Analisi

Ieri, 08:302017-06-23 08:30:18
Erminio Ferrari @laRegione

Aspettando ‘l’incidente’

È improbabile che Russia e Stati Uniti siano disposti o addirittura cerchino uno scontro militare diretto; ed è bene distinguere tra impennate retoriche dei portavoce e pianificazioni...

È improbabile che Russia e Stati Uniti siano disposti o addirittura cerchino uno scontro militare diretto; ed è bene distinguere tra impennate retoriche dei portavoce e pianificazioni degli stati maggiori. Ma è pur vero che la frequenza degli “incontri ravvicinati” tra le rispettive forze aeree, l’estendersi delle aree di confronto, e soprattutto l’imprevedibilità delle mosse della Casa Bianca, impongono di mettere in conto l’eventualità di un “incidente” serio.

Ultimo, in ordine di tempo, il “contatto” sopra il Mar Baltico, l’altroieri, tra l’aereo su cui viaggiava il responsabile della Difesa russo Serghei Shoigu e un F-16 Nato, “convinto” a levarsi di torno da uno degli SU-27 russi di scorta al ministro. Prima ancora c’era stato l’avvertimento russo: ogni aereo che a ovest dell’Eufrate interferirà con l’aviazione russa impegnata nei cieli siriani in operazioni “antiterrorismo”, sarà considerato un bersaglio legittimo. Minaccia che seguiva l’abbattimento di un caccia di Damasco da parte dell’aviazione statunitense. E una volta ancora l’intesa concordata da Mosca e Washington per evitare incidenti di questa natura è stata denunciata.

Dal Baltico alla Siria: i due estremi di un lungo fronte “a bassa intensità”. Quello che ha fatto evocare a Stephen F. Cohen, editorialista per ‘The Nation’, la crisi dei missili a Cuba nel 1962. Un’analogia forse esagerata se la si intende come imminenza di uno scontro finale (non siamo ancora ai missili puntati, almeno non a così breve distanza), ma calzante se si pensa che anche oggi, data la personalità dei due che comandano a Washington e Mosca, la sfida è a chi farà il primo passo, indietro.

In effetti, pur su teatri differenti e con l’alternarsi di attori di scena in scena, tutto sembra tenersi: l’avanzamento della Nato a est, la destabilizzazione dell’Ucraina, il colpo di mano in Crimea, l’internazionalizzazione del conflitto siriano. Molto schematicamente: chi vince su un campo avrà argomenti pesanti da far valere sugli altri.

Una disputa, tuttavia, che contempla tante varianti e associa tali protagonisti, che sfuggirebbe anche al controllo del più acuto degli strateghi, figuriamoci a un vanesio millantatore come Trump, ma anche a un apparentemente abile scacchista come Putin. La rete di alleanze opposte tessute dai due tra Siria e Iraq (e che solo sommariamente può riassumersi con Usa/Arabia Saudita “versus” Russia/Iran) si basa su, e alimenta appetiti, rivendicazioni, sotto-alleanze mutevoli e rovesciamenti di fronte, che insieme formano un terreno in cui ogni passo può posarsi su un ordigno.

In questo senso, pur rimanendo calzante la definizione di “guerra per procura” (tra Usa e Russia) data al disastro siro-iracheno, potrebbe risultare corretta anche una interpretazione speculare, secondo i protagonisti locali si farebbero la guerra affidandone la conduzione a Washington e Mosca. Il risultato è la perpetuazione senza un esito visibile del conflitto in Siria (con la conseguente probabile sua estensione territoriale) e la moltiplicazione delle occasioni di scontro tra le due suddette potenze. Dovesse avvenire, sarebbero molti i conti da rifare…

22.6.2017, 08:402017-06-22 08:40:00
Sebastiano Storelli @laRegione

Una stagione su tre piani inclinati

Campionato, Coppa Svizzera, Europa League. Strettamente nell’ordine di importanza, sono questi i tre piani inclinati sui quali si dipanerà la stagione del Lugano, iniziata...

Campionato, Coppa Svizzera, Europa League. Strettamente nell’ordine di importanza, sono questi i tre piani inclinati sui quali si dipanerà la stagione del Lugano, iniziata ufficialmente ieri con il primo allenamento agli ordini di Pier Tami. Piani inclinati, in quanto nessuno dei tre può essere dato per scontato e ognuno nasconde insidie e difficoltà in grado di ripercuotersi sugli altri due. Nel bene come nel male. Al di là del fascino emanato dall’avventura europea, l’obiettivo principale rimane la Super League, con una salvezza ampia e tranquilla da conquistare il più in fretta possibile.

Una posizione nella metà alta della classifica rappresenterebbe un risultato consono alle aspettative e alla forza della rosa, afferma il presidente Angelo Renzetti. Ripetere l’exploit dell’ultima stagione sarà francamente difficile, ma chi avrebbe osato pensare, appena sei mesi fa, a una qualificazione diretta per la fase a gironi di Europa League? D’altro canto, a Tami non mancherà il materiale umano per forgiare una squadra in grado di non far rimpiangere quella diretta da Tramezzani. Non ci saranno i due attaccanti simbolo del miracolo bianconero, ma la gran parte degli artefici del terzo posto si ripresenterà a Cornaredo. E per sostituire la coppia del gol, il presidente è sicuro di avere in mano un paio di carte in grado di stravolgere i giudizi di chi ritiene che il Lugano sia stato nulla più di un fuoco di paglia. Staremo a vedere, perché la resa delle punte rappresenta un tassello fondamentale nel mosaico immaginato dal presidente.

Tami è un tecnico preparato, ha fatto molto bene con la Nazionale U21 (secondo agli Europei 2011) e si è ripetuto con il Grasshopper, almeno fino a quando ha potuto contare su una rosa di qualità. L’incognita principale è rappresentata proprio da quelle sei partite da disputarsi al giovedì tra settembre e dicembre. Possono sembrare poca cosa, ma a livello mentale e fisico sono capaci di pesare come macigni. Molto della stagione bianconera si giocherà proprio sulla capacità di gestire in modo indipendente i due piani (tre con la Coppa), cercando di mantenere un equilibrio che sarà comunque precario. Consci del fatto che rimarrà tutto un girone di ritorno per eventualmente raddrizzare la baracca (e sappiamo benissimo quanto le cose possano mutare nel breve volgere di una primavera...).

19.6.2017, 08:152017-06-19 08:15:00
Aldo Sofia

Il ‘cupo umore’ del dopo Brexit

Di «cupo umore della nazione» parla la regina Elisabetta per descrivere lo stato d’animo del suo regno. Colpito da una serie di eventi luttuosi. Ma soprattutto da una frattura...

Di «cupo umore della nazione» parla la regina Elisabetta per descrivere lo stato d’animo del suo regno. Colpito da una serie di eventi luttuosi. Ma soprattutto da una frattura politico-sociale-territoriale senza precedenti. In cui anche le tragedie del terrorismo e lo spaventoso rogo della Grenfell Tower (‘la torre dei poveri nel quartiere dei ricchi’) si trasformano in atto di accusa verso una società in cui anni, se non decenni, di progressivo scollamento e di accresciute disuguaglianze mettono a dura prova la tenuta di un Paese e di un modello che fu fin troppo invidiato.

Come se la Gran Bretagna subisse improvvisamente una sorta di maledizione. Oltretutto nel momento di estrema fragilità della sua leadership. Theresa May rischia infatti di diventare il simbolo di un 2017 che, ricorrendo a un’altra definizione della monarca pronunciata un quarto di secolo fa, potrebbe trasformarsi in ‘annus horribilis’. Pensando di essere quello che non è, cioè una sorta di nuova Thatcher, e di vivere in un tempo che non è più quello che venne sfruttato dalla ‘lady di ferro’, la premier britannica ha infatti promosso una serie di forzature che l’hanno ancor più fragilizzata.

Era favorevole alla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea e si è cinicamente riciclata in prima portabandiera dello strappo nei confronti dell’Ue; aveva proclamato di non volere elezioni anticipate e in pochi mesi ha fatto l’esatto contrario; era convinta di stravincere e ha perso anche la maggioranza parlamentare ereditata dal suo parimenti incosciente predecessore; riteneva che le ricette dei tagli alla spesa pubblica praticati a lungo dal partito conservatore fossero ormai digeriti dall’opinione pubblica e ha dovuto scoprire che proprio le disuguaglianze sociali ne hanno decretato l’umiliazione. Così Theresa May si ritrova impantanata in una palude che rischia di sommergerla, e che comunque paralizza l’intero Paese. «Io vi ho messo in questo pasticcio – ha detto ai rabbiosi deputati Tory, col piglio di chi ritiene che il puro decisionismo sia strumento salvifico –, e sarò io a tirarvene fuori».

Tenta di farlo, la May, con una mossa che equivale a un altro errore politico. Per rimpolpare le fila del suo governo, si allea infatti col partito unionista Dup, quei protestanti dell’Irlanda del Nord che potrebbero portarle più problemi che benefici e stabilità. Il Dup – ammonisce il ‘Guardian’ – non è un partito qualsiasi. Ha alle sue spalle un passato di violenza; puntare su di esso significa compromettere il delicatissimo equilibrio su cui regge la tregua a Belfast dopo gli anni del furore; contemporaneamente, alimenta l’allarme della parte cattolica dell’Ulster e al sud del governo di Dublino, che nell’Europa vedono invece una preziosa tutela che verrà meno con l’inevitabile chiusura delle frontiere che torneranno a dividere l’isola della discordia. Una decisione a tal punto rischiosa da indurre persino il taciturno ex premier conservatore John Major a lanciare un anatema contro un’alleanza così destabilizzante.

