Analisi

16.3.2017, 09:002017-03-16 09:00:36
Erminio Ferrari @laRegione

La diga olandese ha retto

La diga olandese sembra avere retto. I liberali del premier uscente Mark Rutte, pur in calo, hanno vinto le legislative nei Paesi Bassi con un buon margine sull’estrema destra di Geert Wilders...

La diga olandese sembra avere retto. I liberali del premier uscente Mark Rutte, pur in calo, hanno vinto le legislative nei Paesi Bassi con un buon margine sull’estrema destra di Geert Wilders, comunque cresciuta. La falla da cui, si temeva, il populismo xenofobo sarebbe dilagato nel resto d’Europa, non si è aperta.
Se il quadro è questo (sostenuto anche da un alto afflusso alle urne), l’Unione europea, il suo establishment, e in definitiva anche le forze democratiche, possono sentirsi sollevate, ma non ascriversi meriti di sorta o vantare una ritrovata sintonia con gli elettori.
Vuoi perché ogni elezione ha una propria storia, vuoi perché non c’era reciprocità tra le due ipotesi: un “cedimento” olandese avrebbe reso zoppa l’Europa, che tuttavia non può dirsi al sicuro “grazie” agli elettori olandesi. Non solo perché vi sono almeno altre due scadenze cruciali che potrebbero ridare slancio alle destre estreme (le presidenziali francesi e le legislative tedesche); ma soprattutto perché le condizioni in cui quei movimenti sono cresciuti sono immutate.
Inique disparità economiche, politiche di austerità cieca, un fenomeno migratorio di dimensioni inedite, élite screditate, non spiegano da sole la crescita del nazionalismo virulento che conosciamo (a cui basta la propria autoreferenzialità ideologica) ma certamente formano l’humus in cui ha messo solide radici, sottraendo spazio a una sinistra esaurita (si veda il tracollo dei laburisti).
Per questo, il sussulto della “piccola” Olanda (complice Erdogan) ha sì il merito di avere in parte ridimensionato l’arroganza di chi si pretende “autentico rappresentante degli autentici valori”, ma non va frainteso per ciò che non è. Il vocabolario politico dei Wilders è infatti già in uso anche tra chi lo avversa. E tra un mese il razzista biondo potrebbe vedersi vendicato da una certa Le Pen.

13.3.2017, 08:132017-03-13 08:13:00
Roberto Antonini

Frattura sociale e nazionalismo

‘Guasto è il mondo’ è il titolo che il grande storico Tony Judt aveva dato alcuni anni fa a una serie di articoli redatti per una rivista americana. Il testo costituiva una disamina...

‘Guasto è il mondo’ è il titolo che il grande storico Tony Judt aveva dato alcuni anni fa a una serie di articoli redatti per una rivista americana. Il testo costituiva una disamina impietosa della crescente frattura sociale creata dal disordine economico mondiale: emarginazione, disoccupazione, violenza, terrorismo, flussi migratori.
Alla vigilia di una serie di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro continentale, lo spettro che si aggira per l’Europa non è certamente quello profetizzato nel ‘Manifesto del Partito Comunista’ di Marx ed Engels. Al contrario. I nomi della francese Marine Le Pen, dell’olandese Geert Wilders o dell’anti Merkel, la tedesca Frauke Petry, incarnano, seppur con tutti i distinguo e le differenze, quell’offensiva nazionalistica che ha sostituito gli ideali politici, già attecchita negli Stati Uniti con l’elezione di Donald Trump.
Nell’interregno tra un capitalismo che fino agli anni 70 del secolo scorso aveva attenuato le differenze di classe garantendo prosperità, e un futuro segnato da una ‘turbo finanziarizzazione’ all’insegna delle crescenti disuguaglianze, oltre che alla probabile scomparsa di una buona fetta di posti di lavoro, l’incertezza e la mancanza di prospettive spingono una parte dei cittadini, in generale le fasce medio-basse, ad abbracciare un’ideologia basata sull’appartenenza identitaria. Non è un caso che in Francia il Front National sbanchi nelle ex roccaforti operaie del Partito comunista. E che, stando ai sondaggi, la metà dell’elettorato di Jean-Luc Mélenchon (il candidato all’Eliseo della sinistra radicale) voterà al secondo turno per la candidata dell’estrema destra Marine Le Pen.
Certo, la globalizzazione ha mediamente portato maggiore ricchezza nel mondo. La questione tuttavia è quella della voragine apertasi, dalla rivoluzione reaganiana degli anni 80, nella distribuzione della ricchezza. Gli ultimi dati della Federal Reserve americana indicano che mai gli americani sono stati tanto ricchi ma neanche tanto diseguali, perché la crescita è attribuibile ai redditi del capitale finanziario e immobiliare. Tra i convitati al banchetto manca dunque una buona parte dei cittadini.
La tendenza è globale (sul fronte delle disuguaglianze la Cina ha ormai superato gli Stati Uniti) e spiega anche, come ha illustrato in una conferenza all’Usi l’islamologo Gilles Kepel, i processi di radicalizzazione religiosa nelle banlieue, humus del terrorismo islamista. Le vite di scarto, 40% di disoccupati tra i giovani delle periferie con prospettive scarse o nulle di entrare nel mondo del lavoro, abbracciano così quanto offre loro l’ideologia sostitutiva religiosa. L’islamismo delle terze generazioni risponde a una logica identitaria, con tutte le derive violente di questi ultimi anni.
In mezzo a queste due identità speculari oggi sul proscenio (l’estrema destra da una parte, il comunitarismo dall’altra), un mondo politico fragilizzato e disorientato, convinto che le ricette patriottico-protezionistiche siano uno specchietto per allodole. Ma non così coraggioso da rimettere in discussione i mali della nostra epoca, finanziarizzazione e disuguaglianze, e approntare una robusta ridistribuzione della ricchezza (ad esempio tramite lo strumento fiscale coordinato su scala sovranazionale, e una politica di investimenti pubblici). La malattia diagnosticata da Tony Judt è così destinata a perdurare, con all’orizzonte lo spettro di un’accentuazione delle derive sociali e politiche.

11.3.2017, 08:302017-03-11 08:30:00
Erminio Ferrari @laRegione

Il problema Erdogan

L’Europa ha un problema con la Turchia. Non da oggi, né la sola Ue, come mostra l’impaccio con cui anche la Svizzera sta gestendo (o tentando di impedire) i comizi di politici turchi per il...

