Analisi

Ieri, 08:412017-10-17 08:41:00
Erminio Ferrari @laRegione

Il volto di Kurz, la destra di Strache

Una cosa la sa già, Sebastian Kurz: se costituirà una maggioranza di governo con l’estrema destra, il giovanissimo cancelliere del Partito popolare austriaco non dovrà temere...

Una cosa la sa già, Sebastian Kurz: se costituirà una maggioranza di governo con l’estrema destra, il giovanissimo cancelliere del Partito popolare austriaco non dovrà temere sanzioni da parte europea. Un’altra la sa, e l’ha detta, Heinz-Christian Strache, leader del partito liberale (Fpoe), cioè capofila di quella stessa estrema destra: “Il sessanta per cento degli austriaci ha votato il nostro programma”.

Ed è così, infatti. Kurz ha reindirizzato il Partito popolare e impostato la propria campagna elettorale sui temi in precedenza appannaggio esclusivo dell’Fpoe. Dal rifiuto dei migranti al fastidio per l’invasività della politica europea nelle faccende domestiche. E ha vinto, ben sapendo che l’Europa di oggi non è più quella che nel 1999 impose (blande) sanzioni a Vienna, dopo l’ingresso in governo dell’Fpoe di Jörg Haider. Non lo è più a livello di esecutivi, contandone molti in cui è l’estrema destra a dettare l’agenda o a occupare i posti di vertice. E non è più lo stesso il suo tessuto sociale, per quanto possa essere rappresentato dalle scelte elettorali: il successo delle liste nazionaliste e xenofobe ne è un segnale certo, e il travaso delle loro istanze nei programmi dei partiti “moderati” lo conferma al di là di ogni dubbio.

Strache, naturalmente, ha fatto la sua affermazione cercando di sfruttare il momento, ma è andato vicinissimo al vero, sintetizzando in forma estrema uno scenario che si è già manifestato altrove in Europa. Ovunque, dove la crescita delle formazioni di estrema destra supera una soglia considerata allarmante, i partiti moderati (ma anche gli organi d’espressione dell’opinione pubblica) ne stigmatizzano dapprima le asperità propagandistiche e la radicalità dei programmi, poi li metabolizzano, li fanno propri, abbigliati di una veste più presentabile. E non guasta se a farsene leader e testimonial sono personaggi di sicuro appeal mediatico: e Kurz lo è nella versione austriaca.

Il risultato di questa operazione è duplice. Uno: raramente l’estrema destra viene annichilita dallo “scippo” dei suoi temi da parte della destra “moderata”, e anche dove non ottiene la maggioranza si rafforza. Due: se è vero che “il sessanta per cento degli elettori ha votato il nostro programma”, vuol dire che il processo di egemonizzazione del pensiero comune è a buon punto di compimento (in Austria, in Olanda, ma anche nella Germania di Angela Merkel, e persino in Francia, dove troppo frettolosamente si è voluto seppellire il fantasma dell’estrema destra insieme alle ambizioni di Marine Le Pen, in attesa di conoscere quale forma prenderà in Italia).

Certo, non dappertutto l’esito di questo processo, almeno in termini di configurazione dei governi, è lo stesso, né ci si può spingere oltre le analogie tra quanto avviene negli Stati citati sopra e quelli dell’ex Est Europa. Ma anche a questo proposito il caso austriaco è esemplare: a Vienna, i vincitori di domenica stanno già tentando di accreditarsi come “ponte” tra Ue e i riottosi membri dell’Europa centrale (i cosiddetti “Paesi Visegrad”). Di più: come capofila di una “diversa Europa” in seno a quella di Bruxelles. Tralasciando il nostalgico folklore da rediviva Mitteleuropa, il problema è serio.

16.10.2017, 08:252017-10-16 08:25:00
Aldo Sofia

Questa America ‘prima’ e sola

Se si tratta del peggio, il 45º presidente degli Stati Uniti è di tenace coerenza. Così come nella determinazione di picconare il multilateralismo, lui che crede soprattutto nei...

Se si tratta del peggio, il 45º presidente degli Stati Uniti è di tenace coerenza. Così come nella determinazione di picconare il multilateralismo, lui che crede soprattutto nei rapporti di forza. Così, nel giro di pochi mesi, Donald Trump ha compiuto i passi che dovrebbero concretizzare il suo concetto di “America first”, prima, e sempre più sola.

Ha stracciato l’accordo sul clima di Parigi, per poi infilare gli stivaloni del poco verosimile soccorritore negli Stati sconvolti dagli uragani (“i più epici e costosi”, li ha definiti, senza accennare alla possibilità che quei micidiali tifoni in serie siano anche il risultato degli sconvolgimenti climatici). È andato alla tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite solo per denunciarne violentemente l’assoluta inutilità. Ha quindi annunciato il ritiro della superpotenza dall’Unesco, l’organizzazione per l’educazione, la scienza e la cultura (non proprio una novità per gli Usa).

E ha infine compiuto la prima mossa sulla strada della denuncia dell’accordo sul nucleare raggiunto faticosamente due anni fa con l’Iran, passando la patata bollente al Congresso, ma precisando che la parola definitiva spetterà comunque alla Casa Bianca. Decisione condannata da tutti gli altri firmatari (europei, russi, cinesi), che al contrario riconoscono a Teheran il sostanziale rispetto dell’intesa da parte del paese degli ayatollah, che fra l’altro ha accettato ispezioni permanenti e senza precedenti da parte dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica.

Il peggior accordo mai firmato da Washington, lo definisce “the Donald”, mettendoci di tutto, dagli esperimenti balistici iraniani (non proibiti dall’accordo), al mancato rispetto dei diritti umani (una gran novità), all’attivismo della potenza sciita su diversi scenari mediorientali.

La verità è assai più semplice: da una parte la stella polare di Trump rimane ossessivamente lo sradicamento della strategia del suo predecessore; dall’altra, si tratta di consolidare una precisa scelta di campo in favore dei suoi due alleati più anti-iraniani, cioè Israele e Arabia Saudita.

Poco importa se nella Repubblica islamica rialzano la testa le correnti conservatrici contrarie al pragmatico presidente Rouhani, se Teheran allenterà la sua pressione sul terreno contro i tagliagole dell’Isis, se il premier israeliano Benjamin Netanyahu tornerà a cullarsi nella pericolosa idea di un attacco preventivo contro l’Iran, e soprattutto se quest’ultimo si sentirà in stato di guerra e dunque autorizzato a seguire “la via nord-coreana” per dotarsi dell’arma assoluta. Ulteriore benzina sull’inesauribile incendio medio-orientale.

È la presidenza muscolare, di cui abbiamo recenti e disastrosi esempi. E a tranquillizzare non bastano certo le inascoltate parole del capo del Pentagono generale Mattis e del ministro degli Esteri Tillerson, difensori dell’accordo con Teheran. Il solito caos alla Casa Bianca.

11.10.2017, 08:332017-10-11 08:33:00
Erminio Ferrari @laRegione

Oltraggio alla Catalogna

Una dichiarazione di indipendenza abbozzata a mezza voce e subito sospesa è una sconfitta per l’indipendentismo. E neppure servirà a salvare Carles Puigdemont e quel po’ di autonomia di cui...

Una dichiarazione di indipendenza abbozzata a mezza voce e subito sospesa è una sconfitta per l’indipendentismo. E neppure servirà a salvare Carles Puigdemont e quel po’ di autonomia di cui gode la Catalogna dalla reazione di Madrid.
Se infatti la seduta del parlamento catalano doveva essere ricordata, nelle intenzioni dei separatisti, come un appuntamento con la storia, il suo esito sembra piuttosto aver certificato la fine di una spinta che per avere sovrastimato la propria forza si è esaurita. L’indipendentismo catalano, questo indipendentismo e i suoi rappresentanti hanno dato ciò di cui erano capaci: illusioni, manipolazioni del discorso storico, pretese di “diversità genetica” e di superiorità sul resto della detestata Spagna. E il prodotto di tanto sforzo è stata la propria rovina. Che non sarebbe neppure il peggiore dei mali, se non trascinasse con sé una Catalogna che meritava altro. Sarà dunque stato per timore, o forse per “senso di responsabilità”, o per la coscienza di averla fatta grossa: non possiamo sapere che cosa è passato per la testa di Puigdemont, ma le sue non erano le parole di un vincitore. La firma apposta in calce alla “dichiarazione” un obbligo da adempiere, coraggiosamente, forse, ma invano.
Nel rivolgersi all’assemblea catalana, il President ha dichiarato, con una formula ben poco chiara, di assumere, sulla scorta dell’esito referendario, “il mandato del popolo perché la Catalogna si converta in uno Stato indipendente in forma repubblicana”. Sospendendo tuttavia “la dichiarazione di indipendenza per avviare il dialogo”.

Puigdemont era del resto chiamato a compiere un miracolo per salvare la faccia dell’indipendentismo, ma l’intelligenza di cui pur dispone non gli è bastata. Lo testimoniano i musi lunghi dei deputati della sinistra rivoluzionaria che pure appoggiano il suo governo, e che avrebbero voluto una dichiarazione di indipendenza incondizionata; e, specularmente, l’interpretazione data al suo discorso dal governo di Mariano Rajoy: le parole di Puigdemont sono una dichiarazione di indipendenza e Madrid reagirà di conseguenza.