In più, la Brexit. La premier fautrice della linea ‘hard’, deve ora negoziare da una posizione di debolezza, a fronte di un’Ue che proprio sullo strappo britannico ha ritrovato compattezza e sembra non voler fare sconti. Sono numerosi i miliardi reclamati da Bruxelles per la sola fuoriuscita dall’Unione europea, mentre già calano gli investimenti, perde quota la sterlina e cresce l’inflazione. Ben altra guida ci vorrebbe che non un leader divisivo e di scarsa empatia.

16.6.2017, 08:402017-06-16 08:40:00
Davide Martinoni @laRegione

Calcio giovanile ‘malato’, la ricerca di un vero gioco di squadra

“Avevo pensato di smettere”. Ce lo ha confidato Massimo Busacca tornando a quanto da lui vissuto su un campetto di calcio ticinese negli anni...

“Avevo pensato di smettere”. Ce lo ha confidato Massimo Busacca tornando a quanto da lui vissuto su un campetto di calcio ticinese negli anni 80. Oggi Busacca rappresenta la massima istanza arbitrale della Fifa, ma allora era un ragazzo che come tanti altri chiedeva soltanto la possibilità di cavalcare una passione. E come tanti era stato insultato, umiliato, da un adulto, che da bordo campo aveva riversato sul giovane fischietto le sue frustrazioni di spettatore e forse anche di genitore: piccoli ancorché inqualificabili gesti che per l’autore scompaiono nel momento stesso dello sfogo, ma nell’amor proprio della vittima rimangono annidati per sempre.

Da allora il nostro calcio giovanile è cambiato molto a livello organizzativo e gestionale: figure professionali importanti lo hanno arricchito di nuove modalità formative che non si limitano ad osservare un orizzonte locale, ma si spingono verso latitudini cantonali e nazionali. Eppure il “contorno” fatto di varia umanità rimane, con i suoi pregi e i suoi difetti. L’impressione, dall’esterno, è che vengano più coltivati i primi che analizzati i secondi. La nostra indagine tra vivai, Federazione ticinese di calcio e settore arbitrale mostra infatti sì una certa volontà di agire e reagire a quella che Busacca ha definito “un’involuzione che ci sta sfuggendo di mano”, ma nello stesso tempo anche troppa ruggine negli ingranaggi di un meccanismo che dovrebbe essere condiviso.

Se non un fuoco incrociato di accuse, quello cui abbiamo assistito è una reciproca chiamata alle rispettive responsabilità. Alcune società indicano la verdissima età dei “fischietti” ai loro esordi – chiamati a dirigere, in campo, le gesta dei coetanei – quale primo punto debole della classe arbitrale. La quale ribatte ricordando innanzitutto come un bravo arbitro debba per forza iniziare da adolscente, se vuole raggiungere palcoscenici importanti; e aggiunge che arbitri diventano pur sempre quegli aspiranti in parte inviati dai club, spesso troppo “leggeri” nell’operare delle selezioni che permettano di proporre figure adeguate allo scopo.

Non sono poi piaciute a tutti due misure maturate in seno alla Federazione: il blocco di un turno di tutti i campionati giovanili per rispondere “politicamente” ad una serie di episodi ravvicinati; e la rinuncia, da parte della Sezione arbitrale, alla prevista campagna di arruolamento di nuovi giovani arbitri “perché non è questo il momento di fare proselitismo”. Una scelta, questa, criticata da chi ritiene che è proprio nei momenti di difficoltà, che bisogna intensificare gli sforzi.

Al netto di tutto ciò, emerge comunque chiaramente lo sforzo che molti vivai fanno a livello di prevenzione, sensibilizzazione e controllo con giocatori, allenatori e genitori. Sforzi che la stessa Federazione sta mettendo in campo sia con il progetto Gisis di aiuto agli allenatori, sia immaginando, per i giovani colpiti da sanzioni disciplinari, l’obbligo di frequentazione del corso aggiornamento arbitri. Per far capire cosa significhi stare dall’altra parte. E, magari, instillare una passione e lanciare una insperata carriera. Alla Busacca.

 

 

12.6.2017, 08:252017-06-12 08:25:00
@laRegione

Uno tsunami di nome Macron

‘Raz-de-marée’, maremoto: Macron sbanca, come previsto, cancellando con un colpo di spugna il retaggio non solo della Quinta repubblica, ma dell’intera storia della politica francese moderna...

‘Raz-de-marée’, maremoto: Macron sbanca, come previsto, cancellando con un colpo di spugna il retaggio non solo della Quinta repubblica, ma dell’intera storia della politica francese moderna, basato sul confronto destra-sinistra. Il successo netto in voti (32%) del suo ‘La République en Marche’ (Rem), ingigantito dal sistema maggioritario, dovrebbe consegnargli al secondo turno, fra una settimana, una chiara maggioranza assoluta dei seggi: addirittura più di 400 su 577, stando alle proiezioni.

Vittoria storica e rivoluzione politica, con un centro a cui viene affidato il mandato di governare il Paese. Destra e sinistra escono con le ossa rotte dalla consultazione. Il Partito socialista scende sotto il 10% e passerà fra una settimana dagli attuali 280 seggi a un massimo di 30. La destra tradizionale (Lr, Les Républicains) fa un po’ meglio, ma pur limitando i danni, con un quinto dei consensi, fa un flop storico: dopo il fallimento della controversa candidatura di François Fillon alle presidenziali di un mese fa, diversi tenori, tra cui l’attuale detentore del portafoglio cruciale dell’economia Bruno Le Maire, sono saliti sul carro del vincitore, minando così le fondamenta e la leadership del partito. Va oltre il previsto lo scacco dell’estrema destra del Fronte Nazionale che con un massimo previsto di 10 seggi non sarà neppure in grado di costituire un gruppo parlamentare. Polverizzata nel dibattito presidenziale da Emmanuel Macron, Marine Le Pen non si è mai rimessa da quell’umiliazione che ha pesantemente intaccato la sua credibilità: sarà verosimilmente eletta nella sua circoscrizione del Pas-de-Calais, ma il suo movimento è ormai sprofondato in una crisi che ne rimette in discussione gli orientamenti politici, in particolare le sue posizione anti-europeiste.

Neppure il tribuno della sinistra radicale Jan-Luc Mélenchon è riuscito a far meglio: la sua France Insoumise dovrà accontentarsi di una ventina di seggi al massimo. Il ‘raz-de-marée’, dicono gli analisti, è in buona parte legato al ‘ras-le-bol’, l’esasperazione nei confronti della politica tradizionale come indica chiaramente anche il tasso storico di astensione: un francese su due ha disertato le urne. Per trovare precedenti a quanto successo ieri bisogna risalire al 1958 quando un certo Charles De Gaulle scombussolò il panorama politico, disintegrando sulla destra il partito democristiano (Mrp) e sulla sinistra la Sfio, progenitrice del Partito socialista. La storia ci racconta però anche che la cancellazione del divario destra sinistra non durò a lungo e che gli schieramenti contrapposti si rafforzarono negli anni 60 e 70. La storia potrebbe ripetersi anche in questo.

L’ampia maggioranza all’Assemblea nazionale e l’atomizzazione dell’opposizione ridotta a un insieme disomogeneo di diverse deboli opposizioni sottrarranno ogni possibile alibi al governo dal quale i francesi si attendono profonde riforme. Il cammino, difficile, è quello di un orientamento social-liberale che possa scardinare lo statu quo sulla rigida legislazione su imprese e lavoro per rilanciare l’economia mantenendo al tempo stesso un solido welfare in grado di proteggere le classi sociali più vulnerabili.
La sfida è dunque aperta: Emmanuel Macron è convinto di poterla vincere, così come in passato ha saputo fare la Germania, con un pragmatismo tradizionalmente avversato dalla vecchia classe politica francese.

10.6.2017, 09:002017-06-10 09:00:57
Erminio Ferrari @laRegione

Il passo falso della dama di latta

Aspirava a diventare la nuova dama di ferro, ma lo specchio del voto le ha rimandato l’immagine di una signora di latta. Theresa May è uscita drammaticamente ridimensionata dalle...

Aspirava a diventare la nuova dama di ferro, ma lo specchio del voto le ha rimandato l’immagine di una signora di latta. Theresa May è uscita drammaticamente ridimensionata dalle elezioni che lei stessa aveva voluto anticipare per dotarsi (immaginava) di una maggioranza parlamentare tale da affrontare con agio il negoziato sull’uscita dall’Unione europea. L’ambizione, anche in questo caso, è stata una cattiva consigliera e comunque superiore alle capacità di leadership della capofila Tory. Ma non si tratta solo della sua sorte, e, tutto sommato, non solo della singolarità del caso britannico.

Quanto a questo – cominciamo da qui – si può osservare che il rigurgito nazionalista della Brexit e le illusorie promesse di ritrovata sovranità hanno surrogato solo in parte e per un breve lasso di tempo il disorientamento e il senso di abbandono dei ceti più penalizzati dalle politiche neoliberiste (chiamate, con una menzogna, globalizzazione). Il programma economico e sociale di May le confermava, di fatto, e ciò le ha probabilmente alienato i consensi di quella parte di elettorato che pure la sosteneva nella sua campagna d’Europa e nell’ideologica avversione all’immigrazione. Specularmente Jeremy Corbyn, designato becchino del Labour, ha resuscitato un partito che Tony Blair e Gordon Brown avevano condotto sul ciglio della fossa. Accusato da buona parte della stampa, non solo britannica, di populismo rosso, Corbyn ha piuttosto avuto la capacità di riportare il tema dell’equità sociale al centro del discorso. Facendo quanto è lecito attendersi da un politico di sinistra, ha recuperato in maniera spettacolare il voto altrimenti destinato ad alimentare i multiformi velleitarismi antisistema.