L’Europa ha un problema con la Turchia. Non da oggi, né la sola Ue, come mostra l’impaccio con cui anche la Svizzera sta gestendo (o tentando di impedire) i comizi di politici turchi per il referendum costituzionale, rimpallando tra autorità locali e federali la responsabilità di dire sì o no, e adducendo pur plausibili “ragioni di sicurezza” per obiettare alla tenuta delle riunioni. Analogamente, in Germani il governo di Angela Merkel è stato molto prudente, e a sua volta ha demandato alle autorità locali le decisioni. Con esiti talora grotteschi: tali le “lacune del sistema antincendio” della sala scelta, per non autorizzare un discorso del ministro degli Esteri turco Cavusoglu. Il quale ha rilanciato annunciando che avrebbe parlato dal balcone del consolato di Amburgo, accusando Berlino di utilizzare “metodi nazisti”, come aveva fatto il presidente Recep Tayyip Erdogan.
Eccolo, il problema: Erdogan. L’autocrate di Ankara ha quasi completato la reislamizzazione delle istituzioni dello stato laico kemalista, espellendone i residui esponenti dai vertici dell’esercito all’istruzione, all’economia, alle comunicazioni. Ma se l’operazione, complice il golpe-farsa della scorsa estate, gli è di fatto riuscita in patria, l’attitudine di Erdogan è costata alla Turchia un discredito internazionale gravissimo.
Fatto sta che, discreditata o no, l’Europa non può prescindere dalla Turchia di Erdogan. La sua collocazione geopolitica parla da sé: con un vicino così si tratta o si viene alle mani. Esclusa la seconda possibilità, anche la prima non è senza conseguenze dolorose o imbarazzanti. Ad esempio quella di sottoscrivere (e pagare) un accordo per fermare l’afflusso di migranti dal Medio Oriente con uno stato di cui si dichiara la deriva autoritaria e si denunciano le ripetute violazioni dei diritti umani. Esponendosi inoltre al suo ricatto di utilizzare la massa di profughi come una bomba a tempo.
Non solo. Poiché è caratteristica del nostro tempo quella di avere la politica estera in casa, l’Europa – i Paesi di forte immigrazione soprattutto – hanno importanti parti di Turchia nelle proprie città, nelle proprie istituzioni. Il che rende più difficile separare ciò che avviene sul e a est del Bosforo, da quanto si svolge a Zurigo, Amburgo, Berlino, e raddoppia la problematicità della questione: da un lato le relazioni con Ankara, dall’altro il riverberarsi “qui” delle tensioni intestine turche, si pensi ai curdi e alla dissidenza democratica perseguitata dal regime. In questo senso, le perplessità, le “ragioni di sicurezza” evocate a giustificazione della ritrosia con cui si è accolto l’autoinvito di Cavusoglu sono formalmente discutibili, ma non incomprensibili.
Si dirà: se solo non si fossero chiuse le porte dell’Ue alla Turchia… Ed è vero, l’Europa non può chiamarsi fuori. A lungo si è sostenuto che proprio la prospettiva di ingresso nell’Unione è stata la leva per la democratizzazione degli Stati che vi aspiravano. Con la Turchia si è scelta una strada diversa, e ora il risultato è questo. Ma anche tale argomento è ormai logoro, come spiega il caso ungherese di deriva autoritaria cominciato una volta nell’Unione. Ok, siamo finiti fuori tema, ma sarà bene pensarci.

6.3.2017, 10:252017-03-06 10:25:44
Aldo Sofia

La deriva dei gaullisti nel naufragio di Fillon

Dei successori appartenenti al suo movimento, il generale De Gaulle non doveva avere una ferrea fiducia: “Il gaullismo senza di me? Sarà come la grotta di Lourdes...

Dei successori appartenenti al suo movimento, il generale De Gaulle non doveva avere una ferrea fiducia: “Il gaullismo senza di me? Sarà come la grotta di Lourdes senza la statua della Madonna”, rispose sornione in una conferenza stampa. Ormai da tempo gli eredi del fondatore della Quinta Repubblica ondeggiano notevolmente, con conseguente profonda crisi di uno schieramento che via via si è dato denominazioni diverse nella ricerca di una stabile identità. Senza riuscirci. Così, allo stato delle cose, i pretesi eredi del generale rischiano per la prima volta di nemmeno arrivare al secondo turno delle presidenziali. Tutti i sondaggi prevedono che avverrebbe se dalla corsa per l’Eliseo non dovesse ritirarsi François Fillon, quasi plebiscitato nelle primarie a destra, ma protagonista di uno scandalo che fa a pugni con la sua pretesa di probità e moralità di cattolico integrale. La magistratura indaga sugli impieghi fittizi (costati soldi pubblici per quasi un milione di euro) da lui fatti assegnare a moglie e figli. Fillon si difende sguaiatamente, non certo da statista, accusando giudici e giornalisti di ordire un complotto, un putsch politico, non si capisce bene a quale scopo. Qui non è più nemmeno una questione di tenacia e orgoglio. Appare invece come la difesa di un protagonista disperato, abbandonato da gran parte dei leader del suo schieramento, illuso dal sostengo apparente che gli ha tributato la piazza, stritolato dalle proiezioni demoscopiche, e che nella scalata al massimo potere francese vede probabilmente l’unica via di salvezza anche giudiziaria. Nelle prossime ore, nei prossimi giorni, soltanto un ritiro spontaneo o una ribellione dei vertici del partito potranno spianare la strada ad un’altra candidatura della destra tradizionale, quella di Alain Juppé, a sua volta ex premier, colui che Chirac aveva definito “le meilleur d’entre nous”, secondo alle primarie, ma che ora che i sondaggi indicano come il candidato presidenziale in grado di primeggiare sia al primo sia al secondo e decisivo turno contro Marine Le Pen. La quale, per le radicali e inquietanti conseguenze anche sul quadro europeo che avrebbe un’entrata all’Eliseo dell’estrema destra populista e xenofoba, è il nemico comune dei partiti tradizionali fuori e dentro la Francia. Certo, rimangono diverse incognite. L’abbandono o la cacciata di Fillon non sono affatto certi, e non è per nulla scontato un ricompattamento degli elettori di destra sulla candidatura di un Juppé “ripescato” dopo la figuraccia delle primarie. Tuttavia, l’attuale sindaco di Bordeaux (la cui disponibilità era messa in dubbio ieri sera da fonti del suo stesso staff) avrebbe un altro sicuro vantaggio nei confronti dell’indagato Fillon: questi ha presentato un programma di stampo neo-liberista, indigesto agli elettori socialisti a cui si chiederebbe quella “disciplina repubblicana” scattata quindici anni fa, quando Le Pen padre venne sommerso dai voti in favore di Chirac. Un’esclusione della gauche dal duello finale non sarebbe dunque una “prima assoluta” nella storia della Quinta Repubblica. Nell’ aprile 2002 Lionel Jospin venne estromesso a sorpresa già nel primo turno, vittima di astensione e divisioni interne. Oggi l’auto-punizione del bilancio e dell’abbandono di Hollande, l’immancabile rissa fra radicali e socialdemocratici, la divisione insensata fra il candidato ufficiale Hamon e il post-comunista Mélenchon, e lo stesso emergere del centrista Macron ex pupillo di Hollande, dominano su quest’altro campo pieno di rovine.

