli sta cercando di salvarsi coprendo qualcuno. Suvvia, un ministro che dice di assumersi la responsabilità politica deve anche esigere dai suoi sottoposti la massima chiarezza. Ma oggi siamo ancora allo stadio dei fumogeni e delle affermazioni contraddittorie, tanto che il governo ha dovuto dare mandato all’ex pp Bertoli di indagare.

Speriamo ora che questo timido passo avanti non spinga la Gestione a tirare di nuovo il freno a mano, perché intanto sta andando avanti il governo... L’esecutivo, come detto, si è limitato a investigare solo su Argo 1 e all’interno del Dss, lasciando al parlamento altri terreni inesplorati.

4.10.2017, 08:192017-10-04 08:19:00
Matteo Caratti @laRegione

Polenta, non salmì

Signore e signori, ecco che la maggioranza dei deputati della Gestione, con alle spalle sette mesi di riunioni, alla duecentesima fetta, dopo aver continuato ad affermare che era salmì (pur sapendo...

Signore e signori, ecco che la maggioranza dei deputati della Gestione, con alle spalle sette mesi di riunioni, alla duecentesima fetta, dopo aver continuato ad affermare che era salmì (pur sapendo già al primo boccone che era polenta), ha finalmente iniziato a dire: ‘Ah sì! forse si tratta proprio di polenta!’. Per questo hanno deciso di fare un passettino avanti (solo uno e sempre fra mille tentennamenti) per valutare – dopo l’ennesimo incarico alla Vigilanza – quali siano gli elementi sui quali un domani avviare una commissione d’inchiesta parlamentare.

Colmo dei colmi: a dare loro la scossa non sono stati i lunghi mesi di riunioni in Gestione con il freno a mano tirato, malgrado la scoperta di fatti comunque gravi. No, la scarica di volt è venuta dalle ultime rivelazioni del settimanale ‘Falò’.

Intanto l’opinione pubblica – lo confermano anche le molteplici reazioni giunte alla redazione – ha capito benissimo e scuote la testa. La popolazione ha capito che:
1) vi è stata una violazione reiterata della Legge sulle commesse pubbliche;
2) per anni è mancata una risoluzione del governo per il mandato diretto milionario ad Argo 1;
3) tale mandato non è mai apparso sull’apposita lista ufficiale e pubblica;
4) anche i pagamenti sono stati fatti senza risoluzione;
5) le ore straordinarie dei dipendenti di Argo sono state pagate in contanti e come rimborsi spese, trasformandosi in soldi non dichiarati e versati senza oneri sociali;
6) l’incarico ad Argo è stato dato senza che disponesse del personale necessario né delle credenziali indispensabili;
7) Paolo Beltraminelli ha giustificato in parlamento e alla Rsi la scelta con argomenti poco convincenti;
8) anche i funzionari dirigenti del Dss, sottoposti a Beltraminelli, hanno fornito versioni discordanti alla Gestione;
9) è scattata un’inchiesta penale per presunta violazione delle norme fiscali e (perdinci!) sul riciclaggio;
10) una funzionaria che si occupa di asilanti è finita sotto inchiesta amministrativa e il suo amico presidente di partito è scivolato sulla neve di Bormio per cene offerte dal boss di Argo 1;
11) c’è il sospetto che Argo sapesse in anticipo dei controlli…

Non è forse abbastanza per indagare con decisione? No, per i deputati, che rappresentano il popolo, non c’è finora stata troppa fretta.

Come mai?

Cerchiamo di capire perché. In questi giorni abbiamo sentito i vertici del Ppd, presieduto dall’anatra zoppa Dadò, agitarsi parecchio e far passare messaggi del tipo: si guardi anche in casa altrui, ossia in seno ai dipartimenti di Gobbi e Vitta, e si dia un’occhiata a tutti i mandati diretti. Delle due l’una: se questa richiesta si fonda su situazioni ritenute irregolari, magari anche illegali, e magari anche di rilevanza penale, che il Ppd le porti a conoscenza della magistratura, del governo, del parlamento, o anche direttamente della nostra redazione. Tutto il Ticino serio e onesto è in attesa.

