Analisi

Oggi, 08:402017-08-18 08:40:35
Erminio Ferrari @laRegione

L’agenda jihadista

Nell’agenda dei terroristi le priorità sono ben altre. Nel giorno in cui la stampa spagnola dava conto della decisione del Parlamento catalano di votare il 7 settembre la legge per lo svolgimento...

Nell’agenda dei terroristi le priorità sono ben altre. Nel giorno in cui la stampa spagnola dava conto della decisione del Parlamento catalano di votare il 7 settembre la legge per lo svolgimento del referendum indipendentista, un terrorista alla guida di un camion ha cercato la strage a Barcellona. Sulla Rambla, cioè una tappa obbligata di quel turismo internazionale nei cui confronti, in Catalogna, si erano moltiplicate le manifestazioni di insofferenza. Cosette, agli occhi di chi persegue uno squilibrato disegno di “riconquista” mondiale.

Uno scarto sincronico, ma soprattutto di concezione del mondo che la dice lunga sulla distanza abissale che separa il “nostro” mondo – con le sue “piccole” ambizioni, i suoi contrasti, le sue pretese – da quello vagheggiato dagli ideologi della guerra santa. Che cosa sono, agli occhi di chi si pretende inviato dal Cielo, una rivendicazione indipendentista, il fastidio per l’indifferente invasione di un turismo massificato?
La forza di questo terrorismo (il cui livello di organizzazione non va comunque enfatizzato) risiede, certo, in un contesto che genera esclusioni e alimenta risentimenti di cui si nutrono i “martiri” che rispondono alla chiamata. Ma in questo volgere della storia, il vantaggio insuperabile dei predicatori apocalittici è costituito dall’aver saputo fornire un orizzonte (folle ma ai loro occhi plausibile) alle migliaia di individui dall’identità smarrita.

In altre parole, finite nel sangue o nell’ignominia le grandi narrazioni occidentali del Novecento, l’Islam propagandato dall’Isis (prima ancora da al Qaida e tuttora nelle moschee in mano ai wahabiti inviati nel mondo dall’Arabia Saudita) è rimasto la sola ideologia universalista in vita. Capace di attrarre e motivare come un tempo riusciva solo al socialismo internazionalista.

Mettiamoci dunque la Spagna, dove accorse, ottant’anni orsono, un’internazionale resistente per difendere la Repubblica, e pensiamo (eventualmente, e lecitamente detestandoli) agli internazionalisti del jihad partiti per la Siria, per una ragione ai loro occhi non meno nobile, e forse capiremo l’epocale portata del ribaltamento in atto.
Un rovesciamento di prospettiva che costa fatica enorme, persino esistenziale, per essere compreso. Che impone di riconsiderare ciò che a lungo abbiamo ritenuto assodato, definitivo. E di misurare nella loro povertà le ambizioni particolari che nelle nostre società stanche hanno surrogato la venuta meno capacità di “veder lungo”. Diversamente, vinceranno “loro”.

14.8.2017, 09:002017-08-14 09:00:02
Aldo Sofia

E Trump sdoganò i suprematisti

«Guardati allo specchio e ricordati che sono stati i bianchi americani a regalarti la presidenza». È il rimprovero che David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, ha rivolto a Donald Trump...

«Guardati allo specchio e ricordati che sono stati i bianchi americani a regalarti la presidenza». È il rimprovero che David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, ha rivolto a Donald Trump. Colpevole di aver pronunciato sui gravi fatti di Charlottesville parole di condanna così tiepide, così scontate, così generiche da essere sommerso dalle critiche anche da parte degli ambienti repubblicani. Un presidente, il ‘Don’, che ha a lungo flirtato con la feccia razzista dei suprematisti bianchi, che nei suoi attacchi ossessivi al predecessore Obama non ha disdegnato i loro strampalati argomenti razzistico-religiosi (musulmano, figlio di un africano, non legittimato a guidare la nazione), e che alla Casa Bianca si è portato un esponente di questa impresentabile ‘alt-right’, Steve Bannon, l’‘anima nera’ che Trump ha tentato di imporre come suo principale collaboratore, e comunque rimasto ascoltato ‘consigliori’.

Sdoganare così sfacciatamente il peggio prodotto dalle paure e dall’odio di questa pur piccola parte del Paese comporta una precisa e pesante responsabilità politica. Le squadracce che hanno sfilato nella città della Virginia, definita “cuore dell’America jeffersoniana” (al presidente umanista Davis Jefferson si deve infatti la fondazione della locale università), e che protestavano contro il progetto di rimuovere la statua di un generale segregazionista, sono il prezzo che una nazione profondamente lacerata paga alla strategia di un presidente che per buona parte della sua campagna elettorale non ha affatto disdegnato gli insulti, le fandonie, le oscenità, il razzismo anche antisemita che impastavano i quotidiani attacchi di radio locali e siti web del tipo Breitbart News ispirato da Bannon l’amico e confidente del presidente.

Certo, l’America bianca non è questa, non va confusa e assimilata con gente che nei suoi cortei sfila anche con la bandiera nazista che non molti decenni fa i loro padri e nonni combatteremo sino a sacrificio della vita. Non è certo per un’aspirazione suprematista, per un’istinto razzista, per il sogno di ripristinare antichi ruoli e privilegi che nel novembre 2016 una parte consistente di bianchi americani ha votato Trump, bensì per la rivolta contro un capitalismo finanziario rapace da parte di una classe media sempre più impoverita e di una classe operaia pagata sempre meno. Trump, pur con tutte le contraddizioni e le menzogne più volte denunciate, è il prodotto delle crescenti ingiustizie e disuguaglianze sociali.

Tutto questo, però, sullo sfondo di un’America bianca che più o meno consciamente teme la progressiva perdita di peso nella società multietnica, sapendo che fra non molti anni anche in termini numerici essa sarà inevitabilmente minoranza demografica nel mosaico statunitense. Proprio per questo l’aver condiviso alcune delle idee e degli uomini vicini alle tesi di un suprematismo violento e fuori tempo è miscela esplosiva, è una grave macchia politica, che pesa come un macigno sul 45esimo presidente americano. Che non ne sembra affatto consapevole. Tanto che, per avere un giudizio netto e circostanziato di condanna dei neonazisti calati in Virginia s’è dovuto attendere un tweet riparatore della figlia Ivanka, la ‘first daughter’, che ha quantomeno avuto la saggezza di scrivere che “non c’è posto nella società per suprematisti bianchi e neonazisti”.

8.8.2017, 07:552017-08-08 07:55:00
Erminio Ferrari @laRegione

Alla deriva nel Mediterraneo

Torbide acque del Mediterraneo. Non bastassero le migliaia di morti di cui sono state la tomba, oggi (e da mesi) sono lo scenario di manovre opache, velleitarie, talora inconfessabili,...

Torbide acque del Mediterraneo. Non bastassero le migliaia di morti di cui sono state la tomba, oggi (e da mesi) sono lo scenario di manovre opache, velleitarie, talora inconfessabili, delle quali i migranti non sono altro che la posta. Tanto più elevata quanto più disputata. La loro stessa esistenza genera commerci, esaspera conflitti, svela codardie statali e appunta medaglie di latta sui petti di eroi di maniera. Ultimi a entrare in scena i sovranisti di Defend Europa, la cui nave C-Star impiega una ciurma di mercenari e ultrà dell’estrema destra.

È stato il recente sequestro della nave Iuventa, dell’Ong tedesca Jugend Rettet, a dare origine a polemiche artificiosamente ingigantite, e tuttavia meschine al cospetto del dramma e del fenomeno epocale che si stanno producendo tra l’Africa subsahariana e gli approdi dell’Italia meridionale (e che sarebbe ben miope considerare circoscritti al Canale di Sicilia).

In questo senso, la supposta (o provata?) connivenza tra l’equipaggio della Iuventa che imbarcava i migranti consegnati loro direttamente dagli scafisti, per poi sbarcarli nel primo porto italiano disponibile, pone certamente un problema giuridico, che tuttavia rischia di distrarre dalla questione generale: accogliere o no chi lascia il proprio Paese per tentare la fortuna altrove?

Limitandoci ai fatti, bisognerà intanto dire che – si accordi o no agli eroici furori di Jugend Rettet – la prassi della Iuventa e delle altre Ong che agiscono in modo analogo è oggettivamente un favore reso agli scafisti: evita loro fastidi con le marine militari e consente di recuperare gommoni e motori, che altrimenti verrebbero affondati. Nello stesso tempo, la pretesa che una Ong – soggetto di diritto privato – sia esente dal rispetto delle legge di uno Stato è perlomeno naif. O arrogante: basti leggere i commenti della stampa di sinistra tedesca sul governo “fascista” di Roma. Sia chiaro: la legge è fatta per l’uomo, non viceversa; se dunque con coscienza e per motivi che si ritiene superiori la si viola, lo si faccia – e talvolta è un merito –, ma se ne assumano le conseguenze.