27.2.2017, 10:002017-02-27 10:00:44
Roberto Antonini

Trump dichiara guerra alla stampa

La democrazia muore nell’oscurità (‘democracy dies in the darkness’) recita il nuovo esplicito motto posto sotto la testata del ‘Washington Post’. La battaglia scatenata dalla Casa...

La democrazia muore nell’oscurità (‘democracy dies in the darkness’) recita il nuovo esplicito motto posto sotto la testata del ‘Washington Post’. La battaglia scatenata dalla Casa Bianca contro la stampa non allineata allunga un’ombra densa d’inquietudini su uno dei pilastri dell’America e della democrazia liberale: quella libertà di stampa e di parola di antichissima data, iscritta – ancora prima che scoppiasse la Rivoluzione francese – nel ‘bill of rights’. Per il direttore di ‘The Guardian’ quanto successo venerdì scorso è un attacco senza precedenti al primo (sacrosanto per gli statunitensi) emendamento della Costituzione. Il direttore del ‘New York Times’ denuncia una chiara rappresaglia contro la stampa che riferisce fatti che non piacciono al presidente. L’esclusione, venerdì scorso, dal ‘gaggle’ – il briefing informale dell’esecutivo – di testate che non piacciono a Trump è anti-americana, afferma in un editoriale Cnn, perché il Paese ha sempre potuto, soprattutto nei momenti istituzionali più bui (a cominciare dal Watergate), fregiarsi di fronte al mondo di una libertà di stampa senza pari. Certo, anche altri presidenti non hanno amato troppo i reporter scomodi. Ed è spesso capitato che l’inquilino della Casa Bianca convocasse un pool scelto di firme giornalistiche per informazioni ‘off the records’ (da non pubblicare). Ma mai si era arrivati a una selezione preventiva di reporter in una conferenza stampa, scartando giornalisti scomodi per lasciar il posto a testate minori ma compiacenti. Il portavoce Sean Spicer, campione delle “verità alternative”, ha spiegato con toni da molti giudicati melliflui, e senza convincere nessuno, che si è trattato di normale rotazione tra reporter. Lo stesso Trump, totalmente allergico alla libertà di espressione, taccia i media di ‘nemici del popolo’ mentre Steve Bannon, ex direttore del sito di (dis)informazione Breitbart.news e sorta di Rasputin del presidente, si è lasciato sfuggire, riferito ai giornalisti, “ora devono chiudere la bocca”. Con un’iniziativa del tutto inedita, il ‘New York Times’ ha lanciato una “campagna per la verità” con spot pubblicitari televisivi (non era mai successo) diffusi ieri sera in tutto il Paese durante la cerimonia degli Oscar. Nei suoi 166 anni di esistenza, quello che rimane uno dei più autorevoli giornali al mondo, non aveva mai sentito il bisogno di denunciare una minaccia tanto inquietante proveniente dalla Casa Bianca. In 37 giorni di presidenza, Donald Trump (“uno dei massimi cultori della post-verità” secondo le parole di Giovanni Merlini su queste stesse colonne) ha accumulato, nell’analisi dettagliata del ‘Washington Post’, ben 140 “fake news”, affermazioni false o fuorvianti. Una situazione estrema: la misura è colma anche per Shepard Smith, il noto columnist dell’insospettabile conservatrice Fox News, che ha sbroccato in diretta denunciando le “bugie ridicole del presidente”. La serie ripetuta di attacchi frontali a uno dei principi fondamentali della democrazia liberale sembra comunque aver sortito, in reazione, effetti positivi: vendite e abbonamenti delle grandi testate indipendenti hanno conosciuto un’impennata. Nel momento in cui molti la davano per moribonda, la stampa libera sembra ritrovare la sua vera ragione d’essere agli occhi di un numero crescente di cittadini di un’America che resiste e difende i propri valori. Che sono anche i nostri.

21.2.2017, 10:232017-02-21 10:23:19
Aldo Sofia

Pd, sconfitta collettiva

«Lei non ha capito nulla del Pd», e si voltò dall’altra parte per sollecitare un’altra domanda, evidentemente più appropriata. Era il 2010. Avevo chiesto a Dario Franceschini, uno dei suoi...

«Lei non ha capito nulla del Pd», e si voltò dall’altra parte per sollecitare un’altra domanda, evidentemente più appropriata. Era il 2010. Avevo chiesto a Dario Franceschini, uno dei suoi leader, se non fosse sempre più evidente non la difficoltà ma l’impossibilità di assemblare le ‘anime diverse’ del Partito democratico, quella ex comunista e il cattolicesimo sociale, che tre anni prima si erano fissati l’obiettivo di amalgamare un’unica formazione laica e riformista. Aveva ragione lui, non avevo capito. Me ne rendo conto soltanto oggi, guardando alle macerie in cui è ridotto il veltroniano ‘partito a vocazione maggioritaria’. Non avevo compreso che di mezzo non c’era soltanto uno scontro di lontano sapore ideologico. Ma soprattutto l’inadeguatezza della sua leadership, la personalizzazione della rissa politica, la mancanza di un orizzonte concordato, il vizio antico dello scissionismo. Un solido gomitolo di contraddizioni e contrapposizioni. Una debolezza di sostanza con conseguenze nefaste. Prima (novembre 2011) con il Pd che accetta su consiglio dell’allora presidente Giorgio Napolitano di affrontare elezioni anticipate, nel timore non tanto di perderle ma di dover gestire le riforme sollecitate da Bruxelles per superare la crisi economica e del debito pubblico. Poi (febbraio 2013) con il ‘pareggio’ di Bersani alle elezioni politiche che obbligherà il partito ad allearsi con Berlusconi nel momento di maggior debolezza dell’ex cavaliere. Infine con l’irruzione di Matteo Renzi, il rottamatore che nel giro di tre anni si è auto-rottamato, sbriciolando il 40 per cento dei consensi raccolti nel voto europeo, e andando a sbattere su un referendum ostinatamente e spavaldamente imposto come referendum sulla sua persona, sul suo temperamento, sul suo governo. Non che la riforma costituzionale fosse di principio inutile o del tutto inopportuna, vista la paralisi di istituzioni che sembrano confortare la paralisi di palazzi del potere sempre più screditati e lontani dal senso e dalle preoccupazioni comuni. Ma fu, quel fallito plebiscito, anche un uso improprio di ‘arma di distrazione di massa’. Le priorità erano invece la lotta alla mancata ripresa economica, alla crescita più anemica di Eurolandia, alla disoccupazione soprattutto giovanile, alla crescita di una povertà che risucchia anche parte della classe media, e non potevano bastare i ‘pannicelli caldi’ dei pur utili 80 euro per i salari più bassi. Insomma, ‘it’s the economy, stupid’, fu lo slogan vincente di Clinton contro Bush padre nel 1992. Così, incapace, per volontà, stile e temperamento bullesco, alla mediazione politica per recuperare la risentita minoranza del partito (che autenticamente ‘di sinistra’ non fu nemmeno negli anni di governo del Pds e dell’Ulivo, da d’Alema a Prodi), Renzi porta al macero una parte del centro sinistra con la volonterosa complicità dei suoi rivali interni. Per quale progetto non si capisce: un neo-blairismo fuori tempo, il vagheggiato ‘partito della nazione’, o il cosiddetto ‘progetto macronista’ (dal Macron francese, centrista e indecifrabile candidato all’Eliseo). Sconfitta collettiva di un partito che si lacera mentre il mondo esplode; che si voleva baluardo contro i partiti anti-sistema, mentre sembra che nemmeno le figuracce della sindaca di Roma Virginia Raggi riescano a spolpare il consenso grillino; e che, col sistema elettorale tornato alle cattive abitudini della Prima Repubblica, può rimettere in pista persino l’‘armata brancaleone’ del centro destra.