In tutto ciò, una parte determinante (di cui si è pur giovato Corbyn) l’ha avuta una tendenza comune a quasi tutti i Paesi d’Europa: il rigetto del discorso delle élite, che in caso di elezioni si traduce in voti negati ai governi in carica. Solo i più solidi non soccombono, ma a costo di perdite importanti e senza che ciò mascheri la crescita delle forze antagoniste. Come hanno confermato, salvaguardando le rispettive peculiarità, anche le ultime elezioni in Austria, Olanda, Francia. Ovvero parti importanti di quell’Europa che non può considerare distanti o estranee le dinamiche britanniche. Non solo, si è detto, perché riproducono situazioni che essa stessa sperimenta, ma perché il loro esito più vistoso – l’indebolimento di Theresa May – condizionerà il corso del negoziato sulla separazione, in una forma che adesso non è ancora possibile prevedere.

L’illusione di potersi imporre su Londra giovandosi della debolezza del suo governo rischia di rivelarsi fuorviante e avere vita breve. Un esecutivo fragile e una non irrealistica eventualità di un nuovo voto in tempi stretti non favorirebbero in alcun modo il negoziato, se non altro per la volatilità dell’interlocutore. Paradossalmente, se Theresa May ha in qualche modo avuto ciò che si meritava, e qualche argomento l’avrà pur perso, all’Europa potrebbe toccare di sopportarne la malasorte.

8.6.2017, 09:002017-06-08 09:00:03
Erminio Ferrari @laRegione

Perché adesso tocca all’Iran

L’Isis ha attaccato Teheran perché l’Iran è il Paese mediorientale che con maggiore zelo combatte i gruppi jihadisti sunniti, e che con vasto impiego di forze (e risultati conseguenti)...

L’Isis ha attaccato Teheran perché l’Iran è il Paese mediorientale che con maggiore zelo combatte i gruppi jihadisti sunniti, e che con vasto impiego di forze (e risultati conseguenti) combatte lo Stato islamico sui fronti siro-iracheni. In sintesi estrema, questa potrebbe essere una lettura dell’attacco di ieri contro il parlamento e il mausoleo di Khomeini nella capitale iraniana.

Una conferma viene anche dalla campagna che da mesi gli organi di propaganda dell’Isis stanno conducendo per fare proseliti nella minoranza sunnita iraniana – che si sente vessata dal potere degli ayatollah – e tra i gruppi che conducono contro il regime una guerra a bassa intensità nelle regioni orientali del Paese. Ma questo è un caso in cui la cornice stessa degli eventi può fornire chiavi di lettura illuminanti, benché contraddittorie.

L’attacco giunge a poche settimane dall’iscrizione dell’Iran in testa ai Paesi sostenitori del terrorismo, ufficializzata da un genuflesso Donald Trump alla corte saudita; e a due giorni dall’isolamento, deciso dalla stessa Arabia Saudita, del Qatar, a sua volta accusato di sostenere le più pericolose organizzazioni terroriste.

La dichiarazione di Trump, affetta da ideologismo ad uso domestico, ha il significato di delega in bianco ai sauditi per la cura dei propri interessi, di quelli statunitensi (e in qualche misura israeliani) nella regione. Qualcosa come mettere la volpe a guardia del pollaio. Riad – cassa di risparmio e accademia ideologica del jihadismo internazionale – è il vero competitor di Teheran: per ragioni confessionali (la rivalità sunniti-sciiti), ma soprattutto per la conquista dell’egemonia geostrategica nell’area.

In questo quadro, il Qatar è la sella su cui si batte per colpire il cavallo: quell’Iran con cui Doha – a sua volta mecenate generosissimo di jihadisti – ha il torto di voler intrattenere rapporti non conflittuali. L’isolamento imposto al piccolo regno è stato un segnale, l’ultimo, a un Iran di cui andava drasticamente ridimensionato l’attivismo tra Iraq e Siria.
Iran che se, da un lato, ha sempre rivendicato il ruolo di capofila delle rivoluzioni regionali, di nazionalismi settari o di alfiere della causa palestinese e anti-israeliana, alimentando guerriglie e destabilizzazione; dall’altro è pur il Paese che più si è impegnato nella lotta all’Isis nei territori su cui questo si è insediato. Non certo per liberare il mondo dai tagliagole, bensì per garantirsi un accesso al Mediterraneo attraverso la Siria del burattino Assad. Ma intanto l’ha fatto. Diventando per tutte queste ragioni un bersaglio obbligato della rivalsa jihadista.

Che questo avvenga mentre alla presidenza degli Stati Uniti dimora quel Trump, e mentre cova in Iran il revanscismo degli ultraconservatori, fa ritenere che siamo solo all’inizio.

6.6.2017, 08:322017-06-06 08:32:22
Aldo Sofia

Il terrorismo nell'urna

Si poté dire delle presidenziali francesi che il capo dell’Eliseo non sarebbe stato eletto da al Baghdadi: il terrorismo aveva colpito lungo gli Champs Élysées a pochi giorni dal primo turno, e...

Si poté dire delle presidenziali francesi che il capo dell’Eliseo non sarebbe stato eletto da al Baghdadi: il terrorismo aveva colpito lungo gli Champs Élysées a pochi giorni dal primo turno, e l’affermazione di Emmanuel Macron indicava che di quell’atto di violenza, compiuto mentre si predisponevano le urne, non avrebbe beneficiato il “partito della paura”. Le previsioni non vennero stravolte, i francesi votarono senza farsi influenzare dall’ultima offensiva rivendicata dall’Isis.

C’è ora da chiedersi se lo stesso scenario possa ripetersi fra tre giorni, quando gli inglesi andranno al voto anticipato, mentre imperversano le polemiche sulle mancate risposte del Paese al terrorismo. Prima con la strage di Manchester, e l’esplicita accusa all’intelligence britannica di non aver saputo prevenire e bloccare l’autore del massacro, già ‘monitorato’ a causa del suo percorso di radicalizzazione e noto per i suoi spostamenti nella Libia incubatrice di innumerevoli gruppi jihadisti; oggi con la sanguinosa incursione notturna nel londinese quartiere di Borough Market, e i laburisti all’attacco di un partito conservatore ritenuto responsabile di… irresponsabili tagli anche alle forze dell’ordine nella foga dei programmi di austerità e ridimensionamento della spesa pubblica. Un’accusa diretta personalmente a Theresa May, la premier che da ministro degli Interni dal governo Cameron replicò all’allarme lanciato dalle forze dell’ordine sostenendo, sbrigativa e sprezzante, che si stava semplicemente “gridando al lupo, al lupo”.

Si vedrà dunque se il raid terroristico di domenica notte – che per le sue modalità suscita ulteriori preoccupazioni, visto che gli assalitori per uccidere hanno usato semplici coltelli, un’immagine che ci riporta tragicamente alle prime crudeli “esecuzioni” per mano dei criminali di ‘Daesh’ – annullerà il residuo vantaggio che la May aveva fin qui conservato nei sondaggi. Un vantaggio inizialmente di ben venti punti, e che si era già notevolmente affievolito, grazie al martellamento di Jeremy Corbyn sui temi della povertà e delle crescenti diseguaglianze sociali. Nonché sul carattere ‘pretestuoso’ del voto, sollecitato dalla May come un secondo referendum con la scusa di dover negoziare con Bruxelles da una posizione di forza.

Giovedì sapremo se lo scivolone nei sondaggi, in aggiunta al polemico dibattito sul terrorismo, provocherà la definitiva sorpresa per la donna che aveva già “tradito” una volta: lei, che si era espressa per il ‘remain’, dunque per la permanenza del Regno Unito nell’Ue, e che, una volta sistemata a Downing Street, si è trasformata nell’alfiere di una “Brexit dura”: senza tener troppo conto delle preoccupazioni che tuttora esprimono gli ambienti economici, e senza considerazione del fatto che “lo strappo” dal Continente è stato determinato da appena il due per cento in più dei voti espressi. L’effetto boomerang non è affatto certo. Ma nemmeno totalmente escluso.

31.5.2017, 08:302017-05-31 08:30:00
Erminio Ferrari @laRegione

Mutter Courage e i suoi calcoli

Ad Angela Merkel potrà forse fare difetto lo stile, ma non il fiuto: se Emmanuel Macron ha vinto le presidenziali francesi rivendicando il merito del progetto europeo e sconfiggendo gli...

Ad Angela Merkel potrà forse fare difetto lo stile, ma non il fiuto: se Emmanuel Macron ha vinto le presidenziali francesi rivendicando il merito del progetto europeo e sconfiggendo gli argomenti della favorita di Putin e Trump – può aver pensato la cancelliera tedesca –, perché questo non potrebbe ripetersi in Germania, di qui a tre mesi?

Si sa, non è la matematica a muovere la politica, ma non si può escludere che nelle critiche, non esplicite ma ben riconoscibili, di Merkel a Donald Trump vi sia stato del calcolo: anche per lei, ormai in campagna elettorale per le legislative di settembre, due più due ha un risultato obbligato e ha dunque senso lavorare per confermarlo.