A che serve questo dire e non dire? Forse a proteggere il proprio consigliere di Stato e il proprio presidente di partito (con uno stile da prima Repubblica italiana: ‘Io non ti tiro fuori questo, se tu non mi tiri fuori quello!’). O trattasi forse di un (semplice) bluff? Suvvia, se è come si vuol far credere, è giunta l’ora di mettere tutte le carte in tavola. O si preferisce forse attendere ancora che scoppino altri bubboni, per poi da una parte del fronte azzurro (non compatto) fare scoppiare altri petardi?

2.10.2017, 08:422017-10-02 08:42:08
Matteo Caratti @laRegione

Basiti e credibilità a picco

Come non rimanere basiti, anzi fulminati nel leggere sul ‘Caffè’ un paio di risposte firmate Paolo Beltraminelli alle domande del collega sul caso Argo (cfr....

Come non rimanere basiti, anzi fulminati nel leggere sul ‘Caffè’ un paio di risposte firmate Paolo Beltraminelli alle domande del collega sul caso Argo (cfr. pagina 3) che si fa incandescente. Eccole.

1°) Ribadisce il ministro: ‘Avessimo dovuto far capo sin dall’inizio alla ditta che attualmente svolge il compito, il Cantone avrebbe speso oltre 5 milioni anziché i 3,4 pagati con Argo 1. In questo senso non abbiamo perso denaro, anzi ne abbiamo risparmiato’. Tesi questa già esposta dal ‘Beltra’ in primavera in parlamento. Ma, signori, da allora a oggi è emerso che Argo 1, offrendo prezzi orari molto inferiori alla concorrenza, ha pagato in nero le ore straordinarie dei dipendenti, facendole passare per rimborsi spese. Proprio su questo punto è scattata un’inchiesta della magistratura: di fatto lo Stato (che Beltraminelli rappresenta!) si è trovato sulle spalle oneri sociali non pagati, disoccupati a cui pagare il salario, il fallimento di Argo 1 e un enorme danno di immagine. Ma come si fa a dire ancora – mentre si rappresenta lo Stato – che ‘abbiamo risparmiato’? Roba da matti!

2°) Beltraminelli manifesta poi stupore – ‘l’accusa è gravissima’ dice – per quelle visite di controllo preannunciate nell’ipotesi, emersa nel servizio di ‘Falò’, di un coinvolgimento di funzionari gole profonde. Ma come? Si stupisce la domenica, quando il giovedì prima ha avuto modo di commentare ‘Falò’ in diretta tv! Stupore a scoppio ritardato? Roba da matti bis! E credibilità a picco.

30.9.2017, 08:452017-09-30 08:45:00
Matteo Caratti @laRegione

Fatti di gomma

Strani personaggi certi politici. Fin tanto che le elezioni sono lontane sembrano fatti di gomma. Può succedere di tutto e di più, e loro che fanno? Quasi come se nulla fosse, si cimentano in una sorta di...

Strani personaggi certi politici. Fin tanto che le elezioni sono lontane sembrano fatti di gomma. Può succedere di tutto e di più, e loro che fanno? Quasi come se nulla fosse, si cimentano in una sorta di sport nazionale, sgusciando fra i paletti e cercando di convincere il cittadino elettore che hanno ragioni da vendere e che non è successo niente di grave. Fumogeni belli e buoni. Anzi, brutti e cattivi. Ma il cittadino (elettore) attento – non quello che si lascia incantare dal pifferaio di turno – a furia di slalomate e bla-bla intuisce di certo che qualcosa che non è girato per il verso giusto c’è. E si chiede quindi cosa ci stia dietro e perché tanta voglia di metterla via senza il famoso prete?

