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25.01.2023 - 11:38
Aggiornamento: 15:42

La formazione terziaria in Ticino non paga (bene)

Secondo l’Ustat, nel nostro cantone il salario mediano di chi ha una formazione primaria è inferiore di circa un terzo rispetto al resto della Svizzera

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Keystone

Avere una formazione terziaria in Ticino non rende. O, perlomeno, non lo fa come nel resto della Svizzera. A dirlo è l’Ufficio di statistica (Ustat) nel recente studio che analizza le differenze salariali nel settore privato tra il nostro cantone e il resto del Paese. Quello che emerge è un dato chiaro: "I salariati del resto della Svizzera che hanno una formazione terziaria percepiscono un salario mediano superiore del 36,6% rispetto ai salariati in Ticino". Una differenza che non cala di molto (33,2%) a parità di condizioni. Per formazione terziaria, è utile ricordarlo, si intendono: università e politecnici, scuole universitarie professionali e formazioni professionali superiori. La differenza nella retribuzione si riduce invece per i lavoratori in possesso di formazioni meno avanzate quali, ad esempio, tirocinio, maturità, apprendistato. "Per coloro che hanno conseguito una formazione secondaria e primaria – si legge nello studio dell’Ustat – la differenza salariale osservata nel supporto comune risulta sempre inferiore rispetto al resto del Paese (rispettivamente 14,7% e 18,4%), ma i valori sono almeno dimezzati rispetto a chi ha una formazione terziaria". Una dinamica che, conclude lo studio, porta a una conclusione chiara (e già nota): "I profili meglio pagati sono anche quelli dove le differenze sono maggiori".

Lo scarto è aumentato negli ultimi dieci anni

Parlando in soldoni: in Ticino la differenza dei salari rispetto agli altri cantoni supera il 20%. Nel nostro cantone il salario mediano percepito nel settore privato è di 5’203 franchi contro i 6’414 del resto della Svizzera (quindi escluso il Ticino), con uno scarto del 23,3%. Scarto che, per inciso, è aumentato negli ultimi 10 anni: se da un lato dal 2010 al 2020 la mediana ticinese è aumentata del 3,7% (188 franchi), mentre quella del resto della Svizzera del 7,3% (439), nel 2010 la differenza rispetto al resto del Paese era del 19,1%, pari a 960 franchi.

La massiccia presenza frontaliera una possibile spiegazione

Come osserva l’Ustat, ci sono altri fattori che non vengono inclusi nella statistica in quanto non misurati o misurabili, ad esempio il minor costo della vita in Ticino rispetto ad altri cantoni, e quello con cui sono confrontati i frontalieri in Italia, a sua volta inferiore a quello ticinese. La presenza storica e consistente dei frontalieri in Ticino può essere un’altra spiegazione per la parte di divario salariale che non sembra spiegata da fattori strutturali. "Di fatto il mercato del lavoro attuale si è sviluppato nei decenni anche grazie alla possibilità di avere accesso a un’importante riserva di lavoratori stranieri a costo più basso rispetto ai residenti. Questo, secondo le teorie economiche, non può che portare a livelli salariali più bassi" è la conclusione dello studio.

Albertoni: ‘La differenza per i residenti non è così grande’

«Non ci sono novità particolarissime», afferma interpellato dalla ‘Regione’ Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio del Canton Ticino. «Peraltro il differenziale del salario mediano dei residenti non è così grande: son due dati diversi che vanno separati». In ogni caso, riconosce Albertoni, «non si può comunque fare astrazione dal migliorare la formazione, dare più occasioni». Questo perché «essere meno dipendenti dalla manodopera frontaliera è sicuramente uno degli obiettivi, che però non è facile da raggiungere. Non si fa da un momento all’altro. Ci sono veramente questioni strutturali che non possono essere risolte in un periodo limitato: su alcune è possibile intervenire per migliorare, altre non sono risolvibili». Il direttore della Camera di commercio riconosce quindi che si è confrontati con «una situazione molto complessa, non è facilissimo trovare soluzioni per andare a intervenire sull’aspetto strutturale, si fa il possibile: noi continuiamo a lavorare in questo senso al di là delle statistiche più o meno precise su queste differenze salariali».

Ricciardi (Ocst): ‘Servono contratti collettivi anche nel terziario’

«È soprattutto il terziario a dare problemi di differenze importanti con il resto della Svizzera, come mostra infatti lo studio» spiega Renato Ricciardi, segretario cantonale dell’Ocst. «Come sindacato abbiamo sempre spiegato questo problema del terziario con la mancanza di contratti collettivi di lavoro». Un punto riconosciuto anche dallo studio, che afferma: "I settori dove le differenze sono notevolmente più basse sono le costruzioni (8,6%) e la sanità e assistenza sociale (8,3%). Questi risultati sono frutto da una parte della presenza di contratti collettivi che fissano dei livelli salariali a livello nazionale". «Negli ultimi anni – prosegue Ricciardi – è anche aumentato in quantità importante il numero di frontalieri attivi nel settore terziario. Lavoratori anche altamente formati ai quali non viene però riconosciuto un salario adeguato e in linea con il resto della Svizzera». La strada da intraprendere per Ricciardi è quindi chiara: «Bisogna credere nella contrattazione collettiva. Scorciatoie non ce ne sono. Bisogna convincere i datori di lavoro del settore terziario a sottoscrivere degli accordi. Qualcosa si sta muovendo».

Gargantini (Unia): ‘Contro la penuria il primo passo dev’essere del padronato’

«Questo studio mi fa pensare a un impoverimento del mercato del lavoro ticinese, con i centri di competenze e decisionali di aziende specializzate che si spostano Oltralpe», afferma Giangiorgio Gargantini, segretario di Unia per il Ticino e Moesa. «Questo fa sì che i posti di grande responsabilità e maggiormente pagati siano altrove». Uno strumento utile per ridurre la differenza, segnala anche lo studio, è quello dei contratti collettivi, «ma anche dei relativi controlli», precisa Gargantini. «È fondamentale ricordarlo, visti anche i recenti attacchi subiti dalle commissioni paritetiche». E in un periodo di difficoltà economiche è anche importante, sottolinea il segretario di Unia, «difendere i livelli dei salari per mantenere attrattive le condizioni quadro ed evitare di avere carenza di personale. Due esempi concreti sono il settore sanitario e quello della ristorazione: nel primo la penuria è nota da tempo e si sta lavorando per arginarla, ad esempio per il tramite dell’iniziativa sulle cure infermieristiche adottata dal popolo. Nel secondo la carenza si è manifestata più recentemente e bisogna attivarsi subito». Una soluzione, conclude Gargantini, «che deve arrivare soprattutto da parte padronale. Dev’essere loro il primo passo, senza aspettare per forza un intervento della politica». Come? «Riconoscendo ai lavoratori formati quello che spetta loro».

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