Ma non c’è soltanto del calcolo, e più di un elemento porta a ritenere che lo scenario internazionale sin qui conosciuto stia subendo un importante mutamento. La Brexit, ma soprattutto l’avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, associati alle manovre revansciste di Vladimir Putin, stanno cioè costringendo le leadership europee a scelte di campo nelle quali le collocazioni accomodanti o le sfumature dialettiche hanno sempre meno spazio. Mai come in questi tempi, le spinte disgregatrici intestine ai diversi Paesi, ma endemiche in tutto il continente, hanno disposto di tanti e tanto potenti “protettori” esterni.

La Washington di Trump o la Mosca di Putin alimentano i sogni di gloria dei ducetti locali, e a loro volta se ne servono come guastatori delle residue velleità di status di governi e istituzioni europee. Ai quali poco resta da fare, se non inseguire i nazionalismi sul loro terreno (e dunque finire nella loro trappola) ad esempio sul tema della migrazione; o trasformare la difesa in attacco.
È la scelta che sembra avere assicurato la vittoria a Macron in Francia (d’accordo, anche grazie all’escamotage di accreditarsi come estraneo al “sistema”) ed è la strada che paiono avere imboccato in Germania Merkel e (anche in questo caso per complementari ragioni di concorrenza elettorale) il partito socialdemocratico.

Così si è visto il neopresidente francese “cantarle” a Putin, tuttavia accogliendolo a Versailles come per una cerimonia di reintegro nella sedicente “comunità internazionale”; e allo stesso modo si sono sentite le parole di insolita “franchezza” rivolte da Merkel e dal suo ministro degli Esteri Sigmar Gabriel a un Trump che, va pur detto, se le è cercate.

Calcolo, rettitudine, casualità: non sarebbe la prima volta che un riorientamento politico di portata non episodica si produce quasi all’insaputa e al di là della volontà di chi lo ha originato. Ma, tutto sommato, non sarebbe un male. Siano coraggio, azzardo, opportunismo, velleitarismo, millanteria – e con tutto che prefigurare oggi, sulla scorta di due soli episodi, scenari “luminosi” per l’Europa sarebbe ridicolo – il “coraggio” di Macron e quello di Merkel rendono almeno l’idea che per l’Europa (quale che sia la forma che le si voglia dare) la partita non è ancora persa. Ne verrebbe del buono a tutti.
 

29.5.2017, 08:302017-05-29 08:30:41
Roberto Antonini

La governance che manca

Non che i precedenti summit costituissero delle pietre miliari della storia diplomatica, ma quello di Taormina è certamente da porre sul più alto gradino del podio dell’inutilità. Il flop del G7...

Non che i precedenti summit costituissero delle pietre miliari della storia diplomatica, ma quello di Taormina è certamente da porre sul più alto gradino del podio dell’inutilità. Il flop del G7 suggella anche il declino della leadership americana: quella nazione che per Franklin Roosevelt aveva un appuntamento con il destino, è ora solo una brutta copia di una superpotenza politica e ancor meno di una potenza morale.

Trump con la sua “violenza verbale e fisica” (‘le Monde’) ha affossato il multilateralismo. Il settimanale tedesco ‘Der Spiegel’ ha a sua volta scritto in un editoriale dai toni estremamente espliciti che il capo della Casa Bianca è un “boss misero”, che è “capriccioso, impreparato”, e che costituisce “una minaccia per il mondo”. Già entrate nella storia di questo fallimentare doppio appuntamento (Nato-G7) le immagini che hanno fatto il giro del mondo e che immortalano lo spintonamento di un Trump accigliato e impettito ai danni del premier montenegrino.

Poco a suo agio in un contesto di dialogo con i tradizionali partner degli Stati Uniti, il presidente americano lo è sembrato molto di più nella sua tappa saudita che ha preceduto la visita europea. Nello sfarzo, nello sfavillio di luci, ori e cristalli dei palazzi del regime wahabita, l’inquilino della Casa Bianca aveva pochi giorni prima ritrovato l’ambiente a lui più congeniale.

Poco importa che quello saudita sia di fatto il Paese che meglio incarna gli ideali dell’Isis (applicazione letterale della Sharia, messa al bando delle minoranze religiose, sottomissione delle donne, crocifissioni e decapitazioni quotidiane), poco importa che il terrorismo trovi linfa e soldi proprio in quelle lande: il deal da 110 miliardi in armamenti suggella ancora più che in precedenza il primato degli interessi delle grandi lobby sui principi e sui disegni strategici complessivi.

La dottrina Trump sembra ridursi a interessi monetizzabili a corto termine. Forse non ci si poteva attendere molto di più da un imprenditore che ha costruito il suo impero sulla speculazione edilizia. È dunque una sorta di “Usa contro tutti”, l’America versione Trump presentatasi in Europa. Di riflesso l’Ue, già in crisi istituzionale per le sue dinamiche interne, vede traballare il tradizionale partenariato ereditato dalla Seconda guerra mondiale. La rinascita di un binomio forte come fu quello tra Helmut Schmidt e Valéry Giscard d’Estaing non appare realistica.

Il G7, come ha scritto un osservatore, ha fotografato un mondo che sta scomparendo. Proprio nel momento in cui le grandi sfide richiederebbero una forte “governance” mondiale. Sintomatico l’atteggiamento piccato di Angela Merkel, l’unica leader che sembra mantenere una statura di statista all’altezza delle grandi sfide: la cancelliera che ha fatto della lotta al riscaldamento climatico un principio improrogabile, si ritrova ora – dopo aver costruito un dialogo costruttivo con Obama – un presidente che con non poca baldanza considera il “climate change” alla stregua di una “fake news”.

Dopo la fine del mondo bipolare con la caduta del muro di Berlino nel 1989, stiamo verosimilmente assistendo alla dissolvenza dell’egemonia, politica, militare e morale americana. Fra un mese il G20, che meglio – in particolare per la presenza cinese – rispecchia gli attuali equilibri mondiali, ci farà capire se per lo meno in quella sede emergerà una volontà di affrontare le grandi sfide globali alla quale si sono sottratti gli Stati Uniti d’America.

26.5.2017, 07:452017-05-26 07:45:00
Aldo Sofia

Donald Trump delude i suoi fan

Donald Trump delude i “trumpiani”. Che fanno sempre più fatica a riconoscere il loro eroe, alla sua prima uscita sulla scena internazionale. Il più islamofobico dei candidati, che da...

Donald Trump delude i “trumpiani”. Che fanno sempre più fatica a riconoscere il loro eroe, alla sua prima uscita sulla scena internazionale. Il più islamofobico dei candidati, che da presidente debutta in Arabia Saudita, riempiendola di armi per oltre cento miliardi di dollari (che alla fine diventeranno più di trecento).

Certo, un ottimo affare per l’industria militare americana, ma anche una discutibile, pericolosa scelta di campo: in favore dei sauditi, noti per essere stati i più solerti sostenitori e finanziatori del fondamentalismo che ha fatto da incubatrice al fenomeno jihadista; e dichiaratamente ostile all’Iran che vota per l’apertura all’Occidente, e che sul terreno siriano sacrifica i suoi “martiri” nella guerra allo Stato islamico. Nulla che possa piacere a Vladimir Putin (l’altro leader mondiale tanto stimato dagli anti-sistema occidentali), che contro ogni previsione si ritrova con un interlocutore inaffidabile, avvelenatosi con le sue stesse mani da uno scandalo, il “Russiagate”, foriero di molti guai.

Né le cose vanno meglio sul fronte del proclamato riformismo sociale, che gli illusi elettori di Trump (classe operaia, classe media impoverita) davano per certo da parte di un’amministrazione infarcita di miliardari che sono grandi esponenti dell’establishment violentemente denunciato in campagna elettorale, e che rappresentano un padronato pieno di squali, sicuri, loro sì, di poter contare su massicce riduzioni di imposte. Così, per ora, l’unica misura concreta è la cancellazione dell’Obamacare, con una proposta che entro la fine del decennio rischia di lasciare senza assicurazione medica ventidue milioni di americani. Aggiungiamoci i licenziamenti annunciati da Ford, che tutti davano sottomessa al ricatto di The Donald. E si potrebbero aggiungere la paralisi nella costruzione del “muro” anti-immigrazione per bloccare i messicani “ladri e stupratori”; oppure, tornando all’“amico” Putin, le dichiarazioni ufficiali che condannano non solo l’annessione russa della Crimea, ma addirittura gli interventi del Cremlino in Georgia e Ossezia.

Per non parlare del voltafaccia su Assad, il sanguinario dittatore di Damasco, prima promosso come l’indispensabile baluardo contro il terrorismo islamico e poi bombardato per l’uso presunto di armi chimiche, e diventato “principale ostacolo” a qualsiasi progetto pacificatore.

Il nordcoreano Kim Jong-un e la sua minaccia nucleare? “Sarei onorato di incontrarlo”, dice il capo della Casa Bianca dopo aver prospettato il primo bombardamento statunitense dopo la lontana guerra fra le due Coree. La concorrenza sleale della Cina? Si è ancora in attesa delle contromisure che devono punirla per l’invasione delle sue esportazioni: l’esitazione del tycoon non dipenderà anche dal fatto che Pechino è gran creditore dei titoli di stato americani?

E gli accordi di Parigi sul clima, da cancellare? Sembra che anche papa Francesco, insieme a qualche avveduto consigliere, abbia insinuato il dubbio nel presidente: per soddisfare la lobby del carbone ci vorranno diversi anni, mentre anche dal mondo produttivo si alza la voce di chi sa bene che il motore del futuro sarà la green-economy.