È quanto sta accadendo con Argo 1. Il caso montò, non senza interrogativi di grosso calibro, già prima dell’estate; poi si assopì durante la pausa agostana. Ma come? Non c’erano forse già allora – domanda retorica – parecchi elementi nel dettagliato rapporto di 20 pagine del ‘controllo cantonale delle finanze’ del 20 aprile 2017 che dovevano far suonare l’allarme rosso? Il mandato diretto milionario dato in violazione della legge, nessun concorso pubblico, pagamenti senza risoluzione governativa, palesi e reiterate violazioni contrattuali, ecc. E invece… Il caso (lo scandalo) è poi tornato alla ribalta un paio di settimane fa, con le rivelazioni del Quotidiano (soggiorno a Bormio di Fiorenzo Dadò e della di lui compagna con cena offerta dal titolare di Argo 1). Ma si è poi di nuovo arenato da qualche parte. Forse – ci pare di aver capito – perché la Gestione del Gran Consiglio ha saputo dal procuratore generale Noseda che l’inchiesta penale sul nuovo fronte dei pagamenti in nero dei dipendenti di Argo 1 sarebbe stata ancora lunga, e allora: altolà, fermi tutti in attesa del prossimo punto fermo della magistratura. Ma scherziamo? Altro recente stop è avvenuto in attesa dell’annunciata inchiesta di Falò, andata in onda giovedì, che ha saputo raccogliere e proporre elementi in parte nuovi, e comunque preoccupanti, ricostruendo la nascita tutta particolare di Argo 1, il suo operare alquanto discutibile, facendo sorgere nuovi pesanti interrogativi su più fronti. A cominciare, come detto, dalle ombre sulla sua nascita, che dovrebbero spingere chi ci governa (o qualche deputato) a chiedersi se siano davvero state fatte tutte le verifiche nell’accordare l’autorizzazione a Argo 1 ad operare quale società di vigilanza. Idem su un altro fronte: quando, sempre da Falò, si viene a sapere che il titolare della Argo 1 mostrava comunque parecchia tranquillità rispetto a possibili controlli da parte del Cantone, perché era in grado di venirlo a sapere prima. Tanto che poteva comunicare per tempo ai suoi di mettere tutto a posto al centro richiedenti e di indossare le divise.

Domanda facile facile: al Governo non interessa sapere se all’interno dell’amministrazione c’è una gola profonda che anticipava l’arrivo delle ispezioni? Su questo punto Manuele Bertoli intende ora muoversi (cfr. pag. 3). Nulla di grave anche nell’apprendere delle migliaia di ore in nero pagate come rimborsi spese? La lista delle domande, che anche i telespettatori di Falò si sono posti, e quella delle irregolarità è davvero lunga! Siamo dunque al punto (grave e anomalo) che si devono attendere la procura e le rivelazioni di alcuni mass media per riuscire a fare passi avanti? E la politica (Galusero eccettuato)? Se c’è batta un colpo… Martedì sarà la volta buona in Gestione? Speriamo! Poi non ci si venga a dire – lo scriviamo a futura memoria – che quando scoppierà per bene tutto il bubbone i tempi saranno sospetti, perché ci si troverà nei mesi precedenti le elezioni cantonali. Ci si ricordi allora di chi ha lanciato fumogeni e tirato freni a mano!

30.9.2017, 08:352017-09-30 08:35:27
Stefano Guerra @laRegione

La vera partita

Per uno spiacevole errore tecnico questo commento, che ripubblichiamo oggi integralmente, è apparso nell’edizione di ieri in forma incompleta. Ce ne scusiamo con i lettori e con l’autore.

Va detto...

Per uno spiacevole errore tecnico questo commento, che ripubblichiamo oggi integralmente, è apparso nell’edizione di ieri in forma incompleta. Ce ne scusiamo con i lettori e con l’autore.


Va detto: lo sforzo di ottimismo di un ancora frastornato Alain Berset – reduce dalla batosta subita domenica nella votazione sulla ‘Previdenza vecchiaia 2020’ – è encomiabile.

Annunciando ieri il solito, consistente aumento annuale dei premi di cassa malati (4%), il ministro della Sanità ha osservato che siamo comunque al di sotto della media ventennale (+4,6%); che senza le modifiche apportate dal Consiglio federale al tariffario medico Tarmed, il rincaro sarebbe stato con ogni probabilità superiore al 5%; che un affinato sistema della compensazione dei rischi sta ormai arginando il fenomeno della caccia ai ‘buoni rischi’ (gli assicurati giovani e sani) da parte degli assicuratori; e che minorenni e giovani adulti, tra i più penalizzati oggi, vedranno tra pochi anni i loro premi diminuire (dal 2019 i primi, dal 2021 i secondi) per effetto di una recente decisione del Parlamento.

