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Tra i nomi ricorrenti dal 1971 il primo femminile, Francesca, è solo 39esimo
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15.07.2020 - 05:500
Aggiornamento : 10:51

Quando la politica ticinese fa nomi e cognomi

Uno studio dell'Ustat sulla partecipazione elettorale racconta tante cose di come siamo e com'eravamo. Con un occhio all'anagrafe, ma non solo

Non è Francesca, canterebbe Lucio Battisti. Nel senso che se sfogliamo i nomi di battesimo più diffusi tra i candidati alle elezioni cantonali ticinesi dal 1971 a oggi, il primo di donna lo troviamo solo al trentanovesimo posto (Francesca, appunto). Si vede da un’analisi della partecipazione elettorale e politica in Ticino curata da Mauro Stanga per ‘Dati’, la rivista dell’Ufficio di statistica. Analisi che in realtà ci dice molto di più: tra le altre cose, che la partecipazione delle donne alla politica – cantonale e federale – è sì troppo recente per lasciare il segno nelle serie storiche, ma ultimamente le cose stanno cambiando.

Più donne

D’accordo, è ancora presto per proclamare ‘missione compiuta’ sulla parità di genere, ma dal 2007 abbiamo assistito a un notevole cambiamento: «Già a livello di candidature vediamo che nelle ultime tre legislature si riscontrano sempre più donne», nota Stanga. «Evidentemente al momento della compilazione delle liste si sta acquisendo una maggiore sensibilità, che poi si rivela vincente anche a livello di risultati elettorali: il tasso di successo delle candidature femminili oggi è quasi uguale a quello degli uomini, mentre ancora nel 2011 la probabilità di elezione per un uomo – a parità di candidatura – era doppia rispetto a quella delle donne». In Gran consiglio le donne costituiscono quasi il 35% degli eletti di questa legislatura, ben al di sopra della media nazionale del 29,9%, mentre nel 2007 erano poco più del 10%: «Probabilmente le campagne di sensibilizzazione iniziano a dare i loro frutti», così Stanga. Il Ticino è sesto nella classifica della rappresentanza femminile al legislativo (in testa ci sono Zurigo e Basilea Campagna col 40%), anche se di donne al governo non se ne vedono da tempo.

Spaccature

Un’evoluzione determinata anche dal voto femminile. Sembra lontano il 1969, quando ancora un quotidiano locale si chiedeva se il “gentil sesso” (sic), fresco di diritto di voto, avrebbe ubbidito alle indicazioni dei mariti o del parroco (che invece una donna potesse pensare con la sua testa pareva evidentemente impensabile). Questo non significa però che uomini e donne esercitino il loro diritto di voto allo stesso modo: «Si nota una netta spaccatura tra gli elettori che hanno meno di 50 anni e quelli che ne hanno di più. Se prima di quell’età il tasso di partecipazione è equivalente, dopo i 50 anni gli uomini votano sempre più delle donne».

Attenzione: questo non significa necessariamente che le giovani generazioni siano più ‘eque’. Stanga: «Il dato è più anagrafico che generazionale, nel senso che la maggiore partecipazione maschile tra i più anziani si riscontra oggi più o meno nella stessa misura in cui la si registrava già nel 2003. Quindi, invece di un cambiamento culturale da una generazione all’altra, si nota l’influsso persistente di certe reti di socializzazione: probabilmente, invecchiando gli uomini continuano a frequentare ambienti professionali e sociali dove si parla più di politica, dove si è stimolati a partecipare. D’altra parte è interessante notare come anche dati del tutto diversi, come quelli riguardanti il volontariato, mostrino quanto gli uomini tendano a mettere il loro tempo libero in misura maggiore al servizio di partiti e organizzazioni politiche, mentre le donne partecipano più a livello sociale e culturale».

Un paese per vecchi?

L’anagrafe, dicevamo. Un altro aspetto – invero poco rassicurante – che troviamo nelle tabelle è l’enorme invecchiamento generale della partecipazione politica. «A livello di esercizio del diritto di voto, la fascia d'età che partecipa di più è quella tra i 60 e i 79 anni», sottolinea Stanga, mentre i più giovani – una volta svaporato il ‘fattore curiosità’ legato all’ottenimento del diritto di voto – tendono a essere meno interessati: tra i 20 e i 40 anni la partecipazione è scarsa, e solo dopo comincia a risalire. Il dato sull’anzianità dell’elettorato è importante, specie se lo si combina con quello della popolazione generale (siamo il cantone con la quota maggiore di over 65, il 23% dei residenti): in questo contesto, un programma politico vincente deve stare attento a rivolgersi primariamente a loro – non è un caso che espressioni come ‘i noss vecc’ siano divenute moneta corrente –, col rischio di sacrificare la progettualità rivolta alle generazioni future.

Più in generale, la partecipazione complessiva è diminuita sia per le elezioni cantonali (59,3% nel 2019 contro il 70% circa tra gli anni ’70 e metà ‘90) sia per quelle federali (l’anno scorso appena sotto la soglia psicologica del 50%, mentre tra anni ’70 e ’90 votava oltre il 70% degli aventi diritto). Dati in flessione anche rispetto al 2015, ma in linea con quanto si è visto negli ultimi vent’anni. È lecito ipotizzare che senza l’introduzione del voto per corrispondenza agevolato nel 2011 il calo sarebbe stato ancora più significativo. Piccola nota positiva: alle elezioni cantonali il Ticino è comunque il secondo cantone con più elettori attivi alle cantonali dopo Uri, e il sesto alle Federali; a Berna per le Cantonali si ‘scomoda’ solo il 30% degli aventi diritto.