E si potrebbe continuare. Certo, rimane l’annullamento dei trattati commerciali internazionali (che già erano nel mirino dei democratici nonché sepolti in Europa), e restano le mani libere lasciate a Israele anche in fatto di nuovi insediamenti. Una coerenza che sembra il miglior viatico per un altro disastro.

24.5.2017, 08:352017-05-24 08:35:00
Generoso Chiaradonna @laRegione

Una fotografia più precisa

Da tempo si fa un gran parlare, sopratutto a Sud del San Gottardo, dei dati sulla disoccupazione e della loro validità ai fini della fotografia reale di un fenomeno complesso tanto che ci...

Da tempo si fa un gran parlare, sopratutto a Sud del San Gottardo, dei dati sulla disoccupazione e della loro validità ai fini della fotografia reale di un fenomeno complesso tanto che ci si è divisi in due ‘partiti’: i seguaci delle cifre diffuse dalla Seco (Segreteria di Stato per l’economia) e quelli adepti dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro). Da ormai più di 25 anni (dal 1991) l’Ufficio federale di statistica pubblica, prima a cadenza annuale, dal 2010 a cadenza trimestrale, la rilevazione sulle forze di lavoro in Svizzera, meglio conosciuta con l’acronimo di Rifos.

Ebbene, questa statistica ha l’obiettivo di fornire dati sulla struttura della popolazione attiva e sul comportamento in materia di attività professionale. La rigorosa applicazione delle definizioni internazionali permette di confrontare i dati nazionali con quelli dei Paesi Ocse o dell’Unione europea. Rispetto all’indagine Ilo ha il pregio di sondare un campione molto ampio: 126mila interviste ogni anno che danno una fotografia la più completa e rigorosa possibile. Si indagano, per esempio, oltre all’attività professionale, anche le ragioni dell’inattività (pensione, formazione eccetera) Stando all’ultima rilevazione il numero degli occupati in Svizzera è aumentato dello 0,6% nel primo trimestre 2017 rispetto a un anno prima, toccando quota 4,965 milioni. Il numero degli uomini occupati è salito dello 0,7%, quello delle donne dello 0,4%. In termini di equivalenti a tempo pieno (Etp), l’aumento rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente ha raggiunto lo 0,5% (uomini: +0,3%; donne: +0,7%).
Stando ai dati dell’Ust il numero di lavoratori stranieri è cresciuto dell’1,4% e quello dei lavoratori svizzeri dello 0,2%. La manodopera estera è aumentata maggiormente tra i frontalieri (permesso G: +3,2%), seguiti dai titolari di un permesso di domicilio (permesso C: +1,7%). In calo, invece, il numero di occupati con un permesso di dimora (permesso B o L in Svizzera da dodici mesi o più: -0,4%) e quello dei titolari di un’autorizzazione di breve durata (permesso L, in Svizzera da meno di dodici mesi: -3,6%).
Sempre nel primo trimestre 2017 in Svizzera risultavano disoccupate 256mila persone secondo la definizione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), 2mila in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, una cifra corrispondente al 5,3% della popolazione attiva, una percentuale identica a quella del primo trimestre 2016.
Corretto secondo le variazioni stagionali, il tasso di disoccupazione è leggermente aumentato rispetto al trimestre precedente (dal 4,8 al 5%), dopo essere diminuito molto lievemente tra il terzo e il quarto trimestre 2016.
Il tasso di disoccupazione giovanile (dai 15 ai 24 anni), sempre ai sensi dell’Ilo, è diminuito dall’8,4% al 7,9%. È per contro leggermente aumentato nella fascia di età compresa tra i 25 e i 49 anni (dal 5,4 al 5,5%) ed è rimasto stabile in quella tra i 50 e i 64 anni (al 4,2%).
Il tasso si è leggermente contratto tra gli uomini (dal 5,5 al 5,4%) ed è rimasto invariato tra le donne (al 5,2%). Tra gli svizzeri il tasso di disoccupazione è rimasto fisso al 3,7%, mentre è diminuito tra le persone di nazionalità straniera (dal 10 al 9,7%).
Da un anno all’altro il numero dei disoccupati di lunga durata ai sensi dell’Ilo (un anno o più) si è ridotto da 104mila a 95mila. Rispetto al totale dei disoccupati, anche la quota di quelli di lunga durata è diminuita, passando dal 40,2 al 37%. La durata mediana di disoccupazione si è abbreviata da 243 a 189 giorni.
Infine, nel primo trimestre i lavoratori a tempo parziale erano 1,694 milioni (+19mila). Di questi, 354mila erano sottoccupati, ovvero avrebbero voluto lavorare di più ed erano disponibili a farlo sul breve termine. Il tasso di sottoccupazione era del 7,3%, in aumento rispetto a quello dello stesso periodo dell’anno precedente (7%).

24.5.2017, 08:302017-05-24 08:30:53
Erminio Ferrari @laRegione

La ‘profezia’ di Jihadi John

Quando “Jihadi John” avvertì i Paesi occidentali che “presto” il disgusto per le teste mozzate nei deserti siroiracheni sarebbe stato sostituito dal pianto per i morti “sotto casa”, la...

Quando “Jihadi John” avvertì i Paesi occidentali che “presto” il disgusto per le teste mozzate nei deserti siroiracheni sarebbe stato sostituito dal pianto per i morti “sotto casa”, la sua parve a molti una millanteria. In realtà la minaccia del tagliagole di provenienza britannica annunciava – non sappiamo con quale grado di consapevolezza – lo scenario che da tempo si sta avverando e che la strage di Manchester sembra una volta in più confermare. E sono diversi gli elementi che concorrono alla sua comprensione.

Uno, di natura “strategica”, è la rotta dell’Isis nei territori in cui aveva insediato il proprio dominio. Da mesi, i combattenti del Califfato subiscono sconfitte e perdite. I fronti, tra Mosul e Raqqa, cedono (seppure non con la facilità pretesa dalla propaganda delle diverse coalizioni), e chi non muore fugge, portando comunque con sé la “missione” per la quale era partito. Spostandosi verso nuovi campi di battaglia nelle terre dell’Islam, o, nel caso dei combattenti giuntivi dall’Europa, tentando un non facile rimpatrio nelle terre dei “crociati”. Per questo – come è stato accertato per recenti episodi di terrorismo – si parla di foreign fighters di ritorno. Temibili per la formazione militare ricevuta e per la consuetudine con la crudeltà a cui le guerre addestrano.
Oltre che su queste “brigate”, l’Isis fa affidamento su un informe esercito di individui più o meno isolati o organizzati in cellule, ai quali è stato ordinato di non partire, ma di fare delle proprie città, dei propri quartieri il fronte del loro jihad. Una mossa strategicamente accorta, poiché alleggerisce l’organizzazione dagli oneri di inquadramento e mantenimento dei combattenti, e si giova della loro diffusione pulviscolare in un ambiente considerato “nemico” ma pur sempre familiare. Ciò che rende difficilmente individuabili i potenziali terroristi, e ugualmente problematico fermarli “prima”, sulla base di una mera affiliazione ideologica.

A tutti costoro, gli strateghi del jihad hanno inviato disposizioni per agire con ogni mezzo, meglio se non individuabile come arma, si pensi a un’auto o a un coltello da cucina. O a un ordigno pur rudimentale, come sembra essere stato il caso di Manchester. Ovunque, ma soprattutto nei luoghi di più frequente affollamento: stazioni, stadi, sale da concerto, mercati. Una sorta di esternalizzazione del rischio, su cui è facile apporre una rivendicazione a costo zero, ma dal riflesso propagandistico straordinario.

Ma questo elemento nuovo, benché già noto agli analisti più attenti, non si esaurisce in sé. Secondo alcuni osservatori è infatti in corso un confronto a distanza (pericolosamente ravvicinata in Siria, meno altrove) tra Isis e al Qaida per assicurarsi la leadership ideologica ma anche operativa della galassia jihadista internazionale. La distinzione che comunemente si operava tra le due sigle – più “territoriale” la prima, programmaticamente deterritorializzata la seconda – sembra essere venuta meno e la battaglia per appropriarsi dello scettro più aspra. Soltanto una decina di giorni fa, Hamza Bin Laden, figlio di Osama, ha esortato i “credenti” a colpire le città dei “crociati”, utilizzando lo stesso vocabolario della concorrenza dell’Isis. Il che, temono le intelligence, potrebbe condurre a una escalation di attacchi. E di vittime.

Che l’attentato di Manchester rientri in questo scenario non è del tutto certo, ma proprio l’incertezza, l’opacità, il velleitarismo servono la causa di chi vi ha già impresso il proprio marchio. Dovremo farvi i conti a lungo.

15.5.2017, 08:302017-05-15 08:30:38
Aldo Sofia

I due fronti del presidente

Il commento più lirico è stato di un quotidiano di Pechino: “La Francia ha fatto una scelta cruciale per la civiltà”. Insomma, il mondo alla rovescia, con i comunisti cinesi che esaltano l’...

Il commento più lirico è stato di un quotidiano di Pechino: “La Francia ha fatto una scelta cruciale per la civiltà”. Insomma, il mondo alla rovescia, con i comunisti cinesi che esaltano l’arrivo all’Eliseo dell’uomo considerato invece un puro prodotto delle élite da parte delle forze antisistema vistosamente sostenute (non solo a parole, ma anche con supporto economico e hackeraggi vari) dagli Stati Uniti di Trump e dalla Russia di Putin.
Mai un voto europeo era stato caricato di un peso e di un significato simili: “La lotta fra mondializzazione e nazionalismo”, ha scritto il ‘New York Times’. Un’attesa esasperata provoca anche soddisfazioni esagerate, e premature speranze. Rimane in molti il dubbio, se Emmanuel Macron abbia vinto per il suo programma o per l’impresentabilità di Marine le Pen, per le sue coraggiose idee pro-europee o per la rozza impreparazione della rivale; per un’adesione convinta o per mancanza di alternative.