Le buone (?) notizie, i motivi di ottimismo, finiscono qui. E non abbeliscono un quadro che di anno in anno si fa più desolante. Nel 1997, anno di nascita della Lamal, un adulto pagava in media 173 franchi al mese in Svizzera (premi standard: con franchigia ordinaria e copertura infortunio), nel 2018 465. Oggi i premi dell’assicurazione di base inghiottono in media ben oltre l’8% del reddito disponibile degli assicurati (la quota che il Consiglio federale vent’anni fa promise non sarebbe stata superata), con punte fino al 20%. Una spesa alla quale molti assicurati con redditi medi e bassi riescono ancora a far fronte soltanto grazie ai sussidi. Non a caso ieri Alain Berset ha ricordato che in un simile contesto, reso ancor più complicato dai tagli realizzati da alcuni cantoni (Ticino compreso) in quest’ambito, la riduzione individuale dei premi (i sussidi appunto) riveste «un’importanza cruciale».

Se gli assicurati assistono impotenti a questa spirale al rialzo, la politica fa quel che può cercando di metterci delle pezze. Si moltiplicano i progetti di iniziative popolari; e anche sotto la cupola di Palazzo federale si registra un certo fermento (cfr. pagina 5). Ma per quanto opportuno possa essere agire a livello di assicurazione malattia, non è su questo piano che si gioca la partita decisiva.

A ricordarcelo, proprio in questi giorni, sono un’inchiesta di ‘Le Temps’ e uno studio commissionato dalla Conferenza latina degli affari sanitari e sociali (Class). Il quotidiano ginevrino ha analizzato le cause dell’aumento dei premi. Le ha individuate – oltre che nelle tendenze di lungo corso (l’invecchiamento della popolazione, i progressi tecnici della medicina) – in una serie di fattori, di certo non sconosciuti, che fanno schizzare verso l’alto i costi della salute in Svizzera (dai 2 miliardi del 1960 ai 77,8 del 2015, con un aumento del 106% dal 1995): ricorso troppo frequente, e a volte ingiustificato, a specialisti e ospedali a scapito dei medici di famiglia; boom del settore ambulatoriale, esclusivamente a carico delle casse malati (quindi in fin dei conti, tramite i premi, degli assicurati); un tariffario medico che incita a fornire prestazioni al di là di quanto sarebbe davvero necessario; prezzi dei farmaci (generici compresi) tra i più elevati al mondo; infine, la moltiplicazione di attori dagli interessi spesso divergenti.

Anche lo studio pubblicato dalla Class mette il dito nella piaga. L’analisi in questo caso riguarda il settore stazionario: porta sull’evoluzione dei tassi di ospedalizzazione nei cantoni romandi e a Berna tra il 2011 e il 2015. I risultati: “Grandi differenze tra i cantoni (…), verosimilmente a causa della scelta tra una presa a carico ambulatoriale o stazionaria”, interventi chirurgici e ospedalizzazioni “in proporzioni diverse” secondo il tipo di nosocomio (privato o pubblico). La conclusione: “un probabile sovra-consumo di cure che potrebbe essere evitato”, scongiurando “costi superflui per il sistema” e “rischi inutili” per i pazienti.
Vogliamo parlare ancora solo di premi di cassa malati? O passiamo ad altro?

29.9.2017, 08:502017-09-29 08:50:34
Stefano Guerra @laRegione

La vera partita

Va detto: lo sforzo di ottimismo di un ancora frastornato Alain Berset – reduce dalla batosta subita domenica nella votazione sulla ‘Previdenza vecchiaia 2020’ – è encomiabile.

Annunciando ieri il...

Va detto: lo sforzo di ottimismo di un ancora frastornato Alain Berset – reduce dalla batosta subita domenica nella votazione sulla ‘Previdenza vecchiaia 2020’ – è encomiabile.

Annunciando ieri il solito, consistente aumento annuale dei premi di cassa malati (4%), il ministro della Sanità ha osservato che siamo comunque al di sotto della media ventennale (+4,6%); che senza le modifiche apportate dal Consiglio federale al tariffario medico Tarmed, il rincaro sarebbe stato con ogni probabilità superiore al 5%; che un affinato sistema della compensazione dei rischi sta ormai arginando il fenomeno della caccia ai ‘buoni rischi’ (gli assicurati giovani e sani) da parte degli assicuratori; e che minorenni e giovani adulti, tra i più penalizzati oggi, vedranno tra pochi anni i loro premi diminuire (dal 2019 i primi, dal 2021 i secondi) per effetto di una recente decisione del Parlamento.

