Analisi

12.12.2017, 08:232017-12-12 08:23:10
Erminio Ferrari @laRegione

Chi ha vinto in Siria

Quanta fretta. Forse ne ha avuta troppa, Vladimir Putin, nell’annunciare la vittoria definitiva sull’Isis, e il conseguente inizio del ritiro delle forze russe dalla Siria. La stessa...

Quanta fretta. Forse ne ha avuta troppa, Vladimir Putin, nell’annunciare la vittoria definitiva sull’Isis, e il conseguente inizio del ritiro delle forze russe dalla Siria. La stessa precipitazione con cui il governo di Baghdad ha annunciato di avere cacciato il “Califfo” dall’Iraq (dove l’Isis era penetrato come un coltello nel burro nel 2014, grazie alla complice cedevolezza dello stesso esercito iracheno). Sgominato l’Isis, in altre parole, non si può non attendersi la comparsa, seppur differita nel tempo, di un’altra sigla con tuttavia la stessa capacità di attrazione e di destabilizzazione, non essendo mutate le condizioni di cui lo “Stato Islamico” è stato il prodotto.

Del resto, una spia che Mosca e Bagh­dad ne siano coscienti, sono le dichiarazioni fatte seguire ai due annunci da Putin (un trumpiano “se i terroristi rialzeranno la testa, li colpiremo con raid mai visti”), e dallo stesso governo iracheno (“abbiamo ancora bisogno di consiglieri internazionali”).

Ma più in generale, il presidente russo sa bene che le “vittorie” delle potenze straniere in Medio Oriente non assicurano quasi mai egemonia duratura a chi le vanta, né “tranquillità” ai suoi protetti; tanto variabili (e tragici) sono gli scenari che generano e che vi fanno seguito. Se è uno che si fa illusioni, Putin le nasconde bene.

Dunque la visita non preannunciata di ieri in Siria e l’ordine di ritiro impartito alle proprie truppe inviatevi a difendere il regime di Bashar al Assad paiono corrispondere a contingenze più immediate, seguendo di pochi giorni l’annuncio della candidatura alle prossime elezioni presidenziali russe, e la scellerata dichiarazione di Donald Trump a favore di Gerusalemme capitale di Israele.

Va da sé che per un candidato presidente, tanto più se in carica, una guerra “vinta” è un argomento formidabile da spendere in campagna elettorale. Ma francamente non è di questo che aveva necessità un Putin che annunciando la candidatura indicava già chi sarebbe stato il proprio successore… Piuttosto, bisogna forse osservare che se c’era un momento ideale per mettersi a capo di un asse regionale alternativo al patto Trump-Netanyahu, non poteva che essere questo. In tal senso, un Putin già abile nel condurre a sé governi non amici ma con nemici comuni, si è ora coperto le spalle a livello di opinioni pubbliche arabe per le quali Gerusalemme è insieme un totem e un tabù, un valore comunque non negoziabile. La sola causa capace di cementare alleanze in una regione altrimenti divisa su quasi tutto è quella della “città santa”, e colui che si dichiara, se non nemico, avversario di chi la disputa all’islam guadagna un credito a lunghissima scadenza.

Non che Putin vi sia arrivato nel corso di una notte. Ben prima della mossa di Trump, la politica assertiva della Russia aveva rideterminato sviluppi che sembravano ormai compiuti. Salvato Assad dalla disgrazia definitiva e accreditatosi come implacabile avversario sul campo delle milizie del califfato (e così guadagnando un certo ascolto anche nell’Europa che aveva buone ragioni di temerle), Putin ha anche ricondotto a più miti consigli l’intemperante Erdogan e si è proposto a Teheran come interlocutore affidabile, ben più degli Usa che con Trump minacciano di fare carta straccia dell’accordo nucleare.

Un successo, almeno apparente, dietro l’altro. L’ambizione, scontata, di farli fruttare a proprio vantaggio, se fraintesa con una sorta di “diritto storico”, sembra la sola che ora potrebbe tradire Putin.

11.12.2017, 08:242017-12-11 08:24:35
Aldo Sofia

I regali avvelenati di Trump

Bisogna pur dirlo. C’è una buona dose di “tartufismo”, di ipocrisia, in certe meccaniche reazioni anti-Trump dopo la sua decisione di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a...

Bisogna pur dirlo. C’è una buona dose di “tartufismo”, di ipocrisia, in certe meccaniche reazioni anti-Trump dopo la sua decisione di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme.

Per esempio: è di ventidue anni fa il voto del Congresso americano che impegna gli inquilini della Casa Bianca a riconoscere la “città santa” quale capitale dello Stato ebraico, e l’allora presidente Clinton, uno assai abile nel negoziare con il Congresso, non si stracciò certo le vesti per quella votazione. Oppure: chi ha mai pensato davvero che in tutti questi anni l’America sia stata un arbitro imparziale della crisi arabo-israeliana, quando (Eisenhower a parte durante la lontana crisi di Suez) tutti i leader della superpotenza sono sempre stati arrendevoli nei confronti del difficile alleato medio-orientale, la cui acritica protezione è sempre stata la stella polare della politica statunitense nella turbolenta regione?

Tutto questo per dire che in fondo Trump non ha tutti i torti? Evidentemente no. Non solo ha il torto di usare con pericolosa disinvoltura una materia altamente infiammabile: in effetti Gerusalemme, oltre a rappresentare un micidiale nodo politico-religioso, ha in sé anche un valore simbolico esplosivo e irrazionale.

Il suo gesto è ancora più rischioso e grave perché in sostanza, al di là di fumosi e retorici auspici di dialogo fra le parti in conflitto, lascia mani libere a Israele. Meglio: a un governo israeliano in cui prevalente è la componente di una destra nazionalista e annessionista che punta al progetto di Heretz Israel, la Grande Israele che si estende dal Mediterraneo al fiume Giordano, e che include i territori palestinesi occupati, oltre che le alture del Golan ex siriano, anch’esso proclamato, come Gerusalemme, parte integrante del Paese che ha via via allargato i propri confini con le conquiste militari.

E cosa farà Nethanyau di quell’assegno in bianco generosamente e pericolosamente messo nelle sue mani dal tycoon-presidente? Nulla o quasi, si teme. Un Bantustan palestinese fortemente frazionato, una sorta di apartheid, un briciolo di autonomia, al massimo un paio di edifici nella parte araba di Gerusalemme dove insediare una improbabile autorità palestinese.

In definitiva, la domanda di fondo è una, e una soltanto: è possibile che l’Arabia Saudita possa accettare il sacrificio della città santa, della spianata delle Moschee, del terzo luogo santo dell’Islam, in cambio della comune sfida anti-iraniana, che oggi lega il regime saudita e la destra israeliana, legame incoraggiato e sponsorizzato dagli Stati Uniti?

Difficile pensarlo, visto che la resa su Gerusalemme non potrebbe che ulteriormente indebolire la monarchia wahabita nel suo reale o preteso ruolo-guida dei musulmani, gelosa custode dei “santuari” della maggioranza sunnita, insieme alla Mecca e a Medina.

Intanto, e per certo, l’irriflessiva mossa di Trump può trasformarsi non solo in una nuova Intifada (in effetti assai problematica viste la debolezza e la mancanza di leadership del fronte palestinese), ma soprattutto in un duro colpo per i governi arabi moderati e in un nuovo argomento propagandistico per il radicalismo islamico. Per quel jihadismo che, sconfitto sul campo di battaglia, potrebbe cercare la sua sanguinosa rivincita al di qua del Mediterraneo. Fra i “crociati” europei che si distanziano da Trump ma ne devono subire la politica della forza e dei fatti compiuti.

6.12.2017, 08:022017-12-06 08:02:00
Erminio Ferrari @laRegione

L'incendiario di Gerusalemme

L’incendiario ha il fiammifero in mano. Acceso. Una sua parola e la fiamma divamperà. Il solo annuncio della volontà di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme quale capitale indivisibile...

L’incendiario ha il fiammifero in mano. Acceso. Una sua parola e la fiamma divamperà. Il solo annuncio della volontà di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme quale capitale indivisibile di Israele, e di trasferirvi l’ambasciata Usa da Tel Aviv, ha reso incandescente una situazione surriscaldata. Quando questo avverrà, sarà tardi per contenerne gli effetti disastrosi su Gerusalemme stessa e sull’intera regione mediorientale.

Non si tratta tuttavia di uno sviluppo sorprendente: era una promessa elettorale di Trump che, una volta in carica, aveva nominato ambasciatore in Israele David Friedman noto sostenitore del movimento dei coloni; affidando poi l’incarico di rianimare il “processo di pace” al genero Jared Kushner, il cui solo titolo è di essere un cocco della destra ebraica negli Usa.

Non stupisce, dunque, il passo di Trump, nondimeno sconcerta la sua deliberata avventatezza. Risale al 1995 – votata a larghissima maggioranza da repubblicani e democratici e firmata dal presidente Bill Clinton – la legge statunitense che riconosce Gerusalemme capitale indivisibile di Israele e impone di trasferirvi l’ambasciata Usa, accordando tuttavia al presidente la facoltà di sospenderne l’applicazione ogni sei mesi qualora minacci o contrasti con gli interessi nazionali. Sinora non c’è stato presidente, democratico o repubblicano, che non l’abbia fatto. Trump stesso vi ha già provveduto una prima volta.

Perché si sia risolto ora a rovesciare il tavolo è ben difficile dirlo: vi sarà il “conto” presentatogli dai finanziatori della sua elezione; vi sarà la necessità di distrarre l’opinione pubblica; ma soprattutto a rendere insondabile una decisione fuori da ogni razionalità diplomatica o strategica (qualunque cosa si pensi della questione israelo-palestinese) ci sono la smisuratezza patologica dell’ego trumpiano e la politica erratica che ne deriva.

Già ora è prevedibile la portata destabilizzante della decisione. Strumentali o no che siano (quando c’è di mezzo Erdogan…) le prime reazioni da parte palestinese, araba o genericamente “islamica” fanno prevedere tempesta. Ma non solo quelle: ieri venticinque ex ambasciatori e accademici di Israele hanno sollecitato l’Amministrazione Usa a desistere dalla decisione; qualche governo europeo, con la consueta pavida cortesia, ha fatto altrettanto.