Comunque, il giustificato sollievo provato per la tenuta democratica di un Paese simbolo come la Francia deve immediatamente confrontarsi con la dura realtà che attende l’ottavo e più giovane presidente della Quinta Repubblica, entrato ieri nel Palazzo del “monarca repubblicano”. Un mandato di cinque anni sembra un lampo di fronte all’enormità del lavoro che lo attende: riconciliare una nazione pericolosamente segnata da fratture profondissime, e addirittura rifondare un’Europa che non può perdere la sua ultima occasione.

Sul piano interno, già nelle prossime settimane bisognerà vedere se, secondo tradizione e logica dell’architettura istituzionale ereditata dal generale de Gaulle, il trionfo del 7 maggio garantirà a Macron una chiara maggioranza parlamentare; oppure se alle elezioni di metà giugno i due blocchi storici (post-gollisti e sinistra) esclusi per la prima volta dalla finale dell’Eliseo avranno la possibilità di una qualche rivalsa, in grado di piegare il neopresidente all’obbligo di una coabitazione carica di incognite e inciampi. Non basta promettere di adottare “il meglio degli uni e degli altri”, come in sostanza fatto da Macron, per avere il sicuro sostegno di entrambe le formazioni che si giocano letteralmente la propria sopravvivenza politica.

Ma forse è soprattutto fuori dai confini nazionali che il presidente gioca la partita. Il cui esito dipenderà dalla sua capacità e dalla sua possibilità di cambiare i parametri europei, spezzare i vincoli dall’austerità, passare a una politica espansiva, individuare i meccanismi capaci di tutelare gli esclusi della mondializzazione, restituire alla politica il timone che anche le cosiddette “sinistre di governo” hanno abbandonato nelle mani di una finanza spropositatamente famelica.

Non solo Macron è dunque chiamato a prendere definitivamente le distanze dall’élite finanziaria che lo ha formato; la sua narrazione riformista (quella di un progressismo social-liberale che finora ha difficilmente superato la prova dei fatti) si infrangerebbe comunque sugli scogli di un’Europa che rimanesse insensibile alla vera sostanza del messaggio francese: e cioè che il peggior populismo ha subito una severa sconfitta, ma non la definitiva débâcle.

E un ritrovato motore franco-tedesco dell’Europa avrebbe un senso virtuoso e salvifico soltanto se la nuova direzione sarà quella di un’Europa delle tutele sociali. E di tempo ce n’è poco.

8.5.2017, 08:302017-05-08 08:30:04
Roberto Antonini

Era impossibile e lo ha fatto

La diga ha retto. L’estremismo con la sua onda travolgente di disprezzo e brutalità esce sconfitto dalle urne, pur raccogliendo un terzo dei consensi.

Vince, in modo netto malgrado...

La diga ha retto. L’estremismo con la sua onda travolgente di disprezzo e brutalità esce sconfitto dalle urne, pur raccogliendo un terzo dei consensi.

Vince, in modo netto malgrado qualche inquietante scricchiolio, la Francia del fronte repubblicano che dall’affaire Dreyfus fino alla vittoria di Jacques Chirac nel 2002 passando dal poujadismo degli anni 50, gli elettori hanno contrapposto alle derive illiberali.

Emmanuel Macron, 39 anni, diventa il più giovane capo dello Stato dai tempi di Napoleone Bonaparte. Trionfa grazie a uno straordinario cocktail di talento (in un anno ha creato un nuovo movimento che ha sbaragliato il vecchio establishment) e di fortuna (il leader del centrodestra François Fillon destinato alla vittoria, caduto per il “Penelopegate”, l’affaire del presunto impiego fittizio della moglie). Favorito certamente anche da un sistema elettorale a ghigliottina, che consente solo ai primi due del primo turno, di giocarsi la poltrona all’Eliseo.

Il tentativo di normalizzazione (“dédiabolisation”) del Fronte Nazionale è naufragato sull’ultimo scoglio: la rovinosa prestazione della sua candidata al dibattito televisivo ha gettato nello sconforto anche i suoi seguaci creando una profonda inquietudine nel Paese. Improvvisamente, di fronte a un elettorato incredulo, “Marine” era ritornata ad essere una “Le Pen” – nome significativamente scomparso dai manifesti elettorali – lanciandosi come un dobermann al collo dell’avversario. La Francia ha aperto gli occhi e ha avuto paura.

“Non sapevano che era impossibile, allora lo hanno fatto”: ripeschiamo una frase del grande Mark Twain per sintetizzare il percorso del nuovo presidente. Emmanuel Macron e il suo movimento hanno vinto alla grande una sfida che pareva irrealistica. Un po’ di spavalderia e lo sguardo ben proiettato al futuro, ignorando il retaggio storico della quinta repubblica che ha blindato il Paese, nel bene e nel male, in uno schema destra-sinistra. Una contrapposizione desueta secondo Macron: con lui la Francia si avventura per la prima volta in un paesaggio in cui svetta il centro politico. Obiettivo: un consenso trasversale, una politica che possa conciliare socialità ed economia, flessibilità e protezione, interessi nazionali e contesto continentale.

Nel suo primo messaggio ai francesi, il più giovane presidente del mondo occidentale, si è ben guardato dall’esternare quella baldanza che gli era sfuggita nei festeggiamenti del primo turno. Con gravità si è detto all’ascolto della collera e dei dubbi reali e giustificati che gli elettori hanno manifestato, sia optando per posizioni radicali (a destra e a sinistra) sia astenendosi o inserendo nell’urna un numero enorme e senza precedenti di schede bianche (quattro milioni). Ha parlato di difesa dei più fragili e degli esclusi, di cooperazione internazionale, di guerra al terrorismo e di lotta contro il riscaldamento climatico.

Macron il tecnocrate ha ritrovato nella sera della sua celebrazione, l’empatia che il Paese gli chiede. Da tempo convinto che la Francia vada profondamente riformata per liberare il potenziale economico e creare occupazione, Macron è oggi ben consapevole che una svolta liberale non basta a placare la rabbia degli esclusi, a fugare i dubbi di generazioni che vedono il loro futuro all’insegna dell’incertezza se non del precariato.
Ieri nel paese dei diritti dell’Uomo ha vinto l’Europa, certo. Il populismo arretra. Ora però gli impegni devono trovare concretezza. Nell’interesse di tutti, della Francia e del continente.

6.5.2017, 08:252017-05-06 08:25:00
Aldo Sofia

Le debolezze del favorito

Dice una battuta vecchia come la Quinta Repubblica: “Al primo turno si sceglie e nel secondo si elimina”. E, stando ai sondaggi, domani nella “tagliola” prevista dal sistema elettorale...

Dice una battuta vecchia come la Quinta Repubblica: “Al primo turno si sceglie e nel secondo si elimina”. E, stando ai sondaggi, domani nella “tagliola” prevista dal sistema elettorale francese dovrebbe finire Marine Le Pen. Che per sperare di giungere all’Eliseo avrebbe dovuto quantomeno vincere il più rissoso dibattito tv degli ultimi cinquantasette anni.

Così non è stato, anche per aver voluto “trumpizzzare” il confronto: falsità, insinuazioni, insulti, errori, superficialità. Probabilmente non sarebbero bastati nemmeno un aplomb più consono, una preparazione più adeguata, per corrispondere alla figura di monarca repubblicano che la costituzione assegna al capo dello Stato. Inoltre, l’avversione per l’estrema destra xenofoba e razzista è ancora abbastanza diffusa, e sospettosa rispetto al maquillage politico operato dalla figlia di Jean-Marie, l’ex reduce della guerra d’Algeria e della decolonizzazione, per il quale le camere a gas naziste furono un “dettaglio della storia”, nemmeno deprecato. Ma è certo che la goffa imitazione del suo sostenitore americano ha più che altro danneggiato la candidata del Front National.

Non c’è dunque incertezza sull’esito finale di un voto a cui l’Europa affida la sua rivincita? Di una consultazione che ha confermato le fratture di una Francia apparentemente inconciliabile? Non proprio. Una quota di insicurezza rimane. Perché ha le sue debolezze anche il “vincitore annunciato”, Emmanuel Macron, prodotto di un sistema in cui la politica si è consegnata all’élite finanziaria, indifferente agli esclusi di una mondializzazione non governata. Ben il 47% di chi voterà l’ex ministro di Hollande confessa di non appassionarsi allo stile e alla personalità del giovane tecnocrate; ne riconosce la maggiore competenza, ma senza entusiasmo. Più della metà dei suoi elettori, infatti, non nasconde di fare una scelta più che altro in mancanza di alternative migliori. Uno stato d’animo che, insieme al rifiuto ideologico della sinistra radicale di Mélenchon e di parte del partito socialista, potrebbe favorire un alto tasso di astensionismo, comunque temuto da Macron.