18.2.2017, 08:492017-02-18 08:49:43
Erminio Ferrari @laRegione

Una Palestina di troppo

Di due Stati, uno è di troppo ed è la Palestina. Questo e non altro potevano significare le stolte parole di Donald Trump quando, per compiacere il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu...

Di due Stati, uno è di troppo ed è la Palestina. Questo e non altro potevano significare le stolte parole di Donald Trump quando, per compiacere il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu, ha detto che “uno Stato o due Stati”, per lui non fa differenza.
Un’affermazione che non solo rivela un’abissale, spudorata ignoranza di quanto avviene in Medio Oriente, ma che, contemporaneamente, cancella tutto quanto ha fatto (e non ha fatto) la diplomazia statunitense dal 1993 a questa parte. Da quando cioè furono firmati gli “accordi di Oslo”, i primi sottoscritti da israeliani e palestinesi, e considerati validi da tutte le amministrazioni americane che si sono succedute da allora, democratiche o repubblicane.
La cosiddetta “soluzione dei due Stati” aveva origine in quegli accordi: due Stati, l’israeliano e il palestinese, uno accanto all’altro, sicuri e in pace. Che quella non fosse “la” soluzione era ben noto anche a chi quell’intesa sostenne. Troppe e troppo importanti le materie rinviate a negoziati successivi: a partire dai confini delle due entità, alla forza che le avrebbe vigilate, al destino delle colonie ebraiche nei territori occupati. Sullo sfondo, oltretutto, di una inarrestabile – e mortale per gli accordi stessi – colonizzazione ebraica della terra palestinese. Fatto sta che per la prima volta un documento comune accertava e accettava il reciproco diritto ad esistere e abbozzava quale potesse esserne il modo. E di quanta importanza fosse quell’accordo lo testimoniò il sacrificio di Yitzhak Rabin, che l’aveva firmato e che per questo venne ucciso da un estremista ebreo.
Per Trump fa lo stesso. Per Netanyahu no. E nemmeno per le sorti di Israele e, di conseguenza, dei palestinesi.
Del primo si è detto. Al secondo, che sull’ignoranza di Trump fa leva, si attaglia bene la definizione che un sionista convinto come Bruno Segre ha dato dell’attuale classe di governo israeliana, parlando di “gretta arroganza”. Campione (e un po’ ostaggio) della destra nazionalista e religiosa, al cui fiorire non è estranea l’importante immigrazione dall’ex Urss, Netanyahu ha scommesso sull’irreversibilità del processo di colonizzazione: utilizzando sul terreno l’esercito e le macchine da scavo; a Gerusalemme una Knesset in mano agli estremisti; e nelle sedi internazionali il sempre buon argomento della “guerra al terrorismo”. Con il cosiddetto “campo della pace” ridotto quasi al silenzio, e in un contesto di destabilizzazione regionale tutto sommato favorevole, Netanyahu vede la strada aperta davanti a sé.
Dove porti quella strada non è chiaro, ma molti segnali indicano come traguardo il disastro. Quando Israele avrà sotto il proprio controllo ancor più territori palestinesi, gli riuscirà difficile mantenere la finzione che oggi gli consente di non rispondere agli obblighi internazionali in quanto potenza occupante, ma questo è il meno. Quando (e se) Israele in quanto Stato si sarà esteso sino al Giordano, dovrà cominciare la conta dei giorni che mancheranno alla fine del proprio carattere ebraico e della fisionomia democratica che pure lo distingueva in quell’area: i cittadini ebrei (nonostante l’elevato tasso di natalità tra gli ultraortodossi) si ritroveranno in minoranza e se vorranno salvaguardare il “carattere ebraico” di Israele e continuare a essere “padroni del proprio destino” potranno soltanto introdurre un sistema di apartheid, o provvedere con una “pulizia etnica” a “liberarsi” dei palestinesi. L’una e l’altra soluzione moralmente infami e politicamente sciagurate. Destinate in ogni caso a condurre alla rovina chi le imporrà. Ma Trump non sarà già più presidente…

16.2.2017, 10:382017-02-16 10:38:15
Erminio Ferrari @laRegione

L’Europa degli spettri

In Europa tornano ad aggirarsi gli spettri. La loro ispirazione è opposta a quella di Karl Marx e ai sistemi di pensiero “universalista” e di uguaglianza che hanno caratterizzato il secolo...