Specularmente, la pretesa di uno Stato (o di un insieme di Stati, come in questo caso) che nessuno intervenga a sopperire alle sue inadeguatezze o a soccorrerne le vittime è altrettanto insensata e colpevole, pur se inquadrata in una normativa.

Questo chiama in causa una successione di eventi e di scelte di cui i governi europei, non solo quello italiano, devono rendere conto. Va quindi ricordato che l’attuale disordine nel Canale di Sicilia non nasce dal nulla, ma discende da cause lontane e più recenti. Innanzitutto è figlio della destabilizzazione libica seguita all’abbattimento del regime di Gheddafi (voluto da Parigi e Londra e “accettato” da Roma) e che oggi alimenta ferocissime dispute tra raìs locali, portaordini di potenze straniere e governanti di carta; e soprattutto assicura campo libero alle bande che controllano e lucrano sulle rotte dei migranti.

Più immediatamente, questa anarchia mortifera è anche conseguenza della fine dell’operazione Mare Nostrum, dispiegata dall’Italia e di carattere sommariamente umanitario, sostituita dall’operazione Triton, voluta dall’Ue principalmente allo scopo di controllo delle frontiere (lasciato tuttavia anch’esso sulle spalle italiane). Le Ong sono dunque intervenute, nei modi che non a tutti aggradano, non solo per il forte aumento dei flussi migratori, ma per sostituirsi alle omissioni dei governi. E qualche volta può anche capitare che le Ong vogliano sostituirsi ai governi stessi, e questo, sì, è un problema.

7.8.2017, 08:002017-08-07 08:00:26
Roberto Antonini

Allo stadio con Maduro

Sta suscitando un dibattito dal tenore tipico dei derby la crisi venezuelana. La diatriba alimenta una serie infinita di articoli e di prese di posizione, con sulla “front line” una sinistra...

Sta suscitando un dibattito dal tenore tipico dei derby la crisi venezuelana. La diatriba alimenta una serie infinita di articoli e di prese di posizione, con sulla “front line” una sinistra dilaniata tra una componente ortodossa-conservatrice che si schermisce con le sue granitiche certezze dagli accenti complottistici e anti-americani, e una corrente dubbiosa, critica, che teme che certi accecamenti del passato si ripetano, mutatis mutandis, con l’America Latina.

Vittime, come in tutte le guerre, verbali e non, sono in primis le realtà fattuali che non possono essere inquadrate in una visione manichea, ideologicamente blindata. La complessità di un mondo multipolare dovrebbe portarci a privilegiare distinguo, sfumature, le tonalità grigie, più che vividi contrasti bianco-neri da guerra fredda.

Il chavismo, sorto alla fine degli anni 90, ha corretto con la sua Quinta Repubblica molte distorsioni e ingiustizie ereditate dai quattro decenni di governo di alternanza centro-sinistra/centro-destra e dai programmi di aggiustamento strutturale dettati dal Fondo monetario internazionale negli anni 90.

La politica bolivariana ha favorito le classi più povere riducendo le disparità sociali. Le modalità con le quali si è proceduto a questa positiva ridistribuzione della ricchezza sono tuttavia all’origine dell’attuale marasma economico: la rendita petrolifera è stata utilizzata in modo sconsiderato e clientelare, da un regime sempre più autoritario e militarizzato (1/3 dei ministri e governatori sono militari) a scapito della classe media e con la reazione, scontata, di un élite opulenta decisa a tutto pur di non perdere i propri privilegi.

La “maledizione petrolifera” ha poi fatto sì che il calo del prezzo del greggio mettesse il paese in ginocchio: Chavez e il suo epigono Maduro, che ne eredita gli errori, non hanno investito gli introiti petroliferi (95% delle esportazioni) nell’economia.

Dalle elezioni del 2015, l’opposizione (dagli estremisti di destra ai socialdemocratici fino ai dissidenti ex chavisti) è maggioritaria nel paese, e a giusto titolo denuncia il golpe istituzionale del presidente. Il voto per la Costituente (41% di partecipazione secondo il regime, clamorosamente smentito però dalla Smartmatic, la società di supporto tecnologico alla consultazione, che dimezza addirittura le cifre ufficiali) è stato off limits per osservatori indipendenti e giornalisti.

Tifo da stadio anche sul ruolo svolto dallo “zio Sam”: Washington, è indubbio, tende a svolgere un ruolo destabilizzante. Ma il fronte complottista è colto da amnesia sul capitolo dei rapporti economici proficui tra Stati Uniti e Venezuela, il cui petrolio viene raffinato in Texas e le cui azioni del settore dell’oro nero (quelle dell’ente statale petrolifero Pdvsa) sono in parte in mano alla “famigerata” Goldman Sachs.

Tradotto in termini ideologici, il caso Venezuela vede confrontati nella sinistra quanti ritengono che si possa rinunciare in parte ai principi dello stato liberale e alla libertà in nome della giustizia sociale e chi (compresi molti intellettuali latino-americani ed ex ministri di Chavez, come Oly Millan), memore dei passi falsi nella storia anche recente, considera che al giorno d’oggi le due componenti – libertà e giustizia – siano indissociabili. E che il rischio di derive autoritarie o dittatoriali in Venezuela sia purtroppo reale. Il siluramento da parte della Costituente della procuratrice generale Luisa Ortega (ex fedelissima di Chavez, oggi tra gli oppositori) sembra dar ragione a questi ultimi.

3.8.2017, 08:302017-08-03 08:30:01
Aldo Sofia

Il ‘reality show’ del presidente

Trasformato lo studio ovale in un nuovo set di ‘The Apprentice’ – il reality televisivo che negli Stati Uniti lo ha reso celebre, più della sua controversa carriera di tycoon –,...

Trasformato lo studio ovale in un nuovo set di ‘The Apprentice’ – il reality televisivo che negli Stati Uniti lo ha reso celebre, più della sua controversa carriera di tycoon –, Donald Trump continua con il suo famoso ‘You are fired’, sei licenziato, con cui liquidava i concorrenti da lui ritenuti incapaci. Per quanto scadente e per nulla piacevole o istruttivo, quello era un semplice gioco tv. Mentre nella stanza più celebre del potere americano (e mondiale?) gli ‘apprentices’ bruscamente congedati diventano la cartina di tornasole di un caos politico imprevedibile persino dai più pessimisti osservatori della scena statunitense e delle capacità di governo e leadership del quarantacinquesimo presidente. Non è un grande spettacolo, e preoccupa più che divertire.

Sono già sei i ministri o consiglieri già silurati dal ‘licenziatore seriale’ in una manciata di mesi. Che ora concentra i suoi attacchi e i suoi velenosi tweet su Jeff Sessions, ministro della Giustizia ritenuto un mollaccione se non un vero e proprio traditore, ma in realtà bersaglio dello spregio presidenziale perché troppo rispettoso, nella vicenda del Russiagate, della separazione dei poteri e dell'indipendenza della magistratura.

Tutta colpa di un establishment e di un’élite che non si rassegna alla perdita della Casa Bianca, continuano stucchevolmente a ripetere i supporter anche europei, e anche nostrani, di chi assegnava a ‘The Don’ la ‘lucida’ missione di distruggere il sistema affidandone l’incarico a chi quel sistema lo ha costruito e alimentato, corroborati da un gruppo di generali (mai stati così tanti in un’amministrazione americana) che in realtà hanno finora imposto la loro volontà al loro bizzarro e ondivago ‘commander in chief’.

Siccome così tante divise non bastavano, ecco l’arrivo come nuovo capo dello staff presidenziale di un altro alto ufficiale, quel John Kelly non proprio brillantissimo nella conduzione della guerra irachena, a cui il presidente più ‘indisciplinato’, capriccioso e incompetente della storia chiede ora di portare un po’ di ordine fra le rivalità e i rancori di questi ‘circo Barnum’. Ma la nomina di un uomo considerato serio e rigoroso andava pur compensata, nella logica del ‘reality show’ permanente, da quella di un colorito personaggio che qualcuno ha già definito come un incrocio fra “giullare di corte e sicario”: Anthony Scaramucci, un altro uomo proveniente da Wall Street, più noto per la sua minacciosa e volgare fedeltà a Trump, noto per aver massacrato sui social tutti quelli che il suo capo ha poi liquidato, e responsabile-lampo (è durato lo spazio di una decina di giorni, ndr) della comunicazione.

Così gira la giostra trumpiana. Che non ha ancora prodotto una legge decente, procede sempre e senza gran fortuna nell’ossessiva idea di distruggere quanto realizzato dal suo predecessore (dall’Obamacare alle leggi sul clima), altalenante nel condurre la “madre di tutte le battaglie” contro la mondializzazione, e che persino dopo la strombazzata e ritrovata amicizia con Putin vede l’ennesima giravolta di un Trump costretto ad accettare ulteriori sanzioni economiche contro la Russia, a cui potrebbe invece opporsi con un minimo di coerenza. Hai detto coerenza?