Il piano Onu di partizione della Palestina del 1947 prevedeva per Gerusalemme uno status di extraterritorialità che ne assicurasse l’accesso ai fedeli di tutte le confessioni. Gli arabi lo respinsero. Da allora, e con più determinazione dalla conquista di Gerusalemme Est nel corso della “Guerra dei Sei Giorni” nel 1967, Israele ha fatto la stessa cosa: imponendo uno stato di fatto sul terreno e architettando un quadro giuridico che ne rendessero impossibili la partizione o lo status di “città aperta”. A compimento di un disegno squisitamente politico, che tradisce il suo vizio di origine ammantandosi di termini che rimandano a una superflua escatologia: “Capitale eterna”, “da tremila anni” eccetera.

Storie. In politica, ma neppure nella storia dei popoli, non c’è niente di eterno. Ci sono la forza dei prepotenti e, assai raramente, quella che fa vincere i miti. Mai, comunque, a Gerusalemme.

4.12.2017, 08:312017-12-04 08:31:30
Roberto Antonini

Twitter in chief

Uno stillicidio senza fine di dichiarazioni unilaterali. Quasi una litania diplomatica. A tal punto che ormai passano quasi inosservate le decisioni di disimpegno dal consesso internazionale. L’America...

Uno stillicidio senza fine di dichiarazioni unilaterali. Quasi una litania diplomatica. A tal punto che ormai passano quasi inosservate le decisioni di disimpegno dal consesso internazionale.
L’America di Trump mira a diventare “great again”. Sarà. Ma per il momento si sta rimpicciolendo, moralmente e politicamente.

L’ultima “fuga” in ordine di tempo è quella, annunciata dall’ambasciatrice statunitense all’Onu Nikki Haley, dal patto mondiale sulla migrazione, un accordo siglato a New York due anni fa e che dovrebbe essere implementato il prossimo anno.
La lista si allunga ormai a dismisura. Ancora fresco l’annuncio del 12 ottobre: gli Stati Uniti avevano annunciato il ritiro dall’Unesco in quanto considerata “anti-israeliana”. L’annuncio, lo scorso primo giugno, dell’uscita dagli accordi di Parigi sul riscaldamento climatico (concluso due anni fa e siglato da tutti i Paesi del mondo) fa degli Stati Uniti ormai un paria in materia di politica ambientale.

Logica conseguenza, il rilancio anacronistico del settore carbonifero americano annunciato con spavaldi toni trionfalistici dallo stesso Trump. A colpi di tweet maneggiati a ritmo compulsivo, il presidente ha denunciato il Tpp, il partenariato transpacifico firmato nel 2015 da undici Paesi della regione Asia-Pacifico; ha deciso di rinegoziare il Nafta (libero scambio con Messico e Canada); ha attaccato Germania e Italia per il loro presunto protezionismo; ha ventilato l’ipotesi di un’uscita dall’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) in quanto i suoi regolamenti impediscono l’applicazione della “Border Adjustement Tax”, disposizione unilaterale che favorisce le esportazioni americane a scapito degli importatori. Senza dimenticare, last but not least, gli attacchi ripetuti contro l’accordo nucleare iraniano, firmato nel 2015 da Teheran con il gruppo 5+1 (i Paesi membri del Consiglio di sicurezza, oltre la Germania) e questo malgrado le garanzie ribadite dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Nella “compilation” del presidente, si potrebbero aggiungere innumerevoli altre prese di posizione: dall’ulteriore rafforzamento del “bloqueo” con Cuba, alle invettive lanciate contro la premier britannica Theresa May rea di aver reagito con sconforto alla diffusione da parte dello stesso Trump di un video girato da un gruppo xenofobo di estrema destra.

Nella sua foga isolazionista e americanocentrica il presidente non risparmia nessuno. Sotto il suo rullo compressore la prossima vittima designata sembra essere Rex Tillerson. Il ministro degli Esteri, contrario in particolare al disimpegno dalla Cop21, sembra avere i giorni contati. “Si sente castrato da Trump?” gli aveva chiesto in ottobre un giornalista della Cnn. “Mi sono guardato e sono ancora integro” aveva replicato il capo della diplomazia, al quale un umorista ha recentemente consigliato di verificare… di nuovo.

L’isolazionismo fa parte della tradizione americana, è una politica seguita agli albori della nazione (da George Washington alla fine del XVIII secolo a James Monroe negli anni 20 di quello successivo) e tra le due guerre del XX sec. Ma nella forma aggressiva e scomposta di Donald Trump rischia di costituire un serio pericolo per tutti (ambientale e militare) e di degradare ulteriormente ruolo e immagine di una potenza che dopo la caduta del muro e la fine dell’Urss i più ingenui immaginavano come faro della democrazia, leader di una nuova armonia planetaria.

30.11.2017, 08:302017-11-30 08:30:00
Erminio Ferrari @laRegione

Il ‘rischio calcolato’ di Pyongyang

Il vestito rosa dell’annunciatrice di regime era quello delle grandi occasioni, ma tra il proclamare di avere raggiunto lo storico status di “potenza nucleare” e l’esserlo in...

Il vestito rosa dell’annunciatrice di regime era quello delle grandi occasioni, ma tra il proclamare di avere raggiunto lo storico status di “potenza nucleare” e l’esserlo in realtà c’è ancora spazio per il dubbio. Allo stesso modo, tra la minaccia di scatenare un’apocalisse e la determinazione a farlo (intesa come capacità di visione, o quantomeno di non tradurla in un catastrofico atto di autolesionismo) resta una notevole differenza.

Che dunque Kim Jong-un possa e voglia colpire gli Stati Uniti, e che Donald Trump sappia che cosa dice quando evoca “furia e fuoco” sul regime nordcoreano, sono entrambe possibilità che espongono il mondo a un rischio gravissimo, ma non sono scadenze inevitabili nell’agenda della storia. Diciamo che non lo sono ancora, ma potrebbero diventarlo se la vicenda dovesse davvero ridursi al conflitto tra due personalità con inquietanti sintomi di alterazione. Una variabile, questa, la cui irrazionalità potrebbe innescare il conflitto.

Per il resto, lo scenario non sembra così inspiegabile.

Il regime nordcoreano – regime criminale che affama e detiene i propri cittadini – è chiaramente determinato a perseguire la via del “rischio calcolato”. La tattica del continuo rilancio risponde, da un lato, a una esigenza di propaganda interna e di conferma della preminenza dell’apparato militare nella determinazione delle sorti del Paese; dall’altro mira a imporre il riconoscimento di Pyongyang come interlocutore nelle sedi internazionali (non più ormai interlocutore ordinario, ma della ristretta cerchia delle potenze nucleari) e a smascherare il bluff del nemico.

Un “calcolo del rischio” che se si rivelasse errato non avrebbe altro esito per il regime che la sua rovina definitiva. Quanto il giovane Kim ne sia cosciente è difficile dire, ma il contesto fornisce molti elementi che fanno presumere che lo sia.

La Corea del Nord di cui è diventato padrone per privilegio dinastico si è trovata in qualche misura “sola” sullo scacchiere internazionale. Le due potenze che se ne erano fatte garanti in passato, o non esistono più (l’Urss) o sono distratte da ben altre priorità (la Cina), mentre del vincolo ideologico non c’è più traccia. Da loro Pyongyang può tutt’al più aspettarsi un episodico, ambiguo e indiretto sostegno in mera funzione di disturbo nei confronti di Washington (o per non trovarsi, Pechino, i marines a ridosso del confine). Un isolamento e un senso di accerchiamento completato dal divario rispetto a un Sud che oltretutto, a seconda del presidente in carica, evoca la riunificazione della penisola come sviluppo inevitabile, e inevitabilmente a spese dello stesso regime di Pyongyang.

Se questo è uno scenario plausibile, Kim è con le spalle al muro o sul punto di esserlo. Difficilmente capitolerà. Mentre le spinte per condurlo alla resa – questo e non altro sembra volere Washington – stanno già producendo effetti che paiono avvicinare uno scontro e aggravarne la portata: il riarmo massiccio nell’intera regione (a beneficio dell’industria bellica Usa), la riconversione giapponese a un concetto di “difesa offensiva”, l’imminenza di sanzioni che si configurerebbero come un vero e proprio “blocco”.

Ed è facile comprendere che a questo punto la retorica sul pericolo Kim per il mondo e sulla necessità di fermarlo altro non è che uno schermo dietro il quale già si computano i costi dell’eventuale/possibile conflitto. Conti, e questa è l’altra parte del guaio, che un Donald Trump si picca di saper fare.

27.11.2017, 08:152017-11-27 08:15:00
Aldo Sofia

Il ritorno dello Stato Islamico

Lo Stato Islamico non esiste più, eppure lo Stato Islamico continua la sua politica stragista. Perché se non è sopravvissuto come impresa territoriale (due anni fa, fra Iraq e Siria,...

Lo Stato Islamico non esiste più, eppure lo Stato Islamico continua la sua politica stragista. Perché se non è sopravvissuto come impresa territoriale (due anni fa, fra Iraq e Siria, controllava quasi totalmente un’area pari alle dimensioni della Gran Bretagna), e se è ormai tramontato il suo progetto di nazione, il Daesh è un ‘brand’, un marchio del terrore. Che riesce ancora a raggrumare migliaia di combattenti fuggiti da Raqqa e Mosul, oppure ad ispirare schiere di jihadisti ancora affascinati dal verbo di Abu Bakr Al Baghdadi di imporre con la forza un’idea di Islam radicale, intrattabile, ‘purificato’ da qualsiasi tipo di contaminazione interna o esterna al mondo musulmano. È su questo sfondo che va inserita la feroce carneficina alla moschea sufi di Rawda, nel nord del Sinai egiziano. La più grave – anche per l’assoluta viltà: la grande maggioranza delle oltre trecento vittime innocenti abbattuta a fucilate – nell’eterno scontro fra il potere centrale del Cairo e l’Islam militante.