In Europa tornano ad aggirarsi gli spettri. La loro ispirazione è opposta a quella di Karl Marx e ai sistemi di pensiero “universalista” e di uguaglianza che hanno caratterizzato il secolo scorso: l’ideologia che si va affermando si nutre semmai di un ripiegamento identitario, o “sovranista”, come viene chiamato, che si basa sull’esclusione o sull’opposizione all’“altro” (per fede, cultura, provenienza). I suoi campioni amano la parola ‘popolo’ e ne fanno uso senza ritegno: da Trump, nel più sgangherato e astioso discorso di insediamento della storia Usa; a Marine “au nom du peuple” Le Pen; a Frauke Petry, leader di Alternative Für Deutschland; ai fasciogrillosalvini secondo i canoni della commedia dell’arte; ai Kaczynski, Orban, Zeman, Fico, nostalgici di una cortina di ferro che, questa volta, tenga “fuori” altri; ai “brexiter” orfani dell’impero britannico e più a proprio agio come junior partner di Washington che alla pari con l’Europa. Tutti, in nome del ‘popolo’, a rivendicare un primato che è quasi una investitura divina (l’Altissimo non è mai stato citato tanto quanto nell’inaugurazione della presidenza Trump) e perciò indiscutibile: “prima” l’America, o la Francia, o “God save the Queen”, o i nostri, a seconda. Questo fenomeno non è cresciuto fino a tali dimensioni in una notte. In Europa, ha molto a che fare con l’inadeguatezza delle sinistre convertite al dogma mercatista; e se non ha atteso l’avvento di Trump per manifestarsi, dal suo successo ha ricevuto una carica galvanizzante senza precedenti. Quest’anno disporrà poi di almeno tre occasioni per misurare la propria forza: le elezioni legislative nei Paesi Bassi tra meno di un mese; le presidenziali in Francia, tra aprile e maggio; le politiche in Germania, a settembre. Il paesaggio politico generale in cui le tre scadenze si succederanno è desolante. Lo è su un piano di concretezza: le lacerazioni sociali prodotte dalla crisi e da politiche economiche inique; la crescita incontrollata del fenomeno migratorio; la “guerra” dichiarata dall’islamismo jihadista. E lo è a un livello politico, caratterizzato dalla frantumazione della rappresentanza e dal rifiuto sempre più esteso nel corpo sociale di accordare fiducia alle organizzazioni politiche e alle istituzioni “tradizionali”, men che meno a quell’unità europea la cui immagine è mutata in brevissimo tempo da vagheggiato orizzonte di benessere comune, a prigione da cui evadere. Da mesi, anni, perdura una sorta di stress-test che non prevede tuttavia simulazione, e che conoscerà i momenti apicali nelle elezioni nominate prima. Il loro esito darà indicazioni plausibili sulle chance e sulle ragioni per la prosecuzione del progetto europeo. Una vittoria dei “sovranisti” abbatterà le prime; ma non necessariamente una loro sconfitta o un loro contenimento rafforzeranno le seconde, poiché la difesa della cittadella assediata è stata assunta, a parole, da élite (tecnocratiche, politiche, burocratiche) il cui discredito non potrebbe essere maggiore. In una temperie favorevole all’affermarsi di grandi illusioni (siano rivoluzionarie, che oggi significa destra dis-organica; o conservatrici: per le quali basta dire Europa per metterla in salvo) la sola scelta rimasta ai cittadini europei sembra quella tra autismo nazionalista e mediocrità. I Bauman e i Todorov muoiono (ma anche da vivi non erano poi in molti ad ascoltarli) e il loro equivalente politico, proprio ora che più servirebbe, non c’è o non si manifesta. Sarà che nei momenti di crisi più acuta – come nel Novecento da loro così bene indagato – tra “fascismi” e mediocrità prevalgono sempre i primi. E se ne esce soltanto dopo avere attraversato il disastro.

7.2.2017, 09:572017-02-07 09:57:46
Aldo Sofia

Chi fermerà Marine Le Pen?

Il momento non le è mai stato tanto favorevole. Senza sforzo alcuno. Sembra infatti che a Marine Le Pen basti attendere. L’affanno crescente dell’Unione europea, il sovranismo rampante, il...

Il momento non le è mai stato tanto favorevole. Senza sforzo alcuno. Sembra infatti che a Marine Le Pen basti attendere. L’affanno crescente dell’Unione europea, il sovranismo rampante, il conforto della Brexit, “la divine surprise” di Trump alla Casa Bianca. Potrebbe bastare per farne la candidata più votata al primo turno delle presidenziali di aprile. Ma c’è di più: c’è il caos che domina i due campi rivali, quello del post-gollismo che di gollista non ha più nulla, e quello della ex “gauche plurielle” che aveva conquistato l’Eliseo cinque anni fa e che ormai (con un bilancio così avverso) è talmente poco plurale da essersi liquefatta in troppi rivoli incapaci di riempire un greto comune. Poco più di un mese fa, “asfaltando” l’ormai impresentabile e indagato Nicolas Sarkozy, il trionfo dell’ex premier François Fillon alle primarie della destra appariva come un trampolino abbastanza sicuro per farne il prossimo “monarca repubblicano”: esponente di una Francia profonda, conservatrice, iper-cattolica, assai poco europeista. In realtà, il suo programma thatcheriano, l’impegno ad alleggerire il peso dello Stato, la promessa del rigore economico, non ne facevano necessariamente il miglior “rassembleur” possibile vista la diffusa diffidenza a sinistra. Ma i sondaggi sembravano categorici, ne garantivano la pressoché certa vittoria al secondo turno nei confronti di Marine Le Pen. Ed ecco invece che la tagliola del “Penelopegate” – lo scandalo di una moglie stipendiata come assistente parlamentare senza mai aver messo piede all’Assemblée, e di altri soldi pubblici garantiti impropriamente a due figli, per un totale di un milione di euro – ha trasformato in un candidato più che azzoppato l’uomo della proclamata “dirittura morale” che voleva lasciare a casa mezzo milione di impiegati statali. Panico nel centro-destra, imbarazzato e privo di un “piano B”. Ma desolante è anche il campo di macerie lasciato a sinistra da François Hollande, l’unico presidente della Quinta Repubblica che abbia rinunciato a ricandidarsi perché sicuro di una sconfitta che polverizzerebbe la “gauche” tradizionale. Un Hollande indirettamente umiliato anche dalle primarie in casa socialista, con la netta affermazione di Benoît Hamon, il “Sanders francese”, sostenitore del reddito universale e della riduzione delle ore lavorative, una sconfessione dunque di quel “socialismo della ragione” perseguito dal presidente uscente e in realtà troppo appiattito su programmi di stampo liberale e antisociale. Dicono tutte le previsioni che fra meno di tre mesi, al primo turno delle presidenziali, almeno il 70 per cento degli elettori non voterà per Marine Le Pen. Gli eccessi nazionalisti, anti-europeisti e xenofobi del Front National inquietano ancora la maggioranza dei francesi. Che, in un’epoca di lacerazioni, cercano chi sappia porvi rimedio. Forse per questo motivo sono tentati – dicono ora i sondaggi – dalla candidatura indipendente del giovane “europeista controcorrente” Emmanuel Macron, il “social-liberale”, come egli stesso si definisce, consigliere e poi ministro economico di Hollande. Potrà essere l’uomo in grado di rappresentare quella “disciplina repubblicana” che nella primavera 2002 sbarrò la strada a Le Pen padre? Di certo, la Quinta Repubblica, nata sessant’anni fa per garantire stabilità, è divenuta oggi il regno dell’incertezza. Della confusione. E del disorientamento.

31.1.2017, 10:002017-01-31 10:00:18
Roberto Antonini

L’America che fa paura

In meno di una settimana, il caos. La crisi non si dissolverà come un temporale estivo. I decreti amministrativi promossi a raffica con inquietante baldanza hanno seminato confusione e...