24.7.2017, 08:152017-07-24 08:15:00
Roberto Antonini

Israele, la deriva e la violenza

L’ennesima escalation di un conflitto che accompagna la storia stessa dello Stato di Israele: diversi giorni fa la decisione del governo Netanyahu di installare dei metal detector per...

L’ennesima escalation di un conflitto che accompagna la storia stessa dello Stato di Israele: diversi giorni fa la decisione del governo Netanyahu di installare dei metal detector per accedere alla moschea Al-Aqsa, sulla spianata delle moschee (area contesa che nella tradizione religiosa ebraica corrisponde al Monte del Tempio, ma che è internazionalmente riconosciuta come appartenente ai palestinesi), ha innescato un’inquietante spirale di violenza e di repressione.

Non è ovviamente la prima volta che la tensione tra israeliani e palestinesi esplode con la sua lunga scia di morti e feriti. Ma se la prima Intifada del 1987 sfociò una manciata di anni più tardi negli storici accordi di Oslo, questa rischia solo di spazzar via le ultime residue speranze di un dialogo possibile. Anche perché con il passare degli anni, e in assenza di un contesto internazionale di contrappesi diplomatici, il governo di Tel Aviv si è spostato su posizioni viepiù oltranziste, mentre sul fronte palestinese è venuta a mancare una leadership credibile, capace di imporsi sulla scena regionale, dove la solidarietà araba appare sempre di più per quello che in fondo è sempre stata: un simulacro dove si annidano ipocrisie, rivalità, odi.

La ricorrenza della guerra dei sei giorni, che sancì, 50 anni fa, l’emancipazione dello Stato di Israele, è stata lo scorso mese occasione di celebrazioni e riflessioni: la vittoria del Davide ebraico contro il Golia arabo fu un avvenimento storico di grande portata. Segnò anche il momento in cui il piccolo Stato, democratico in un contesto di regimi autocratici, si guadagnò ammirazione e stima in Occidente.

Mezzo secolo più tardi, Israele fornisce di sé un’immagine ribaltata: un paese guidato dalla forza, non dalla morale che, nelle parole del grande storico del fascismo Zeev Sternhell, ha quale reale obiettivo la conquista pura e semplice delle terre che il mancato rispetto della legge internazionale (le risoluzioni Onu 242 e 338, che potremmo riassumere nella formula “pace in cambio di territori”) e l’afflusso continuo di coloni (350mila circa) stanno trasformando in territori ebraici.

Il nodo gordiano della questione israelo-palestinese, si è detto per anni, è che sono in lotta due diritti. Entrambi legittimi. Un’affermazione che rimane ancor oggi vera.

Eppure non si può non notare quanto i rapporti di forza siano oggi totalmente sbilanciati. Una situazione sulla quale Benjamin Netanyahu ha costruito una politica che anche gli israeliani moderati e molti ebrei della diaspora considerano oltranzista e bellicista. Nella sua offensiva politica col pugno di ferro il premier ha stilato una lista di nemici: dall’Unione europea fino al miliardario ungherese George Soros, ebreo sopravvissuto all’Olocausto, denunciato dallo stesso Netanyahu durante il suo recente incontro con il controverso presidente magiaro Victor Orban. L’imperdonabile colpa di Soros? Quella di sostenere i movimenti pacifisti israeliani e di opporsi alle derive autoritarie sia in Israele sia in Ungheria.

Insomma, lo Stato ebraico formato Benjamin Netanyahu è agli antipodi del paese che si difese coraggiosamente cinquant’anni fa: il tentativo in atto da un paio di anni di modificare la legge per fare di Israele lo ‘Stato degli ebrei’ (relegando gli arabi israeliani a cittadini di seconda categoria) è la conferma di una deriva politica e ideologica che fa da sfondo alle violenze di questi giorni a Gerusalemme Est e in altre città della Cisgiordania.

14.7.2017, 08:302017-07-14 08:30:00
Erminio Ferrari @laRegione

Le scorie del Russiagate

La fretta dei due congressmen democratici che hanno chiesto di avviare la procedura di impeachment per Donald Trump è in definitiva proporzionale al tasso di futilità, mediatica e politica, che...

La fretta dei due congressmen democratici che hanno chiesto di avviare la procedura di impeachment per Donald Trump è in definitiva proporzionale al tasso di futilità, mediatica e politica, che si va accumulando attorno al cosiddetto Russiagate.
Che uno spregiudicato affarista con solidi interessi economici in Russia abbia cercato in ogni modo di estendere il proprio business anche laggiù, lisciando il pelo – e verosimilmente gonfiando il portafogli – di oligarchi e uomini del governo, è perfettamente coerente con il culto del successo professato negli Usa e altrove. Che, specularmente (e facendo valere la reciprocità degli interessi), il potere russo abbia scommesso su di lui una volta conosciute le sue ambizioni presidenziali, si accorda alla discutibile ratio delle relazioni internazionali. E non fa comunque rimpiangere i tempi in cui Washington e Mosca imponevano manu militari i “propri” candidati nelle capitali di rispettiva influenza.

Ma è ben probabile che una esageratamente libera interpretazione di questa già cinica dinamica abbia “preso la mano” agli attori di questa vicenda. Ai Trump, in particolare. Che infatti più di tutti rischiano di uscire con le ossa rotte dalla vicenda. Più senz’altro di quel Cremlino che ha già ottenuto ciò che voleva, il proprio favorito alla Casa Bianca e la sua doppia vulnerabilità: quella domestica, rappresentata dalla sempre più incombente accusa di tradimento; e quella che discende dalla sua ricattabilità da parte di chi indebitamente lo ha sostenuto.

Cosicché, anche in questa circostanza si conferma l’inadeguatezza di quell’uomo al ruolo che riveste. Scoop su scoop (fake news sul fake news, nella sua interpretazione opposta), seppure il reato di tradimento non venga ancora dimostrato al di là di ogni dubbio, a confermarsi sono l’indole e la pratica bugiarde e fuorilegge del presidente e dei suoi accoliti, familiari o stipendiati. Ultimo il figlio che – consigliato nientemeno che dall’illuminato Julian Assange – ha reso nota la corrispondenza elettronica con la legale moscovita che gli offriva rivelazioni devastanti, di origine governativa russa, contro Hillary Clinton. “In nome della trasparenza”, ha sostenuto. Balla finale che si aggiunge a tutte quelle con le quali avevano negato, lui e il babbo, ogni contatto con funzionari russi. Questo è.

E basterà forse ad anticipare l’uscita di scena del bullo che ha preso dimora alla Casa Bianca? È improbabile. L’artiglieria mediatica che bombarda da mesi il quartier generale è stata troppo a lungo al suo servizio per essere definitivamente credibile. Il partito democratico a sua volta troppo compromesso per non tradire la strumentalità della propria crociata anti-Trump. E quello repubblicano che, accecato dall’ideologia, aveva accettato di farsi rappresentare da un simile figuro pur di cancellare ogni eredità di Obama, non ha tempo né un’alternativa su cui investire.
Lo scenario è dunque quello di un inesauribile stillicidio di rivelazioni e passi falsi che azzopperanno un’anatra già malridotta, il cui passo sghembo non finirà di far danni ancora a lungo.

11.7.2017, 07:452017-07-11 07:45:00
Erminio Ferrari @laRegione

Non tutto finisce a Mosul

Basterebbero le fotografie aeree di ciò che resta di Mosul per chiederci che cosa abbia inteso dire il premier iracheno Abadi annunciandone la “liberazione”. Va da sé che ogni sconfitta dello...

Basterebbero le fotografie aeree di ciò che resta di Mosul per chiederci che cosa abbia inteso dire il premier iracheno Abadi annunciandone la “liberazione”. Va da sé che ogni sconfitta dello Stato Islamico (che proprio in quella città ebbe la sfrontatezza di autoproclamarsi Califfato) è un buona notizia, ma non abbastanza per essere considerata risolutiva del conflitto in corso in quelle terre, e meno ancora per accogliere come definitiva la narrazione dei fatti diffusa dai vincitori.

A un livello “locale”, la cacciata dell’Isis da Mosul può certamente essere vissuta come una liberazione dagli abitanti rimasti tanto a lungo ostaggi delle vessazioni dello Stato Islamico e dei virulenti combattimenti sostenuti per sconfiggerlo. Mentre per il governo iracheno si tratta di una necessaria affermazione militare e politica. Che tuttavia i “liberati” vogliano o possano attendersi considerazione e trattamento degno da parte dei “liberatori” è almeno dubbio; nella stessa misura in cui non si può parlare di vittoria irachena a Mosul senza considerare il ruolo delle potenze esterne che vi hanno concorso.

Non è un caso cioè che l’Isis sia nato in Iraq. Se sul piano ideologico lo si può definire una filiazione di al Qaida, sul piano dell’organizzazione e del radicamento territoriale, l’Isis è figlio della rivolta sunnita generata, alla caduta del regime di Saddam Hussein, dal radicale sovvertimento del sistema che (complice la stolta politica degli uomini di Bush) ha consegnato il potere in mano sciita. Forzando la semplificazione: all’Iran.