Sinai, sufi, Egitto. Una triade non casuale per chi cerca di rianimare l’idea di un Califfato. Per cominciare, la penisola sabbiosa, il grande triangolo con le sue alture, le sue gole, le vallate rocciose, a lungo una terra senza legge, e popolazioni nomadi da sempre aliene al potere centrale. Lo capì perfettamente Israele nei suoi undici anni di occupazione militare su oltre un milione di abitanti, lasciando alle varie tribù beduine e ai capi locali ampi margini di autonomia. E lo ha dovuto accettare anche il Cairo, che non è mai riuscito ad imporre la propria autorità, rassegnandosi a un vuoto di potere, e limitandosi alla precaria protezione delle coste turistiche. Situazione quasi perfetta per i gruppi di ispirazione jihadista, che infatti da anni si sono insediati e gonfiati fra il confine di Gaza e il Canale di Suez.

Poi i sufi, musulmani che praticano una interpretazione mistica e assolutamente pacifica dell’Islam. Il massimo affronto, dunque, per un radicalismo salafita-wahabita che i seguaci dell’Isis coniugano invece con il massimo possibile di violenza. Sui seguaci di questa pratica, negli ultimi anni si era già abbattuta la rabbia dell’estremismo islamista, con attentati e sequestri, nell’inesausto tentativo di estirpare ogni forma di Islam considerato eterodosso e quindi scismatico.

Ma, in questa triangolazione, è soprattutto l’Egitto che interessa all’insurrezione islamista. L’Egitto inteso come entità statale e come il ‘regno corrotto’ del generale El Sisi, il nuovo faraone, che ha cancellato un governo islamista democraticamente eletto, e ha giustiziato centinaia di Fratelli musulmani, incarcerandone diverse migliaia, in una delle peggiori pagine di violazione dei diritti umani nel più grande Paese arabo. E qui il calcolo dei seguaci di Al Baghdadi è palese: attrarre nei loro santuari del Sinai chi fugge e si ribella alla dittatura anti-islamica del successore di Mubarak. Il prezzo di questa repressione potrebbe dunque risultare assai alto, e segna comunque il fallimento della lotta anti-Isis della dittatura egiziana.

In realtà, nemmeno quello che è già stato definito il “piccolo Califfato del Sinai” ha alla lunga qualche possibilità di affermarsi. Non solo non ci sono i numeri. È la stessa realtà geo-politica ad escluderlo. Stretti fra Israele ed Egitto, in prospettiva anche nel triangolo senza pace, i residui dell’Isis sono destinati alla sconfitta. Ma è la stessa sconfitta che non esclude altre stragi. Altre vite spezzate inutilmente.

22.11.2017, 08:002017-11-22 08:00:11
Erminio Ferrari @laRegione

La crisi di Merkel contagia l’Europa

“Non è la Germania di Weimar – si dice – e non sono gli anni Trenta”. Va bene, non sono gli anni Trenta e a Berlino siede ancora Angela Merkel, ma che questo sia un sufficiente...

“Non è la Germania di Weimar – si dice – e non sono gli anni Trenta”. Va bene, non sono gli anni Trenta e a Berlino siede ancora Angela Merkel, ma che questo sia un sufficiente motivo di sollievo, no.

Certo, l’Europa non è reduce da una Grande guerra, non ci sono trincee in cui risuonano le voci di milioni di morti, né risentimenti a presidiare frontiere ancora insanguinate. Ma analoghe, se non identiche, lacerazioni – qui in forma palese, là sottotraccia – percorrono le società, paradossalmente anche quelle che vantano un tasso di benessere niente affatto disprezzabile, producendo un livore che quando è rivolto alle élite le sommerge di discredito. Élite ciniche o “sonnambule”, indegne o inadeguate.

“Allora” da un simile brodo di coltura germogliarono i fascismi. Oggi basta volgersi attorno, e solo una deliberata cecità potrebbe impedire di vederne l’avvento, li si chiami come si vuole. Basterebbe poi sostituire l’aggettivo islamico a quel “pericolo” che novant’anni fa era rappresentato dal bolscevismo, per comprendere l’indulgenza crescente con cui si guarda alle loro espressioni di piazza o nelle sedi istituzionali in cui già siedono.

È in questa Europa che la Germania “di” Angela Merkel sperimenta una delle crisi politiche più preoccupanti degli ultimi decenni, secondo alcuni dell’intera sua storia democratica. Il fallimento dei negoziati per la formazione di un nuovo governo – un evento che rientrerebbe nelle dinamiche politiche ordinarie di ogni società democratica – è stato inteso quasi come l’indizio più certo della rottura di un ordine basato sulla figura stessa della cancelliera.

Per carità: assegnare a questo passo falso il significato di pietra tombale sulla carriera politica di Merkel è quantomeno affrettato. Un recupero dei riottosi potenziali alleati di governo è ancora possibile; né è assolutamente scontato che eventuali nuove elezioni rovescerebbero la cancelliera; e se pure ciò avvenisse sarebbe soltanto la conferma che fortunatamente l’eternità non è una categoria politica. In tal caso dovremmo riconoscere di avere frainteso una parabola discendente con una ponderata strategia di opacità e attesa.

Eppure, mai come in questa circostanza le dinamiche interne alla Germania si riflettono, condizionandola, sull’intera scena europea. La vittoria elettorale di Angela Merkel era stata accolta quasi ovunque come una conferma della solidità di alcuni “fondamentali” o almeno come un approdo sicuro per i naufraghi di un’Europa alla deriva. E in parte lo era, lo è, senza dubbio. Nel deserto di figure degne di accreditarsi come statisti, non restava che “Mutti”.

Ora si sa che anche lei potrebbe andarsene. Vittima, in patria, della propria stessa arte di fagocitare istanze e programmi altrui, finendo per svuotare di argomenti i discorsi degli avversari più prossimi, senza tuttavia sostituirvi una proposta forte a sufficienza. E vittima, dall’altro lato, dell’avvento – inatteso, negato anche di fronte all’evidenza – di una opposizione che non ne contesta solo le politiche, ma la legittimità stessa. Cancelliera tedesca, sì, ma in questo del tutto simile a un qualsiasi capo di governo nel resto d’Europa. Di quei pavidi governi che dietro la sua sagoma cercavano riparo o che la indicavano come bersaglio grosso e più facile da colpire. Se dunque gli anni non sono i Trenta del secolo scorso, anche oggi una implosione politica della Germania facilmente trascinerebbe con sé più di una capitale. Non verso una guerra, no, ma verso qualcosa che non sappiamo.

9.11.2017, 08:452017-11-09 08:45:00
Erminio Ferrari @laRegione

Non solo Sicilia

La Sicilia è la Sicilia, d’accordo, ma non si può ignorare come e quanto il risultato delle elezioni regionali potrà proiettarsi su quelle nazionali della prossima primavera. O provarci, almeno.

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La Sicilia è la Sicilia, d’accordo, ma non si può ignorare come e quanto il risultato delle elezioni regionali potrà proiettarsi su quelle nazionali della prossima primavera. O provarci, almeno.

Intanto va detto che la destra vincitrice e quella sconfitta – stracciando entrambe un Pd e una sinistra sfiancati dalle proprie contraddizioni – si sono disputate il primato di meno della metà degli elettori. Il trucco di vantare percentuali di consensi identiche o leggermente salite rispetto a quelle del turno elettorale precedente è facilmente smascherato una volta che le si traduca in numeri assoluti.

In questo quadro generale, la vittoria della destra, di un presidente post-fascista, non è una grande sorpresa. Lo fu, semmai, quella di Rosario Crocetta (sostenuto dal centrosinistra), cinque anni fa: fortunosa e quasi rocambolesca. Una parentesi in una tradizione consolidata.

Né può sorprendere il tonfo di ciò che resta del Pd. La leadership erratica e narcisa del suo segretario raccoglie, meritatamente, ciò che ha seminato. Mentre alla sua sinistra, velleitarismo e risentimento sembrano per ora produrre nient’altro che un improduttivo (e inaffidabile) cameratismo da reduci.

Sicché, il segnale politico più interessante parrebbe piuttosto questo: la sconfessione, certificata dall’altissima percentuale di astenuti (più che dall’aver mancato una vittoria data per certa), del partito di Grillo. Quel “popolo” disgustato dalla politica, dalla casta eccetera, e che solo nei 5Stelle avrebbe dovuto trovare salvezza, non se li è filati. Se davvero la missione di cui si credono investiti è quella di “riportare la gente” alla politica, faranno bene a disilludersi, o almeno a ripensare al modo in cui la conducono.

E poi c’è Berlusconi, del quale non pativamo la mancanza (se non come fonte di ispirazione…). Assegnare a lui il merito del successo della destra è corretto, ma solo in parte. Se non altro perché Berlusconi non aveva contro un Prodi o un Ulivo, ma una masnada di concorrenti che in larga parte pescano in quello che a lungo è stato il suo stesso elettorato, e talvolta ne sono un prodotto. Con tutto che, data la sua incandidabilità, anche alle prossime politiche Berlusconi potrà tutt’al più valere da brand, l’equivalente della griffe cucita su capi “di lusso” prodotti da proletari sottopagati in paesi del terzo mondo. E bisognerà vedere se gli appetiti suscitati da una vittoria che ne promette altre non finiranno per far scannare tra di loro i sempiterni rivoluzionari di corte: una volta Fini e Bossi; oggi Salvini e Meloni.

Ma l’interpretazione di questo scenario, forse meno agevole e perciò più interessante, sembra un’altra, pur la Sicilia restando la Sicilia. Non si poteva cioè pensare che l’Italia, avendola in definitiva aiutata a nascere, restasse immune dall’ondata di destra (quella sovranista, identitaria eccetera) che cresce in tutta Europa.

Se in Francia quel furbone di Macron (presto si vedrà se non è soltanto un Renzi che ha studiato) è riuscito a fermare Marine Le Pen, è solo perché nel confronto diretto la maggior parte degli elettori – e comunque pochi anche lassù – non ha avuto lo stomaco di votare un’improbabile Giovanna d’Arco finita lì in virtù del cognome fascista che porta. Mentre in Germania solo il grigiore programmatico di Angela Merkel ha potuto arginare (per l’ultima volta, probabilmente) la crescita di Alternative für Deutschland. Altrove, dall’Olanda all’Austria, i governi si formano con il sostegno dell’estrema destra, o scippandola dei suoi contenuti.