In meno di una settimana, il caos. La crisi non si dissolverà come un temporale estivo. I decreti amministrativi promossi a raffica con inquietante baldanza hanno seminato confusione e scompiglio. Stranieri regolarmente muniti di visto bloccati negli aeroporti, Paesi musulmani iscritti sulla lista nera (salvo quelli, come l’Arabia Saudita, che fanno business con Trump), bandiere americane bruciate in Messico, parlamentari Usa disorientati di fronte al vuoto legislativo che lascia l’abrogazione immediata, seppur parziale, dell’Obamacare. Ormai pronto, stando alla Cnn, un decreto che impone a tutti gli stranieri, turisti compresi, di indicare siti web, indirizzari, recapiti di conoscenti. Il presidente “scoppierà in volo”, soccomberà sotto il peso della sua follia? – si chiedono ormai in molti –. Smentiti i soloni che vedevano in Trump l’uomo del riscatto, un pragmatico capace di annacquare i suoi eccessi elettorali una volta insediato al 1600 di Pennsylvania Avenue: il “commander in tweet” ha confermato in questi primi dieci giorni surreali di essere quell’uomo “unfit to lead”, non all’altezza, come aveva ammonito Barack Obama. Irascibile, egocentrico, imprevedibile: fughe di notizie (ormai quotidiane) dal suo stesso staff parlano di atteggiamenti da bimbo umorale e viziato. Altro che “make America great again”: l’autorevolezza della superpotenza sembra sciogliersi come neve al sole. Con le sue firme compulsive, il magnate nuovayorkese è riuscito in un batter d’occhio a fare degli Usa il Paese di tutte le inquietudini. Robert Kagan, autorevole intellettuale conservatore, aveva ammonito: così nasce il fascismo. Una messa in guardia eccessiva, si spera. Nella prima settimana, nove “executive orders” improntati tutti alla punizione: contro i messicani, contro le Ong, contro i bassi redditi che beneficiano dell’assicurazione malattia, contro i musulmani (a grande soddisfazione dell’Isis che in tutto questo vede la prova provata dello scontro di civiltà islam-occidente). Proclami che fanno della data del suo insediamento la “giornata della devozione patriottica”, nomine inquietanti, come quella di Steve Bannon, vicino ai movimenti della supremazia bianca, al Consiglio per la Sicurezza nazionale. Senza dimenticare affermazioni astruse del tipo “il mondo è un grande pasticcio, il mondo è arrabbiato” che hanno consegnato al presidente, nel celebre programma satirico ‘The Daily Show’, le sembianze di Joker, il sadico personaggio di Batman: capace di tutto, psicotico, vanitoso. Chi ha voluto leggere la figura di Donald Trump in chiave strettamente partigiana deve ricredersi: c’entra anche la politica, certo, ma è il carattere a presentarsi sul proscenio, come mai prima d’ora, con i suoi allarmanti aspetti: diventa dominante a tal punto da suscitare una vivida e crescente preoccupazione anche nei ranghi repubblicani, con l’anziano senatore John McCain in prima fila a ricordare retaggio e valori della destra. L’America ha sempre diviso l’opinione internazionale per la sua posizione dominante: potenza indispensabile per gli uni, impero prevaricatore per gli altri; ma mai teatro di quell’estremismo che oggi precipita nello sconforto buona parte del Paese e suscita aperta inquietudine nel mondo.

21.1.2017, 08:402017-01-21 08:40:57
Aldo Sofia

I molti enigmi della 'nuova era'

Mette finalmente piede nello studio ovale della Casa Bianca il “commander-in-tweet”, primo scherzoso titolo appioppato a Donald Trump a causa degli implacabili e categorici “cinguettii...

Mette finalmente piede nello studio ovale della Casa Bianca il “commander-in-tweet”, primo scherzoso titolo appioppato a Donald Trump a causa degli implacabili e categorici “cinguettii”, le quaranta parole al massimo con cui il neopresidente americano ha predicato il suo verbo politico nei due mesi di confusa e tesa fase della transizione.
Comincia dunque l’era Trump, accompagnata da abbondanti e inquietanti interrogativi. Per esempio, e soprattutto, su come riuscirà a conciliare le vistose contraddizioni fra programmi e nomine di ministri e consiglieri: il ribadito attacco all’establishment e la scelta di uomini della grande finanza che ne sono stati l’espressione più sfacciata; una squadra affollata di super-ricchi (in totale rappresentano 11 miliardi di redditi) nonché beneficiari di imposte vergognosamente vantaggiose e che dovrebbero ora ristabilire gli interessi delle classi media e operaia; esponenti della mondializzazione sregolata e anti-sociale chiamati a convertirsi all’autarchia economica; la promessa di una nuova partnership con Putin mentre il nuovo ministro della Difesa, generale James Mattis, dichiara invece che la Russia rimane “la principale minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti”; il presidente super-amico di Israele (dove invia un ambasciatore che finanzia le colonie nei territori palestinesi occupati) e la nomina a consigliere per la sicurezza di uno Stephen Bannon che per il suo proclamato razzismo inquieta non solo gli afroamericani e la comunità musulmana, ma che suscita la protesta anche di quella ebraica. E la lista sarebbe lunga.
“L’America protetta da Dio” (l’altissimo è stato più volte citato e invocato ieri nel discorso di inaugurazione) è il recupero plateale di quel concetto di “nuova Gerusalemme” che ha nutrito le convinzioni, le aspirazioni, e anche i timori di quella parte di America bianca che teme il sorpasso demografico delle minoranze già previsto per il 2050. C’è un’America manifestamente divisa attorno al suo 45º presidente (eletto nonostante gli oltre due milioni di voti in più raccolti dalla sua rivale Clinton); e c’è una comunità internazionale che si interroga, inquieta.
Prima di tutto la fragile Europa comunitaria, che, fatto senza precedenti da parte di una presidenza americana al debutto, ha dovuto registrare critiche che sono suonate come un aperto attacco. Una Unione europea al massimo della sua debolezza che subisce la più aperta e pubblica sfida da parte di un capo della Casa Bianca ostentatamente contrario alla sua unità, favorevole alla sua implosione, elogiativo solo nei confronti delle nazioni e delle forze politiche del continente che l’hanno o vorrebbero abbandonarla, apertamente critico nei confronti non solo della politica e della leadership di Angela Merkel (che replica ricordando “il diritto degli europei a scegliere il proprio destino”) ma complessivamente di una Germania dominatrice ed europeista unicamente per difendere i propri interessi nazionali.
C’è una parte di vero nelle critiche a questa Europa che si è fatta finanziare dagli Stati Uniti la propria difesa, rinunciando a una propria politica. Occorrerà del resto vedere se la complessità del mondo, e le molte reticenze degli stessi parlamentari repubblicani, non obbligheranno “the Donald” a un maggior pragmatismo. Ma qui, e per ora, c’è obiettivamente un ex e potente alleato che vorrebbe diventare il grimaldello per favorire il ritorno dell’Europa alle sue antiche e pericolose fratture nazionali.

17.1.2017, 10:002017-01-17 10:00:49
Roberto Antonini

Caos e venti di guerra (fredda?)

Altro che ‘smooth transition’, la tradizionale transizione morbida. A Washington acredine e rappresaglie hanno raggiunto l’acme. A Pechino il governativo ‘Global Times’ ventila...