Altri potrebbero essere scoraggiati dal recarsi alle urne (peggiorando il più basso tasso di partecipazione, quello del 1969, vincitore Georges Pompidou) a causa di un futuro quadro parlamentare complesso e confuso; e qualcuno preconizza uno scenario da Quarta Repubblica, simbolo di instabilità governativa. L’edificio istituzionale voluto dal generale De Gaulle prevede che un presidente abbia la maggioranza all’Assemblea (per la quale si voterà a metà giugno). Prospettiva per nulla garantita per il leader di ’En marche!’, movimento fondato solo un anno fa, senza una rete consolidata e ancora povero di personale politico, che dovrà subire l’assalto di post-gollisti e socialisti in cerca di riscatto per imporre una qualche forma di coabitazione al futuro capo dello Stato.
Macron ha già fatto il miracolo di un europeista vittorioso al primo turno; domani sera dovrebbe fare il secondo come primo presidente apartitico; ma il più difficile da realizzare potrebbe essere il terzo, quello parlamentare.

29.4.2017, 09:202017-04-29 09:20:00
Erminio Ferrari @laRegione

Ottocento anni dopo la visita di Francesco d’Assisi al sultano

Otto secoli dopo Francesco d’Assisi, un papa che porta il suo nome, scende al Cairo. Allora, si era nel pieno della quinta crociata, quel frate...

Otto secoli dopo Francesco d’Assisi, un papa che porta il suo nome, scende al Cairo. Allora, si era nel pieno della quinta crociata, quel frate incontrò il sultano Malik al-Kamil per tentare un dialogo che fermasse quella guerra. Oggi la parola “crociati” è ancora scagliata contro gli “occidentali” dagli ideologi del jihadismo globale e da autocrati come Recep Tayyip Erdogan (che due settimane fa esaltò la sconfitta inferta ai “crociati” dagli elettori turchi).

Ma il sentimento di essere in guerra con il mondo islamico (pur spacciata per “difensiva”) è talmente diffuso anche nelle nostre società e nelle parole dei politici che la visita di Bergoglio sembra avvenire in circostanze non così diverse.
La novità, e che novità, è che questa volta si tratta di un papa. E inevitabilmente la portata della visita trascende l’ambito religioso, per assumere – soprattutto nelle terre islamiche in seguito al fallimento storico dei tentativi di laicizzazione dello Stato – complessi e contraddittori significati politici.

Bergoglio si è presentato al Cairo come capo della cristianità cattolica, ma viene accolto (o respinto, più o meno nella stessa misura) come illustre rappresentante del cosiddetto “Occidente” nel suo insieme; nella stessa misura in cui vasta parte dell’opinione occidentale non fa distinzione tra fedeli islamici, islamisti, imam e governi di quelle terre.
Non molto tempo fa, As’ad AbuKhalil – accademico della California State University, non un invasato imam o un arruolatore di foreign fighters – scriveva per al Jazeera che “forse gli islamisti esagerano il ruolo della religione quale impulso per le Crociate […] ma è indiscutibile che il linguaggio della conquista occidentale non si è evoluto. I bombardamenti occidentali e l’occupazione di terre arabe e musulmane rimangono aderenti alla retorica bigotta dei crociati; e la sovranità degli arabi nelle loro terre significa ancora ben poco per i governi occidentali”. Se siamo ancora qui, è perché la realtà pone più questioni di quante risposte diano gli imprenditori dell’intolleranza autistica (il momento è il loro) o i dialoganti a buon mercato.

A titolo di paragone con la visita di Bergoglio, per la statura del personaggio e per il sovraccarico di significati attribuiti all’iniziativa, viene alla mente il discorso tenuto da Barack Obama all’Università del Cairo nel 2009: allora, il successore del presidente che aveva evocato proprio una crociata in reazione all’attacco di al Qaida dell’11 settembre, si rivolse al mondo islamico proponendo un “nuovo inizio”; oggi Bergoglio arriva nella terra in cui dei cristiani copti si fa strage riproponendo un dialogo tra religioni, che è un dialogo di civiltà.

Le aspettative riposte nella sua iniziativa sono forse esagerate come avvenne per quella di Obama. Del resto, anche nel 1219, Francesco e il Sultano si lasciarono da amici, e le guerre religiose poterono continuare…

24.4.2017, 08:352017-04-24 08:35:00
Roberto Antonini

Un messaggio da Parigi

Trionfa la start-up della politica; avanza – ma meno del previsto – l’estrema destra; vengono spazzati via i partiti tradizionali che hanno governato il Paese, la destra repubblicana e la...

Trionfa la start-up della politica; avanza – ma meno del previsto – l’estrema destra; vengono spazzati via i partiti tradizionali che hanno governato il Paese, la destra repubblicana e la sinistra socialista. Non era mai successo nella storia della Repubblica.
A contendersi la poltrona all’Eliseo nel ballottaggio del prossimo 7 maggio, saranno dunque Emmanuel Macron arrivato in testa al primo turno, giovane e ambizioso tecnocrate che rivendica il superamento delle tradizionali contrapposizioni politiche; e la leader del Fronte Nazionale Marine Le Pen. Entrambi autoproclamatisi candidati anti-sistema. Entrambi tuttavia espressione di quella stessa casta politica sempre più osteggiata dalla popolazione: Macron per anni consigliere di François Hollande e in seguito suo ministro dell’Economia; Marine Le Pen appartenente alla ricca dinastia che ha fatto e continuerà a fare la storia della destra più radicale, invischiata – nel più classico stile della vecchia politica – in una vicenda di frode.

La fine dell’alternanza destra-sinistra fa del 23 aprile una data cardine nella vita politica del Paese, ma il terremoto al quale abbiamo assistito non è necessariamente di una magnitudo devastante. Il ballottaggio, stando ai sondaggi, dovrebbe in effetti consacrare, in modo netto, il successo dell’ex ministro di Hollande.

Le consegne di voto non si sono fatte attendere: con l’eccezione di un imbronciato Jean-Luc Mélenchon, capofila della sinistra radicale in spettacolare crescita e che ha sfiorato il colpaccio, tutti i principali leader politici non hanno posto tempo di mezzo dando una chiara consegna per il 7 maggio: votare Macron per bloccare l’estremismo frontista.
Tra i primi ad esprimersi François Fillon, giunto terzo, e le cui vicende giudiziarie hanno compromesso una vittoria che pareva certa: ha messo in guardia i francesi contro l’estremismo, le derive intolleranti e violente del partito di Marine Le Pen. Il Fronte Nazionale porterebbe la Francia alla catastrofe, ha ammonito Alain Juppé, mentre secondo Benoît Hamon, candidato di un partito socialista ormai ridotto al lumicino, con Marine Le Pen il Paese rischierebbe la guerra civile.

Ma se l’unità del fronte repubblicano sotto la bandiera del “tutto, salvo Le Pen” non ha tardato a manifestarsi, questa tornata elettorale suggella di fatto alcune profonde spaccature ideologiche e sociali. Una lettura a caldo dei risultati ottenuti dalle diverse formazioni consente in effetti di individuare faglie trasversali ai partiti su temi quali la globalizzazione, il libero mercato, il ruolo dello Stato, le pensioni, l’immigrazione, il protezionismo. Trasversali a tal punto che appaiono similitudini tra i programmi dei fronti più estremi, a destra e a sinistra.

L’Europa in particolare esce certamente rafforzata dalla vittoria di Macron, ma gli europeisti non possono sicuramente pasteggiare a champagne. Gli elettori della seconda potenza continentale hanno manifestato, con un voto estremamente frammentato (quattro candidati che hanno ottenuto ognuno percentuali attorno al 20%) una forte inquietudine sul futuro del Paese e dell’Ue: antieuropeisti (Le Pen e Mélenchon) e proeuropeisti (Macron e Fillon) si sono divisi in parti quasi eguali i consensi dell’elettorato.

A Bruxelles e Berlino si può certamente tirare un sospiro di sollievo, ma sarebbe irresponsabile non sentire il campanello d’allarme suonato da una Francia inquieta e disorientata che in giugno sarà impegnata, con le legislative, nel proibitivo compito di fornire una maggioranza politica al nuovo inquilino dell’Eliseo.

22.4.2017, 08:352017-04-22 08:35:49
Erminio Ferrari @laRegione

L’emergenza nelle urne francesi

In una cornice resa drammatica dalla sanguinosa “dichiarazione di voto” dell’Isis, quattro candidati alla presidenza della repubblica francese si tallonano nei sondaggi in percentuali...