Una reazione presumibilmente sovradimensionata, perché non si può negare che Rajoy vorrà prendersi una rivincita esemplare, e perché alcuni riflessi “franchisti” non sono ancora del tutto scomparsi dal suo partito. Prima di un qualsivoglia “dialogo” (la cui richiesta pone già Puigdemont in posizione di debolezza) la Madrid che salutava gli agenti della Guardia Civil inviati in Catalogna invitandoli a “suonargliele” vorrà assicurarsi che Barcellona non sia più in grado di nuocere.
È una terminologia cruda, ma non esagerata. La radicalizzazione del confronto, cercata da entrambe le parti, ha tacitato le voci che per anni hanno cercato di ricondurre al rispetto reciproco la dialettica ispano-catalana. A un’astorica (e infetta, come tutti i nazionalismi) pretesa separatista, Rajoy e i governi conservatori prima del suo hanno opposto uno stolido atteggiamento di negazione non solo delle ragioni, ma dell’esistenza stessa di un fenomeno comunque non estraneo alla vicenda della Spagna.

Non è più ormai una questione di “dialogo”, ma di disporre di un esercito e un apparato repressivo. Nella prova di forza in cui Puigdemont e i suoi si sono sventatamente avventurati trascinando con sé una pur importante minoranza di catalani, il vantaggio è tutto di Madrid. Potevano, dovevano saperlo. Il peggiore “omaggio alla Catalogna” è venuto da loro.

3.10.2017, 06:452017-10-03 06:45:10
Erminio Ferrari @laRegione

Ora tocca all’Europa

Arrotondando: il 90 per cento del quaranta per cento degli elettori catalani ha votato domenica a favore dell’indipendenza. Dichiararla sulla base di queste cifre sarebbe ridicolo, se non fosse...

Arrotondando: il 90 per cento del quaranta per cento degli elettori catalani ha votato domenica a favore dell’indipendenza. Dichiararla sulla base di queste cifre sarebbe ridicolo, se non fosse un abuso. E la dirigenza indipendentista, che ha forzato lo scontro con Madrid per compensare un vistoso calo di popolarità (confermato dalle ultime elezioni democratiche tenute nella Generalitat), ne porta l’intera responsabilità. Con essa lo sono i padroni della macchina propagandista – a partire da quell’infallibile meccanismo di lavaggio del cervello che è il pallone – riusciti a imporre l’equivalenza tra il non voler avere più nulla da spartire con la Spagna e lo status di nazione oppressa; tra l’arroganza di una regione ricca e un diritto storico; tra una rivolta fiscale e il diritto dei popoli all’autodeterminazione. Tra, soprattutto, separatismo e indipendentismo. Segno dei tempi.

Anche per questo la responsabilità, anzi la colpa di Mariano Rajoy per quanto è andato in scena nelle ultime settimane e domenica in specie, è direttamente proporzionale al potere di cui dispone, vale a dire la più grande. Il capo del governo spagnolo (a sua volta fortunosamente al suo posto in virtù di due successive, ravvicinate e inconcludenti elezioni politiche) non solo non è stato all’altezza della più grave crisi nella storia della Spagna democratica, ma ha concorso ad aggravarla, fino al punto di apparente non ritorno.

Avere la legge dalla propria parte – e una necessaria intelligenza politica avrebbe dovuto suggerirglielo – non autorizza a disconoscere la realtà di un fenomeno come quello che ha preso forma in Catalogna, comunque lo si consideri, e soprattutto quando (fu suo il ricorso contro l’Estatut del 2006) si è stati parte attiva nell’impedire che il confronto avvenisse nell’alveo delle procedure democratiche. Gli è parso più facile affermare che in ogni caso il referendum illegale non si sarebbe svolto, e per impedirlo inviare la Guardia Civil a sparare proiettili di gomma sui catalani in fila davanti ai seggi.

Niente perciò sarà più come prima, e non è una frase fatta, ma la constatazione di un disastro. Ipotizzare a questo punto la ripresa di un confronto tra Spagna e Catalogna (con tutto che la Catalogna è ancora Spagna) è quindi ben difficile. Le persone che vi si dovrebbero investire sono screditate – o tali si accusano vicendevolmente d’essere – e ogni previsione sembra piuttosto la proiezione di un desiderio, se anche una testata di riconosciuta autorità come ‘El País’ chiama “astensione” l’impedimento opposto dalla polizia ai molti che invece avrebbero votato.

La dichiarazione unilaterale di indipendenza – pur prevista dalla legge catalana che convocava il referendum, e di nuovo evocata ieri dal presidente Carles Puigdemont – sarebbe un atto estremo e irresponsabile, per la reazione che scatenerebbe e per il vuoto che si farebbe attorno a Barcellona. Ma pur “dichiarata”, l’indipendenza resterebbe soggetta all’approvazione dell’Assemblea regionale, dove i deputati favorevoli all’indipendenza sono sessanta, tre in meno dei contrari (lo erano prima delle violenze di domenica).

Più in là non è possibile spingersi nell’immaginare scenari, ma già ora ci si può augurare che le istituzioni europee, i governi e i parlamenti, si attribuiscano (o inventino, se non c’è) un ruolo forse non contemplato nelle leggi comunitarie, ma reso necessario dall’imporsi della realtà, che consenta di offrire agli spagnoli, quantunque catalani, una mediazione (o la si chiami altrimenti) per riprendere un discorso di ragione.

2.10.2017, 09:002017-10-02 09:00:29
Roberto Antonini

Catalogna, ora arriva il difficile

Una certezza: il computo delle schede dello scrutinio – illegale secondo la Corte costituzionale – non ha nessuna rilevanza. Chi ha sfidato lo Stato centrale è in effetti favorevole...

Una certezza: il computo delle schede dello scrutinio – illegale secondo la Corte costituzionale – non ha nessuna rilevanza. Chi ha sfidato lo Stato centrale è in effetti favorevole alla secessione, chi vuol rimanere nel quadro dell’attuale Stato nazionale spagnolo non si è invece recato ai seggi. Nessuno oltretutto sa esattamente quante persone hanno voluto e potuto votare. La contrapposizione, in quella che è la maggior crisi istituzionale dal fallito golpe del 1981, è frontale. Il classico muro contro muro. Referendum?

Non c’è stato nessun referendum, hanno ribadito ieri all’unisono i rappresentanti del governo di Madrid: l’epiteto più ricorrente è stato quello di “farsa”.

Carles Puigdemont, il tribuno indipendentista, presidente della Generalitat de Catalunya, l’esecutivo regionale che governa con una risicata maggioranza, rivendica dal canto suo il successo elettorale denunciando la brutalità della repressione. Decine di migliaia di persone si sono radunate nelle strade e piazze di Barcellona e altre città catalane, intonando l’inno della comunità autonoma “Els segadors”, sfidando pacificamente le forze dell’ordine, la polizia nazionale e la guardia civil, mentre i mossos d’esquadra, la polizia regionale, hanno mantenuto un atteggiamento compiacente.

Le squadre antisommossa hanno interpretato in modo letterale le consegne intransigenti e strategicamente poco accorte del governo Rajoy: nessuna concessione all’illegalità, centinaia le persone ferite a manganellate.

Come le altre 15 comunidad autonome, la Catalogna beneficia di ampi margini di autonomia, in buona parte non molto dissimili da quelli che caratterizzano i cantoni elvetici: ha un parlamento, una polizia, amministra la giustizia e l’educazione, mentre il catalano è accanto al castigliano la lingua ufficiale. Uno statuto iscritto nella Costituzione del 1978, plebiscitata anche dai... catalani. Il punto dolente è la fiscalità e molto prosaicamente la rivendicazione potrebbe riassumersi ‘nell’egoismo delle tasse’, motivazione non molto nobile agli occhi dei più critici.

La Catalogna, che ha un Pil superiore alla Grecia o al Portogallo, ha, a seconda dei calcoli, un deficit fiscale tra il 2 e l’8% nei confronti di Madrid. Detta in altre parole, fornisce, come la Lombardia in Italia, più di quanto non riceva.

Sembra esser stata la crisi del 2008 ad alimentare la frustrazione catalana, anche se oggi la ripresa economica è una realtà. Puigdemont ha imbastito la sua campagna secessionista invocando il diritto dei popoli a disporre di sé stessi: una retorica poco convincente. Il diritto internazionale giustifica la secessione solo in caso di oppressione, colonialismo, minaccia di genocidio. Non è certamente quanto succede nella Spagna moderna. Il caso catalano non è neppure paragonabile a quello del Québec o della Scozia dove le consultazioni sono state decise con e non contro il governo centrale.

Ma da ieri le spinte secessionistiche potrebbero farsi viepiù irrefrenabili. Un ritorno a quella forte autonomia votata dal parlamento nel 2006 (ma invalidata dalla Corte costituzionale su richiesta del Partido Popular di Rajoy) sembra essere ora forse l’unico compromesso realistico per evitare il peggio.

Compito che dovrebbero assumere ora le Cortes generales, il parlamento nazionale, dove l’autodeterminazione catalana aveva comunque raccolto ben pochi consensi.

26.9.2017, 09:052017-09-26 09:05:00
Aldo Sofia

Merkel nella Storia, Germania nell’instabilità

Entra nella Storia, Angela Merkel, ma non è un trionfo. Cancelliera per la quarta volta, eppure è un record amaro. La festa è altrove.

È fra leader e...

Entra nella Storia, Angela Merkel, ma non è un trionfo. Cancelliera per la quarta volta, eppure è un record amaro. La festa è altrove.