Niente di quello scenario è sufficientemente cambiato per ritenere che il risentimento sunnita sia rientrato; se non per la comparsa dell’Isis (le cui prime vittime sono state le stesse popolazioni sunnite, vessate innanzitutto da quei foreign fighters ubriachi di ideologia) e il tentativo delle coraggiose forze curde di volgere a vantaggio della propria causa la destabilizzazione nell’area.

E per le stesse ragioni la partita per Mosul è esemplare della dimensione sovraregionale del disastro siroiracheno. Se al ruolo dei peshmerga curdi e dell’Iran si è già accennato (non di sicuro limitato a Mosul) basterebbe scorrere il lunghissimo elenco dei Paesi presenti direttamente o indirettamente sul fronte e nei cieli della battaglia per averne un’eloquente conferma. Il problema, dunque, è che la sconfitta dell’Isis è solo la condizione per dare corso a obiettivi strategici ben divergenti, se non opposti e conflittuali. All’origine di un successivo conflitto non meno devastante.

L’altra questione è il destino dell’Isis e come questo si rifletterà sui territori che controllava o ancora controlla, ma anche sui “fronti” che i suoi strateghi hanno aperto fino in Europa. La sua sconfitta militare non è ancora una sconfessione ideologica o di credibilità tale da far cedere le armi alle migliaia di militanti dispersi, o da far ricredere l’estesissima “zona grigia” che gli fa da retroterra nel Levante e in certe aree d’Europa.

Inoltre, secondo non pochi analisti, la disfatta militare accentuerà da un lato un’attività di terrorismo pulviscolare un po’ ovunque; e soprattutto favorirà la restituzione ad al Qaida del primato ideologico e operativo all’interno dell’universo jihadista. In altri termini: la sconfitta del Califfato confermerebbe le ragioni dell’organizzazione fondata a Bin Laden, che non considerava affatto l’opportunità di insediarsi come potere statuale, privilegiando al cuore della propria strategia la guerra all’Occidente e ai suoi sodali. Gli sconfitti di Mosul, li rivedremo cioè presto altrove. Quanto ai vincitori, abbiamo già visto di che cosa sono (in)capaci.

10.7.2017, 08:352017-07-10 08:35:11
Roberto Antonini

Dal G20 al G19

Storico il summit di Amburgo lo è a diversi titoli. Per la prima volta i paesi più influenti del pianeta escono dalla retorica del consenso e ammettono nel comunicato finale le loro divergenze. Riguardano...

Storico il summit di Amburgo lo è a diversi titoli.
Per la prima volta i paesi più influenti del pianeta escono dalla retorica del consenso e ammettono nel comunicato finale le loro divergenze. Riguardano essenzialmente la posizione americana in materia ambientale. Che per 19 paesi su 20 l’accordo sul clima sia da considerarsi irreversibile è fatto di straordinaria importanza. Il 19 a 1 può dunque essere visto come una pietra miliare nella battaglia contro il disastro ambientale globale. Merito in particolare della leadership tedesca e ora anche francese. Nonché degli sforzi innegabili, ancorché del tutto insufficienti, che la Cina, leader mondiale nel campo dell’energia solare, sta producendo.

Che gli Stati Uniti d’America, primo paese per inquinamento pro capite al mondo, ribadiscano in un arroccamento di cieco egoismo che il futuro del pianeta e del bene comune sia secondario rispetto alla logica del business, non può tuttavia che essere visto come un pericoloso passo indietro. La politica di Trump, condizionata dalle lobby delle energie fossili, affossa le aperture ambientaliste importanti promosse dal suo predecessore Barack Obama: che l’attuale inquilino della Casa Bianca voglia piantare quattro chiodi sulla bara dell’ecologia lo suggella la decisione annunciata due giorni fa da Washington, e passata un po’ inosservata, di ridurre di un terzo il budget dell’Epa, l’agenzia responsabile di tutta la politica ambientale americana. “Mai il nostro mondo è apparso tanto diviso, mai il bene comune è stato tanto minacciato” ha tuonato Emmanuel Macron. I segnali giunti da Amburgo sembrano indicare che il presidente francese abbia colto l’occasione dell’isolamento americano sulla scena internazionale, per tentare la carta della leadership franco-tedesca: una mossa per far rinascere l’asse Parigi-Berlino con una cancelliera che esterna, in un contesto di disordine mondiale, una forte leadership. Il summit conclusosi ieri segna dunque un’ulteriore tappa dell’isolamento statunitense: “loro non vedono il mondo come una cooperazione internazionale basata sul diritto comune, ma come un’arena dove si combatte e vince il più forte” ha sintetizzato il capo della diplomazia tedesca Sigmar Gabriel. Il divorzio con gli Usa al quale stiamo assistendo non è unicamente di natura politica: Donald Trump con il suo agire grezzo e unilaterale è l’incarnazione del declino ideologico della superpotenza: i suoi modi erratici, le sue tracimazioni verbali e i grotteschi eccessi comportamentali stanno riducendo quella che era una leadership mondiale ad uno spettacolo di vaudeville. Sintomatica al riguardo la reazione di uno dei maggiori scienziati e climatologi americani, Ben Santer, che in un fondo pubblicato ieri dal ‘Washington Post’ lancia un appello affinché il paese non lasci vincere “l’ignoranza del presidente Trump”. Per anni, nel dopo guerra fredda, si è discusso attorno al concetto di “America, potenza indispensabile”. Con l’attuale presidenza si teme che gli Usa assumano unicamente il ruolo di potenza dannosa. In fondo, nel suo celebre saggio “Ascesa e declino delle grandi potenze” lo storico Paul Kennedy aveva già previsto l’imminenza della fine dell’egemonia del suo paese. È come se il vertice di Amburgo avesse definitivamente chiuso quel “secolo americano” che la fine del bipolarismo aveva prolungato nel XXI secolo.

7.7.2017, 08:352017-07-07 08:35:07
Erminio Ferrari @laRegione

G Venti meno uno

Non soltanto per insofferenza nei confronti della ritualità degli incontri internazionali Donald Trump affronterà con qualche aggressivo imbarazzo il G20 che si apre oggi ad Amburgo. Il presidente...

Non soltanto per insofferenza nei confronti della ritualità degli incontri internazionali Donald Trump affronterà con qualche aggressivo imbarazzo il G20 che si apre oggi ad Amburgo. Il presidente statunitense vi giunge più debole di quanto voglia dare a vedere, accolto da un contesto in cui sospetto e disistima nei suoi confronti non vengono più mascherati. In questo senso, un’ennesima e pur stucchevole kermesse di “grandi” (seppure questa ben più rappresentativa dello stato del mondo, dell’inutile e sorpassato G7) potrebbe favorire sviluppi politicamente più che interessanti.

A partire, va da sé, dall’incontro fra Trump e Putin, che cade – per ammissione reciproca – nel momento in cui le relazioni tra Usa e Russia hanno toccato il livello più critico da anni. I sei mesi di presidenza Trump non solo non hanno allentato le tensioni dell’epoca Obama, ma – rivelando l’infondatezza della professata vicendevole ammirazione tra Putin e Trump – hanno contribuito ad approfondire il sospetto reciproco e ad aggravare il contrasto strategico tra le due potenze. Con sulle spalle il macigno del Russiagate, per Trump non sarà facile vantare di avere trovato con l’omologo russo “una chimica straordinaria” (formula che ha particolarmente cara, già spesa, e si vede con quale esito, con Xi Jinping). Né potrà permettersi atteggiamenti da bullo con il judoka del Cremlino, in difficoltà non minori quanto alla politica interna, ma ben più attrezzato nell’esercizio del dominio.

Quel Putin che arriva ad Amburgo, reduce da un incontro con il presidente cinese, servito a concordare un più stretto coordinamento delle reciproche politiche estere: non ancora la formalizzazione di un asse Russia-Cina, ma l’indicazione precisa di un orientamento strategico nel quale Washington non trova posto se non come competitor (non ancora nemico ma quasi). Se infatti il fronte delle guerre per procura, o “a bassa intensità” tra Mosca e Washington va dal Mar Baltico alla sterminata trincea siro-irachena, il confronto con Pechino ha per teatro mezzo mondo: dal controllo delle rotte del Pacifico occidentale allo sfruttamento delle risorse di Sudamerica e Africa, dove la Cina è penetrata come un coltello nel burro. Conquistando la deferenza dei governi (anche i più impresentabili) allettati da una quantità di soldi mai vista, e lasciando a Washington il controllo di basi militari che non servono ad altro che ad attrarre risentimenti locali e odio ideologico.
Infine, seppure costretti nel ruolo di pesci piccoli, Trump incontrerà ad Amburgo la diffidenza degli europei, quegli interlocutori di cui più volentieri si è fatto alternativamente beffe o ha blandito con suprema ipocrisia. A partire da Angela Merkel, padrona di casa, alla quale lo oppongono stile, progetti e caratura politica. La cancelliera e i suoi pari europei (l’interessata, calorosa accoglienza a Varsavia non fa testo) non tollerano la disinvoltura di un presidente che denuncia con un’alzata di spalle gli accordi sottoscritti dal proprio Paese, e diffidano di un uomo le cui pulsioni – per limitarci a quelle comunicative – non rispettano gli standard, anche di decoro, della presidenza Usa come hanno constatato molti imbarazzati senatori del suo stesso partito.