Perché l’Italia dovrebbe fare eccezione? Forse perché Renzi si illude ancora di riuscire a spacciare il proprio vuoto per un “pieno” di idee? Nuove, oltretutto?

No. Il nuovo oggi viene da “quella” destra, libera dai tabù del dopoguerra, padrona di un linguaggio che media vecchi e nuovi hanno veicolato e reso “accettabile”. La Sicilia allora è la Sicilia, l’Italia, l’Europa.

4.11.2017, 10:462017-11-04 10:46:00
@laRegione

Constantin e gli eroi alpini

di Sandro Guzzi-Heeb, storico

Ha fat­to re­cen­te­men­te scal­po­re l’ul­ti­ma pro­dez­za del ca­ri­sma­ti­co pre­si­den­te dell’Fc Sion, Ch­ri­stian Con­stan­tin, co­sì co­me le...

di Sandro Guzzi-Heeb, storico

Ha fat­to re­cen­te­men­te scal­po­re l’ul­ti­ma pro­dez­za del ca­ri­sma­ti­co pre­si­den­te dell’Fc Sion, Ch­ri­stian Con­stan­tin, co­sì co­me le rea­zio­ni che es­sa ha pro­vo­ca­to. Co­me no­to, Con­stan­tin ha pre­so a schiaf­fi e a cal­ci un esper­to te­le­vi­si­vo, Rolf Frin­ger, da­van­ti agli obiet­ti­vi del­le te­le­ca­me­re. L’in­te­res­san­te è che que­sto at­to di ven­det­ta per­so­na­le non sem­bra aver­gli alie­na­to le sim­pa­tie dei suoi am­mi­ra­to­ri val­le­sa­ni. In que­sto, l’at­teg­gia­men­to di Con­stan­tin ri­cor­da al­cu­ni pre­ce­den­ti sto­ri­ci, co­sì co­me al­tre fi­gu­re ca­ri­sma­ti­che dei can­to­ni pe­ri­fe­ri­ci, in par­ti­co­la­re quel­la di Giu­lia­no “Na­no” Bi­gna­sca. Nor­mal­men­te gli au­to­ri di si­mi­li pa­le­si in­fra­zio­ni, col­ti in fal­lo, si af­fret­ta­no a scu­sar­si pub­bli­ca­men­te, cer­can­do di ar­gi­na­re il dan­no me­dia­ti­co. Non co­sì il pre­si­den­tis­si­mo val­le­sa­no, il qua­le, ben lon­ta­no dal pen­tir­si e an­co­ra di più dal­lo scu­sar­si, ha in­ve­ce espres­so una cer­ta sod­di­sfa­zio­ne, am­met­ten­do so­lo che la rea­zio­ne era sta­ta for­se “trop­po val­le­sa­na”. Con­stan­tin gio­ca vi­si­bil­men­te con un rap­por­to am­bi­guo fra una par­te del­la po­po­la­zio­ne del Val­le­se e la le­ga­li­tà ema­nan­te dal­lo sta­to cen­tra­le, non­ché con le re­go­le di cor­ret­tez­za po­li­ti­ca re­la­ti­ve. Se il suo com­por­ta­men­to ha in­di­gna­to una par­te dei sui con­cit­ta­di­ni, non sem­bra aver­gli fat­to per­de­re ogni sim­pa­tia nel can­to­ne. Con­stan­tin, si sa, non è del re­sto nuo­vo al me­nar le ma­ni da­van­ti al­le te­le­ca­me­re, sen­za che ciò ab­bia in­cri­na­to la sua po­po­la­ri­tà: nel 2016 il go­ver­no val­le­sa­no ha avu­to il buon gu­sto di far­si ri­trar­re nel­la fo­to uf­fi­cia­le sul ter­raz­zo del­la vil­la del pre­si­den­te del Club di cal­cio di Sion.

Il mi­to di Fa­ri­net

In que­sto, Con­stan­tin se­gue in par­te le trac­ce del fa­mo­so fal­sa­rio ot­to­cen­te­sco, Jo­se­ph-Sa­muel Fa­ri­net, il cui mi­to è an­co­ra ben vi­vo nel Val­le­se di og­gi; tan­to che è im­mor­ta­la­to in un per­cor­so sto­ri­co-tu­ri­sti­co a Sail­lon, do­po es­ser sta­to ce­le­bra­to in nu­me­ro­se ope­re sto­ri­che e let­te­ra­rie. Non per nien­te, an­che Fa­ri­net, inu­til­men­te in­se­gui­to per an­ni dal­le po­li­zie di va­ri Pae­si, è sta­to uti­liz­za­to co­me eroe e rap­pre­sen­tan­te di un “vieux pays”, di un Val­le­se tra­di­zio­na­le, sup­po­sto li­be­ro, in quan­to am­pia­men­te esen­te da fa­sti­dio­si in­ter­ven­ti del­lo sta­to, da leg­gi com­pli­ca­te e re­go­la­men­ta­zio­ni am­mi­ni­stra­ti­ve. Ta­le rap­por­to te­so con la le­ga­li­tà “mo­der­na”, ed ema­nan­te dai cen­tri, è vi­si­bi­le nel Val­le­se e nel­le zo­ne al­pi­ne an­che at­tra­ver­so al­tri sin­to­mi: l’op­po­si­zio­ne stri­scian­te al­la po­li­ti­ca fe­de­ra­le di pro­te­zio­ne del lu­po, ad esem­pio, ma an­che at­tra­ver­so in­ter­pre­ta­zio­ni piut­to­sto li­be­re del­le nor­ma­ti­ve sul­la pia­ni­fi­ca­zio­ne del ter­ri­to­rio.

Un Bi­gna­sca val­le­sa­no?

Na­tu­ral­men­te Con­stan­tin non rap­pre­sen­ta l’uni­co gran­de pro­vo­ca­to­re sul­la sce­na sviz­ze­ra; an­zi, la pro­vo­ca­zio­ne è di­ven­ta­ta par­te in­te­gran­te del­la vi­ta po­li­ti­ca. Ma in po­chi si so­no spin­ti co­sì pa­le­se­men­te al di là del­la le­ga­li­tà, sen­za trop­po pre­oc­cu­par­se­ne e sen­za na­scon­der­si. Uno de­gli esem­pi più il­lu­mi­nan­ti, nel­la sto­ria re­cen­te, è sta­to quel­lo del de­fun­to pre­si­den­tis­si­mo del­la Le­ga dei Ti­ci­ne­si, Giu­lia­no Bi­gna­sca – non a ca­so un al­tro mi­lio­na­rio. Per­so­na mol­to di­scus­sa per la sua con­dot­ta per­so­na­le, spre­giu­di­ca­ta ne­gli af­fa­ri e più vol­te in con­flit­to con la giu­sti­zia, an­che Bi­gna­sca ha sa­pu­to trar­re van­tag­gio da ta­li sba­va­tu­re, pro­po­nen­do­si co­me ri­bel­le con­tro uno sta­to li­ber­ti­ci­da, con­tro una pre­sun­ta éli­te in­chio­da­ta agli scran­ni del po­te­re ol­tre che con­tro sva­ria­ti al­tri ne­mi­ci. Con il suc­ces­so che tut­ti ab­bia­mo po­tu­to os­ser­va­re. Cre­do che vi­cen­de del ge­ne­re sia­no og­gi pos­si­bi­li so­lo nei can­to­ni al­pi­ni o pe­ri­fe­ri­ci, in cui sto­ri­ca­men­te la le­git­ti­ma­zio­ne del­lo sta­to e del­le sue nor­me è de­bo­le, es­sen­do sta­ta in par­te vis­su­ta co­me un’im­po­si­zio­ne ester­na: sia il can­ton Ti­ci­no che il Val­le­se mo­der­no so­no, di­ret­ta­men­te o in­di­ret­ta­men­te, fi­gli del­la ri­vo­lu­zio­ne fran­ce­se e di Na­po­leo­ne, an­che se lo am­met­to­no mol­to mal­vo­len­tie­ri. Can­to­ni in cui, co­mun­que, grup­pi in­fluen­ti del­la po­po­la­zio­ne da se­co­li in­trat­ten­go­no un rap­por­to am­bi­guo con lo sta­to e le leg­gi. Nei can­to­ni ur­ba­ni, i pro­vo­ca­to­ri e gli pseu­do-ri­bel­li non man­ca­no, ma sfog­gia­no vo­len­tie­ri la cra­vat­ta e un’im­pec­ca­bi­le im­ma­gi­ne di ri­spet­ta­bi­li­tà bor­ghe­se.

Lom­bar­di e Su­ter

A Gi­ne­vra, Eric Stauf­fer, al­tro ri­bel­le lo­ca­le con va­ri pre­ce­den­ti giu­di­zia­ri, ha avu­to un cer­to suc­ces­so col suo Mou­ve­ment ci­toyens ge­ne­vois (Mcg), ma poi ha do­vu­to ab­ban­do­na­re il suo par­ti­to pro­te­sta­ta­rio e sem­bra aver per­so pa­rec­chi so­ste­gni. Su un’al­tra sca­la, at­teg­gia­men­ti dif­fe­ren­ti si so­no vi­sti in oc­ca­sio­ne di con­flit­ti di al­cu­ni uo­mi­ni po­li­ti­ci con la giu­sti­zia. In Ti­ci­no, Fi­lip­po Lom­bar­di, bec­ca­to più vol­te al vo­lan­te con tas­si al­co­li­ci ec­ces­si­vi, è sta­to rie­let­to sen­za pro­ble­mi all’as­sem­blea fe­de­ra­le ed è an­co­ra og­gi sul­la cre­sta dell’on­da. Nel can­ton Ber­na, in­ve­ce, Marc F. Suter, mor­to re­cen­te­men­te, per mo­ti­vi si­mi­li ha do­vu­to di­re ad­dio al­la sua car­rie­ra po­li­ti­ca.

Un ri­bel­le pri­mi­ti­vo?