È fra leader e militanti della destra radicale, non solo xenofoba, ma con forti striature di inquietanti nostalgie del passato e dichiarate simpatie neonaziste: il leader dell’Alternative für Deutschland (Afd) che conquista il terzo posto nel panorama politico della super-potenza europea e che vuole ridare l’onore a generali e soldati tedeschi della Seconda guerra mondiale, quindi Ss comprese; e che nemmeno richiama o sconfessa uno dei suoi principali leader regionali che ha definito “vergognoso” il memoriale berlinese dell’Olocausto. Un negazionismo che impasta quel 13 per cento di voti con cui la destra estrema entra massicciamente al Bundestag.

Siamo ben oltre il populismo gonfiatosi nell’ultimo decennio al di qua e al di là dell’Atlantico. Qualcosa di assai più preoccupante. La Germania è la Germania, il suo passato non è del tutto passato, così come le inquietudini di vicini e alleati, convinti che dopo la riunificazione bisognasse europeizzare la Germania per evitare che si germanizzasse l’Europa.

Certo, non pochi analisti tedeschi già parlano di fenomeno destinato a sgonfiarsi, e del resto non ci sono solo le ombre del passato nell’affermazione dell’Afd, ma anche una questione sociale.

Lo aveva previsto ’Die Zeit’ alla vigilia del voto, analizzando i possibili effetti della mondializzazione su una parte non piccola (soprattutto nei Laender ex comunisti) della società tedesca: per essa, ammoniva il giornale, si profila unicamente la percezione della perdita di importanza e il timore della disoccupazione, e vive l’internazionalizzazione della Germania esattamente come i tedeschi dell’Est hanno vissuto la riunificazione, “migranti nel proprio paese”. Quindi ancor più determinati e feroci nella contestazione alla generosità di Frau Merkel, che ha aperto il paese a un milione di profughi siriani. Nobiltà forse anche in parte calcolata di fronte al collasso demografico del paese, e che comunque l’“eterna cancelliera” paga con la perdita di otto punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni.

Così, Merkel che per ben due volte aveva “cannibalizzato” i suoi partner socialdemocratici della Grosse Koalition, è a sua volta fortemente corrosa dai numerosi consensi passati dal suo schieramento a quello della “destra più destra”. Voti in fuga anche dall’Spd, ormai al suo minimo storico. Una socialdemocrazia che appunto nell’abbraccio con la Kanzlerin si è snaturata fino al punto di risultare un oggetto misterioso, privo di identità, ponendo oltretutto il già smunto candidato Schultz nella impossibile condizione di dover combattere la donna di cui ha pienamente condiviso la politica in posizione subalterna.

Né l’esito del voto tedesco sembra in grado di promuovere quello scontato rilancio dell’integrazione europea che dovrebbe basarsi sul ritrovato motore franco-germanico. Nella difficile formazione del prossimo governo, la cancelliera deve cercare di imbarcare Verdi e Liberali dell’Fdp, usciti rinvigoriti dalle urne. Due potenziali partner profondamente divisi. Con i liberali ostinati nel chiedere la continuità del rigore economico, e apparentemente inossidabili nel respingere i nuovi, ventilati progetti di integrazione già discussi da Berlino e Parigi. Non sarà facile mettere insieme questa cosiddetta “coalizione Giamaica” (dai colori dei tre partiti). E ancor meno farla funzionare. È perciò alto il rischio di instabilità, condizione estranea alla Germania del dopoguerra. È in questa foschia, fra queste ombre, per la Germania e per l’Europa, che Angela Merkel agguanta il suo storico primato.

25.9.2017, 09:152017-09-25 09:15:00
Erminio Ferrari @laRegione

Eine deutsche Alternative

L’alternativa ha seppellito l’alternanza. L’esito delle elezioni legislative tedesche pare la conferma che la mutazione avvenuta nella società tedesca è di portata tale da scardinare il “...

L’alternativa ha seppellito l’alternanza. L’esito delle elezioni legislative tedesche pare la conferma che la mutazione avvenuta nella società tedesca è di portata tale da scardinare il “sistema” su cui poggiavano sino a ieri le istituzioni della Bundesrepublik. In altre parole: lo straordinario risultato dell’estrema destra di Alternative für Deutschland, opposto al calo della Cdu/Csu di Angela Merkel e al tracollo della Spd, pare aver definitivamente seppellito l’alternanza di governi a guida democristiana o socialdemocratica che andava avanti dal dopoguerra (ultimamente degradata in Grosse Koalition).

Rinviando un’analisi più approfondita dello scrutinio, e ancora prima che inizino le trattative per la costituzione di una maggioranza (presumibilmente lunghe e laboriose) qualcosa si può già dire sulle sue conseguenze più significative. Una è che Merkel, con il quarto mandato, si è guadagnata un posto nella Storia, ma quello alla testa di un governo le costerà fatica immane e senza garanzie di mantenerlo per quattro anni. Prospettiva che potremmo osservare con distacco, se lei non fosse ancora la figura politica imprescindibile per tutta l’Europa, e la Germania il paese che ne determina le sorti.
Se l’opinone più diffusa sovrapponeva infatti l’immagine di Merkel a quella della stabilità così cara ai tedeschi, il suo ridimensionamento, accompagnato dall’exploit di Afd, indica che una parte importante degli stessi tedeschi è disposta a dare credito a figure che propagano temi e discorsi dai quali la Storia inviterebbe a stare alla larga.

Ed è un problema. Se non si possono inchiodare le nazioni al retaggio di un passato non del tutto risolto, è vero che anche su un rivendicato revisionismo e nostalgie equivoche si è formato il consenso andato a Afd. I tagliati fuori (o, peggio, le vittime) della ‘ripresa’, il risentimento degli “Ossi”, i migranti: tutto quanto si vuole, ma non si può tacere l’humus ideologico preciso su cui l’Alternative ha seminato le proprie “convincenti” parole.
Il prepotente insediamento dell’estrema destra in uno dei parlamenti più importanti d’Europa non è infine meramente speculare allo sgretolamento della sinistra, ma qualcosa in più. È: uno, la conferma che sottrarre “ragioni” alla sinistra (per responsabilità gravissime di essa stessa) è persino più facile che rubarle i voti. Due, che una destra “moderata” regge finché le cose “vanno bene”. Peggiorando queste, il suo elettorato non si fa scrupoli nel rivolgersi “un po’ più in là”. Non inseguirli in quella direzione è responsabilità della prossima destra al governo. Progettare un’alternativa è compito di tutti gli altri, se ne restano.

20.9.2017, 13:142017-09-20 13:14:00
Roberto Antonini

L’occasione persa da San Suu Kyi

“Non puoi più tacere”, aveva ammonito Desmond Tutu. E con il leader anti-apartheid, altri dodici laureati del Nobel della Pace, oltre a innumerevoli personalità, a chiedere che l’...

“Non puoi più tacere”, aveva ammonito Desmond Tutu. E con il leader anti-apartheid, altri dodici laureati del Nobel della Pace, oltre a innumerevoli personalità, a chiedere che l’icona mondiale della lotta non violenta rompesse il silenzio per denunciare la repressione della minoranza Rohingya. La leader di fatto del governo birmano si è vista poi rovesciare addosso una valanga di accuse di ignavia e ipocrisia.
Ieri, finalmente, ha parlato. Ma limitandosi, in sostanza, a dire che vi è un problema, che non pochi musulmani hanno abbandonato il Paese, che si indagherà, e – maldestra – ha voluto rassicurare: “La metà dei villaggi rohingya sono intatti”, lasciando così capire che l’altra metà sarebbe stata distrutta.

Aung San Suu Kyi si era limitata finora – in una telefonata al presidente turco Erdogan – a stigmatizzare le presunte “fake news”, negando che nel Rakhine, la provincia occidentale del Paese dove vive quell’etnia musulmana, vi fosse in atto una spietata pulizia etnica.
Non vi è dubbio che quell’“iceberg di disinformazione” stigmatizzato dalla leader birmana sia una realtà: il vicepremier turco nel denunciare il massacro antimusulmano ha twittato quattro fotografie di presunte vittime del pogrom, che in realtà ritraggono cadaveri galleggianti di passeggeri di un ferry naufragato lo scorso anno, o incidenti etnici in... Indonesia 13 anni fa.

Non vi è neppure dubbio che tra i Paesi che oggi puntano il dito contro i militari birmani vi siano nazioni musulmane (dalla Malesia, al Pakistan) ben poco esemplari nei confronti delle loro minoranze religiose. E corrisponde pure a verità che a scatenare l’ondata repressiva è stata la serie di attacchi mortali lanciati dagli indipendentisti dell’Arsa, foraggiati dagli ineffabili sauditi, contro posti di polizia nella fascia di frontiera.
Tutto vero. Ma altrettanto reale è l’esodo massiccio di civili a cui sono stati incendiati o rasi al suolo i villaggi e che affollano ora in Bangladesh quello che è divenuto in tempo record uno dei campi profughi più grandi del mondo.