L’idea di vedere contraffatti via twitter i contenuti di colloqui “riservati”, e sbertucciati gli interlocutori di turno, non fa che alimentare la diffidenza e la sfiducia degli europei nei confronti di Trump. Il quale non ha forse ancora capito che un presidente temuto può forse vantare una certa forza; mentre uno disprezzato deve semmai temere la forza altrui.

3.7.2017, 08:302017-07-03 08:30:00
Aldo Sofia

Se gli ‘umanitari’ sono il problema

È lunga la catena di cause, responsabilità e temporanei esiti della questione profughi, tornata ad essere ‘emergenziale’ con più di quindicimila sbarchi sulle coste italiane in...

È lunga la catena di cause, responsabilità e temporanei esiti della questione profughi, tornata ad essere ‘emergenziale’ con più di quindicimila sbarchi sulle coste italiane in meno di una settimana.

Emergenza umanitaria. Ma anche politica ed europea. Di quella parte di Europa che davvero si illude di aver superato la cosiddetta minaccia populista se non trova, come finora non ha trovato, una politica condivisa su come affrontare e governare il massiccio afflusso di migranti sulla sua frontiera meridionale.

Non basta certo la vittoria elettorale di un Macron europeista per decretare la fine dell’eurofobia; neppure basterà quella di una Merkel che non molti mesi fa sembrava doversi schiantare sotto il peso di quasi un milione di profughi lasciati entrare in Germania; e nemmeno la ipotetica rimessa in moto della locomotiva franco-tedesca sarà sufficiente a trascinare l’Ue fuori dalla palude della sua lunga crisi se, insieme al già problematico rilancio economico e sociale, non si dovesse disincagliare il vascello europeo dal dramma dei migranti.

Che non è tanto, o soprattutto, una questione di numeri. Prendiamo l’esempio più vicino e “caldo” e attuale, quello italiano. Di recente l’Istat, il più autorevole istituto statistico della Penisola, ha certificato che la popolazione straniera nella Repubblica è sostanzialmente stabile dal 2014; mentre c’è chi ha potuto autorevolmente sostenere che, cifre alla mano, quando si parla di ‘invasione e sostituzione etnica’, si parla in realtà di uno 0,03 per cento all’anno. Il problema è dunque un altro. Meglio: i problemi sono altri. E insieme contribuiscono a diffondere – complice una propaganda senza scrupoli – una percezione di inquietudine in vasti settori di opinione pubblica, che al fenomeno migratorio attribuisce ormai la responsabilità di molta parte dei propri problemi. Alla paura non è quindi facile o utile rispondere con cifre, dati di fatto e pragmatici ragionamenti. Né le origini del fenomeno (guerre, dittature, fame), né i valori fondanti della democrazia occidentale (come in passato fu per i fuggiaschi da paesi ex sovietizzati che oggi sono i primi ad alzare nuovi muri), né le prediche dei demografi (il vecchio continente bisognoso di forze nuove), e nemmeno alcune responsabilità storiche dell’Occidente (dal colonialismo alle recenti ‘guerre sbagliate’) riescono a fare da calmiere là dove è in gioco anche un’altra percezione ampiamente alimentata ad arte: il pericolo della nostra rovinosa disintegrazione identitaria.

Presa in questa tenaglia, l’Europa paga inoltre tutta la sua debolezza politica. Deve sborsare miliardi e scendere a patti col liberticida Erdogan affinché si tenga in Turchia milioni di profughi della macelleria siriana; si pente di aver provocato l’eliminazione anche fisica di un dittatore come Gheddafi; in Libia scommette sul governo di Tripoli in contrapposizione a quello di Tobruk mentre le coste da cui partono barconi e disperati sono formalmente sotto il ‘controllo’ del suo alleato Fayez al Serraj; fantastica di inviare truppe al confine fra Niger e Libia per bloccare i flussi subsahariani; e nemmeno riesce a trovare l’accordo per il ricollocamento negli altri 25 paesi di 120’000 richiedenti l’asilo sbarcati in Italia e Grecia (una media di cinquemila profughi a nazione). E intanto fa credere che oggi il vero grande unico problema sia quello delle… organizzazioni umanitarie.

26.6.2017, 08:302017-06-26 08:30:27
Roberto Antonini

No all'espulsione della famiglia siriana: “Una crepa nell’indifferenza”

Ci sono voluti i ragazzi della classe IV C del Liceo di Lugano 1 per increspare le acque dell’indifferenza. In un sabato sudaticcio...

Ci sono voluti i ragazzi della classe IV C del Liceo di Lugano 1 per increspare le acque dell’indifferenza. In un sabato sudaticcio d’inizio estate, in piena cerimonia di consegna dei diplomi al Palazzo dei Congressi, nella fanfara di discorsi di rito, di assegnazione di premi, di canapè e bicchieri di prosecco, hanno incuneato una raccolta di firme e una lettera indirizzata al presidente del Consiglio di Stato Manuele Bertoli.
Quattro pagine fitte fitte, corredate da una solida documentazione, per chiedere all’esecutivo cantonale di intervenire a favore dei Gemmo, una famiglia di richiedenti asilo curdo-siriani  (vedi articolo pubblicato ieri).

La sentenza del Tribunale amministrativo federale che conferma la decisione della Segreteria di Stato della migrazione (Sem) non lascia loro in pratica alcuna speranza di rimanere nel Centro Barzaghi gestito dalla Croce Rossa a Paradiso.
Dopo un anno in Ticino, due ragazzi ora maggiorenni si sono visti intimare l’ordine di lasciare il nostro territorio e di partire alla volta della Grecia (dove al loro arrivo dalla Turchia ai sette membri della famiglia sono state prese le impronte digitali decretando in tal modo – in base alle direttive di Dublino – che è lì che devono attendere l’espletazione della domanda di asilo), mentre per i tre fratelli minorenni e i due genitori il decreto di espulsione è provvisoriamente sospeso.

Rapporti di Amnesty International e del Greek Council for Refugees avvalorano la tesi dei liceali: le condizioni di accoglienza dei profughi in Grecia, paese colpito da una profonda crisi economica, non sono conformi al diritto e alla dignità delle persone.
In una lettera accompagnatoria inviata anche alla Commissione delle petizioni del Gran Consiglio (per tentare di ostacolare ulteriormente l’allontanamento) sottoscritta da alcune personalità ticinesi, si sostiene che la richiesta di revoca dell’espulsione formulata dalla IV C di Lugano, trova fondamento giuridico nella Costituzione federale (articoli 12 e 25 capoverso 3) in quanto i giovani espulsi rischiano di essere sottoposti a un trattamento disumano.

Dal profilo giuridico l’ultima parola spetta alla Segreteria della migrazione e non al Consiglio di Stato; l’obiettivo a brevissimo termine è dunque sospensivo.
Quello dei Gemmo è un dramma umano fra i tanti (per loro quattro anni di peregrinazione fuori dal loro paese nella speranza di trovare un po’ di stabilità e sicurezza, un padre accasciato nell’insostenibilità di una vita di stress, ricoverato a Mendrisio).

A far notizia oggi è dunque altro: un gruppo di ragazzi allergici a un mondo che accetta la sofferenza si mobilita: nei pomeriggi liberi dell’anno scolastico avevano pensato di andare ad aiutare i loro coetanei del centro asilanti: sono persone “squisite” scrivono nella lettera i liceali, stigmatizzando una situazione “tremendamente ingiusta”. I richiedenti asilo che hanno conosciuto non si riducono a numeri e statistiche. Hanno legato, si sono affezionati, hanno imparato ad apprezzarli, non vogliono che ripartano nella “no mans land” dell’incertezza e delle angosce.

L’iniziativa di questi giovani è un atto di sedizione contro l’indifferenza, da cui traspare una forte empatia per chi porta impresso il marchio dei vinti: un gesto dall’indubbio valore umano, in grande contrasto con quella pilatesca lavata di mani nel lavacro del nostro benessere e della nostra tranquillità, nel quale rischiano di affogare quegli stessi valori di civiltà che pretendiamo di difendere.

23.6.2017, 08:302017-06-23 08:30:18
Erminio Ferrari @laRegione

Aspettando ‘l’incidente’

È improbabile che Russia e Stati Uniti siano disposti o addirittura cerchino uno scontro militare diretto; ed è bene distinguere tra impennate retoriche dei portavoce e pianificazioni...