Da que­sto pun­to di vi­sta, il com­por­ta­men­to di Con­stan­tin ri­cor­da va­ga­men­te quel­lo di eroi del pas­sa­to che il gran­de sto­ri­co Eric Hob­sba­wm ha de­fi­ni­to co­me “ri­bel­li pri­mi­ti­vi”. Nel sen­so di fuo­ri­leg­ge che, pur sen­za as­su­me­re un’ideo­lo­gia pre­ci­sa, si so­no fat­ti in qual­che mo­do in­car­na­zio­ne di uno spi­ri­to di op­po­si­zio­ne con­tro lo sta­to, con­tro i po­te­ri eco­no­mi­ci o la mo­der­ni­tà in ge­ne­ra­le. Un esem­pio re­la­ti­va­men­te re­cen­te è sta­to quel­lo del mi­ti­co ban­di­to Sal­va­to­re Giu­lia­no nel­la Si­ci­lia del se­con­do do­po­guer­ra. Non sia­mo evi­den­te­men­te an­co­ra al li­vel­lo del ban­di­ti­smo aper­to. Tut­ta­via, l’azio­ne di ta­li ri­bel­li no­stra­ni, e il lo­ro re­la­ti­vo suc­ces­so, evi­den­zia­no uno scol­la­men­to po­li­ti­co e cul­tu­ra­le tra va­rie re­gio­ni o va­ri grup­pi all’in­ter­no del­lo sta­to, che in­ter­pre­ta­no con­ce­zio­ni cul­tu­ra­li op­po­ste. Una scis­sio­ne non an­co­ra dram­ma­ti­ca, ma che può in­quie­ta­re, do­po aver vi­sto cos’è suc­ces­so ne­gli Sta­ti Uni­ti con l’ele­zio­ne di un al­tro pre­sun­to “ri­bel­le” co­me Do­nald Trump.

4.11.2017, 08:302017-11-04 08:30:42
Silvano Toppi

Di fiducia e trasparenza

Se c’è qualche affare che è andato alla malora ed è finito in Giustizia, qualche garbuglio politico che si fatica a dirimere, qualche controllo amministrativo passato sotto i ponti, qualche...

Se c’è qualche affare che è andato alla malora ed è finito in Giustizia, qualche garbuglio politico che si fatica a dirimere, qualche controllo amministrativo passato sotto i ponti, qualche contabilità pubblica o privata che ha preferito il gioco delle sette pietre, immancabilmente appare l’invocazione del mantra di tutti i mantra: trasparenza, ci vuole più trasparenza. Il fatto è che da molti tempi, ormai, la si invoca (soprattutto dall’inizio della grande crisi), ma poiché torna con frequenza inflazionata si comincia a credere che è una bella mascherata. Anche perché la trasparenza richiede regole e si fugge subito per la tangente maledicendo le dande della burocrazia. Si comincia allora a rovesciare il mantra e a credere che ogni affare, politico o economico, finisce sempre per avere una buona dose di opacità per imporsi e riuscire. A questa ovvietà si è persino appioppata una etichetta scientifica definendola «asimmetria di informazione». Se ti vendo un’auto usata non ti dirò tutto (non posso essere trasparente) perché finirei per perderci o indurti a non acquistarla. Si è meritato un premio Nobel chi ne ha fatto una ideologia.

Svalutata ormai la trasparenza per ideologia e usura, su ogni bocca di governante impantanato, di politico seriamente impegnato, di manager preoccupato, di economista benevolo, è apparsa ora un’altra parola che richiede però molto più impegno, anche perché meno accertabile della trasparenza: fiducia. Ritrovare la fiducia nello Stato, nella politica, nei politici, nell’economia, nelle banche, nella Giustizia.

Nasce il timore che anche la fiducia conclamata sia un diverso abracadabra per riacciuffare una sorta di felicità perduta. Che cosa si intenderà per fiducia? Credere in sé stessi, nell’avvenire, nelle persone, nelle istituzioni? La fiducia non è una virtù astratta, può solo fondarsi su rapporti umani, in un contesto ben preciso. È quindi tutto un recupero di relazioni umane, che si sono innegabilmente molto degradate, che bisogna operare. Tanto meno la fiducia è una vernice da spalmare sulle realtà per renderle convincenti, come è metodo di certi politici.

Anche qui dovremmo accorgerci, magari controvoglia, che i mercati, a cui abbiamo affidato tutto la razionalità (e l’ultimo premio Nobel per l’economia dimostra timidamente altro), non hanno mai generato fiducia, affidabilità nelle relazioni umane, cooperazione, azione collettiva, come si voleva far credere. Hanno invece generato il contrario perché, come per la trasparenza, è nella natura della concorrenza politica ed economica, perdipiù se esasperate, infrangere le regole e cercare di illudere o ingannare l’altro per avere la meglio.

E allora? Si finisce per trovarsi tra il profeta Geremia (maledetto l’uomo che ha fiducia nell’uomo) o quell’illustre monaco tedesco che predicava invece: «A forza di fiducia si può mettere l’uomo nell’impossibilità di ingannare». Geremia era pessimista per quanto gli mostrava la società, il monaco ottimista per quanto scopriva nella coscienza umana. C’è da vedere quanto la coscienza umana abbia ancora presa sulla società. È tutto lì.

2.11.2017, 08:332017-11-02 08:33:07
Erminio Ferrari @laRegione

Alle origini di una guerra

L’immagine è probabilmente scontata, ma è come se la “guerra” fosse tornata, a New York, là dov’era partita. Rivelando quanto sono cambiate la sua natura e le sue tecniche (dai costi e dalla...

L’immagine è probabilmente scontata, ma è come se la “guerra” fosse tornata, a New York, là dov’era partita. Rivelando quanto sono cambiate la sua natura e le sue tecniche (dai costi e dalla complessità di un attacco alle Torri gemelle, al fai-da-te del pick-up sui passanti), e confermando quanto ancora a lungo dovremo convivere con essa.

Se l’attacco dell’11 settembre 2001 intendeva far sentire l’Occidente “trascinato” in guerra, certamente vi riuscì. Una guerra pretestuosamente guerreggiata in Afghanistan dapprima e in Iraq poi; e, su un altro piano, una guerra ideologica, o confessionale o di civiltà o come diavolo la si voglia chiamare.

Le apparenti vittorie nelle prime hanno forse illuso, se non sulla giustificazione, sull’opportunità e l’efficacia di un impiego di forze spaventosamente superiori a quelle del “nemico”. Risultato: i taleban sono tornati in Afghanistan, mentre dal buco nero iracheno si è originata una destabilizzazione regionale colossale e tragica – le cui ultime manifestazioni sono la catastrofe siriana e l’Isis – che prelude a un rivolgimento strategico di cui si vede appena l’inizio. A conferma che muovere guerra contro gli Stati per combattere un nemico che proprio nell’assenza di uno Stato trova modo di affermarsi, è il modo più sicuro di perdere le guerre pur vinte sul campo di battaglia. Oltre ad essere un criminale scialo di morte.

L’altro problema, infatti, è che quel “nemico” non dispone di strategie, se mai ne ha avute (considerando qui una minuscola parentesi della storia la suprema, sanguinaria vanità che lo ha spinto a proclamarsi “Stato”, con le parole di al Baghdadi), e di conseguenza questo impedisce di studiarle e contrastarle. No, questo nemico – senza virgolette, infine, perché è inutile far finta che tale non sia – manca di strategia e dispone soltanto di armi. Una in particolare, e formidabile: l’odio.

Sarà bene ristudiarne le origini (in una teologia islamica letteralista) e le cause (rileggendo la nostra storia di civiltà che ha piantato la propria bandiera ovunque nel mondo, incurante di chi già vi si trovasse). Ma occorrerà soprattutto riprendere coscienza che un’arma simile sfugge ai metal detector, ai blocchi di jersey che chiudono gli accessi a sempre più strade e piazze delle nostre città, ai pervasivi impianti di videosorveglianza, alle chiusure delle frontiere. L’odio è un’arma immateriale, che rende a sua volta un ordigno chi lo nutre in sé.

E questo non è un invito alla rassegnazione, ma semmai a prendere le misure a un fenomeno che è ormai connaturato alle nostre società (e che peraltro non è di esclusiva marca islamica), destinato a durare e a mutarle.

Compito di chi queste società governa sarebbe quello di fare tutto il possibile per proteggerle dalla violenza dei terroristi, ma anche quello di risparmiare loro le menzogne della propaganda.

Le smargiassate di un presidente che minaccia apocalissi sulla testa di un gradasso estremo-orientale, si rivelano perciò l’idiozia che sono, quando basta un pick-up per compiere la strage più grave compiuta a New York dopo l’11 settembre.

Può essere imbarazzante, per chi ha millantato una miracolistica capacità di “rifare grande l’America”, scoprire che mettere su la faccia cattiva non tiene lontani i terroristi (o i malati di mente, come si ostina a chiamarli), ma limitarsi a dire, via Twitter, che “il politicamente corretto è buono, ma non serve in questi casi” è una tautologia, ma soprattutto l’ammissione di non sapere che pesci pigliare.

30.10.2017, 08:442017-10-30 08:44:38
Aldo Sofia

Una ‘zarina’ a Barcellona

Un fantasma si aggira per l'Europa. Sotto forma di una domanda: quante Catalogne ci sono sul vecchio continente? Per dire: quante regioni desiderose di indipendenza e non solo di...

Un fantasma si aggira per l'Europa. Sotto forma di una domanda: quante Catalogne ci sono sul vecchio continente? Per dire: quante regioni desiderose di indipendenza e non solo di autonomia, e quindi quante potenziali secessioni? Con relativi pericoli di fratture violente. Nonché di scelte intermedie che rischiano di accendere ancor più gli animi, fra potenziali vincitori che agiscono con provocatoria prepotenza e teorici sconfitti che ritengono di subire l’ennesima ingiustizia. Madrid e Barcellona ne sono la rappresentazione più attuale e preoccupante. Infatti, per riportare l’ordine spagnolo nella Catalogna commissariata dal potere centrale, il premier Rajoy sceglie la sua ‘vice’, donna Soraya Saenz de Santamaria, la 46enne avvocatessa che ha plasmato gran parte della sua carriera politica sul duro contrasto alla rivolta della regione economicamente più sviluppata del Paese. Fin dal 2006, quando la ‘zarina’ della destra si propose per guidare la battaglia legale contro il nuovo statuto dell’autonomia allargata, concessa dall’allora governo socialista, e accettata da un referendum regionale. Aspra battaglia contro i nuovi poteri della Generalitat catalana vinta grazie a una sentenza della Corte costituzionale.