L’ennesima tragedia di un mondo in cui i diritti umani, dopo l’illusione seguita alla caduta del muro di Berlino (il politologo Francis Fukuyama aveva predetto il trionfo storico delle democrazie liberali), sono considerati palesemente a geometria variabile.
Aung San Suu Kyi forse intimorita dai militari, ha in pochi giorni perso quella credibilità e quel carisma che distinguono un leader morale da un semplice dirigente politico. La battaglia per i diritti umani ha subìto negli ultimi anni pesanti arretramenti. Vi è sempre una buona scusa per giustificare violazioni dei diritti più elementari: gli Usa con Guantanamo e le uccisioni mirate; Assad e i massacri di oppositori; Putin e il suo neoimperialismo omicida; Cuba e l’ormai sessantennale assenza di diritti civili e politici; la Cina e il primato delle esecuzioni capitali; la brutale Arabia Saudita che si schermisce invocando la difesa dell’ortodossia sunnita; l’Egitto che fronteggia il pericolo islamista a colpi di condanne a morte.

Paesi molto diversi ma che non citiamo a caso: sono quelli che non aderiscono alla Corte penale internazionale. Come dire che avocano a sé il principio dell’immunità. Il caso della Birmania è dunque emblematico di una comunità internazionale priva di veri leader, che si è messa su un piano inclinato. La persona che forse più di qualsiasi altra incarnava principi universalistici ha perso la storica occasione di lanciare un segnale al suo Paese e al mondo: i diritti umani sono semplicemente imprescindibili.

19.9.2017, 08:352017-09-19 08:35:49
Moreno Invernizzi @laRegione

Ottant’anni di emozioni

Un compleanno che val la pena ricordare. L’Ambrì Piotta celebra proprio oggi i suoi ottant’anni di vita. «I primi ottanta», precisa con una punta d’orgoglio il presidente Filippo Lombardi....

Un compleanno che val la pena ricordare. L’Ambrì Piotta celebra proprio oggi i suoi ottant’anni di vita. «I primi ottanta», precisa con una punta d’orgoglio il presidente Filippo Lombardi. Perché da quel 19 settembre 1937 a oggi il club ha saputo mantenersi sulla breccia di un’élite sempre più esigente. A volte zoppicando un po’, è vero, ma è pur sempre riuscito a restare nel giro delle grandi squadre.
Ottant’anni di gioie e dolori, di alti e di bassi. E soprattutto ottant’anni di volti che hanno contribuito a scrivere la storia del club leventinese.

Ottant’anni di emozioni, di gioie e dolori. Di successi (su tutti il doppio trionfo in Continental Cup) e delusioni. Perché anche quelle, piaccia o meno, fanno parte pure loro della storia. Ma soprattutto ottant’anni di aneddoti. Come quello del presidente Filippo Lombardi, che ricorda, come fosse stato ieri, i suoi primi anni sulle gradinate della Valascia. «Andavo ancora alle medie quando mia zia, che abitava a Bellinzona, mi portava a vedere le partite col suo maggiolino. Erano i primi anni Settanta: allora la pista non era ancora coperta e per trovare posto sugli spalti si risaliva su per la montagna all’infinito. E non di rado capitava che le partite si dilatassero all’infinito perché interrotte ogni dieci minuti per pulire la pista dalla neve caduta nel frattempo...».
Poi, nel 1979 per l’Ambrì inizia l’“era moderna”: la Valascia finalmente ha un tetto... «Un cambiamento epocale! Da anni si percepiva l’indispensabilità di questo tassello per fare il grande passo. E così è in effetti stato: per la società era un po’ come entrare definitivamente nel giro delle grandi, lasciandosi alle spalle una volta per tutte l’etichetta dei dilettanti affacciatisi un po’ per caso alla ribalta della Lna. Anche se, per il tifoso di allora, non più vedere il cielo sopra la testa, portava con sé un po’ di malinconia, ma... non più prendersi l’acqua o la neve addosso era indubbiamente un vantaggio per tutti!».
La copertura della pista ha rappresentato una sorta di punto di non ritorno pure dal profilo sportivo: «Ha segnato l’inizio di quello che reputo sia stato (sinora) il periodo più fausto della società. Solo creando infrastrutture adeguate ai tempi è stato possibile fare il salto di qualità, e questo è un concetto che si ripresenta anche oggi, discutendo della nuova Valascia: per restare nel giro delle grandi, delle squadre che contano, è imprescindibile la realizzazione della nuova pista, in modo da poter rimanere una piazza appetibile (per giocatori e sponsor)».

Prima di pensare al futuro, c’è però un presente tutto da vivere... «Un presente che scaturisce da anni assai delicati. Appena eletto presidente avevo tirato subito il campanello d’allarme e cercato di invertire la tendenza di un club che lamentava un deficit strutturale dell’ordine di due milioni a stagione. Un passo alla volta, ci stiamo avvicinando alla meta».

Cosa significano questi ottant’anni per Lombardi? «Rappresentano una storia incredibile di attaccamento di una regione a una sua bandiera, una sua identità. E per regione intendo tutto il Ticino, visto che per decenni l’Ambrì ha rappresentato la bandiera del Ticino oltre San Gottardo nello sport, e non solo nell’hockey. Questo attaccamento ha permesso alla società di arrivare fino al traguardo degli 80 anni, sottraendosi alle regole della logica del mercato, della demografia e non da ultimo delle finanze... In questo senso, è un traguardo straordinario, unico. Al contempo, è la riprova che l’Ambrì non è fenomeno effimero, ma una realtà duratura. Il fatto che siamo qui a pianificare i prossimi di 80 anni – perché con la realizzazione della nuova pista ci assicureremo un avvenire altrettanto lungo – non fa che ribadire la volontà di voler costruire un futuro altrettanto lungo poggiando su solide basi». Cosa si sente di augurare il presidente alla sua società? «Una stagione di felicità, dentro e fuori dal ghiaccio. Non mi aspetto di vedere un Ambrì campione, ma sicuramente una squadra grintosa come quella applaudita sabato contro il Langnau». Qual è invece il regalo che si sente di poter fare alla società? «Credo di averne fatto uno trovando la gente giusta per la rinascita a cui stiamo assistendo. Un altro regalo spero di aggiungerlo a breve, portando a buon fine le trattative per la nuova pista, cosa che, contrariamente a quanto taluni possano pensare, non è affatto cosa semplice».

Quali sono le date più significative della storia biancoblù per Lombardi? «Prima della mia presidenza sicuramente l’anno della finale (1998/’99). Da presidente... beh, questo! Che è anche quello più cruciale direi. È vero che nel 2014 ci eravamo qualificati per i playoff, ma una volta raggiunto l’obiettivo, la squadra si è rilassata e ha chiuso la stagione in netto calando. E francamente, trovo sia meglio arrivare a un passo dal tuo obiettivo ma lottare fino alla fine, che arrivarci e poi uscire di scena in modo opaco».

15.9.2017, 09:002017-09-15 09:00:29
Erminio Ferrari @laRegione

Oltraggio alla Catalogna

Il vicolo cieco in cui è finito il durissimo confronto tra gli indipendentisti catalani e il governo spagnolo ripropone in tutta la sua portata destabilizzante uno dei fenomeni che più segnano...

Il vicolo cieco in cui è finito il durissimo confronto tra gli indipendentisti catalani e il governo spagnolo ripropone in tutta la sua portata destabilizzante uno dei fenomeni che più segnano la nostra epoca, l’imporsi delle “piccole patrie” nel discorso pubblico, con forza e astio crescenti. Un sottogenere di quella “retrotopia” su cui ha ragionato anche Zygmunt Bauman verso la fine dei suoi giorni.

Oggi, il caso catalano raffigura, nella variante identitaria, il diffuso conflitto tra poteri statali sempre meno riconosciuti nella loro legittimità, e una pretesa sovranità alternativa: sovranità “del popolo”, nelle parole dei populisti (di destra o sinistra che siano); o “delle nazioni”, nelle rivendicazioni dei sovranisti.

Naturalmente, vi sono specificità della questione catalana che suggeriscono prudenza nel parlarne. Diciamo che tra la rivendicazione di una indipendenza risalente a tre secoli fa, una astorica rigidità che sembra impedire a Madrid di “entrare in argomento” senza pregiudizi politici e ideologici; tra il retaggio della guerra civile e della dittatura franchista, e il non trascurabile particolare che la Catalogna con meno di un quinto della popolazione spagnola produce un quinto della ricchezza nazionale, tutto ciò considerato, distinguere tra capziosità e fondatezza degli argomenti dei due fronti è ben arduo.
Ma vi sono delle costanti che fanno della vicenda catalana un caso di scuola per ragionare sulle forme e l’estensione del ritorno in auge delle piccole patrie e dell’identitarsimo che vi è connaturato. Un fenomeno che spesso viene comprensivamente diagnosticato come “reazione alla globalizzazione”.

Può darsi che lo sia: in un mondo in cui i poteri economico-finanziari sovranazionali hanno ridotto in macerie sovranità statali, cancellato orizzonti ideali, imposto, molto semplicemente, la legge del più forte, in un mondo del genere, la riscoperta di radici etniche, culturali, politiche sarebbe la sola risorsa a cui votarsi per non venirne travolti.
Di qui la corsa a tracciare nuovi confini, a riesumarne o inventarne di vecchi, a identificare se stessi (comunità o nazioni) non in relazione ma in opposizione agli altri, tanto più se portatori di culture diverse, ma anche se ancora se ne condivide la cittadinanza. Nel caso poi delle ambizioni micronazionaliste, l’autodeterminazione dei popoli viene esposta come principio di cui è praticamente impossibile contestare la nobiltà.

Eppure un dubbio resta. Viene cioè da chiedersi se questa frammentazione identitaria non sia in fin dei conti funzionale alla surroga dei grandi orizzonti ideali (e di un ormai spossato sistema di norme e istituzioni che ne riflettevano l’universalismo) da parte di un mercatismo senza volto né limiti.

