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22.02.2020 - 06:200

Noi cooperanti ticinesi in giro per il mondo

Una carriera gettonata, come testimoniano i 50 anni di Inter-Agire e 150 ticinesi inviati, via Comundo, in 8 paesi. Ora la DSC si ritirerà dal Centro America

Un pezzo di Ticino costruisce ponti tra culture diverse, condividendo conoscenze ed esperienze, per un mondo più giusto ed equo. Tutto ciò grazie a Inter-Agire
che compie 50 anni, l’unica associazione in Ticino che attraverso Comundo invia cooperanti invece di finanziare progetti. In 50 anni, 150 ticinesi hanno lavorato in progetti negli otto Paesi dove l’associazione è attiva. Per alcuni, come Rachele e Alessandra, l’esperienza è stata anche un trampolino di lancio verso una carriera internazionale nel campo della cooperazione, dove le formazioni negli ultimi anni si sono moltiplicate, calamitando sempre più giovani. All’orizzonte ci sono diverse sfide. Come l’esigenza crescente e pressante di misurare tutto ciò che si fa, ma non ogni cosa è misurabile e le cifre non dicono sempre tutto. Come il ritiro della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (Dsc), in fase di ristrutturazione, dall’America Latina dal 2025, dove Comundo è presente in 4 Paesi. «Non significa che non finanzierà più i progetti in America Latina ma avremo meno sinergie sul campo, attualmente collaboriamo con progetti finanziati dalla Svizzera», spiega Corinne Sala, direttrice di Comundo per la Svizzera italiana (nella foto a lato).

Oggi 110 cooperanti di Comundo (una decina dal Ticino) sono all’estero per progetti di cooperazione, lavorano in rete con organizzazioni locali, su tematiche che spaziano dalla formazione alla salute, dalla sicurezza alimentare al clima fino ai diritti umani. Come il ticinese Matteo Falteri, economista in sostenibilità socio-ambientale, attualmente in Nicaragua per ‘traghettare’ i contadini verso uno sviluppo alternativo socio-economico, l’ecoturismo. In Nicaragua c’è anche l’economista ambientale Marco Ventriglia: aiuta le cooperative agricole a commercializzare i loro prodotti. La luganese Barbara Banfi è invece in Bolivia nella regione di Cochabamba, dove l’operatrice sociale si impegna per favorire maggiori possibilità di reddito per le donne povere. Un ultimo esempio, l’ex docente di sostegno pedagogico Luisa Ottavani, attualmente in Zambia per integrare il lavoro pedagogico degli insegnanti locali. «C’è molto interesse, riceviamo un centinaio di candidature l’anno per i posti di cooperanti. Ad esempio stiamo cercando esperti della comunicazione per promuovere i diritti umani, fare sensibilizzare». La selezione è dura, la formazione accurata. «Vogliamo conoscere il cooperante nella sua complessità, non tutti arrivano fino in fondo».

Le motivazioni di chi parte sul serio sono diverse: «C’è chi vuole essere solidale verso i più sfavoriti, sempre più abbiamo chi vuole iniziare una carriera, ma anche educatori che fanno un’esperienza culturale da spendere poi in Svizzera e quarantenni stufi di lavorare per il profitto che vogliono investire le loro competenze per una maggiore giustizia sociale. Un tempo cercavamo più artigiani (fabbri, falegnami, elettricisti...), ora i profili più ricercati sono di livello universitario (economisti, esperti di comunicazione, ingegneri...). Abbiamo anche il programma 60+, per chi parte a fine carriera», spiega Sala. Dietro ad un interscambio riuscito c’è un mix di professionalità e personalità: «Ci vuole pazienza, capacità di osservare, ascoltare, mettersi in gioco, la voglia di rafforzare le competenze già presenti, promuovere l’autodeterminazione, adattare le conoscenze al contesto locale», precisa la direttrice. Chi parte per tre anni riceve un’indennità di vita che copre le spese in loco e una copertura delle assicurazioni sociali in Svizzera. Chi rientra, aggiunge Sala, solitamente ritrova facilmente un posto di lavoro. Durante l’interscambio, i cooperanti svolgono anche un lavoro di sensibilizzazione in Svizzera: inviano informazioni agli interessati e hanno un ‘gruppo di sostegno’ che li seguirà. Informare aiuta a creare un mondo più equo.