Le buone (?) notizie, i motivi di ottimismo, finiscono qui. E non abbelliscono un quadro che di anno in anno si fa più desolante. Nel 1997, anno di nascita della LAMal, un adulto pagava in media 173 franchi al mese in Svizzera (premi standard: con franchigia ordinaria e copertura infortunio), nel 2018 465. Oggi i premi dell’assicurazione di base inghiottono in media ben oltre l’8% del reddito disponibile degli assicurati (la quota che il Consiglio federale vent’anni fa promise non sarebbe stata superata), con punte fino al 20%. Una spesa alla quale molti assicurati con redditi medi e bassi riescono ancora a far fronte soltanto grazie ai sussidi. Non a caso ieri Alain Berset ha ricordato che in un simile contesto, reso ancor più complicato dai tagli realizzati da alcuni cantoni (Ticino compreso) in quest’ambito, la riduzione individuale dei premi (i sussidi appunto) riveste «un’importanza cruciale».

Se gli assicurati assistono impotenti a questa spirale al rialzo, la politica fa quel che può cercando di metterci delle pezze. Si moltiplicano i progetti di iniziative popolari; e anche sotto la cupola di Palazzo federale si registra un certo fermento (cfr. pagina 5). Ma per quanto opportuno possa essere agire a livello di assicurazione malattia, non è su questo piano che si gioca la partita decisiva.

29.9.2017, 08:402017-09-29 08:40:57
Daniela Carugati @laRegione

C’è legge e legge

La legge è uguale per tutti. Lo Stato ce ne dà la certezza. Lisa Bosia Mirra lo ha toccato con mano. Sin qui la giustizia non le ha fatto sconti. La Legge sugli stranieri c’è.

E anche lei deve...

La legge è uguale per tutti. Lo Stato ce ne dà la certezza. Lisa Bosia Mirra lo ha toccato con mano. Sin qui la giustizia non le ha fatto sconti. La Legge sugli stranieri c’è.

E anche lei deve rispettarla. Il giudice Siro Quadri della Pretura penale di Bellinzona, quella legge, l’ha seguita alla lettera. Non è permessa nessuna deroga dal diritto, ha fatto capire. Neanche se chi l’aggira lo fa per scopi umanitari. Altri, ha esortato ieri leggendo il suo lungo e articolato dispositivo – che ha concluso con la colpevolezza e la condanna della deputata socialista Lisa Bosia Mirra – sono i modi per aiutare uomini e donne migranti di cui si riconoscono le innegabili sofferenze. Ma soprattutto altri sono i luoghi dove rivendicare, a loro nome, il diritto di fuggire da quelle sofferenze. Insomma, non si cambiano le legislazioni in un’aula penale. Questo è stato il viatico consegnato in Pretura alla co-fondatrice di Firdaus e a chi, come lei – volontari, ong, realtà quali quelle di Amnesty International, presente in aula con una rappresentante – cercano di difendere queste persone da soprusi e ingiustizie.

Ciò che è certo è che, da qualche parte, bisognerà pur cominciare a cambiare le cose. Perché a ben vedere non tutti sono uguali davanti alla legge, come ci rassicura l’articolo 8 (capoverso 1) della nostra Costituzione. A questo mondo c’è chi si vede garantiti e tutelati dei diritti (primari) e chi no. E allora si capisce bene la fatica di Lisa Bosia Mirra ad accettare quella che sembra una realtà ineludibile. Soprattutto quando si è toccato con mano la quotidianità dei campi profughi alle frontiere. Una quotidianità dolente che, giusto una estate fa, ha bussato alle nostre porte, scuotendo le nostre incrollabili certezze.
Si poteva aprire un varco umanitario nella Legge sugli stranieri grazie al verdetto di ieri? Il giudice ha detto di ‘no’. Da cronista oso ancora sperare di sì: in altri luoghi e altri tempi (quelli dei diritti civili americani, ad esempio) è stato possibile. Marco Mona dell’‘Osservatorio giuridico’, sempre ieri, a margine del verdetto, ha ricordato un’altra sentenza, recente, pronunciata a Kreuzlingen e che ha assolto (concedendo le attenuanti del caso) un giornalista. Il reporter, per diritto di cronaca, aveva forzato i confini (entrando abusivamente) del Centro di registrazione per richiedenti l’asilo locale. Tutta un’altra storia? Vero. Ma almeno un passo avanti sulla libertà di stampa lo si è fatto. Ormai diciotto anni orsono un altro reporter, Fabrizio Gatti, era stato condannato in ultima istanza (il Tribunale federale) perché si era finto clandestino alla frontiera sud. Anche se, invero, la Pretura di Mendrisio in prima battuta lo aveva prosciolto, facendo esultare il redattore del ‘Corriere della Sera’ e padre Cornelius Koch, l’abate dei rifugiati, presente al dibattimento.