L’ultimo simulacro di edificio istituzionale virtuoso, fondato su una pluralità di esperienze storiche e sulla dialettica delle loro culture era quell’Europa al cui interno, si diceva, le sovranità avrebbero perso il significato di reciproca esclusione, e il potenziale distruttivo che ne ha insanguinato la storia per secoli. Oggi, anche la crisi di quell’Europa libera tossine che ne accelerano la fine scritta sui confini che, uno alla volta, si richiudono o si inventano. Il signor Globalizzazione si starà fregando le mani.

11.9.2017, 08:252017-09-11 08:25:00
Aldo Sofia

Gli uragani dell’era Trump

Prima, amara ironia: il presidente americano più preoccupato di sradicare il “problema” di immigrati e profughi, per diversi giorni o forse per qualche settimana si ritroverà col record di...

Prima, amara ironia: il presidente americano più preoccupato di sradicare il “problema” di immigrati e profughi, per diversi giorni o forse per qualche settimana si ritroverà col record di “rifugiati climatici” in casa propria. Milioni di cittadini in fuga da Irma, la madre di tutti quei tifoni che, soprattutto negli ultimi tempi, hanno squarciato l’Est degli Stati Uniti, e ancor più lutti e distruzioni provocano nei Paesi asiatici.

Secondo paradosso: i miliardi di metri cubi di pioggia (nel solo Texas, alla fine di agosto, Harvey ne ha rovesciati 64, l’equivalente di 26 milioni di piscine olimpioniche) rilanciano drammaticamente il dibattito sul problema dei cambiamenti climatici provocati dalle attività umane, mutamenti che il capo della Casa Bianca considera una colossale truffa concepita da scienziati incompetenti e dalla… Cina.

Naturalmente, tra l’assalto di Irma e la politica di Trump non esiste un legame. In questo periodo dell’anno nel Golfo del Messico ci sono sempre state tempeste e inondazioni. Ma, sottolinea per esempio il ‘Guardian’ citando una serie impressionante di dati, dall’innalzamento dei mari di venti centimetri alla cosiddetta “sedentarietà delle tempeste”, il devastante record degli ultimi giorni “difficilmente durerà a lungo, visto che le emissioni di anidride carbonica provocate dagli esseri umani stanno spingendo il clima in un territorio sconosciuto, e comunque gli eventi meteorologici estremi di questo tipo diventeranno sempre più frequenti e devastanti”.

Non solo i fatti incontrovertibili, ma anche il principio di cautela preventiva suggerirebbero dunque atteggiamenti più responsabili a chi guida il Paese industrializzato più esposto a queste calamità, e al relativo esorbitante prezzo. Con il suo linguaggio fastidiosamente enfatico, Trump ha parlato dell’uragano “più epico e costoso” nella storia degli Stati Uniti. Vedremo a quanto ammonterà la fattura di Harvey e Irma, pesando oltretutto su una popolazione che in gran parte non beneficia di polizze assicurative per questo tipo di sciagure. Ma conosciamo la progressione dei costi dei tre uragani eccezionali che hanno colpito le coste americane del Nord Atlantico in meno di un decennio: 108 miliardi Katrina, 75 Sandy, 37 Ike. Per ora, l’unico dato certo è che in Texas 60mila persone perderanno il posto di lavoro.

Invece, nel nome di una scriteriata deregulation, il 4 agosto Trump ha ufficializzato l’uscita dall’accordo di Parigi sul clima; il 15 ha cancellato i provvedimenti di Obama per regolamentare l’edificazione nelle zone inondabili, progettando nel contempo la fine degli interventi federali per le zone devastate, la riduzione dei fondi all’Agenzia delle catastrofi naturali, e tagli ai servizi meteo che consentono di prevederle. Del resto che attendersi dal presidente che esalta “il pulito, magnifico carbone”, e si è attorniato di crociati antiecologisti? E che come vice ha quel Mike Pence che, da governatore dell’Indiana, per negare i sussidi statali, così si esprimeva: “Il Congresso non può permettere che una catastrofe naturale si trasformi in una catastrofe di debiti per i nostri figli e nipoti”.

5.9.2017, 08:052017-09-05 08:05:42
Erminio Ferrari @laRegione

A chi giova la paura

A qualcuno converrà tutta questa paura. Non a quella parte del mondo (noi compresi) che, con ogni ragione, teme che l’escalation di provocazioni nordcoreane precipiti in uno scenario di guerra...

A qualcuno converrà tutta questa paura. Non a quella parte del mondo (noi compresi) che, con ogni ragione, teme che l’escalation di provocazioni nordcoreane precipiti in uno scenario di guerra nucleare. A beneficiarne – più il primo per ora – sono semmai i due volti che l’incarnano: Kim Jong-un e Donald Trump. Kim, in qualche modo, per necessità; Trump dovendo riscattare un’immagine compromessa dalle manifeste lacune di autorevolezza e credibilità nell’esercitare il proprio ruolo.

Il despota nordcoreano si sta giocando la sopravvivenza: quella del regime, ma anche la propria, visto come vengono regolate le cose laggiù. Quella che spesso viene bollata come “pazzia” sembra perciò il deliberato azzardo di chi ritiene che la sorte di Saddam Hussein e Muhammar Gheddafi sarebbe stata diversa se avessero disposto di un deterrente davvero in grado di tenere a bada i propri nemici. Lo conforta nella sua scommessa con la morte il caso di Saddam Hussein: gli Usa erano tanto consapevoli dell’inesistenza delle “armi di distruzione di massa” negli arsenali iracheni, che non esitarono ad attaccarlo. Ne deriverebbe che solo la dimostrazione inequivocabile di disporre di un arsenale atomico può tenere a bada le pulsioni dell’arcinemico statunitense.

Non solo: in qualità di padrone dell’ultimo Stato-cuscinetto lasciato in retaggio dalla Guerra Fredda, Kim sa bene che per indisposti che siano, i dirigenti cinesi non consentiranno (o lo faranno solo come scelta estrema) un collasso del suo regime: non tanto per l’eventuale afflusso di profughi alle frontiere, ma perché a quelle frontiere non vogliono assolutamente l’esercito sudcoreano e i suoi “consiglieri” nordamericani.

Infine, secondo una prassi arcinota, come ogni dittatore, Kim si affida alla rappresentazione della minaccia esterna per cementare (meglio: estorcere) il consenso nazionale e sedare (annientare) ogni eventuale dissidenza.

All’altro polo c’è un Trump che non può trascurare la straordinaria opportunità di mostrarsi degno commander-in-chief, offertagli da quell’arma di “distrazione di massa” raffigurata da Pyongyang. Non si tratta certamente di sottovalutare il pericolo rappresentato da Kim, o di ridurre a bluff quello che ormai quasi tutta la comunità scientifica internazionale ritiene una acquisita tremenda capacità di nuocere nelle sue mani. Si tratta piuttosto di considerare anche il capo della Casa Bianca tra gli elementi destabilizzanti: la pratica egomaniacale del potere (di qui il timore di “perdere la faccia”), il discredito internazionale che si è attirato, e la conduzione ondivaga dell’amministrazione, ne fanno più il detonatore della prossima guerra, piuttosto che il solutore, ruolo che la pretesa leadership mondiale degli Usa gli assegnerebbe.

Significa che la guerra è inevitabile, salvo accomodarsi a un ignobile appeasement con Pyongyang? No, ma di sicuro i margini di composizione della crisi sembrano esaurirsi senza rimedio, quanto più la ragionevolezza cede agli impulsi. Perché una sostanziale diversità rispetto al cosiddetto “equilibrio del terrore” della Guerra Fredda è che i conflitti tra i due blocchi avvenivano (non meno ignobilmente) per procura, e le rispettive dirigenze, pur accecate dall’ideologia, sapevano dove fermarsi (anche se a Cuba la mano parve sfuggire).

Oggi che il mondo non si divide in blocchi ma in frantumi, di quella “cinica virtù” non si vede traccia. E il “calcolo” attribuito all’uno e all’altro dei due tipi in questione potrebbe essere, per quanto ci riguarda, una forma di esorcismo con cui cerchiamo di sconfiggere la paura generata dalla loro sconsideratezza.

4.9.2017, 08:222017-09-04 08:22:22
Roberto Antonini

Sull’orlo della catastrofe

“Siamo sull’orlo di un conflitto (nucleare) su vasta scala”. Vladimir Putin, nella lettera pubblicata ieri all’apertura del vertice dei Brics, ci va dritto: la bomba H fatta esplodere ieri...

“Siamo sull’orlo di un conflitto (nucleare) su vasta scala”. Vladimir Putin, nella lettera pubblicata ieri all’apertura del vertice dei Brics, ci va dritto: la bomba H fatta esplodere ieri dal dittatore nordcoreano, la più potente di sempre, potrebbe costituire il punto di non ritorno.

L’incubo è condiviso dall’altro grande protagonista del summit, la Cina, con la quale Mosca vuole avviare un tentativo di mediazione: Pechino ha mandato i suoi caccia a sorvolare il confine. Donald Trump, dopo le esternazioni su una risposta devastante che avrebbe annichilito la Corea del Nord (l’ormai celebre “fuoco e furia”), sembra aver smorzato i toni. Ma la mossa del ‘Rispettato Maresciallo’ apre tutti gli scenari possibili, compreso quello apocalittico, in un “film” con regista e protagonista Kim Jong Un, che veste l’unico abito a sua misura, quello del Dottor Stranamore, padre padrone del più grande Lager del mondo.