È improbabile che Russia e Stati Uniti siano disposti o addirittura cerchino uno scontro militare diretto; ed è bene distinguere tra impennate retoriche dei portavoce e pianificazioni degli stati maggiori. Ma è pur vero che la frequenza degli “incontri ravvicinati” tra le rispettive forze aeree, l’estendersi delle aree di confronto, e soprattutto l’imprevedibilità delle mosse della Casa Bianca, impongono di mettere in conto l’eventualità di un “incidente” serio.

Ultimo, in ordine di tempo, il “contatto” sopra il Mar Baltico, l’altroieri, tra l’aereo su cui viaggiava il responsabile della Difesa russo Serghei Shoigu e un F-16 Nato, “convinto” a levarsi di torno da uno degli SU-27 russi di scorta al ministro. Prima ancora c’era stato l’avvertimento russo: ogni aereo che a ovest dell’Eufrate interferirà con l’aviazione russa impegnata nei cieli siriani in operazioni “antiterrorismo”, sarà considerato un bersaglio legittimo. Minaccia che seguiva l’abbattimento di un caccia di Damasco da parte dell’aviazione statunitense. E una volta ancora l’intesa concordata da Mosca e Washington per evitare incidenti di questa natura è stata denunciata.

Dal Baltico alla Siria: i due estremi di un lungo fronte “a bassa intensità”. Quello che ha fatto evocare a Stephen F. Cohen, editorialista per ‘The Nation’, la crisi dei missili a Cuba nel 1962. Un’analogia forse esagerata se la si intende come imminenza di uno scontro finale (non siamo ancora ai missili puntati, almeno non a così breve distanza), ma calzante se si pensa che anche oggi, data la personalità dei due che comandano a Washington e Mosca, la sfida è a chi farà il primo passo, indietro.

In effetti, pur su teatri differenti e con l’alternarsi di attori di scena in scena, tutto sembra tenersi: l’avanzamento della Nato a est, la destabilizzazione dell’Ucraina, il colpo di mano in Crimea, l’internazionalizzazione del conflitto siriano. Molto schematicamente: chi vince su un campo avrà argomenti pesanti da far valere sugli altri.

Una disputa, tuttavia, che contempla tante varianti e associa tali protagonisti, che sfuggirebbe anche al controllo del più acuto degli strateghi, figuriamoci a un vanesio millantatore come Trump, ma anche a un apparentemente abile scacchista come Putin. La rete di alleanze opposte tessute dai due tra Siria e Iraq (e che solo sommariamente può riassumersi con Usa/Arabia Saudita “versus” Russia/Iran) si basa su, e alimenta appetiti, rivendicazioni, sotto-alleanze mutevoli e rovesciamenti di fronte, che insieme formano un terreno in cui ogni passo può posarsi su un ordigno.

In questo senso, pur rimanendo calzante la definizione di “guerra per procura” (tra Usa e Russia) data al disastro siro-iracheno, potrebbe risultare corretta anche una interpretazione speculare, secondo i protagonisti locali si farebbero la guerra affidandone la conduzione a Washington e Mosca. Il risultato è la perpetuazione senza un esito visibile del conflitto in Siria (con la conseguente probabile sua estensione territoriale) e la moltiplicazione delle occasioni di scontro tra le due suddette potenze. Dovesse avvenire, sarebbero molti i conti da rifare…

22.6.2017, 08:402017-06-22 08:40:00
Sebastiano Storelli @laRegione

Una stagione su tre piani inclinati

Campionato, Coppa Svizzera, Europa League. Strettamente nell’ordine di importanza, sono questi i tre piani inclinati sui quali si dipanerà la stagione del Lugano, iniziata...

Campionato, Coppa Svizzera, Europa League. Strettamente nell’ordine di importanza, sono questi i tre piani inclinati sui quali si dipanerà la stagione del Lugano, iniziata ufficialmente ieri con il primo allenamento agli ordini di Pier Tami. Piani inclinati, in quanto nessuno dei tre può essere dato per scontato e ognuno nasconde insidie e difficoltà in grado di ripercuotersi sugli altri due. Nel bene come nel male. Al di là del fascino emanato dall’avventura europea, l’obiettivo principale rimane la Super League, con una salvezza ampia e tranquilla da conquistare il più in fretta possibile.

Una posizione nella metà alta della classifica rappresenterebbe un risultato consono alle aspettative e alla forza della rosa, afferma il presidente Angelo Renzetti. Ripetere l’exploit dell’ultima stagione sarà francamente difficile, ma chi avrebbe osato pensare, appena sei mesi fa, a una qualificazione diretta per la fase a gironi di Europa League? D’altro canto, a Tami non mancherà il materiale umano per forgiare una squadra in grado di non far rimpiangere quella diretta da Tramezzani. Non ci saranno i due attaccanti simbolo del miracolo bianconero, ma la gran parte degli artefici del terzo posto si ripresenterà a Cornaredo. E per sostituire la coppia del gol, il presidente è sicuro di avere in mano un paio di carte in grado di stravolgere i giudizi di chi ritiene che il Lugano sia stato nulla più di un fuoco di paglia. Staremo a vedere, perché la resa delle punte rappresenta un tassello fondamentale nel mosaico immaginato dal presidente.

Tami è un tecnico preparato, ha fatto molto bene con la Nazionale U21 (secondo agli Europei 2011) e si è ripetuto con il Grasshopper, almeno fino a quando ha potuto contare su una rosa di qualità. L’incognita principale è rappresentata proprio da quelle sei partite da disputarsi al giovedì tra settembre e dicembre. Possono sembrare poca cosa, ma a livello mentale e fisico sono capaci di pesare come macigni. Molto della stagione bianconera si giocherà proprio sulla capacità di gestire in modo indipendente i due piani (tre con la Coppa), cercando di mantenere un equilibrio che sarà comunque precario. Consci del fatto che rimarrà tutto un girone di ritorno per eventualmente raddrizzare la baracca (e sappiamo benissimo quanto le cose possano mutare nel breve volgere di una primavera...).

19.6.2017, 08:152017-06-19 08:15:00
Aldo Sofia

Il ‘cupo umore’ del dopo Brexit

Di «cupo umore della nazione» parla la regina Elisabetta per descrivere lo stato d’animo del suo regno. Colpito da una serie di eventi luttuosi. Ma soprattutto da una frattura...

Di «cupo umore della nazione» parla la regina Elisabetta per descrivere lo stato d’animo del suo regno. Colpito da una serie di eventi luttuosi. Ma soprattutto da una frattura politico-sociale-territoriale senza precedenti. In cui anche le tragedie del terrorismo e lo spaventoso rogo della Grenfell Tower (‘la torre dei poveri nel quartiere dei ricchi’) si trasformano in atto di accusa verso una società in cui anni, se non decenni, di progressivo scollamento e di accresciute disuguaglianze mettono a dura prova la tenuta di un Paese e di un modello che fu fin troppo invidiato.

Come se la Gran Bretagna subisse improvvisamente una sorta di maledizione. Oltretutto nel momento di estrema fragilità della sua leadership. Theresa May rischia infatti di diventare il simbolo di un 2017 che, ricorrendo a un’altra definizione della monarca pronunciata un quarto di secolo fa, potrebbe trasformarsi in ‘annus horribilis’. Pensando di essere quello che non è, cioè una sorta di nuova Thatcher, e di vivere in un tempo che non è più quello che venne sfruttato dalla ‘lady di ferro’, la premier britannica ha infatti promosso una serie di forzature che l’hanno ancor più fragilizzata.

Era favorevole alla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea e si è cinicamente riciclata in prima portabandiera dello strappo nei confronti dell’Ue; aveva proclamato di non volere elezioni anticipate e in pochi mesi ha fatto l’esatto contrario; era convinta di stravincere e ha perso anche la maggioranza parlamentare ereditata dal suo parimenti incosciente predecessore; riteneva che le ricette dei tagli alla spesa pubblica praticati a lungo dal partito conservatore fossero ormai digeriti dall’opinione pubblica e ha dovuto scoprire che proprio le disuguaglianze sociali ne hanno decretato l’umiliazione. Così Theresa May si ritrova impantanata in una palude che rischia di sommergerla, e che comunque paralizza l’intero Paese. «Io vi ho messo in questo pasticcio – ha detto ai rabbiosi deputati Tory, col piglio di chi ritiene che il puro decisionismo sia strumento salvifico –, e sarò io a tirarvene fuori».

Tenta di farlo, la May, con una mossa che equivale a un altro errore politico. Per rimpolpare le fila del suo governo, si allea infatti col partito unionista Dup, quei protestanti dell’Irlanda del Nord che potrebbero portarle più problemi che benefici e stabilità. Il Dup – ammonisce il ‘Guardian’ – non è un partito qualsiasi. Ha alle sue spalle un passato di violenza; puntare su di esso significa compromettere il delicatissimo equilibrio su cui regge la tregua a Belfast dopo gli anni del furore; contemporaneamente, alimenta l’allarme della parte cattolica dell’Ulster e al sud del governo di Dublino, che nell’Europa vedono invece una preziosa tutela che verrà meno con l’inevitabile chiusura delle frontiere che torneranno a dividere l’isola della discordia. Una decisione a tal punto rischiosa da indurre persino il taciturno ex premier conservatore John Major a lanciare un anatema contro un’alleanza così destabilizzante.