In una cornice resa drammatica dalla sanguinosa “dichiarazione di voto” dell’Isis, quattro candidati alla presidenza della repubblica francese si tallonano nei sondaggi in percentuali talmente vicine da rendere dubbio ogni pronostico.
Quattro aspiranti presidenti che si pretendono in discontinuità con il sistema consolidato di alternanza destra/sinistra all’Eliseo: Marine Le Pen, Emmanuel Macron, François Fillon, Jean-Luc Mélenchon, per limitarci a loro e alle loro vicissitudini, sono l’immagine abbastanza fedele della mutazione della rappresentanza politica in Francia e, per esteso, in tutte le nostre società.
Poi, si sa, l’immagine è una cosa, la sostanza un’altra. Ma prendiamola per buona, se non altro perché i segni di una rottura con la consuetudine sono stati evidenti sin dall’inizio della campagna. A partire dalla rassegnata rinuncia del presidente in carica François Hollande a ricandidarsi per un secondo mandato a cui avrebbe avuto pur diritto. Una sorta di autoinferto contrappasso per chi, battendolo, impedì a sua volta a Nicolas Sarkozy di bissare il turno presidenziale.
Letta retrospettivamente, la rinuncia di Hollande è stata la spia più certa della crisi socialista. Crisi di cui sono state espressione e insieme vittima dapprima le ambizioni di Manuel Valls, penalizzato, oltre che da se stesso, anche da una forzosa lealtà nei confronti del presidente, che lo ha costretto a ritardare la candidatura ufficiale fino alla rinuncia di Hollande; e poi la sorte di quel Benoît Hamon superfluo vincitore delle primarie socialiste. Superfluo, poveretto, poiché della sua investitura i primi a non curarsi sono stati i dirigenti del partito, quelli che avrebbero dovuto impegnarsi per lui.
Crisi, e veniamo al punto, da cui è invece stato beneficiato Macron, lesto a lasciare il governo socialista (dove occupava il Ministero dell’economia) per metter su En Marche!, il non-partito modellato su di sé, senz’altro scopo che di portarlo all’Eliseo. In questo senso, Macron è l’espressione lampante della post-politica nella sua variante francese. Mai passato al vaglio di una elezione, populista non meno di un Trump o di una Le Pen (che pure un partito ce l’ha) nel volersi liberare degli “strati intermedi”, svincolato da liturgie e strategie partitiche nel rivolgersi direttamente agli elettori come ai consumatori nel quadro di una campagna pubblicitaria. Vagamente europeista, vagamente “né di destra, né di sinistra” (che di solito vuol dire di destra). Vagamente outsider, se così si può dire di chi è stato ministro e le ossa se le è fatte nelle banche che contano e nelle istituzioni su cui poggia la repubblica.
Su di lui si sono spostate non poche dichiarazioni di voto di dirigenti del Ps, una sconfessione plateale di Hamon. La figura del (non)candidato ufficiale socialista potrebbe essere associata a quella di un Jeremy Corbyn che guiderà il Labour britannico almeno fino alle legislative anticipate dell’8 giugno per volontà degli iscritti, ma inviso alla rappresentanza parlamentare dello stesso partito. Hamon neppure quello: il partito lo ha già scaricato prima ancora dell’apertura dei seggi. Ha osato proporre un reddito base universale.
Altro candidato di fatto senza partito è Fillon. Alle primarie dei Républicains ha battuto gente del calibro di Alain Juppé e Nicolas Sarkozy. Tradizionalista cattolico, thatcheriano in economia, residente in un castello, autocelebratosi come l’uomo retto che da tempo la Francia attendeva, ha preteso troppo da sé e dagli elettori. Soprattutto che gli credessero.
La sua corsa si è fermata davanti alle rivelazioni “Penelopegate”: dal nome della moglie che non l’attendeva tessendo la tela, ma fingendo di lavorare per lui come collaboratrice parlamentare, lautamente stipendiata dalle casse pubbliche. Lo stesso i figli. Per non dire dei “contributi” di ricchissimi amici, e neppure tutti presentabili. “Credo che i sondaggi esprimano più un’emozione che una realtà politica”, ha detto per tenersi su. Ma il partito, ormai nel panico, gli ha fatto il vuoto attorno. I sorrisi di circostanza rivoltigli in chiusura di campagna da Juppé e Sarkozy mostravano i denti stretti. E, a parte che i francesi detestano la terminologia anglofona, non era esattamente un endorsement.
Passatista (secondo gli avversari) e insieme proiettato in un improbabile futuro, Jean-Luc Mélenchon, leader di France Insoumise, veste da trotzkista in carne e ossa, ma anche in ologramma, come ha fatto in diverse occasioni, tenendo un comizio in una città, e apparendo simultaneamente in una o diverse altre. Reclama la parte di “diverso”, fuori dai giochi di potere, ma è pur stato ministro e anche lui campa di politica da una vita. Chi aveva pronosticato per lui il ruolo di mera comparsa si è però sbagliato. Mélenchon è andato via via crescendo nei favori dell’elettorato, con un programma che assomma l’accorciamento dell’orario di lavoro, della vita lavorativa, a un aumento dei salari minimi. Vuole l’uscita dal nucleare e dalla Nato, e la rimessa in discussione della forma di adesione all’Unione europea.
Più prudente sulla questione migranti, e lo si può capire, se si dà retta alle analisi dei flussi elettorali secondo cui il voto operaio è passato all’estrema destra anche per le parti (le loro, sembrerebbe) che essa ha preso in questa guerra tra poveri.
L’abbiamo nominata, infine: l’estrema destra di Marine Le Pen è stata fino a poche settimane fa l’oggetto più dibattuto, l’orizzonte sul quale misurare le sorti non più soltanto della Francia, ma dell’Europa. Se è riuscita la Brexit, se Trump si è preso la Casa Bianca, vuoi che la figlia redenta (ma non troppo) del vecchio fascistone Jean-Marie non abbia possibilità di fare il colpaccio?
Lo si diceva fino a poche settimane fa, appunto, prima che Macron lustrasse la propria stella e che quella di Mélenchon reclamasse spazio. Poi la sua parabola ascendente ha invertito la rotta. Forse anche per la storia delle false assunzioni all’Europarlamento dove siede da un pezzo e riscuote una più che buona paga, ricorrendo all’immunità per proteggersi dai procedimenti giudiziari (lei che si vorrebbe la bandiera anti-sistema...).
Non si è scoraggiata. Al contrario, la sua retorica si è rinvigorita. La posata Le Pen presidenziale ha ceduto il posto a quella da trincea: fuori dall’Europa, frontiere chiuse ai migranti e soprattutto lotta senza quartiere all’islam, argomento che premia sempre. E che ogni proiettile sparato dal kalashnikov di un invasato islamista rafforza. Non è facile essere una Le Pen, disse Jean Marie alle figlie, ma quella che vi riesce ne sarà ripagata: magari con il passaggio al secondo turno, come riuscì appunto al babbo. Allora, era il 2002, il “fronte repubblicano” insorse ed elesse Chirac. Quindici anni e molti più attentati dopo ci risiamo.

18.4.2017, 07:162017-04-18 07:16:28
Aldo Sofia

Super-Erdogan, nuove apprensioni

Adesso ‘sultano’ lo è davvero. Ha i pieni poteri. Esecutivo, legislativo, giudiziario. Le leve del comando sono tutte nelle sue mani, e il controllo delle forze armate è diventato...

Adesso ‘sultano’ lo è davvero. Ha i pieni poteri. Esecutivo, legislativo, giudiziario. Le leve del comando sono tutte nelle sue mani, e il controllo delle forze armate è diventato ancora più saldo dopo il ‘presunto golpe’ del luglio scorso. Un sultano, Recep Tayyip Erdogan, non proprio amato, se il referendum è tutto tranne che il plebiscito da lui agognato, se una prona Commissione elettorale ha accettato di violare la legge pur di assicurargli il risicato margine che gli consegna la vittoria, se l’Osce boccia la votazione per brogli manifesti e condizioni di voto inappropriate, e se la metà della Turchia boccia la sua volontà di potenza, praticamente imposta dopo dieci mesi di sfacciate e massicce iniziative di stampo dittatoriale.

È infatti retorico interrogarsi sulla validità di una consultazione a cui si è approdati dopo l’arresto di quarantamila persone i cui processi sono ancora senza sentenza, il brutale licenziamento di centomila dipendenti pubblici (fra cui non pochi magistrati), le lunghe liste di proscrizione per i veri o presunti simpatizzanti del rivale e nemico Fethullah Gülen, la chiusura per lo stesso motivo di scuole e università, lo stretto bavaglio alla stampa indipendente, gli oppositori frequentemente minacciati e spesso incarcerati, gli insultanti attacchi a puri fini nazionalistici contro le democrazie europee definite «naziste» per aver impedito una propaganda intollerabilmente faziosa sul proprio territorio, e uno spazio televisivo occupato quasi al cento per cento dai pretoriani del regime.

Dunque, una pesantissima cappa di repressione e pressioni, che non ha impedito a una parte probabilmente maggioritaria di esprimere coraggiosamente la propria opposizione alle ossessioni di potenza e alla deriva illiberale dell’uomo che pretenderebbe di essere un ‘nuovo Atatürk’, ma che invece della laicità dello Stato vorrebbe imporre la supremazia musulmana in nome di un ipotetico e ritrovato primato ottomano.

Le tiepide, se non gelide reazioni all’estero non possono in realtà nascondere l’imbarazzo di quella parte di comunità internazionale che ha fin qui considerato ‘indispensabile’ il legame con il neo-sultano. Si tratti dell’Unione europea, che ancor più difficilmente potrà ora spalancargli le porte dell’Ue ma che lo ha riempito di miliardi pur di consegnargli vergognosamente le chiavi del problema dei profughi siriani, della Nato di cui Ankara è bastione traballante e incoerente sulla linea orientale (la stessa Alleanza atlantica che l’ondivago Trump oggi giudica «non obsoleta»), e persino della Russia, con Putin che ha dovuto imporre la ritirata dell’esercito di Erdogan che nel Nord della Siria avrebbe voluto far piazza pulita anche delle formazioni curde in prima fila nella guerra contro lo Stato Islamico.
Cosa fare di questa Turchia lacerata e fertile terreno del terrorismo jihadista, come non abbandonare a sé stessa la parte del Paese che ha avuto l’ardire di negarsi ai superpoteri del presidente, come privare quest’ultimo del suo potere ricattatorio sul tema dei rifugiati. Sono questi i dilemmi di Occidente e Russia. I vari tentativi (di Washington e di Mosca) di servirsi di Erdogan in una serie di alleanze e contro-alleanze non hanno prodotto nulla di utile, date anche le sue repentine svolte politiche. E ora, i superpoteri del satrapo di Ankara promettono anche di peggio.