La sua partita di poker atomica può sfociare – concordano gli esperti – in un attacco a breve/medio termine: la tecnologia bellica nordcoreana è molto avanzata, un missile balistico ha recentemente sorvolato il Giappone (‘Tokyo rischia la distruzione perché alleata degli Usa’ ha ammonito l’agenzia di stampa di Pyongyang) mentre la quantità di materiale nucleare fissile consentirebbe allo stato attuale la costruzione di una quindicina di bombe.

In un saggio pubblicato in piena guerra fredda, Michel Serres, uno dei maggiori filosofi viventi, aveva ipotizzato l’avvento di uno scenario ‘tanatocratico’, in cui il potere sarebbe stato in mano a ‘pericolosi folli’ potenzialmente capaci di ‘sradicare la vita sulla terra’. La personalità del presidente americano desta pure legittime inquietudini (anche di ordine psichiatrico stando a non pochi esperti) sebbene i meccanismi istituzionali della superpotenza gli impediscano di poter sfogare liberamente i suoi impulsi. La sua sconsideratezza la si può leggere in un suo ennesimo colpo di testa: Trump ha fatto capire ieri di voler ritirare gli Usa dal trattato di libero scambio… con i suoi alleati sudcoreani. La gestione della crisi vede in particolare sul proscenio il capo del Pentagono James Mattis, che in un colloquio con il suo omologo sudcoreano avrebbe discusso la possibilità di fornire a Seul bombe nucleari tattiche (a corto raggio), segno dell’avvio dell’escalation atomica.

La guerra del 1950 (quando la Corea del Nord alleata dei sovietici invase il Sud) non è formalmente mai finita e la diplomazia è ferma da ormai 10 anni. Lo stillicidio di lanci di missili e test atomici decisi dal dittatore ha riacceso la miccia ponendo Washington e i suoi alleati (Giappone, Corea del Sud) nell’impasse. Qualsiasi azione militare americana rischia di scatenare devastanti rappresaglie (in primis su Seul). Qualsiasi passo diplomatico è destinato comunque a lasciare inalterata l’ostinazione del maresciallo Kim ad aumentare il proprio arsenale, per lui una sorta di polizza sulla vita.

L’America è oggi indebolita dal crollo della sua leadership politica e morale (è recentissima l’ufficializzazione all’Onu del ritiro statunitense dal trattato sul clima). Lo spettro nucleare potrebbe riaprirsi anche con un Iran punito dalla parziale impulsiva retromarcia di Trump sulla storica intesa siglata da Obama. Gli scenari sono alquanto cupi e, di fronte al pericolo di nuove Hiroshima, al momento la comunità internazionale appare chiaramente impotente.

28.8.2017, 08:552017-08-28 08:55:26
Aldo Sofia

Trump nelle mani dei suoi generali

L’Afghanistan è anche chiamato “la tomba degli imperi”. Fu costretta a ritirarsi la Gran Bretagna, la massima potenza coloniale dell’epoca. E anche l’Unione Sovietica, che cominciò...

L’Afghanistan è anche chiamato “la tomba degli imperi”. Fu costretta a ritirarsi la Gran Bretagna, la massima potenza coloniale dell’epoca. E anche l’Unione Sovietica, che cominciò a naufragare proprio con la bruciante e drammatica sconfitta militare dell’Armata Rossa, subita per mano dei mujaheddin islamisti, che furono i mallevadori di Bin Laden e di al Qaida.

Ora, pochi dubitano che anche gli Stati Uniti saranno costretti a lasciare il campo di quella che è diventata la guerra più lunga della storia americana. In effetti, non potranno essere i quattromila marines in più che Donald Trump ha annunciato di voler aggiungere agli ottomila ancora operativi sul territorio afghano a rovesciare le sorti del conflitto. Ma allora cosa c’è dietro il voltafaccia di un presidente che inviava velenosi tweet ai suoi predecessori, invocando il ritorno dei soldati americani in armi dall’altra parte del mondo, in nome dell’“America first”?

C’è, innanzitutto, la crescente influenza dei generali, mai così numerosi in un’amministrazione statunitense. Sono decisamente gli uomini del Pentagono a dettare la politica estera di un presidente troppo isolazionista e troppo filo-russo per i gusti dei vertici militari americani: così i vari Mattis, McMaster, John Kelly (che in Afghanistan ha perso il figlio) hanno ormai saldamente in mano il timone della strategia di un capo della Casa Bianca poco interessato e ancor meno preparato ai problemi della difesa.
Parallelamente, l’ascesa dei vertici in divisa segna la sconfitta degli ideologi di destra, come conferma l’allontanamento del loro ideologo Steve Bannon, che aveva criticato anche con toni derisori le posizioni del Pentagono. Errore fatale. Ma c’è dell’altro nella “normalizzazione” del presidente che prometteva di chiudere un’epoca, ed è invece costretto ad uno svogliato ripensamento. Devono avergli spiegato, quei generali, che l’America rischia sempre più, e in tempi rapidi, un secondo Vietnam. L’ultimo rapporto statunitense segnala che il debolissimo governo di Kabul, puntellato dalla coalizione internazionale, controlla soltanto il 40 per cento del territorio nazionale, mentre ancora un paio di anni fa si stimava che fosse il 60 per cento.

Non solo l’intervento americano ha gettato ancor più afghani nelle braccia dei Talebani: questi, nelle ultime settimane e per la prima volta, hanno condotto attacchi in alleanza con gli insorti dell’Isis, alleanza finora considerata impossibile. Dopo anni di continui scontri fra i due radicalismi islamici, una saldatura pericolosa e inquietante per gli esiti del conflitto.

Forse sta proprio qui la chiave del dilemma. Da tempo l’America (che in questa guerra ha perso più di duemila uomini, senza dimenticare le decine di migliaia di vittime afghane in gran parte civili) cerca un dialogo con i Talebani. Senza successo. L’invio di un contingente supplementare, decisamente insufficiente per evitare una débâcle, può solo significare che il Pentagono continuerà a cercare una “exit strategy” politica, ma evitando di trattare da una posizione di eccessiva debolezza militare.

Calcoli ad alto rischio. Una storia secolare ci dice che quelle terre non sono abituate al compromesso, bensì alla logica guerriera. Non basta la retorica usata da Trump per nascondere l’umiliante torsione che gli è stata imposta. L’ombra della “tomba degli imperi” si allunga anche sulla sua presidenza.

21.8.2017, 08:302017-08-21 08:30:46
Roberto Antonini

I sogni della ‘reconquista’

Cosa si nasconde dietro alla “tragica litania jihadista” formula a cui è ricorso il quotidiano ‘Le Monde’ per commentare l’ennesima strage di matrice islamista? Perché la sconfitta...

Cosa si nasconde dietro alla “tragica litania jihadista” formula a cui è ricorso il quotidiano ‘Le Monde’ per commentare l’ennesima strage di matrice islamista? Perché la sconfitta ormai prossima dell’Isis in Iraq e Siria non ha alcun impatto sull’ondata di terrore intensificatasi dopo la carneficina nella redazione di ‘Charlie Hebdo’, nel gennaio di due anni fa?

Le risposte univoche non rendono conto della complessità del fenomeno. Ma nelle analisi a volte contrastanti di chi studia da anni il fenomeno jihadista appaiono delle costanti. L’obiettivo più spettacolare del commando che ha seminato morte in Catalogna era – stando agli inquirenti – la Sagrada Familia, basilica capolavoro di Antoni Gaudì. Non solo uno dei luoghi turistici più visitati di tutta la penisola iberica, ma il simbolo stesso della civiltà cattolica spagnola. Quella di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia che alla fine del XV secolo riconquistò Granada e che con Filippo III all’inizio del ’600 decretò l’espulsione di tutti i ‘moriscos’ che non si erano convertiti. Per i jihadisti (ma pure per molti predicatori musulmani non ‘radicalizzati’) Al-Andalus è di fatto terra di Islam (Dar al-Islam) anche se al momento è terra degli infedeli (Dar al-Harb, dimora della guerra). Obiettivo è dunque la riconquista di quelle terre che furono islamiche dall’VIII al XV secolo. Che ‘Al-Andalus’ sia terra di jihad lo attesta l’enorme numero di terroristi arrestati negli ultimi anni, in buona parte di origine marocchina.

Si conferma così una delle tesi della (contestata ma celeberrima) pubblicazione ‘Lo scontro di civiltà’, in cui lo storico e consigliere del presidente Jimmy Carter, Samuel Huntington, avanzò 20 anni fa la tesi che con la fine del mondo tripolare (Usa, Urss e non allineati) avremmo assistito a un ritorno dirompente di fattori culturali, storici e identitari nella geopolitica.

Anche l’esistenza di un’internazionale del terrore islamista, pur sotto forma di cellule che spesso agiscono in relativa autonomia, è ormai confermata dall’ininterrotta serie di massacri (da Parigi a Berlino, da Stoccolma a Londra), smentendo le tesi di chi legge il fenomeno terroristico esclusivamente in chiave sociale.