***

Cognomi che (si) contano

Tornando agli aspetti più curiosi dello studio, troviamo una tabella sui cognomi più ricorrenti tra le candidature alle elezioni cantonali dal 1921 a oggi: primeggia ovviamente Bernasconi (soprattutto tra le fila del Partito socialista), seguito da Rossi e Ferrari (perlopiù Ppd). Eppure i primi due cognomi oggi non compaiono affatto nel legislativo ticinese, e il terzo è rappresentato solo da un’esponente comunista. Segno che la vecchia nomenclatura è ormai un dagherrotipo legato al passato, più che un selfie sul nostro presente? «È chiaro che una volta era più facile associare l’affiliazione politica ai legami famigliari», spiega Stanga: «Partendo dal cognome si poteva, oltre a indovinare la zona di provenienza, anche ipotizzare con buona approssimazione la simpatia politica di una persona. Oggi questo non è più possibile». Allo stesso tempo, a rubare affiliazioni e tradizioni di famiglia ai partiti storici si sono fatti largo nuovi movimenti: non solo la Lega, ma anche diverse liste non rappresentate in governo. Le stesse che nel 2019, se prese nell’insieme con i loro 20 seggi, si sono attestate per la prima volta come seconde solo al Plr.

È vero anche che la classifica dei cognomi ricorrenti, in alcuni casi, è influenzata molto da singole personalità pluricandidate (quel Canevascini al 18esimo posto si deve anzitutto all’inossidabile Guglielmo, Consigliere di Stato per 10 legislature, soprannominato non a caso ‘Padreterno’). Altrove invece si scorge una più generale affinità tra un partito e numerose persone con lo stesso cognome (Ghisletta per il Ps, Cattori per l’Udc, Rossi per il Ppd, Galli e Camponovo per il Plr).

Va anche ricordato che molti sono i chiamati, pochi gli eletti: non sempre la frequenza di candidatura di un cognome è proporzionale al suo successo. Per questo restano fuori dalla classifica – ma non dal potere – i Celio, i Pelli, i Pedrazzini, i Respini. Né si rende piena ragione di alcuni ‘highlander’, come Werner Carobbio. Tra l’altro, Stanga osserva che «se seguiamo la politica ticinese dalla prima candidatura di Canevascini all’ultimo mandato di Carobbio, possiamo descrivere un arco che si stende senza soluzione di continuità dal 1909 al 2011: più di un secolo».

Sempre restando sul tema della longevità politica, possiamo notare che il fatto di essere parlamentari uscenti determina sempre di più le possibilità di successo dei candidati: a partire dagli anni Sessanta e al netto dello scossone leghista del 1995, il tasso di rielezione è sempre stato uguale o superiore all’80%. «Non ci sono dubbi sul fatto che essere un deputato uscente costituisca il fattore di successo più decisivo», sottolinea Stanga. «Evidentemente gioca un ruolo fondamentale la superiore visibilità mediatica di chi è già sulla scena». Un’osservazione che fa riflettere anche noi giornalisti, sempre a rischio di prestare maggiore orecchio agli ‘arrivati’ che agli outsider, contribuendo – quand'anche involontariamente – al mantenimento dello status quo.

 ***

Battesimo politico: da Elvezio a Norman

Tornando ai nomi di battesimo, si può dire con buona approssimazione che quelli dei candidati seguono l’evoluzione più generale dei gusti collettivi. Così fino al 1971 si poteva ancora vedere una certa frequenza dei Plinio (35esimi in classifica), degli Elvezio (24) e perfino degli Adolfo (29). Ma ‘cosa c’è in un nome’, per dirla col Bardo? Stanga nota come «mentre nel caso di Adolfo è abbastanza evidente il perché sia caduto in disuso, Elvezio cela una storia particolare: nome chiaramente celebrativo della patria, non era però scelto solo dai ticinesi, e anzi era in voga tra gli anarchici e più in generale tra gli esuli italiani, che qui trovarono protezione a cavallo tra Otto e Novecento; il nome Elvezio rivelava dunque un’espressione di gratitudine verso chi aveva dato loro ospitalità». Quanto a Plinio – antico gentilizio romano, tornato in auge tra gli intellettuali italiani dell’Umanesimo in ossequio all’erudito Plinio il Vecchio – la storia locale è più sfumata: «Lo si trova associato soprattutto a candidati liberali, come il direttore del ‘Dovere’ Plinio Verda, granconsigliere tra gli anni Quaranta e i Settanta. Era invece già fuori dalle classifiche quando tra il ’71 e il ’79 l’autore del ‘Fondo del Sacco’, Plinio Martini, si candidò per il Partito socialista autonomo».

È infine ben più recente – tanto che non si riflette ancora nei primi posti tra i candidati 1971-2019 – la moda dei nomi stranieri. I Norman, i Christian, i Boris, le Samantha e le Maruska si vedranno forse emergere tra qualche anno. E chissà che prima o poi non sia un nome femminile a scalare la classifica.

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