Altro che ‘smooth transition’, la tradizionale transizione morbida. A Washington acredine e rappresaglie hanno raggiunto l’acme. A Pechino il governativo ‘Global Times’ ventila addirittura la prospettiva di una guerra con gli Usa nel Mar del Sud della Cina, mentre alla frontiera russo-polacca stanno convergendo unità Nato. A una settimana dall’insediamento del 45esimo presidente, a regnare è lo scompiglio. Il presidente uscente sta moltiplicando i ‘last-minute regolatory acts’, misure d’emergenza per impedire che vengano smantellate le conquiste sociali e ambientali: ne ha già firmati 571 e non intende fermarsi. Quanto al Congresso, in una corsa contro il tempo, attrezza il patibolo della più importante riforma dell’era Obama, quella sanitaria, il tanto odiato ‘affordable care act’. E Trump, a colpi di tweet e senza soluzione di continuità, accumula le staffilate contro il suo predecessore, i suoi avversari, leader stranieri come Angela Merkel, la stampa (con una virulenza tale da suscitare l’inattesa critica della sua alleata FoxTV) e quei servizi segreti rei di aver smascherato il ruolo svolto dietro le quinte dai russi. Sul tavolo, oltre tutto, quel rapporto controverso sul presunto dossier (‘kompromat’ specialità russa in salsa Kgb ora Fsb) grazie al quale Putin ricatterebbe il magnate assumendo le redini della politica estera Usa. Spazzatura o verità? Impossibile saperlo, anche se un’inchiesta del ‘Washing-ton Post’ smentisce Trump e rivela suoi legami regolari con Mosca. Come se non bastasse James Comey, il capo dell’Fbi, è sotto inchiesta per la sua singolare decisione di pubblicare in piena dirittura d’arrivo della campagna elettorale le e-mail private di Hillary Clinton. Anche la formazione dell’esecutivo più elitario della storia (i 17 top del gabinetto hanno una ricchezza equivalente a quella di oltre 50 milioni di americani) si presenta all’insegna della cacofonia e della confusione: il futuro capo del Pentagono James Mattis punta il dito contro Putin che mirerebbe a seminare divisione all’interno della Nato: posizione che contrasta con quella filorussa di Trump e di Rex Tillerson, ministro degli Esteri il quale, preannunciando un rafforzamento della flotta al largo della Cina, ha provocato un sisma diplomatico di forte magnitudo. Negli ultimi anni (non intervenendo in Siria e disimpegnandosi da Iraq e Afghanistan) l’America aveva di fatto seguito una linea diplomatica cauta. Un’escalation della tensione improvvisa era dunque inattesa. Obama può vantare un bilancio invidiabile: disoccupazione dimezzata, protezione dell’ambiente rafforzata, la fine della tortura, intese con Iran e Cuba. Anche la vittoria di Trump è da registrare, in negativo però, a bilancio: perché a tifare per il Tycoon non ci sono state solo le ricche cotonate texane o gli ultras di Dio della Bible Belt, ma pure la working class bianca che si è sentita trascurata e tradita. Oggi, lacerata, la ‘nazione indispensabile’ è sprofondata nel caos, e tutti rischiano di pagarne le conseguenze.

17.1.2017, 08:422017-01-17 08:42:14
Erminio Ferrari @laRegione

Questo presidente non è ‘normale’

Forse neppure Vladimir Putin pretendeva tanto. L’attacco ad Angela Merkel, il sostegno incondizionato alla Brexit, la dichiarazione di obsolescenza della Nato, sono andate oltre...

Forse neppure Vladimir Putin pretendeva tanto. L’attacco ad Angela Merkel, il sostegno incondizionato alla Brexit, la dichiarazione di obsolescenza della Nato, sono andate oltre la generica insofferenza espressa da Donald Trump verso tutto ciò che è “vecchio” nelle relazioni internazionali e la professione di stima di cui il presidente russo è beneficiario. È bene tenerlo presente, perché nel confronto tra potenze, più della “simpatia” conta la forza. E chi ne sta accumulando negli scenari internazionali di maggior frizione è appunto Putin, a dispetto di un quadro economico e sociale interno in costante degrado. Dunque non sono oziose le domande sulla ratio delle dichiarazioni di Trump. Se cioè sono espliciti i suoi bersagli, non così chiaro è l’obiettivo, o meglio: la consapevolezza dell’esito delle sue sparate. La lode della Brexit potrebbe avere una spiegazione immediata: offrire a Londra una sponda, un mercato, crescendo le tensioni con l’Unione europea e rischiando i prodotti del Regno Unito di vedersi pregiudicata la libera commercializzazione oltre Manica. Per averne in cambio una rinnovata lealtà (peraltro mai messa in discussione) e fungere da esempio “virtuoso” agli occhi dei nazionalisti che in almeno tre Paesi (Olanda, Francia, Germania, e magari quattro con l’Italia) affronteranno la prova elettorale cavalcando l’antieuropeismo. Ne discende che l’attacco a Merkel – solo pretestuosamente a riguardo dei migranti – sembra diretto al fulcro stesso dell’intera costruzione europea. Impegnata in una lunghissima campagna elettorale appena cominciata, la cancelliera non potrà permettersi errori. Indurla a compierne sarebbe un successo per chi vuole indebolire lei e di conseguenza l’Europa nei confronti soprattutto di Mosca, essendo al riguardo quella di Merkel la voce più considerata (se non la sola) dal Cremlino. Quanto alla Nato, quelle di Trump sembrano più parole in libertà che l’anticipo di un piano già organizzato in progetto. Non solo perché la Nato è l’etichetta sotto la quale gli Usa dispongono in Europa di libertà di movimento militare senza paragoni nel resto del mondo, ma anche perché è stata l’adesione all’Alleanza, prima e ben più di quella all’Unione europea ad aver certificato il passaggio al blocco atlantico dei Paesi dell’ex patto di Varsavia, orgoglio e vanto di molti dei neocon richiamati in servizio da Trump medesimo. Perché Trump lo fa? Per ingraziarsi Putin. Ma la risposta è insufficiente. Le affinità tra i due possono, per ipotesi, anche arrivare all’identità. Salvo su un elemento decisivo: che, a differenza del primo, il secondo non deve rendere conto a nessuno, parlamento, opinione pubblica, né (per ciò che appare) apparato militare. E questo gli assicura un vantaggio tattico incolmabile. Perché, di nuovo, Trump lo fa, mettendosi contro il proprio apparato di intelligence, gli alleati dell’intero dopoguerra, una parte non trascurabile della propria opinione pubblica e del Congresso che pure controlla? Perché, paradossalmente, è sbagliata la domanda se ha ragione il ‘Guardian’, secondo cui un presidente “normale” non reggerebbe a un cumulo tale di contraddizioni (e non stiamo a elencare quelle di politica domestica), mentre Trump non lo è. Non è tranquillizzante, no. Ma forse è da qui che bisogna ripartire. 

11.1.2017, 08:392017-01-11 08:39:09
Generoso Chiaradonna @laRegione

Mercato del lavoro molto resiliente

La resilienza in fisica è la capacità di un metallo di resistere a urti e forze improvvise senza spezzarsi. Lo stesso concetto può essere esteso a vari ambiti delle scienze sociali...