Eppure anche una lettura sociologica non può essere esclusa: sono spesso le terze generazioni di immigrati, prevalentemente maschi giovani, delle periferie, ad infoltire i ranghi del terrorismo e dei ‘foreign fighters’. Uno studio appena condotto in Francia dall’Università di Science Po su 13 condannati per terrorismo evidenzia tra l’altro un’adesione tardiva all’Islam – è il fenomeno dei ‘born again’ musulmani –, conversioni ‘fai da te’ via Internet (dove i migliori offerenti sono predicatori salafiti e movimenti fondamentalisti finanziati dai ‘nostri amici’ sauditi e qatarioti) e un’ideologia marcatamente maschilista.

Quanto alle responsabilità intrinseche della religione musulmana, ci si addentra in un campo minato molto insidioso: l’equazione Islam = terrorismo è assurda semplificazione, ma anche quella speculare che associa l’Islam alla pace appare fuorviante. Come ha scritto il grande studioso musulmano riformista Abdennour Bidar, ci si deve infatti chiedere perché il mostro del terrorismo si annida proprio in quella religione: bisogna purtroppo constatare che i suoi appelli a una profonda riforma del pensiero religioso nel senso della tolleranza e dell’illuminismo sono rimasti finora del tutto inascoltati, e non solo dai terroristi.

18.8.2017, 08:402017-08-18 08:40:35
Erminio Ferrari @laRegione

L’agenda jihadista

Nell’agenda dei terroristi le priorità sono ben altre. Nel giorno in cui la stampa spagnola dava conto della decisione del Parlamento catalano di votare il 7 settembre la legge per lo svolgimento...

Nell’agenda dei terroristi le priorità sono ben altre. Nel giorno in cui la stampa spagnola dava conto della decisione del Parlamento catalano di votare il 7 settembre la legge per lo svolgimento del referendum indipendentista, un terrorista alla guida di un camion ha cercato la strage a Barcellona. Sulla Rambla, cioè una tappa obbligata di quel turismo internazionale nei cui confronti, in Catalogna, si erano moltiplicate le manifestazioni di insofferenza. Cosette, agli occhi di chi persegue uno squilibrato disegno di “riconquista” mondiale.

Uno scarto sincronico, ma soprattutto di concezione del mondo che la dice lunga sulla distanza abissale che separa il “nostro” mondo – con le sue “piccole” ambizioni, i suoi contrasti, le sue pretese – da quello vagheggiato dagli ideologi della guerra santa. Che cosa sono, agli occhi di chi si pretende inviato dal Cielo, una rivendicazione indipendentista, il fastidio per l’indifferente invasione di un turismo massificato?
La forza di questo terrorismo (il cui livello di organizzazione non va comunque enfatizzato) risiede, certo, in un contesto che genera esclusioni e alimenta risentimenti di cui si nutrono i “martiri” che rispondono alla chiamata. Ma in questo volgere della storia, il vantaggio insuperabile dei predicatori apocalittici è costituito dall’aver saputo fornire un orizzonte (folle ma ai loro occhi plausibile) alle migliaia di individui dall’identità smarrita.

In altre parole, finite nel sangue o nell’ignominia le grandi narrazioni occidentali del Novecento, l’Islam propagandato dall’Isis (prima ancora da al Qaida e tuttora nelle moschee in mano ai wahabiti inviati nel mondo dall’Arabia Saudita) è rimasto la sola ideologia universalista in vita. Capace di attrarre e motivare come un tempo riusciva solo al socialismo internazionalista.

Mettiamoci dunque la Spagna, dove accorse, ottant’anni orsono, un’internazionale resistente per difendere la Repubblica, e pensiamo (eventualmente, e lecitamente detestandoli) agli internazionalisti del jihad partiti per la Siria, per una ragione ai loro occhi non meno nobile, e forse capiremo l’epocale portata del ribaltamento in atto.
Un rovesciamento di prospettiva che costa fatica enorme, persino esistenziale, per essere compreso. Che impone di riconsiderare ciò che a lungo abbiamo ritenuto assodato, definitivo. E di misurare nella loro povertà le ambizioni particolari che nelle nostre società stanche hanno surrogato la venuta meno capacità di “veder lungo”. Diversamente, vinceranno “loro”.

14.8.2017, 09:002017-08-14 09:00:02
Aldo Sofia

E Trump sdoganò i suprematisti

«Guardati allo specchio e ricordati che sono stati i bianchi americani a regalarti la presidenza». È il rimprovero che David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, ha rivolto a Donald Trump...

«Guardati allo specchio e ricordati che sono stati i bianchi americani a regalarti la presidenza». È il rimprovero che David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, ha rivolto a Donald Trump. Colpevole di aver pronunciato sui gravi fatti di Charlottesville parole di condanna così tiepide, così scontate, così generiche da essere sommerso dalle critiche anche da parte degli ambienti repubblicani. Un presidente, il ‘Don’, che ha a lungo flirtato con la feccia razzista dei suprematisti bianchi, che nei suoi attacchi ossessivi al predecessore Obama non ha disdegnato i loro strampalati argomenti razzistico-religiosi (musulmano, figlio di un africano, non legittimato a guidare la nazione), e che alla Casa Bianca si è portato un esponente di questa impresentabile ‘alt-right’, Steve Bannon, l’‘anima nera’ che Trump ha tentato di imporre come suo principale collaboratore, e comunque rimasto ascoltato ‘consigliori’.

Sdoganare così sfacciatamente il peggio prodotto dalle paure e dall’odio di questa pur piccola parte del Paese comporta una precisa e pesante responsabilità politica. Le squadracce che hanno sfilato nella città della Virginia, definita “cuore dell’America jeffersoniana” (al presidente umanista Davis Jefferson si deve infatti la fondazione della locale università), e che protestavano contro il progetto di rimuovere la statua di un generale segregazionista, sono il prezzo che una nazione profondamente lacerata paga alla strategia di un presidente che per buona parte della sua campagna elettorale non ha affatto disdegnato gli insulti, le fandonie, le oscenità, il razzismo anche antisemita che impastavano i quotidiani attacchi di radio locali e siti web del tipo Breitbart News ispirato da Bannon l’amico e confidente del presidente.

Certo, l’America bianca non è questa, non va confusa e assimilata con gente che nei suoi cortei sfila anche con la bandiera nazista che non molti decenni fa i loro padri e nonni combatteremo sino a sacrificio della vita. Non è certo per un’aspirazione suprematista, per un’istinto razzista, per il sogno di ripristinare antichi ruoli e privilegi che nel novembre 2016 una parte consistente di bianchi americani ha votato Trump, bensì per la rivolta contro un capitalismo finanziario rapace da parte di una classe media sempre più impoverita e di una classe operaia pagata sempre meno. Trump, pur con tutte le contraddizioni e le menzogne più volte denunciate, è il prodotto delle crescenti ingiustizie e disuguaglianze sociali.

Tutto questo, però, sullo sfondo di un’America bianca che più o meno consciamente teme la progressiva perdita di peso nella società multietnica, sapendo che fra non molti anni anche in termini numerici essa sarà inevitabilmente minoranza demografica nel mosaico statunitense. Proprio per questo l’aver condiviso alcune delle idee e degli uomini vicini alle tesi di un suprematismo violento e fuori tempo è miscela esplosiva, è una grave macchia politica, che pesa come un macigno sul 45esimo presidente americano. Che non ne sembra affatto consapevole. Tanto che, per avere un giudizio netto e circostanziato di condanna dei neonazisti calati in Virginia s’è dovuto attendere un tweet riparatore della figlia Ivanka, la ‘first daughter’, che ha quantomeno avuto la saggezza di scrivere che “non c’è posto nella società per suprematisti bianchi e neonazisti”.

8.8.2017, 07:552017-08-08 07:55:00
Erminio Ferrari @laRegione

Alla deriva nel Mediterraneo

Torbide acque del Mediterraneo. Non bastassero le migliaia di morti di cui sono state la tomba, oggi (e da mesi) sono lo scenario di manovre opache, velleitarie, talora inconfessabili,...

Torbide acque del Mediterraneo. Non bastassero le migliaia di morti di cui sono state la tomba, oggi (e da mesi) sono lo scenario di manovre opache, velleitarie, talora inconfessabili, delle quali i migranti non sono altro che la posta. Tanto più elevata quanto più disputata. La loro stessa esistenza genera commerci, esaspera conflitti, svela codardie statali e appunta medaglie di latta sui petti di eroi di maniera. Ultimi a entrare in scena i sovranisti di Defend Europa, la cui nave C-Star impiega una ciurma di mercenari e ultrà dell’estrema destra.

È stato il recente sequestro della nave Iuventa, dell’Ong tedesca Jugend Rettet, a dare origine a polemiche artificiosamente ingigantite, e tuttavia meschine al cospetto del dramma e del fenomeno epocale che si stanno producendo tra l’Africa subsahariana e gli approdi dell’Italia meridionale (e che sarebbe ben miope considerare circoscritti al Canale di Sicilia).

In questo senso, la supposta (o provata?) connivenza tra l’equipaggio della Iuventa che imbarcava i migranti consegnati loro direttamente dagli scafisti, per poi sbarcarli nel primo porto italiano disponibile, pone certamente un problema giuridico, che tuttavia rischia di distrarre dalla questione generale: accogliere o no chi lascia il proprio Paese per tentare la fortuna altrove?