Quel legittimo atto giuridico fu politicamente nefasto. Anche perché, in questo scontro fra due nazionalismi, le parti avrebbero man mano perso il filo del dialogo e il controllo della situazione: la Madrid di nuovo a guida conservatrice con la sua studiata e pericolosa passività, e la Barcellona comunque decisa a ritagliarsi spazi sempre più grandi di autogoverno, anche con provocatorie forzature. Fino all’attuale, prevedibile, irrimediabile scontro frontale. E la scelta, evitabilissima, della novella ‘imperatrice Soraya’. L’annunciato voto del 21 dicembre per il rinnovo dei poteri locali rischia di mortificare l’unico passo sensato per tentare di chiarire la situazione. Cioè quello di una consultazione davvero libera, non condizionata, garantita che chiarisca un primo indispensabile passaggio: quanta parte della Catalogna sia oggi davvero per il processo separatista, e quanta invece si accontenterebbe di un ritorno alle forti concessioni autonomiste del 2008. Nodo che le urne di Natale non scioglieranno affatto. Rendendolo anzi ancor più duro e inestricabile. Anche perché si prospetta il boicottaggio attraverso una astensione massiccia dell’elettorato anti-spagnolo, se non addirittura ricorrendo ad elezioni parallele e semi-clandestine. Monito e lezione per un’Ue che, dopo il lungo e irrisolto problema della crisi economica e sociale, deve ora affrontare anche la paura della sua ‘balcanizzazione’. Della sua frammentazione.

20.10.2017, 08:292017-10-20 08:29:04
Erminio Ferrari @laRegione

Un muro attorno

Il 10 ottobre scorso, il Parlamento di Barcellona “non dichiarò” l’indipendenza, ma lo farà se il governo spagnolo deciderà di applicare l’articolo 155 della Costituzione, che consente di sospendere l’...

Il 10 ottobre scorso, il Parlamento di Barcellona “non dichiarò” l’indipendenza, ma lo farà se il governo spagnolo deciderà di applicare l’articolo 155 della Costituzione, che consente di sospendere l’autonomia catalana. Ed è probabile che vada così, dopo che Carles Puigdemont ha risposto con queste parole “definitive” all’ultimatum imposto da Mariano Rajoy. Viene il momento, in talune contese, in cui le ragioni delle parti che le disputano si subordinano (o piuttosto soccombono) infine ai fatti, alla irrimediabile meccanica azione-reazione. Ed è a questo punto che si trova il confronto tra separatisti e stato spagnolo: per ponderati che potranno essere, i prossimi passi dei contendenti conteranno ormai soltanto per ciò che produrranno, e non per la fondatezza o la condivisibilità della loro ispirazione.

Era probabilmente ciò a cui puntava la dirigenza separatista catalana, non si può dire ora con quale avvedutezza. Ed era forse il calcolo di Rajoy, apparentemente più interessato a ottenere la resa dell’avversario che a confrontarsi sul terreno in cui la sua propaganda ha messo radici.

Bisognerà ripetere ancora una volta che – vista da qui – la Catalogna non è un Kurdistan, non il Kosovo pre-indipendenza, ma una delle regioni più prospere d’Europa, con una propria assemblea legislativa, una propria polizia, i cui cittadini parlano, se vogliono, la propria lingua a casa, a scuola, nelle sedi ufficiali. Non abbastanza, tuttavia, per non far sentire meno della metà dei sui abitanti (anche grazie a una decennale pedagogia identitaria) un popolo oppresso. Ma anche non abbastanza perché possiamo accettare acriticamente che lo sia.

Tuttavia, ricondurre la vicenda di una collettività a una esclusiva questione di ordine pubblico o di legalità costituzionale è stato un errore capitale, una colpa, di Mariano Rajoy, che ha preteso di negare non soltanto la legittimità, ma l’esistenza stessa di ciò che stava avvenendo sotto i suoi occhi, salvo non assumerne l’onere.

Così, adesso, ovunque si volga lo sguardo – ha scritto il filosofo catalano Josep Ramoneda – si vede un muro. Il più che probabile avvio della procedura di applicazione del 155 indurrà la dirigenza separatista (quella non finita in carcere) a puntare su una sollevazione della piazza. E hai un bel dire che si tratterà di un appello gandhiano. Un dire cinico, piuttosto: ogni movimento di fondazione di una sovranità sa bene che niente ne solidifica il mito quanto un “martirio”. Questo non significa che Puigdemont e i suoi lo stiano cercando, ma che lo abbiano messo in conto è certo. Diversamente – citiamo ancora Ramoneda – non si spiegherebbe la continua ricerca di “soluzioni fantasiose per prolungare il gioco”.

Gioco che tuttavia avrà vita breve. Lo stato spagnolo dispone di forza sufficiente a fermare il processo di secessione. La utilizzerà e, se le cariche di polizia alle urne del primo di ottobre valgono da precedente, lo farà senza ritegno. Rajoy vincerà, e il risentimento separatista troverà, di nuovo, nella propria sconfitta il terreno più fecondo per tornare a crescere.

17.10.2017, 08:412017-10-17 08:41:00
Erminio Ferrari @laRegione

Il volto di Kurz, la destra di Strache

Una cosa la sa già, Sebastian Kurz: se costituirà una maggioranza di governo con l’estrema destra, il giovanissimo cancelliere del Partito popolare austriaco non dovrà temere...

Una cosa la sa già, Sebastian Kurz: se costituirà una maggioranza di governo con l’estrema destra, il giovanissimo cancelliere del Partito popolare austriaco non dovrà temere sanzioni da parte europea. Un’altra la sa, e l’ha detta, Heinz-Christian Strache, leader del partito liberale (Fpoe), cioè capofila di quella stessa estrema destra: “Il sessanta per cento degli austriaci ha votato il nostro programma”.

Ed è così, infatti. Kurz ha reindirizzato il Partito popolare e impostato la propria campagna elettorale sui temi in precedenza appannaggio esclusivo dell’Fpoe. Dal rifiuto dei migranti al fastidio per l’invasività della politica europea nelle faccende domestiche. E ha vinto, ben sapendo che l’Europa di oggi non è più quella che nel 1999 impose (blande) sanzioni a Vienna, dopo l’ingresso in governo dell’Fpoe di Jörg Haider. Non lo è più a livello di esecutivi, contandone molti in cui è l’estrema destra a dettare l’agenda o a occupare i posti di vertice. E non è più lo stesso il suo tessuto sociale, per quanto possa essere rappresentato dalle scelte elettorali: il successo delle liste nazionaliste e xenofobe ne è un segnale certo, e il travaso delle loro istanze nei programmi dei partiti “moderati” lo conferma al di là di ogni dubbio.

Strache, naturalmente, ha fatto la sua affermazione cercando di sfruttare il momento, ma è andato vicinissimo al vero, sintetizzando in forma estrema uno scenario che si è già manifestato altrove in Europa. Ovunque, dove la crescita delle formazioni di estrema destra supera una soglia considerata allarmante, i partiti moderati (ma anche gli organi d’espressione dell’opinione pubblica) ne stigmatizzano dapprima le asperità propagandistiche e la radicalità dei programmi, poi li metabolizzano, li fanno propri, abbigliati di una veste più presentabile. E non guasta se a farsene leader e testimonial sono personaggi di sicuro appeal mediatico: e Kurz lo è nella versione austriaca.

Il risultato di questa operazione è duplice. Uno: raramente l’estrema destra viene annichilita dallo “scippo” dei suoi temi da parte della destra “moderata”, e anche dove non ottiene la maggioranza si rafforza. Due: se è vero che “il sessanta per cento degli elettori ha votato il nostro programma”, vuol dire che il processo di egemonizzazione del pensiero comune è a buon punto di compimento (in Austria, in Olanda, ma anche nella Germania di Angela Merkel, e persino in Francia, dove troppo frettolosamente si è voluto seppellire il fantasma dell’estrema destra insieme alle ambizioni di Marine Le Pen, in attesa di conoscere quale forma prenderà in Italia).

Certo, non dappertutto l’esito di questo processo, almeno in termini di configurazione dei governi, è lo stesso, né ci si può spingere oltre le analogie tra quanto avviene negli Stati citati sopra e quelli dell’ex Est Europa. Ma anche a questo proposito il caso austriaco è esemplare: a Vienna, i vincitori di domenica stanno già tentando di accreditarsi come “ponte” tra Ue e i riottosi membri dell’Europa centrale (i cosiddetti “Paesi Visegrad”). Di più: come capofila di una “diversa Europa” in seno a quella di Bruxelles. Tralasciando il nostalgico folklore da rediviva Mitteleuropa, il problema è serio.

16.10.2017, 08:252017-10-16 08:25:00
Aldo Sofia

Questa America ‘prima’ e sola

Se si tratta del peggio, il 45º presidente degli Stati Uniti è di tenace coerenza. Così come nella determinazione di picconare il multilateralismo, lui che crede soprattutto nei...

Se si tratta del peggio, il 45º presidente degli Stati Uniti è di tenace coerenza. Così come nella determinazione di picconare il multilateralismo, lui che crede soprattutto nei rapporti di forza. Così, nel giro di pochi mesi, Donald Trump ha compiuto i passi che dovrebbero concretizzare il suo concetto di “America first”, prima, e sempre più sola.

Ha stracciato l’accordo sul clima di Parigi, per poi infilare gli stivaloni del poco verosimile soccorritore negli Stati sconvolti dagli uragani (“i più epici e costosi”, li ha definiti, senza accennare alla possibilità che quei micidiali tifoni in serie siano anche il risultato degli sconvolgimenti climatici). È andato alla tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite solo per denunciarne violentemente l’assoluta inutilità. Ha quindi annunciato il ritiro della superpotenza dall’Unesco, l’organizzazione per l’educazione, la scienza e la cultura (non proprio una novità per gli Usa).

