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Edward McMullen (Ti-Press)
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Ticino
17.09.2020 - 07:460

L'ambasciatore americano si spiega in Valle Verzasca

Edward McMullen ieri a Lavertezzo. Parla di 'amicizia unica' e su Black Lives Matter avverte: 'non prendete alla lettera i media americani'

Gioviale e affabile, a prima vista l’ambasciatore americano a Berna Edward McMullen pare soddisfare lo stereotipo dell’americano in vacanza, di quelli che in un secondo s’innamorano di tutto e per i quali ogni cosa è «fantastic»: il Consigliere federale Ignazio Cassis, ma anche Corippo (che chiama Corallo, ma promette di tornare a visitare per l’apertura dell’albergo diffuso); per non parlare di «cinghiale and ossobuco» in un grotto qui a Lavertezzo. «Fantastic» anche quelli. «Amo mangiare e bere, come potete notare», dice alludendo alle sue forme generose. Ma McMullen è anche un pezzo importante per la squadra del presidente americano Donald Trump: con la sua società di comunicazione lo ha aiutato a portarsi a casa la South Carolina (lo stesso diplomatico è di Charleston); da tre anni è invece impegnato a ricucire le relazioni con la Svizzera, piuttosto sfilacciate dopo lo scontro sul segreto bancario. È passato dalla Verzasca per incontrare la Camera di commercio ticinese, sua moglie è «a bordo piscina a rilassarsi» ma lui ci tiene a raccontare ai giornalisti quanto siano importanti gli scambi tra le imprese e i mercati del Ticino e degli Usa, specie in settori come la farmaceutica e la tecnologia.

Esauriti i convenevoli, c’è ancora una mezz’ora per squadernare qualche dossier importante (restano fuori dalla porta temi interni come le elezioni). Anzitutto la Nato, il cui ombrello militare è fondamentale anche per la sicurezza svizzera. Trump ha sgridato più di una volta i membri europei dell’Alleanza perché non farebbero la loro parte per sostenerla. Ma allora noi che un po’ ne approfittiamo dall’esterno cosa siamo, ‘freeloaders’, scrocconi insomma? L’ambasciatore schiva la domanda, ma precisa: «Il presidente ha chiarito fin da subito che ‘prima l’America’ non vuol dire ‘America da sola’», e la sua spinta a un maggiore impegno europeo avrebbe ottenuto una Nato che «oggi è più forte che mai». Quanto alla Svizzera, «essendo neutrale, è un amico unico per gli Stati Uniti», anche perché torna utile nel fare da ponte con paesi come l’Iran.

Aeroplani e bottoni

A proposito di buone relazioni e difesa, un sì all’acquisto dei caccia da combattimento il 27 settembre vedrebbe poi l’America tra i possibili fornitori, con l’F-35 e i Super Hornet. McMullen precisa che gli Usa restano fuori dalla campagna, e si preoccuperanno semmai in un secondo tempo di «informare gli svizzeri e il Consiglio federale sul valore dei nostri aerei». Ma ricorda i trent’anni di collaborazione tecnica per l’uso degli Fa-18 attuali, una relazione che secondo lui sarebbe bello veder continuare. Intanto, ne approfitta per sfatare un mito: «C’è stata molta disinformazione» sull’ipotesi che gli Usa possano controllare questi aerei da remoto, o come dice lui «premere un bottone e farli cadere dal cielo»: «È una bugia».

Torna naturalmente anche il tema dell’accordo di libero scambio tra Berna e Washington, impantanato da anni nonostante le forti relazioni commerciali e industriali. L’ambasciatore invita a guardare il bicchiere mezzo pieno, considerando il fatto che si partiva da relazioni deteriorate a causa delle precedenti amministrazioni (inconsueta in Europa, la critica ai predecessori è invece frequente tra diplomatici americani, la cui nomina è prettamente politica e non dipende dall'esperienza nel ‘mandarinato’ degli Esteri). L’intensificazione degli incontri – inclusi l’invito alla Casa Bianca dell’allora presidente della Confederazione Ueli Maurer, Trump a Davos, il Segretario di Stato Mike Pompeo a Bellinzona – avrebbe permesso quantomeno di avanzare nelle trattative per qualcosa che all’inizio del suo mandato «non era neppure in agenda»: dopo tutto «non abbiamo mai fatto un passo indietro» e «ci vogliono anni per sviluppare un accordo commerciale». Quanto al fatto che qualche mese fa la Svizzera fosse finita nella lista dei potenziali manipolatori di valuta, McMullen ridimensiona: «Lo scopo della nostra legislazione in materia mira a colpire i veri manipolatori. Ho lavorato per far capire che il caso svizzero (interventi della Banca nazionale per frenare la forza del franco, ndr) è diverso, e ora ci siamo chiariti».

Black Lives Matter

Si fa in tempo a parlare anche di Black Lives Matter, e qui l’ambasciatore cerca di far quadrare l’incendiaria retorica di Trump con le sensibilità europee: «La maggior parte dei poliziotti americani lavora per difendere la popolazione, e non per farle del male», e se qualcuno sbaglia «serve un cambiamento culturale al quale il Presidente è dedito», come lo sarebbero molti governatori e funzionari locali. McMullen difende le manifestazioni pacifiche e attribuisce la colpa degli scontri di piazza a piccole minoranze: «Dimostrare pacificamente non significa tirare molotov, incendiare edifici federali e distruggere la proprietà privata». Scontri che lui dice peraltro di aver visto anche a Berna, a una manifestazione di «antifa» (abbreviazione di ‘antifascisti’, usato però negli Usa per designare la sinistra radicale): in quel caso «la polizia li ha fermati con gli idranti». Una reazione molto meno violenta di quella di certi agenti americani visti in tanti video, ma sull’informazione il diplomatico fa sua la lezione di Trump, e avverte: «Non prendete alla lettera i media americani». Sarà anche che Lavertezzo non è mica New York.

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