In più, la Brexit. La premier fautrice della linea ‘hard’, deve ora negoziare da una posizione di debolezza, a fronte di un’Ue che proprio sullo strappo britannico ha ritrovato compattezza e sembra non voler fare sconti. Sono numerosi i miliardi reclamati da Bruxelles per la sola fuoriuscita dall’Unione europea, mentre già calano gli investimenti, perde quota la sterlina e cresce l’inflazione. Ben altra guida ci vorrebbe che non un leader divisivo e di scarsa empatia.

16.6.2017, 08:402017-06-16 08:40:00
Davide Martinoni @laRegione

Calcio giovanile ‘malato’, la ricerca di un vero gioco di squadra

“Avevo pensato di smettere”. Ce lo ha confidato Massimo Busacca tornando a quanto da lui vissuto su un campetto di calcio ticinese negli anni...

“Avevo pensato di smettere”. Ce lo ha confidato Massimo Busacca tornando a quanto da lui vissuto su un campetto di calcio ticinese negli anni 80. Oggi Busacca rappresenta la massima istanza arbitrale della Fifa, ma allora era un ragazzo che come tanti altri chiedeva soltanto la possibilità di cavalcare una passione. E come tanti era stato insultato, umiliato, da un adulto, che da bordo campo aveva riversato sul giovane fischietto le sue frustrazioni di spettatore e forse anche di genitore: piccoli ancorché inqualificabili gesti che per l’autore scompaiono nel momento stesso dello sfogo, ma nell’amor proprio della vittima rimangono annidati per sempre.

Da allora il nostro calcio giovanile è cambiato molto a livello organizzativo e gestionale: figure professionali importanti lo hanno arricchito di nuove modalità formative che non si limitano ad osservare un orizzonte locale, ma si spingono verso latitudini cantonali e nazionali. Eppure il “contorno” fatto di varia umanità rimane, con i suoi pregi e i suoi difetti. L’impressione, dall’esterno, è che vengano più coltivati i primi che analizzati i secondi. La nostra indagine tra vivai, Federazione ticinese di calcio e settore arbitrale mostra infatti sì una certa volontà di agire e reagire a quella che Busacca ha definito “un’involuzione che ci sta sfuggendo di mano”, ma nello stesso tempo anche troppa ruggine negli ingranaggi di un meccanismo che dovrebbe essere condiviso.

Se non un fuoco incrociato di accuse, quello cui abbiamo assistito è una reciproca chiamata alle rispettive responsabilità. Alcune società indicano la verdissima età dei “fischietti” ai loro esordi – chiamati a dirigere, in campo, le gesta dei coetanei – quale primo punto debole della classe arbitrale. La quale ribatte ricordando innanzitutto come un bravo arbitro debba per forza iniziare da adolscente, se vuole raggiungere palcoscenici importanti; e aggiunge che arbitri diventano pur sempre quegli aspiranti in parte inviati dai club, spesso troppo “leggeri” nell’operare delle selezioni che permettano di proporre figure adeguate allo scopo.

Non sono poi piaciute a tutti due misure maturate in seno alla Federazione: il blocco di un turno di tutti i campionati giovanili per rispondere “politicamente” ad una serie di episodi ravvicinati; e la rinuncia, da parte della Sezione arbitrale, alla prevista campagna di arruolamento di nuovi giovani arbitri “perché non è questo il momento di fare proselitismo”. Una scelta, questa, criticata da chi ritiene che è proprio nei momenti di difficoltà, che bisogna intensificare gli sforzi.

Al netto di tutto ciò, emerge comunque chiaramente lo sforzo che molti vivai fanno a livello di prevenzione, sensibilizzazione e controllo con giocatori, allenatori e genitori. Sforzi che la stessa Federazione sta mettendo in campo sia con il progetto Gisis di aiuto agli allenatori, sia immaginando, per i giovani colpiti da sanzioni disciplinari, l’obbligo di frequentazione del corso aggiornamento arbitri. Per far capire cosa significhi stare dall’altra parte. E, magari, instillare una passione e lanciare una insperata carriera. Alla Busacca.

 

 

12.6.2017, 08:252017-06-12 08:25:00
@laRegione

Uno tsunami di nome Macron

‘Raz-de-marée’, maremoto: Macron sbanca, come previsto, cancellando con un colpo di spugna il retaggio non solo della Quinta repubblica, ma dell’intera storia della politica francese moderna...

‘Raz-de-marée’, maremoto: Macron sbanca, come previsto, cancellando con un colpo di spugna il retaggio non solo della Quinta repubblica, ma dell’intera storia della politica francese moderna, basato sul confronto destra-sinistra. Il successo netto in voti (32%) del suo ‘La République en Marche’ (Rem), ingigantito dal sistema maggioritario, dovrebbe consegnargli al secondo turno, fra una settimana, una chiara maggioranza assoluta dei seggi: addirittura più di 400 su 577, stando alle proiezioni.

Vittoria storica e rivoluzione politica, con un centro a cui viene affidato il mandato di governare il Paese. Destra e sinistra escono con le ossa rotte dalla consultazione. Il Partito socialista scende sotto il 10% e passerà fra una settimana dagli attuali 280 seggi a un massimo di 30. La destra tradizionale (Lr, Les Républicains) fa un po’ meglio, ma pur limitando i danni, con un quinto dei consensi, fa un flop storico: dopo il fallimento della controversa candidatura di François Fillon alle presidenziali di un mese fa, diversi tenori, tra cui l’attuale detentore del portafoglio cruciale dell’economia Bruno Le Maire, sono saliti sul carro del vincitore, minando così le fondamenta e la leadership del partito. Va oltre il previsto lo scacco dell’estrema destra del Fronte Nazionale che con un massimo previsto di 10 seggi non sarà neppure in grado di costituire un gruppo parlamentare. Polverizzata nel dibattito presidenziale da Emmanuel Macron, Marine Le Pen non si è mai rimessa da quell’umiliazione che ha pesantemente intaccato la sua credibilità: sarà verosimilmente eletta nella sua circoscrizione del Pas-de-Calais, ma il suo movimento è ormai sprofondato in una crisi che ne rimette in discussione gli orientamenti politici, in particolare le sue posizione anti-europeiste.

Neppure il tribuno della sinistra radicale Jan-Luc Mélenchon è riuscito a far meglio: la sua France Insoumise dovrà accontentarsi di una ventina di seggi al massimo. Il ‘raz-de-marée’, dicono gli analisti, è in buona parte legato al ‘ras-le-bol’, l’esasperazione nei confronti della politica tradizionale come indica chiaramente anche il tasso storico di astensione: un francese su due ha disertato le urne. Per trovare precedenti a quanto successo ieri bisogna risalire al 1958 quando un certo Charles De Gaulle scombussolò il panorama politico, disintegrando sulla destra il partito democristiano (Mrp) e sulla sinistra la Sfio, progenitrice del Partito socialista. La storia ci racconta però anche che la cancellazione del divario destra sinistra non durò a lungo e che gli schieramenti contrapposti si rafforzarono negli anni 60 e 70. La storia potrebbe ripetersi anche in questo.

L’ampia maggioranza all’Assemblea nazionale e l’atomizzazione dell’opposizione ridotta a un insieme disomogeneo di diverse deboli opposizioni sottrarranno ogni possibile alibi al governo dal quale i francesi si attendono profonde riforme. Il cammino, difficile, è quello di un orientamento social-liberale che possa scardinare lo statu quo sulla rigida legislazione su imprese e lavoro per rilanciare l’economia mantenendo al tempo stesso un solido welfare in grado di proteggere le classi sociali più vulnerabili.
La sfida è dunque aperta: Emmanuel Macron è convinto di poterla vincere, così come in passato ha saputo fare la Germania, con un pragmatismo tradizionalmente avversato dalla vecchia classe politica francese.

10.6.2017, 09:002017-06-10 09:00:57
Erminio Ferrari @laRegione

Il passo falso della dama di latta

Aspirava a diventare la nuova dama di ferro, ma lo specchio del voto le ha rimandato l’immagine di una signora di latta. Theresa May è uscita drammaticamente ridimensionata dalle...

Aspirava a diventare la nuova dama di ferro, ma lo specchio del voto le ha rimandato l’immagine di una signora di latta. Theresa May è uscita drammaticamente ridimensionata dalle elezioni che lei stessa aveva voluto anticipare per dotarsi (immaginava) di una maggioranza parlamentare tale da affrontare con agio il negoziato sull’uscita dall’Unione europea. L’ambizione, anche in questo caso, è stata una cattiva consigliera e comunque superiore alle capacità di leadership della capofila Tory. Ma non si tratta solo della sua sorte, e, tutto sommato, non solo della singolarità del caso britannico.