Limitandoci ai fatti, bisognerà intanto dire che – si accordi o no agli eroici furori di Jugend Rettet – la prassi della Iuventa e delle altre Ong che agiscono in modo analogo è oggettivamente un favore reso agli scafisti: evita loro fastidi con le marine militari e consente di recuperare gommoni e motori, che altrimenti verrebbero affondati. Nello stesso tempo, la pretesa che una Ong – soggetto di diritto privato – sia esente dal rispetto delle legge di uno Stato è perlomeno naif. O arrogante: basti leggere i commenti della stampa di sinistra tedesca sul governo “fascista” di Roma. Sia chiaro: la legge è fatta per l’uomo, non viceversa; se dunque con coscienza e per motivi che si ritiene superiori la si viola, lo si faccia – e talvolta è un merito –, ma se ne assumano le conseguenze.

Specularmente, la pretesa di uno Stato (o di un insieme di Stati, come in questo caso) che nessuno intervenga a sopperire alle sue inadeguatezze o a soccorrerne le vittime è altrettanto insensata e colpevole, pur se inquadrata in una normativa.

Questo chiama in causa una successione di eventi e di scelte di cui i governi europei, non solo quello italiano, devono rendere conto. Va quindi ricordato che l’attuale disordine nel Canale di Sicilia non nasce dal nulla, ma discende da cause lontane e più recenti. Innanzitutto è figlio della destabilizzazione libica seguita all’abbattimento del regime di Gheddafi (voluto da Parigi e Londra e “accettato” da Roma) e che oggi alimenta ferocissime dispute tra raìs locali, portaordini di potenze straniere e governanti di carta; e soprattutto assicura campo libero alle bande che controllano e lucrano sulle rotte dei migranti.

Più immediatamente, questa anarchia mortifera è anche conseguenza della fine dell’operazione Mare Nostrum, dispiegata dall’Italia e di carattere sommariamente umanitario, sostituita dall’operazione Triton, voluta dall’Ue principalmente allo scopo di controllo delle frontiere (lasciato tuttavia anch’esso sulle spalle italiane). Le Ong sono dunque intervenute, nei modi che non a tutti aggradano, non solo per il forte aumento dei flussi migratori, ma per sostituirsi alle omissioni dei governi. E qualche volta può anche capitare che le Ong vogliano sostituirsi ai governi stessi, e questo, sì, è un problema.

7.8.2017, 08:002017-08-07 08:00:26
Roberto Antonini

Allo stadio con Maduro

Sta suscitando un dibattito dal tenore tipico dei derby la crisi venezuelana. La diatriba alimenta una serie infinita di articoli e di prese di posizione, con sulla “front line” una sinistra...

Sta suscitando un dibattito dal tenore tipico dei derby la crisi venezuelana. La diatriba alimenta una serie infinita di articoli e di prese di posizione, con sulla “front line” una sinistra dilaniata tra una componente ortodossa-conservatrice che si schermisce con le sue granitiche certezze dagli accenti complottistici e anti-americani, e una corrente dubbiosa, critica, che teme che certi accecamenti del passato si ripetano, mutatis mutandis, con l’America Latina.

Vittime, come in tutte le guerre, verbali e non, sono in primis le realtà fattuali che non possono essere inquadrate in una visione manichea, ideologicamente blindata. La complessità di un mondo multipolare dovrebbe portarci a privilegiare distinguo, sfumature, le tonalità grigie, più che vividi contrasti bianco-neri da guerra fredda.

Il chavismo, sorto alla fine degli anni 90, ha corretto con la sua Quinta Repubblica molte distorsioni e ingiustizie ereditate dai quattro decenni di governo di alternanza centro-sinistra/centro-destra e dai programmi di aggiustamento strutturale dettati dal Fondo monetario internazionale negli anni 90.

La politica bolivariana ha favorito le classi più povere riducendo le disparità sociali. Le modalità con le quali si è proceduto a questa positiva ridistribuzione della ricchezza sono tuttavia all’origine dell’attuale marasma economico: la rendita petrolifera è stata utilizzata in modo sconsiderato e clientelare, da un regime sempre più autoritario e militarizzato (1/3 dei ministri e governatori sono militari) a scapito della classe media e con la reazione, scontata, di un élite opulenta decisa a tutto pur di non perdere i propri privilegi.

La “maledizione petrolifera” ha poi fatto sì che il calo del prezzo del greggio mettesse il paese in ginocchio: Chavez e il suo epigono Maduro, che ne eredita gli errori, non hanno investito gli introiti petroliferi (95% delle esportazioni) nell’economia.

Dalle elezioni del 2015, l’opposizione (dagli estremisti di destra ai socialdemocratici fino ai dissidenti ex chavisti) è maggioritaria nel paese, e a giusto titolo denuncia il golpe istituzionale del presidente. Il voto per la Costituente (41% di partecipazione secondo il regime, clamorosamente smentito però dalla Smartmatic, la società di supporto tecnologico alla consultazione, che dimezza addirittura le cifre ufficiali) è stato off limits per osservatori indipendenti e giornalisti.

Tifo da stadio anche sul ruolo svolto dallo “zio Sam”: Washington, è indubbio, tende a svolgere un ruolo destabilizzante. Ma il fronte complottista è colto da amnesia sul capitolo dei rapporti economici proficui tra Stati Uniti e Venezuela, il cui petrolio viene raffinato in Texas e le cui azioni del settore dell’oro nero (quelle dell’ente statale petrolifero Pdvsa) sono in parte in mano alla “famigerata” Goldman Sachs.

Tradotto in termini ideologici, il caso Venezuela vede confrontati nella sinistra quanti ritengono che si possa rinunciare in parte ai principi dello stato liberale e alla libertà in nome della giustizia sociale e chi (compresi molti intellettuali latino-americani ed ex ministri di Chavez, come Oly Millan), memore dei passi falsi nella storia anche recente, considera che al giorno d’oggi le due componenti – libertà e giustizia – siano indissociabili. E che il rischio di derive autoritarie o dittatoriali in Venezuela sia purtroppo reale. Il siluramento da parte della Costituente della procuratrice generale Luisa Ortega (ex fedelissima di Chavez, oggi tra gli oppositori) sembra dar ragione a questi ultimi.

3.8.2017, 08:302017-08-03 08:30:01
Aldo Sofia

Il ‘reality show’ del presidente

Trasformato lo studio ovale in un nuovo set di ‘The Apprentice’ – il reality televisivo che negli Stati Uniti lo ha reso celebre, più della sua controversa carriera di tycoon –,...

Trasformato lo studio ovale in un nuovo set di ‘The Apprentice’ – il reality televisivo che negli Stati Uniti lo ha reso celebre, più della sua controversa carriera di tycoon –, Donald Trump continua con il suo famoso ‘You are fired’, sei licenziato, con cui liquidava i concorrenti da lui ritenuti incapaci. Per quanto scadente e per nulla piacevole o istruttivo, quello era un semplice gioco tv. Mentre nella stanza più celebre del potere americano (e mondiale?) gli ‘apprentices’ bruscamente congedati diventano la cartina di tornasole di un caos politico imprevedibile persino dai più pessimisti osservatori della scena statunitense e delle capacità di governo e leadership del quarantacinquesimo presidente. Non è un grande spettacolo, e preoccupa più che divertire.

Sono già sei i ministri o consiglieri già silurati dal ‘licenziatore seriale’ in una manciata di mesi. Che ora concentra i suoi attacchi e i suoi velenosi tweet su Jeff Sessions, ministro della Giustizia ritenuto un mollaccione se non un vero e proprio traditore, ma in realtà bersaglio dello spregio presidenziale perché troppo rispettoso, nella vicenda del Russiagate, della separazione dei poteri e dell'indipendenza della magistratura.

Tutta colpa di un establishment e di un’élite che non si rassegna alla perdita della Casa Bianca, continuano stucchevolmente a ripetere i supporter anche europei, e anche nostrani, di chi assegnava a ‘The Don’ la ‘lucida’ missione di distruggere il sistema affidandone l’incarico a chi quel sistema lo ha costruito e alimentato, corroborati da un gruppo di generali (mai stati così tanti in un’amministrazione americana) che in realtà hanno finora imposto la loro volontà al loro bizzarro e ondivago ‘commander in chief’.

Siccome così tante divise non bastavano, ecco l’arrivo come nuovo capo dello staff presidenziale di un altro alto ufficiale, quel John Kelly non proprio brillantissimo nella conduzione della guerra irachena, a cui il presidente più ‘indisciplinato’, capriccioso e incompetente della storia chiede ora di portare un po’ di ordine fra le rivalità e i rancori di questi ‘circo Barnum’. Ma la nomina di un uomo considerato serio e rigoroso andava pur compensata, nella logica del ‘reality show’ permanente, da quella di un colorito personaggio che qualcuno ha già definito come un incrocio fra “giullare di corte e sicario”: Anthony Scaramucci, un altro uomo proveniente da Wall Street, più noto per la sua minacciosa e volgare fedeltà a Trump, noto per aver massacrato sui social tutti quelli che il suo capo ha poi liquidato, e responsabile-lampo (è durato lo spazio di una decina di giorni, ndr) della comunicazione.

Così gira la giostra trumpiana. Che non ha ancora prodotto una legge decente, procede sempre e senza gran fortuna nell’ossessiva idea di distruggere quanto realizzato dal suo predecessore (dall’Obamacare alle leggi sul clima), altalenante nel condurre la “madre di tutte le battaglie” contro la mondializzazione, e che persino dopo la strombazzata e ritrovata amicizia con Putin vede l’ennesima giravolta di un Trump costretto ad accettare ulteriori sanzioni economiche contro la Russia, a cui potrebbe invece opporsi con un minimo di coerenza. Hai detto coerenza?