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L'intervista
10.12.2019 - 14:530

Dick Marty e la sua idea di giustizia

Esce in italiano l'autobiografia professionale dell'ex magistrato e politico, il quale ci parla di indagini, lotta alla droga, diritti umani e politica estera

«Quando si parla di giustizia non si può pensare solo ai tribunali. C’è un principio di equità che tutto sommato è innato nell’uomo, eppure è spesso contraddetto dai suoi comportamenti». Dick Marty ha ‘Una certa idea di giustizia’ – il titolo del libro che presenterà stasera al Lac: vedi accanto – e la sua autobiografia non lo nasconde. Ma nonostante la sua carriera di magistrato e politico, non gli piace atteggiarsi a venerato maestro: «Non credo che spetti agli anziani giocare il ruolo di mammasantissima». 

Marty, la sua esperienza è fortemente legata a una dimensione internazionale, dalle prime indagini su droga e riciclaggio a quelle sulle prigioni segrete della Cia. La giustizia pone sfide sempre più globali, eppure molti temono l’apertura verso l’estero, i ‘giudici stranieri’. 

Oggi nessun aspetto della giustizia può prescindere dall’apertura globale. Dal punto di vista delle indagini, ma soprattutto da quello dei diritti fondamentali. Peraltro, va ricordato che l’adesione della Svizzera alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha aiutato enormemente i cittadini svizzeri a proteggersi da violazioni e abusi. 

Come?

Prenda il caso dei malati di cancro dovuto all’amianto: con i tempi di prescrizione troppo brevi del diritto svizzero e il lungo tempo di latenza di questo male, i malati non potevano agire nei confronti del loro datore di lavoro. C’è voluta la Cedu per far modificare i nostri termini di prescrizione e permettere a questi ammalati di ottenere giustizia.  E parlare di ‘giudici stranieri’ è sbagliato: nell’Assemblea del Consiglio d’Europa che li elegge siedono anche i deputati svizzeri; ogni Paese ha un suo giudice, e visto che al momento facciamo anche le veci del Liechtenstein, la Svizzera ne ha addirittura due; la Corte di Strasburgo fa pienamente parte del nostro ordinamento giuridico. 

Qual è lo stato di salute della giustizia svizzera?

Buono. Ma non dobbiamo dimenticarci che anche noi abbiamo avuto momenti difficili: con i beni confiscati agli ebrei, con il trattamento dei lavoratori stagionali – diecimila dei loro figli dovevano vivere in clandestinità –, con gli internamenti amministrativi sottratti a qualsiasi decisione giudiziaria. Sono pagine buie che dimostrano la fragilità della democrazia e dello Stato di diritto.

La recente riforma, sostenuta anche da lei, ha riassegnato molte funzioni degli inquirenti cantonali a un unico Ministero pubblico della Confederazione (Mpc). L’idea era quella di rendere il tutto più efficace. Ha funzionato?

Purtroppo, per ora i risultati sono mediocri. Questo anche perché i migliori magistrati e poliziotti si sono sentiti scoraggiati dal candidarsi per la virulenza delle polemiche politiche: si pensi agli attacchi dell’allora ministro della Giustizia Christoph Blocher al procuratore Valentin Roschacher, nel 2007. Neppure le recenti controversie su Michael Lauber aiutano. Molti hanno preferito rimanere re a casa loro invece di diventare principi a Berna.  

Come se ne esce?

Cercando di reclutare il miglior personale, e non solo a livello giudiziario: servono anche manager per gestire una struttura così grande e complessa.

A livello più generale, cosa pensa del fatto che sia la politica a nominare i giudici?

I rischi per la loro indipendenza sono elevati, anche se in linea generale la politica ha dato prova di moderazione. Certo, una certa rappresentanza di tutte le sensibilità politiche è necessaria. Ma i problemi si presentano soprattutto al momento della rielezione, quando la politica può far pagare al giudice scelte scomode. Quando ero procuratore in Ticino insieme a Paolo Bernasconi e John Noseda, anche se c’erano tanti magistrati quanti posti disponibili, il Gran Consiglio votava la rielezione per ognuno di noi: era un modo per darci la pagella, e guarda caso noi tre – che indagavamo su gravi reati finanziari – ottenevamo molti meno consensi degli altri. 