La resilienza in fisica è la capacità di un metallo di resistere a urti e forze improvvise senza spezzarsi. Lo stesso concetto può essere esteso a vari ambiti delle scienze sociali e anche – perché no – al mercato del lavoro svizzero che, stando ai dati riferiti all’intero 2016 appena divulgati dalla Segreteria di Stato per l’economia, ha resistito bene agli ‘urti’ di fattori esterni e meglio di altre economie europee. Un tasso di disoccupazione medio per l’intero anno pari a circa il 3,3% può tranquillamente essere definito frizionale. Anche per il Ticino, dove il tasso medio è stato di circa il 3,5%,  non siamo in una situazione di allarme anche se il cittadino colpito dal fenomeno della disoccupazione non gioisce dello stato in cui si trova e preferirebbe uscirne il più presto possibile. Come sempre il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto a dipendenza da dove lo si guarda e soprattutto dipende da chi lo guarda. La stessa Seco nel suo comunicato fa notare che “nonostante la solida crescita e il progressivo consolidamento della congiuntura, il numero dei disoccupati è aumentato rispetto all’anno precedente”. Il mercato del lavoro nel complesso ha comunque tenuto grazie in particolare alla ‘terziarizzazione dell’economia’, secondo Boris Zürcher, capo della Direzione del lavoro presso la Seco. Tale mutazione strutturale ha comportato una progressione dell’impiego in settori meno sensibili alle variazioni congiunturali, quali la sanità, la formazione o ancora la pubblica amministrazione. Da considerare anche l’immigrazione, calata nel corso degli ultimi due anni, che da sempre svolge un ruolo di ammortizzatore durante le fasi di flessione congiunturale. Comunque sia, vista dal resto dell’Europa la Svizzera appare un’isola felice. Anche vista da Berlino, la capitale della prima economia continentale che non si trova in recessione, il rapporto dei senza lavoro svizzeri rispetto alla popolazione attiva è irrisorio. In Germania il tasso di disoccupazione si avvicina comunque al 6,1%. In altri Paesi si supera abbondantemente l’11% e in altri ancora – basta pensare alla Spagna e alla Grecia – si raggiungono livelli di senza lavoro da brividi (oltre il 20%). Se invece si mette a fuoco la situazione dei giovani disoccupati di questi ultimi Paesi, la situazione è da vero e proprio allarme sociale: quasi la metà degli under 25 non ha un’occupazione. Quale la ricetta del successo elvetico? Sicuramente un buon ammortizzatore sociale qual è la Legge contro la disoccupazione (Ladi). Riformata in maniera piuttosto brusca alcuni anni fa, la Ladi non ha annullato del tutto il reddito di chi ha perso il lavoro e non ha (ancora) avuto effetti troppo nefasti dal punto di vista sociale ed economico. Ha contribuito, per contro, al mantenimento dei livelli di consumo di coloro che si sono trovati momentaneamente senza lavoro e di conseguenza anche i disoccupati hanno contribuito e contribuiscono alla crescita del Pil. Sarebbe buona cosa, quindi, non falcidiare ulteriormente uno strumento che contribuisce in maniera sostanziale alla coesione sociale. Un dato su tutti: per l’intero 2012 la Ladi ha versato indennità e prestazioni di altro genere pari a 7,42 miliardi di franchi. I contributi raccolti sono invece stati pari a 7,57 miliardi (in aumento rispetto all’anno precedente). 

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9.1.2017, 10:302017-01-09 10:30:00
Aldo Sofia

Quelle élites anti-élites

Ricordate senz’altro: “Quel che è bene per la General Motors, è bene per l’America”, si diceva ai vertici dell’industria automobilistica allora più importante degli Stati Uniti. Non ricordo...

Ricordate senz’altro: “Quel che è bene per la General Motors, è bene per l’America”, si diceva ai vertici dell’industria automobilistica allora più importante degli Stati Uniti. Non ricordo che qualcuno avesse mai chiesto se valesse anche il contrario, se cioè quanto è bene per l’America possa esserlo anche per la Gm. Sta di fatto che proprio sull’industria dell’auto, Donald Trump, non ancora entrato alla Casa Bianca ma in qualche modo già operativo – in quell’arcaico, lungo periodo di transizione ereditato dai tempi in cui il Paese poteva essere attraversato unicamente in carrozza –, ha subito esercitato la massima pressione. In particolare ordinando alla Ford di non aprire una fabbrica di assemblaggio in Messico se vuole evitare che sulle vetture re-importate negli Usa la futura Casa Bianca applichi alti e scoraggianti tassi doganali. E Ford accetta, annunciando oltretutto la prossima apertura di un impianto in Michigan (700 milioni di investimento per 700 posti di lavoro).
Giuggiole per coloro che confidano nel vangelo protezionista e anti-globalista del 45º presidente Usa; e dunque anche nel de profundis del Trattato nord-americano sul libero mercato (Nafta). Domande: ma come mai tanto senso di generosa responsabilità da parte della Ford? Ed è davvero la rappresaglia minacciata da “The Donald” ad avare determinato il suo “ravvedimento”, che, se messo davvero in pratica, costerebbe al consumatore mille dollari in più per vettura?
In realtà le cose sono più complesse. Primo: Ford non rinuncia affatto a continuare in altri impianti già aperti in Messico l’assemblaggio di vetture che (in base agli accordi Nafta) devono essere costruite al 65 per cento negli Stati Uniti per evitare dazi doganali. Secondo: a sua volta ammonita sull’assemblaggio in Messico del modello Cruz, General Motors ha ricordato al futuro presidente che nel 2016 soltanto 4’500 vetture di quel modello sono state vendute negli Stati Uniti su un totale di 172mila vendute nel resto del mondo. Terzo, e soprattutto: gli imprenditori statunitensi contano moltissimo sulla riforma fiscale promessa in campagna elettorale da Trump, e che dovrebbe portare le imposte delle società dal 35 al 15 per cento. Mica male come scambio: venti per cento di tasse in meno negli Stati Uniti in cambio della non apertura di alcune fabbriche di assemblaggio oltre confine. Ed infatti Mark Field, il Ceo di Ford, ha dichiarato: “Pensiamo che queste riforme fiscali e regolamentari siano di importanza cruciale per rafforzare la competitività degli Stati Uniti”.
È dunque questa la ricetta Trump? Chi eventualmente ne pagherà le conseguenze? Il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz pronostica una nuova, consistente dose di quella che venne chiamata “voodoo economics” di reaganiana memoria: le politiche fiscali promesse da Trump non porteranno grandi vantaggi alle classi media e operaia; e i loro effetti saranno comunque vanificati da tagli alla sanità, all’istruzione e ai programmi sociali, mentre “decenni di sforbiciate alla spesa del governo federale hanno lasciato ben poco da tagliare”.
Ma non era stato uno storico voto contro lo strapotere delle élites economico-finanziarie? Ma la vera conclusione è un’altra: per non aver ottenuto una “mondializzazione governata” (salari minimi, leggi anti-dumping, contratti collettivi, socialità) eccoci servita la presunta “smondializzazione” affidata ad una presidenza americana infarcita di miliardari.