Dalla banca al Comitato internazionale della Croce Rossa in Africa

Una vita con le valigie in mano tra numeri, arte e progetti umanitari. Cresciuta in Ticino, la luganese Rachele Mari-Zanoli oggi vive nel Burkina Faso. La raggiungiamo ad Addis Abeba. In Etiopia sta facendo una sorta di ‘apprendistato’ per la sua prossima missione: capo del personale in Camerun e Chad per il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr), un’istituzione indipendente e neutrale che protegge e assiste le vittime di conflitti armati e promuove il rispetto del diritto internazionale umanitario.

A 18 anni ha lasciato il Ticino diretta a Zurigo per diventare traduttrice e ingegnere di sistema poi ci sono stati vari impieghi, soprattutto in banca, gli atelier di pittura terapeutica nelle carceri di massima sicurezza in Italia, il recente master in consulenza filosofica. La sua vera passione da sempre è l’essere umano. La svolta arriva nel 2014, quando lascia il settore bancario elvetico, dove è incaricata di progetti in Asia ed Europa, e parte come cooperante di Comundo per un incarico in Burkina Faso, occupandosi per tre anni soprattutto di sicurezza alimentare ma anche di parità di gender. Questa esperienza le aprirà le porte del Comitato internazionale della Croce Rossa. «Sono la zingara della famiglia. Ho realizzato un sogno arrivando dove sono», spiega la cinquantenne, già nonna.

Comundo è stato un ponte fra Ticino e Africa: «Lavorare sul campo ti permette di accumulare una importante esperienza che è indispensabile al CICR. Apprezzo la filosofia di Comundo che promuove lo scambio di conoscenze tra culture, non si impone o insegna nulla, non c’è spazio per l’arroganza, ci vuole una buona dose di umiltà per lavorare nel campo dello sviluppo sostenibile in modo intelligente, così da far maturare frutti sul lungo periodo», ci spiega. Il rischio dietro l’angolo è l’assistenzialismo. «Che a me sembra la nuova forma di colonialismo, deleteria per l’essere umano, crea dipendenza, si attendono gli aiuti senza far nulla». La ticinese ha lavorato per 15 delegazioni del CICR – tra Bangladesh, Ucraina, Yemen, vari Paesi dell’Africa centrale – facendo previsioni dei bisogni pianificabili per essere più efficaci, migliorare i tempi di reazione, agire in anticipo quando si può. Sempre in zone di conflitto.

‘Ho realizzato un sogno, voglio un mondo più solidale’

Cresciuta nel Locarnese Alessandra Genini, appena terminati gli studi universitari in scienze politiche, è partita nel 2008 per un anno a Cochabamba (in Bolivia), al rientro in Svizzera è stata scelta per un programma Junior di 2 anni della Direzione dello sviluppo e della cooperazione del DFAE ancora in Bolivia. Una sorta di ‘vivaio’ per futuri cooperanti elvetici. A 12 anni dalla prima esperienza, Genini lavora ancora nella cooperazione a Ginevra dove si occupa dei programmi in Mali e Burkina Faso per Terre des Hommes che difende i diritti dei bambini.

Non scorderà mai la sua prima esperienza in Bolivia, un vero trampolino di lancio che le ha aperto opportunità professionali. «In Bolivia mi occupavo di organizzare corsi di cittadinanza e riduzione della violenza sulle donne. Ho imparato ad organizzare atelier, gestire un budget, sfruttare le poche risorse a disposizione, allacciando nuove amicizie e confrontandomi con una cultura diversa», spiega.

Da allora è rimasta vicina a Inter-Agire, una delle associazioni pilastro di Comundo: oggi è membro di comitato. «Sono riconoscente e voglio condividere ciò che ho imparato. Mi sento fortunata per aver realizzato un sogno che risale alle Medie, quando ascoltando la presentazione di due volontarie in India, ho capito che volevo fare lo stesso». La sua motivazione è forte: «Voglio contribuire ad un mondo più solidale e giusto». Chi lavora nella cooperazione, ci dice, è sempre di più alle prese con le cifre, si misura tutto quanto si fa: «Ma siamo lontani dagli obiettivi di scolarizzare e nutrire tutti i bambini, servono più investimenti da Stati ed economia privata».  

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