E ha infine compiuto la prima mossa sulla strada della denuncia dell’accordo sul nucleare raggiunto faticosamente due anni fa con l’Iran, passando la patata bollente al Congresso, ma precisando che la parola definitiva spetterà comunque alla Casa Bianca. Decisione condannata da tutti gli altri firmatari (europei, russi, cinesi), che al contrario riconoscono a Teheran il sostanziale rispetto dell’intesa da parte del paese degli ayatollah, che fra l’altro ha accettato ispezioni permanenti e senza precedenti da parte dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica.

Il peggior accordo mai firmato da Washington, lo definisce “the Donald”, mettendoci di tutto, dagli esperimenti balistici iraniani (non proibiti dall’accordo), al mancato rispetto dei diritti umani (una gran novità), all’attivismo della potenza sciita su diversi scenari mediorientali.

La verità è assai più semplice: da una parte la stella polare di Trump rimane ossessivamente lo sradicamento della strategia del suo predecessore; dall’altra, si tratta di consolidare una precisa scelta di campo in favore dei suoi due alleati più anti-iraniani, cioè Israele e Arabia Saudita.

Poco importa se nella Repubblica islamica rialzano la testa le correnti conservatrici contrarie al pragmatico presidente Rouhani, se Teheran allenterà la sua pressione sul terreno contro i tagliagole dell’Isis, se il premier israeliano Benjamin Netanyahu tornerà a cullarsi nella pericolosa idea di un attacco preventivo contro l’Iran, e soprattutto se quest’ultimo si sentirà in stato di guerra e dunque autorizzato a seguire “la via nord-coreana” per dotarsi dell’arma assoluta. Ulteriore benzina sull’inesauribile incendio medio-orientale.

È la presidenza muscolare, di cui abbiamo recenti e disastrosi esempi. E a tranquillizzare non bastano certo le inascoltate parole del capo del Pentagono generale Mattis e del ministro degli Esteri Tillerson, difensori dell’accordo con Teheran. Il solito caos alla Casa Bianca.

11.10.2017, 08:332017-10-11 08:33:00
Erminio Ferrari @laRegione

Oltraggio alla Catalogna

Una dichiarazione di indipendenza abbozzata a mezza voce e subito sospesa è una sconfitta per l’indipendentismo. E neppure servirà a salvare Carles Puigdemont e quel po’ di autonomia di cui...

Una dichiarazione di indipendenza abbozzata a mezza voce e subito sospesa è una sconfitta per l’indipendentismo. E neppure servirà a salvare Carles Puigdemont e quel po’ di autonomia di cui gode la Catalogna dalla reazione di Madrid.
Se infatti la seduta del parlamento catalano doveva essere ricordata, nelle intenzioni dei separatisti, come un appuntamento con la storia, il suo esito sembra piuttosto aver certificato la fine di una spinta che per avere sovrastimato la propria forza si è esaurita. L’indipendentismo catalano, questo indipendentismo e i suoi rappresentanti hanno dato ciò di cui erano capaci: illusioni, manipolazioni del discorso storico, pretese di “diversità genetica” e di superiorità sul resto della detestata Spagna. E il prodotto di tanto sforzo è stata la propria rovina. Che non sarebbe neppure il peggiore dei mali, se non trascinasse con sé una Catalogna che meritava altro. Sarà dunque stato per timore, o forse per “senso di responsabilità”, o per la coscienza di averla fatta grossa: non possiamo sapere che cosa è passato per la testa di Puigdemont, ma le sue non erano le parole di un vincitore. La firma apposta in calce alla “dichiarazione” un obbligo da adempiere, coraggiosamente, forse, ma invano.
Nel rivolgersi all’assemblea catalana, il President ha dichiarato, con una formula ben poco chiara, di assumere, sulla scorta dell’esito referendario, “il mandato del popolo perché la Catalogna si converta in uno Stato indipendente in forma repubblicana”. Sospendendo tuttavia “la dichiarazione di indipendenza per avviare il dialogo”.

Puigdemont era del resto chiamato a compiere un miracolo per salvare la faccia dell’indipendentismo, ma l’intelligenza di cui pur dispone non gli è bastata. Lo testimoniano i musi lunghi dei deputati della sinistra rivoluzionaria che pure appoggiano il suo governo, e che avrebbero voluto una dichiarazione di indipendenza incondizionata; e, specularmente, l’interpretazione data al suo discorso dal governo di Mariano Rajoy: le parole di Puigdemont sono una dichiarazione di indipendenza e Madrid reagirà di conseguenza.

Una reazione presumibilmente sovradimensionata, perché non si può negare che Rajoy vorrà prendersi una rivincita esemplare, e perché alcuni riflessi “franchisti” non sono ancora del tutto scomparsi dal suo partito. Prima di un qualsivoglia “dialogo” (la cui richiesta pone già Puigdemont in posizione di debolezza) la Madrid che salutava gli agenti della Guardia Civil inviati in Catalogna invitandoli a “suonargliele” vorrà assicurarsi che Barcellona non sia più in grado di nuocere.
È una terminologia cruda, ma non esagerata. La radicalizzazione del confronto, cercata da entrambe le parti, ha tacitato le voci che per anni hanno cercato di ricondurre al rispetto reciproco la dialettica ispano-catalana. A un’astorica (e infetta, come tutti i nazionalismi) pretesa separatista, Rajoy e i governi conservatori prima del suo hanno opposto uno stolido atteggiamento di negazione non solo delle ragioni, ma dell’esistenza stessa di un fenomeno comunque non estraneo alla vicenda della Spagna.

Non è più ormai una questione di “dialogo”, ma di disporre di un esercito e un apparato repressivo. Nella prova di forza in cui Puigdemont e i suoi si sono sventatamente avventurati trascinando con sé una pur importante minoranza di catalani, il vantaggio è tutto di Madrid. Potevano, dovevano saperlo. Il peggiore “omaggio alla Catalogna” è venuto da loro.

3.10.2017, 06:452017-10-03 06:45:10
Erminio Ferrari @laRegione

Ora tocca all’Europa

Arrotondando: il 90 per cento del quaranta per cento degli elettori catalani ha votato domenica a favore dell’indipendenza. Dichiararla sulla base di queste cifre sarebbe ridicolo, se non fosse...

Arrotondando: il 90 per cento del quaranta per cento degli elettori catalani ha votato domenica a favore dell’indipendenza. Dichiararla sulla base di queste cifre sarebbe ridicolo, se non fosse un abuso. E la dirigenza indipendentista, che ha forzato lo scontro con Madrid per compensare un vistoso calo di popolarità (confermato dalle ultime elezioni democratiche tenute nella Generalitat), ne porta l’intera responsabilità. Con essa lo sono i padroni della macchina propagandista – a partire da quell’infallibile meccanismo di lavaggio del cervello che è il pallone – riusciti a imporre l’equivalenza tra il non voler avere più nulla da spartire con la Spagna e lo status di nazione oppressa; tra l’arroganza di una regione ricca e un diritto storico; tra una rivolta fiscale e il diritto dei popoli all’autodeterminazione. Tra, soprattutto, separatismo e indipendentismo. Segno dei tempi.

Anche per questo la responsabilità, anzi la colpa di Mariano Rajoy per quanto è andato in scena nelle ultime settimane e domenica in specie, è direttamente proporzionale al potere di cui dispone, vale a dire la più grande. Il capo del governo spagnolo (a sua volta fortunosamente al suo posto in virtù di due successive, ravvicinate e inconcludenti elezioni politiche) non solo non è stato all’altezza della più grave crisi nella storia della Spagna democratica, ma ha concorso ad aggravarla, fino al punto di apparente non ritorno.

Avere la legge dalla propria parte – e una necessaria intelligenza politica avrebbe dovuto suggerirglielo – non autorizza a disconoscere la realtà di un fenomeno come quello che ha preso forma in Catalogna, comunque lo si consideri, e soprattutto quando (fu suo il ricorso contro l’Estatut del 2006) si è stati parte attiva nell’impedire che il confronto avvenisse nell’alveo delle procedure democratiche. Gli è parso più facile affermare che in ogni caso il referendum illegale non si sarebbe svolto, e per impedirlo inviare la Guardia Civil a sparare proiettili di gomma sui catalani in fila davanti ai seggi.

Niente perciò sarà più come prima, e non è una frase fatta, ma la constatazione di un disastro. Ipotizzare a questo punto la ripresa di un confronto tra Spagna e Catalogna (con tutto che la Catalogna è ancora Spagna) è quindi ben difficile. Le persone che vi si dovrebbero investire sono screditate – o tali si accusano vicendevolmente d’essere – e ogni previsione sembra piuttosto la proiezione di un desiderio, se anche una testata di riconosciuta autorità come ‘El País’ chiama “astensione” l’impedimento opposto dalla polizia ai molti che invece avrebbero votato.

La dichiarazione unilaterale di indipendenza – pur prevista dalla legge catalana che convocava il referendum, e di nuovo evocata ieri dal presidente Carles Puigdemont – sarebbe un atto estremo e irresponsabile, per la reazione che scatenerebbe e per il vuoto che si farebbe attorno a Barcellona. Ma pur “dichiarata”, l’indipendenza resterebbe soggetta all’approvazione dell’Assemblea regionale, dove i deputati favorevoli all’indipendenza sono sessanta, tre in meno dei contrari (lo erano prima delle violenze di domenica).

Più in là non è possibile spingersi nell’immaginare scenari, ma già ora ci si può augurare che le istituzioni europee, i governi e i parlamenti, si attribuiscano (o inventino, se non c’è) un ruolo forse non contemplato nelle leggi comunitarie, ma reso necessario dall’imporsi della realtà, che consenta di offrire agli spagnoli, quantunque catalani, una mediazione (o la si chiami altrimenti) per riprendere un discorso di ragione.

2.10.2017, 09:002017-10-02 09:00:29
Roberto Antonini

Catalogna, ora arriva il difficile

Una certezza: il computo delle schede dello scrutinio – illegale secondo la Corte costituzionale – non ha nessuna rilevanza. Chi ha sfidato lo Stato centrale è in effetti favorevole...