E allora non rimane che continuare a sperare di poter cambiare le cose e le leggi. Con il coraggio delle sentenze e della politica, alla quale, però, tocca rimboccarsi le maniche. E qui anche Lisa Bosia Mirra potrà tentare di dire la sua.

29.9.2017, 08:302017-09-29 08:30:00
Matteo Caratti @laRegione

Civica in piazza

«Come hai trovato la giornata di ieri dedicata al neoconsigliere federale Ignazio Cassis?» mi chiede un amico in serata. Non ho dubbi: è stata una bella lezione di civica. Chi ha voluto seguirla in...

«Come hai trovato la giornata di ieri dedicata al neoconsigliere federale Ignazio Cassis?» mi chiede un amico in serata. Non ho dubbi: è stata una bella lezione di civica.
Chi ha voluto seguirla in diretta, recandosi a Bellinzona sul viale della Stazione e in Piazza della Foca, ha toccato con mano quanto la politica nel nostro Paese sia ancora vicina alla popolazione. Quanto sappia parlare direttamente, oltre il politichese, a chi vuole ascoltare insistendo, nel caso, su un paio di concetti fondamentali, secolare cemento del nostro Paese. Coesione, rispetto delle minoranze e dell’altrui opinione.

Le parole di Ignazio Cassis, coi suoi quattro ringraziamenti (ai deputati dell’Assemblea che lo hanno eletto; al Plr che lo ha designato; a chi gli ha permesso di fare il medico cantonale sperimentando la mediazione fra politica e scienza; a chi lo ha preceduto sullo scranno di ministro degli Esteri, Flavio Cotti e Didier Burkhalter) sono andate direttamente al cuore di chi lo stava ascoltando, tanto che è stato più volte interrotto dagli applausi della piazza.

Il presidente Manuele Bertoli, dal canto suo, ha saputo cogliere l’occasione per fare passare il messaggio dell’importanza di puntare sull’‘Uno per tutti e tutti per uno’, motto scolpito in cima alla scalinata principale di Palazzo federale. Un motto che ricorda l’esigenza di solidarietà e di unità di uno Stato federale, speciale come il nostro. Il dimissionario Didier Burkhalter ha invece colto l’occasione per tornare sul famoso bottone di ‘reset’ (la trovata cassiana dinnanzi all’Udc) per richiamare l’esigenza di restare nell’euro-solco tracciato dal suo mandato e appoggiato anche dal Plr. Il primo cittadino ticinese Walter Gianora ha infine sottolineato l’esigenza di portare avanti una cultura del rispetto delle minoranze. Interventi alla portata di tutti, ma al contempo significativi. Non da torre d’avorio e non banali.

Anche chi non li ha ascoltati, perché distratto dalla folla, dalle bandierine o dal compagno di scuola che saltava e ballava accanto, avrà col proprio docente qualcosa da discutere e, se l’età ancora non lo consente, nei ragazzini resterà comunque un domani un vivo ricordo di una giornata particolare.

La civica è anche questo: è possibilità di fare un’esperienza concreta – per le vie della propria città, anche senza aver capito tutto – e magari realizzare anche che presenti in piazza ci sono rappresentanti di altri cantoni provenienti da oltre Gottardo, che hanno detto di sì quando c’era da eleggere nel governo federale una persona che appartiene a una minoranza. E che, se fosse per noi, per la nostra forza elettorale, Ignazio Cassis non sarebbe mai stato eletto. Questo è il miracolo elvetico.