Il suo impegno in seno al Consiglio d’Europa l’ha portata anche a sfidare gli Stati Uniti sul caso delle prigioni segrete Cia in Europa (Polonia, Romania, Lituania, Macedonia); un cardine dell’antiterrorismo nell’era Bush. Che cos’ha ottenuto?

Il nostro rapporto ha contribuito a eliminare le prigioni segrete e la tortura utilizzate nella lotta al terrorismo, che violano le regole della Cedu, sono contrarie ai nostri valori e sono anche controproducenti. 
Il clamore sollevato dai due rapporti ha anche indotto il Senato americano a esaminare criticamente e a distanziarsi nettamente dalla politica antiterrorismo dell’amministrazione Bush. Ma ciò che maggiormente mi ha scandalizzato e profondamente deluso è l’ipocrisia di molte democrazie occidentali che hanno collaborato con la Cia, violando il diritto internazionale e il proprio ordinamento, pur facendo dei bei discorsi sullo Stato di diritto.  

Negli ultimi tempi, il timore è che la politica estera svizzera possa preferire gli interessi economici ai diritti umani. Le polemiche suscitate da Ignazio Cassis ne sono un esempio?

Cassis ha fatto parecchie gaffe e anche errori, magari anche d’ingenuità. Peccato. Il più clamoroso è stato l’elogio a Glencore, proprio mentre in Parlamento si discuteva l’iniziativa sulle multinazionali responsabili. E Glencore è di gran lunga la multinazionale più invischiata in scandali internazionali. 

 

Il libro: una lunga storia 

‘Una certa idea di giustizia’ (Casagrande, 2019) è la traduzione dell’originale francese pubblicato l’anno scorso da Favre. Marty presenterà il suo libro stasera al Lac alle 18.30, insieme alla giornalista Alessia Caldelari. La data non è casuale: oggi si celebra la Giornata mondiale dei diritti umani.

Sostituto e poi procuratore sopracenerino dal 1975 all’89, consigliere di Stato Plr (1989-1995) e poi, a Berna, consigliere agli Stati (1995-2011), Marty rievoca alcuni degli episodi più avventurosi della sua vita. Ad esempio la ‘Lebanon connection’ e altre indagini sui giganteschi giri di riciclaggio che negli anni 80 e 90 attraversarono la nostra piazza finanziaria (“molti ticinesi hanno costruito la loro rispettabilità col contrabbando”, si legge a un certo punto). Inchieste di respiro internazionale, che fra le conseguenze indirette ebbero le dimissioni della prima donna eletta in Consiglio federale, Elisabeth Kopp, nel 1989. Nello stesso anno la squadra di Marty realizzò il più grande sequestro di droga della storia svizzera: 100 chili di eroina intercettati a Bellinzona. Eppure lui non si fa illusioni: “Per un volgare ladro di strada le possibilità di farsi beccare sono infinitamente più alte che per un vero furfante della finanza”, scrive. Poi ci sono le indagini ‘politiche’ per il Consiglio d’Europa, come quella sulle prigioni segrete della Cia in Europa centrale e il traffico di organi in Kosovo (vedi accanto). In ogni pagina spiccano anche i suoi collaboratori, rievocati con affetto e notevole efficacia narrativa.


L’esperienza da inquirente non fa di Marty un ‘manettaro’, anzi. «Lo diceva già Cesare Beccaria», ci ricorda: «La propensione di un uomo a delinquere non dipende dalla gravità della pena, ma dalla probabilità di essere beccato. Serve un apparato di polizia, giudiziario, ma anche educativo e di assistenza sociale efficiente, e non pene draconiane: tutti gli studi dimostrano che i Paesi con le pene più drastiche sono anche quelli con più criminalità». Lo stesso approccio che invoca quando si parla di droga. Legalizzazione? «Parlerei più correttamente di regolamentazione: non ha senso punire il consumo di droga, me ne sono accorto da giovane magistrato. Credo sia meglio una distribuzione regolata, che sottragga il mercato alla criminalità organizzata – la cui cifra d’affari si misura in centinaia di miliardi di dollari – e investa sulla prevenzione». Dopo il maxisequestro di Bellinzona, d’altronde, «mi sarei potuto sedere sugli allori mediatici, ma la lotta alla droga richiede un approccio molto più ampio».

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