Quanto a questo – cominciamo da qui – si può osservare che il rigurgito nazionalista della Brexit e le illusorie promesse di ritrovata sovranità hanno surrogato solo in parte e per un breve lasso di tempo il disorientamento e il senso di abbandono dei ceti più penalizzati dalle politiche neoliberiste (chiamate, con una menzogna, globalizzazione). Il programma economico e sociale di May le confermava, di fatto, e ciò le ha probabilmente alienato i consensi di quella parte di elettorato che pure la sosteneva nella sua campagna d’Europa e nell’ideologica avversione all’immigrazione. Specularmente Jeremy Corbyn, designato becchino del Labour, ha resuscitato un partito che Tony Blair e Gordon Brown avevano condotto sul ciglio della fossa. Accusato da buona parte della stampa, non solo britannica, di populismo rosso, Corbyn ha piuttosto avuto la capacità di riportare il tema dell’equità sociale al centro del discorso. Facendo quanto è lecito attendersi da un politico di sinistra, ha recuperato in maniera spettacolare il voto altrimenti destinato ad alimentare i multiformi velleitarismi antisistema.

In tutto ciò, una parte determinante (di cui si è pur giovato Corbyn) l’ha avuta una tendenza comune a quasi tutti i Paesi d’Europa: il rigetto del discorso delle élite, che in caso di elezioni si traduce in voti negati ai governi in carica. Solo i più solidi non soccombono, ma a costo di perdite importanti e senza che ciò mascheri la crescita delle forze antagoniste. Come hanno confermato, salvaguardando le rispettive peculiarità, anche le ultime elezioni in Austria, Olanda, Francia. Ovvero parti importanti di quell’Europa che non può considerare distanti o estranee le dinamiche britanniche. Non solo, si è detto, perché riproducono situazioni che essa stessa sperimenta, ma perché il loro esito più vistoso – l’indebolimento di Theresa May – condizionerà il corso del negoziato sulla separazione, in una forma che adesso non è ancora possibile prevedere.

L’illusione di potersi imporre su Londra giovandosi della debolezza del suo governo rischia di rivelarsi fuorviante e avere vita breve. Un esecutivo fragile e una non irrealistica eventualità di un nuovo voto in tempi stretti non favorirebbero in alcun modo il negoziato, se non altro per la volatilità dell’interlocutore. Paradossalmente, se Theresa May ha in qualche modo avuto ciò che si meritava, e qualche argomento l’avrà pur perso, all’Europa potrebbe toccare di sopportarne la malasorte.

8.6.2017, 09:002017-06-08 09:00:03
Erminio Ferrari @laRegione

Perché adesso tocca all’Iran

L’Isis ha attaccato Teheran perché l’Iran è il Paese mediorientale che con maggiore zelo combatte i gruppi jihadisti sunniti, e che con vasto impiego di forze (e risultati conseguenti)...

L’Isis ha attaccato Teheran perché l’Iran è il Paese mediorientale che con maggiore zelo combatte i gruppi jihadisti sunniti, e che con vasto impiego di forze (e risultati conseguenti) combatte lo Stato islamico sui fronti siro-iracheni. In sintesi estrema, questa potrebbe essere una lettura dell’attacco di ieri contro il parlamento e il mausoleo di Khomeini nella capitale iraniana.

Una conferma viene anche dalla campagna che da mesi gli organi di propaganda dell’Isis stanno conducendo per fare proseliti nella minoranza sunnita iraniana – che si sente vessata dal potere degli ayatollah – e tra i gruppi che conducono contro il regime una guerra a bassa intensità nelle regioni orientali del Paese. Ma questo è un caso in cui la cornice stessa degli eventi può fornire chiavi di lettura illuminanti, benché contraddittorie.

L’attacco giunge a poche settimane dall’iscrizione dell’Iran in testa ai Paesi sostenitori del terrorismo, ufficializzata da un genuflesso Donald Trump alla corte saudita; e a due giorni dall’isolamento, deciso dalla stessa Arabia Saudita, del Qatar, a sua volta accusato di sostenere le più pericolose organizzazioni terroriste.

La dichiarazione di Trump, affetta da ideologismo ad uso domestico, ha il significato di delega in bianco ai sauditi per la cura dei propri interessi, di quelli statunitensi (e in qualche misura israeliani) nella regione. Qualcosa come mettere la volpe a guardia del pollaio. Riad – cassa di risparmio e accademia ideologica del jihadismo internazionale – è il vero competitor di Teheran: per ragioni confessionali (la rivalità sunniti-sciiti), ma soprattutto per la conquista dell’egemonia geostrategica nell’area.

In questo quadro, il Qatar è la sella su cui si batte per colpire il cavallo: quell’Iran con cui Doha – a sua volta mecenate generosissimo di jihadisti – ha il torto di voler intrattenere rapporti non conflittuali. L’isolamento imposto al piccolo regno è stato un segnale, l’ultimo, a un Iran di cui andava drasticamente ridimensionato l’attivismo tra Iraq e Siria.
Iran che se, da un lato, ha sempre rivendicato il ruolo di capofila delle rivoluzioni regionali, di nazionalismi settari o di alfiere della causa palestinese e anti-israeliana, alimentando guerriglie e destabilizzazione; dall’altro è pur il Paese che più si è impegnato nella lotta all’Isis nei territori su cui questo si è insediato. Non certo per liberare il mondo dai tagliagole, bensì per garantirsi un accesso al Mediterraneo attraverso la Siria del burattino Assad. Ma intanto l’ha fatto. Diventando per tutte queste ragioni un bersaglio obbligato della rivalsa jihadista.

Che questo avvenga mentre alla presidenza degli Stati Uniti dimora quel Trump, e mentre cova in Iran il revanscismo degli ultraconservatori, fa ritenere che siamo solo all’inizio.

6.6.2017, 08:322017-06-06 08:32:22
Aldo Sofia

Il terrorismo nell'urna

Si poté dire delle presidenziali francesi che il capo dell’Eliseo non sarebbe stato eletto da al Baghdadi: il terrorismo aveva colpito lungo gli Champs Élysées a pochi giorni dal primo turno, e...

Si poté dire delle presidenziali francesi che il capo dell’Eliseo non sarebbe stato eletto da al Baghdadi: il terrorismo aveva colpito lungo gli Champs Élysées a pochi giorni dal primo turno, e l’affermazione di Emmanuel Macron indicava che di quell’atto di violenza, compiuto mentre si predisponevano le urne, non avrebbe beneficiato il “partito della paura”. Le previsioni non vennero stravolte, i francesi votarono senza farsi influenzare dall’ultima offensiva rivendicata dall’Isis.

C’è ora da chiedersi se lo stesso scenario possa ripetersi fra tre giorni, quando gli inglesi andranno al voto anticipato, mentre imperversano le polemiche sulle mancate risposte del Paese al terrorismo. Prima con la strage di Manchester, e l’esplicita accusa all’intelligence britannica di non aver saputo prevenire e bloccare l’autore del massacro, già ‘monitorato’ a causa del suo percorso di radicalizzazione e noto per i suoi spostamenti nella Libia incubatrice di innumerevoli gruppi jihadisti; oggi con la sanguinosa incursione notturna nel londinese quartiere di Borough Market, e i laburisti all’attacco di un partito conservatore ritenuto responsabile di… irresponsabili tagli anche alle forze dell’ordine nella foga dei programmi di austerità e ridimensionamento della spesa pubblica. Un’accusa diretta personalmente a Theresa May, la premier che da ministro degli Interni dal governo Cameron replicò all’allarme lanciato dalle forze dell’ordine sostenendo, sbrigativa e sprezzante, che si stava semplicemente “gridando al lupo, al lupo”.

Si vedrà dunque se il raid terroristico di domenica notte – che per le sue modalità suscita ulteriori preoccupazioni, visto che gli assalitori per uccidere hanno usato semplici coltelli, un’immagine che ci riporta tragicamente alle prime crudeli “esecuzioni” per mano dei criminali di ‘Daesh’ – annullerà il residuo vantaggio che la May aveva fin qui conservato nei sondaggi. Un vantaggio inizialmente di ben venti punti, e che si era già notevolmente affievolito, grazie al martellamento di Jeremy Corbyn sui temi della povertà e delle crescenti diseguaglianze sociali. Nonché sul carattere ‘pretestuoso’ del voto, sollecitato dalla May come un secondo referendum con la scusa di dover negoziare con Bruxelles da una posizione di forza.

Giovedì sapremo se lo scivolone nei sondaggi, in aggiunta al polemico dibattito sul terrorismo, provocherà la definitiva sorpresa per la donna che aveva già “tradito” una volta: lei, che si era espressa per il ‘remain’, dunque per la permanenza del Regno Unito nell’Ue, e che, una volta sistemata a Downing Street, si è trasformata nell’alfiere di una “Brexit dura”: senza tener troppo conto delle preoccupazioni che tuttora esprimono gli ambienti economici, e senza considerazione del fatto che “lo strappo” dal Continente è stato determinato da appena il due per cento in più dei voti espressi. L’effetto boomerang non è affatto certo. Ma nemmeno totalmente escluso.