Peccato per chi non c’era e avrebbe voluto esserci. Fra il folto pubblico si contavano tanti cittadini adulti e tanti allievi delle elementari. L’età di mezzo – pensiamo a chi frequenta le medie o il settore scolastico post obbligatorio – era poco presente. Come se tante sedi scolastiche del cantone avessero deciso a priori che il santo non valesse la candela. La candela di un pomeriggio unico e che si ripete (magari) solo ogni vent’anni.

A nostro modo di vedere un errore di regia, perché la lezione offerta sul campo valeva la pena di essere vissuta e poi discussa anche in aula. Questo il solo bemolle in uno spartito baciato dal sole, dalla gioia e da un senso di appartenenza a una comunità politica plurilingue, isola felice in mezzo a tanti Paesi in difficoltà. Un’isola felice che si chiama Confederazione elvetica.

28.9.2017, 08:452017-09-28 08:45:10
Aldo Bertagni @laRegione

Chiusa la legislatura?

Si potrebbe chiudere la questione con una battuta: la legislatura è finita qui. Con un anno e mezzo di anticipo, visto che l’obiettivo primario (ridurre la spesa dello Stato e riportare i conti...

Si potrebbe chiudere la questione con una battuta: la legislatura è finita qui. Con un anno e mezzo di anticipo, visto che l’obiettivo primario (ridurre la spesa dello Stato e riportare i conti in pareggio) è stato raggiunto. Lo dice il Consiglio di Stato, presentando il Preventivo 2018 e lo dicono i numeri del bilancio consuntivo 2017 che chiuderanno, verosimilmente, con un leggero disavanzo. Il programma dell’intera legislatura – presentato nel 2015 – è dunque cosa fatta, senza neanche troppo ferire, potrebbe dire qualcuno considerato che i pilastri della socialità sono ancora ben solidi.

Era già tutto previsto, come avevamo prenosticato un anno fa nel commentare il Preventivo 2017 e non tanto perché particolarmente capaci, ma solo perché lo diceva la logica delle cose: aumento costante delle entrate, fiscali in particolare, e riduzione importante delle spese. Il direttore del Dfe, Christian Vitta, ha ben svolto il proprio mandato cercando anche di contenere le eccessive irruenze risparmiste (vedi il pacchetto bis votato lo scorso anno dal parlamento) e concedendo qualcosa all’altro piatto della bilancia (l’adeguamento, bloccato da anni, delle stime immobiliari). Un equilibrio, altrimenti detto simmetria, che ha permesso di portare a casa il risultato finale. Quello gli si chiedeva, e quello è stato fatto.

E adesso? Risanare le finanze dello Stato è la premessa per fare politica, si dice da più parti. Vogliamo crederci, per una volta, sorvolando sulle disquisizioni teoriche realtive al ruolo dello Stato. Vogliamo crederci perché, diciamola tutta, ne abbiamo bisogno. Considerato dunque che l’obiettivo principale è stato raggiunto, attendiamo i partiti della maggioranza al varco: diteci, a questo punto, cosa s’intende fare sino al 2019, fine della legislatura. Quali progetti e quali interventi, salvo ovviamente “consolidare il bilancio dello Stato” come subito ci si è affrettati ad affermare.
Consolidiamo pure, e poi? Tutti fermi in panchina a scaldare i motori in attesa della prossima campagna elettorale che, fra un anno esatto, sarà già nel pieno del proprio splendore?

La buona politica è anche quella che sa dare risposte complicate. Un esempio. Sostenere l’applicazione dell’iniziativa ‘Prima i nostri’ non significa forse continuare a illudere i cittadini e, al contempo, a confondere i problemi? L’appuntamento è a breve, quando i vari atti parlamentari partoriti dalla specifica commissione approderanno in aula. Qui si vedrà, finalmente, se almeno la maggioranza ha trovato il coraggio di dire no, che così non va perché non si risolvono i problemi rinviando le risposte ai giudici. Anche perché, se così fosse, fra due anni tanto varrebbe votare quest’ultimi piuttosto che novanta deputati incapaci, appunto, di fare una scelta applicabile. A ben vedere risanare i conti dello Stato non è così complicato: basta tagliare là dove nessuno o quasi ha la forza contrattuale di contrapporsi. Altra cosa ottenere la fiducia di cittadini spaesati e ormai scettici; questa sì che potrebbe diventare un’impresa fantastica, da considerare prioritaria per quest’ultimo anno e mezzo. O almeno abbozzarla.