Una certezza: il computo delle schede dello scrutinio – illegale secondo la Corte costituzionale – non ha nessuna rilevanza. Chi ha sfidato lo Stato centrale è in effetti favorevole alla secessione, chi vuol rimanere nel quadro dell’attuale Stato nazionale spagnolo non si è invece recato ai seggi. Nessuno oltretutto sa esattamente quante persone hanno voluto e potuto votare. La contrapposizione, in quella che è la maggior crisi istituzionale dal fallito golpe del 1981, è frontale. Il classico muro contro muro. Referendum?

Non c’è stato nessun referendum, hanno ribadito ieri all’unisono i rappresentanti del governo di Madrid: l’epiteto più ricorrente è stato quello di “farsa”.

Carles Puigdemont, il tribuno indipendentista, presidente della Generalitat de Catalunya, l’esecutivo regionale che governa con una risicata maggioranza, rivendica dal canto suo il successo elettorale denunciando la brutalità della repressione. Decine di migliaia di persone si sono radunate nelle strade e piazze di Barcellona e altre città catalane, intonando l’inno della comunità autonoma “Els segadors”, sfidando pacificamente le forze dell’ordine, la polizia nazionale e la guardia civil, mentre i mossos d’esquadra, la polizia regionale, hanno mantenuto un atteggiamento compiacente.

Le squadre antisommossa hanno interpretato in modo letterale le consegne intransigenti e strategicamente poco accorte del governo Rajoy: nessuna concessione all’illegalità, centinaia le persone ferite a manganellate.

Come le altre 15 comunidad autonome, la Catalogna beneficia di ampi margini di autonomia, in buona parte non molto dissimili da quelli che caratterizzano i cantoni elvetici: ha un parlamento, una polizia, amministra la giustizia e l’educazione, mentre il catalano è accanto al castigliano la lingua ufficiale. Uno statuto iscritto nella Costituzione del 1978, plebiscitata anche dai... catalani. Il punto dolente è la fiscalità e molto prosaicamente la rivendicazione potrebbe riassumersi ‘nell’egoismo delle tasse’, motivazione non molto nobile agli occhi dei più critici.

La Catalogna, che ha un Pil superiore alla Grecia o al Portogallo, ha, a seconda dei calcoli, un deficit fiscale tra il 2 e l’8% nei confronti di Madrid. Detta in altre parole, fornisce, come la Lombardia in Italia, più di quanto non riceva.

Sembra esser stata la crisi del 2008 ad alimentare la frustrazione catalana, anche se oggi la ripresa economica è una realtà. Puigdemont ha imbastito la sua campagna secessionista invocando il diritto dei popoli a disporre di sé stessi: una retorica poco convincente. Il diritto internazionale giustifica la secessione solo in caso di oppressione, colonialismo, minaccia di genocidio. Non è certamente quanto succede nella Spagna moderna. Il caso catalano non è neppure paragonabile a quello del Québec o della Scozia dove le consultazioni sono state decise con e non contro il governo centrale.

Ma da ieri le spinte secessionistiche potrebbero farsi viepiù irrefrenabili. Un ritorno a quella forte autonomia votata dal parlamento nel 2006 (ma invalidata dalla Corte costituzionale su richiesta del Partido Popular di Rajoy) sembra essere ora forse l’unico compromesso realistico per evitare il peggio.

Compito che dovrebbero assumere ora le Cortes generales, il parlamento nazionale, dove l’autodeterminazione catalana aveva comunque raccolto ben pochi consensi.

26.9.2017, 09:052017-09-26 09:05:00
Aldo Sofia

Merkel nella Storia, Germania nell’instabilità

Entra nella Storia, Angela Merkel, ma non è un trionfo. Cancelliera per la quarta volta, eppure è un record amaro. La festa è altrove.

È fra leader e...

Entra nella Storia, Angela Merkel, ma non è un trionfo. Cancelliera per la quarta volta, eppure è un record amaro. La festa è altrove.

È fra leader e militanti della destra radicale, non solo xenofoba, ma con forti striature di inquietanti nostalgie del passato e dichiarate simpatie neonaziste: il leader dell’Alternative für Deutschland (Afd) che conquista il terzo posto nel panorama politico della super-potenza europea e che vuole ridare l’onore a generali e soldati tedeschi della Seconda guerra mondiale, quindi Ss comprese; e che nemmeno richiama o sconfessa uno dei suoi principali leader regionali che ha definito “vergognoso” il memoriale berlinese dell’Olocausto. Un negazionismo che impasta quel 13 per cento di voti con cui la destra estrema entra massicciamente al Bundestag.

Siamo ben oltre il populismo gonfiatosi nell’ultimo decennio al di qua e al di là dell’Atlantico. Qualcosa di assai più preoccupante. La Germania è la Germania, il suo passato non è del tutto passato, così come le inquietudini di vicini e alleati, convinti che dopo la riunificazione bisognasse europeizzare la Germania per evitare che si germanizzasse l’Europa.

Certo, non pochi analisti tedeschi già parlano di fenomeno destinato a sgonfiarsi, e del resto non ci sono solo le ombre del passato nell’affermazione dell’Afd, ma anche una questione sociale.

Lo aveva previsto ’Die Zeit’ alla vigilia del voto, analizzando i possibili effetti della mondializzazione su una parte non piccola (soprattutto nei Laender ex comunisti) della società tedesca: per essa, ammoniva il giornale, si profila unicamente la percezione della perdita di importanza e il timore della disoccupazione, e vive l’internazionalizzazione della Germania esattamente come i tedeschi dell’Est hanno vissuto la riunificazione, “migranti nel proprio paese”. Quindi ancor più determinati e feroci nella contestazione alla generosità di Frau Merkel, che ha aperto il paese a un milione di profughi siriani. Nobiltà forse anche in parte calcolata di fronte al collasso demografico del paese, e che comunque l’“eterna cancelliera” paga con la perdita di otto punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni.

Così, Merkel che per ben due volte aveva “cannibalizzato” i suoi partner socialdemocratici della Grosse Koalition, è a sua volta fortemente corrosa dai numerosi consensi passati dal suo schieramento a quello della “destra più destra”. Voti in fuga anche dall’Spd, ormai al suo minimo storico. Una socialdemocrazia che appunto nell’abbraccio con la Kanzlerin si è snaturata fino al punto di risultare un oggetto misterioso, privo di identità, ponendo oltretutto il già smunto candidato Schultz nella impossibile condizione di dover combattere la donna di cui ha pienamente condiviso la politica in posizione subalterna.

Né l’esito del voto tedesco sembra in grado di promuovere quello scontato rilancio dell’integrazione europea che dovrebbe basarsi sul ritrovato motore franco-germanico. Nella difficile formazione del prossimo governo, la cancelliera deve cercare di imbarcare Verdi e Liberali dell’Fdp, usciti rinvigoriti dalle urne. Due potenziali partner profondamente divisi. Con i liberali ostinati nel chiedere la continuità del rigore economico, e apparentemente inossidabili nel respingere i nuovi, ventilati progetti di integrazione già discussi da Berlino e Parigi. Non sarà facile mettere insieme questa cosiddetta “coalizione Giamaica” (dai colori dei tre partiti). E ancor meno farla funzionare. È perciò alto il rischio di instabilità, condizione estranea alla Germania del dopoguerra. È in questa foschia, fra queste ombre, per la Germania e per l’Europa, che Angela Merkel agguanta il suo storico primato.

25.9.2017, 09:152017-09-25 09:15:00
Erminio Ferrari @laRegione

Eine deutsche Alternative

L’alternativa ha seppellito l’alternanza. L’esito delle elezioni legislative tedesche pare la conferma che la mutazione avvenuta nella società tedesca è di portata tale da scardinare il “...

L’alternativa ha seppellito l’alternanza. L’esito delle elezioni legislative tedesche pare la conferma che la mutazione avvenuta nella società tedesca è di portata tale da scardinare il “sistema” su cui poggiavano sino a ieri le istituzioni della Bundesrepublik. In altre parole: lo straordinario risultato dell’estrema destra di Alternative für Deutschland, opposto al calo della Cdu/Csu di Angela Merkel e al tracollo della Spd, pare aver definitivamente seppellito l’alternanza di governi a guida democristiana o socialdemocratica che andava avanti dal dopoguerra (ultimamente degradata in Grosse Koalition).

Rinviando un’analisi più approfondita dello scrutinio, e ancora prima che inizino le trattative per la costituzione di una maggioranza (presumibilmente lunghe e laboriose) qualcosa si può già dire sulle sue conseguenze più significative. Una è che Merkel, con il quarto mandato, si è guadagnata un posto nella Storia, ma quello alla testa di un governo le costerà fatica immane e senza garanzie di mantenerlo per quattro anni. Prospettiva che potremmo osservare con distacco, se lei non fosse ancora la figura politica imprescindibile per tutta l’Europa, e la Germania il paese che ne determina le sorti.
Se l’opinone più diffusa sovrapponeva infatti l’immagine di Merkel a quella della stabilità così cara ai tedeschi, il suo ridimensionamento, accompagnato dall’exploit di Afd, indica che una parte importante degli stessi tedeschi è disposta a dare credito a figure che propagano temi e discorsi dai quali la Storia inviterebbe a stare alla larga.

Ed è un problema. Se non si possono inchiodare le nazioni al retaggio di un passato non del tutto risolto, è vero che anche su un rivendicato revisionismo e nostalgie equivoche si è formato il consenso andato a Afd. I tagliati fuori (o, peggio, le vittime) della ‘ripresa’, il risentimento degli “Ossi”, i migranti: tutto quanto si vuole, ma non si può tacere l’humus ideologico preciso su cui l’Alternative ha seminato le proprie “convincenti” parole.
Il prepotente insediamento dell’estrema destra in uno dei parlamenti più importanti d’Europa non è infine meramente speculare allo sgretolamento della sinistra, ma qualcosa in più. È: uno, la conferma che sottrarre “ragioni” alla sinistra (per responsabilità gravissime di essa stessa) è persino più facile che rubarle i voti. Due, che una destra “moderata” regge finché le cose “vanno bene”. Peggiorando queste, il suo elettorato non si fa scrupoli nel rivolgersi “un po’ più in là”. Non inseguirli in quella direzione è responsabilità della prossima destra al governo. Progettare un’alternativa è compito di tutti gli altri, se ne restano.