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08.07.2019 - 06:100

'Ipoteche a tasso negativo? Regole stravolte'

Sul caso dell'azienda d'oltre Gottardo e sul mercato immobiliare parla il professor Sergio Rossi: 'Un sintomo che l'economia non funziona correttamente'. L'intervista

Ed eccoci arrivati alle ipoteche a tasso negativo. A priori sembra un sogno diventato realtà: il primo caso è quello di un’azienda in Svizzera interna che ha ottenuto da una cassa pensioni un credito ipotecario di oltre 50 milioni di franchi a un tasso d’interesse negativo dello 0,2%, il che in soldoni vuol dire ricevere 50 per poi doverne restituire 49,90. Fantascienza? «Non mi sorprende – esordisce Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friburgo –. Questo andamento si inserisce nella traiettoria della politica monetaria della Banca nazionale svizzera (Bns). Così la Bns intende indebolire il tasso di cambio del franco e rilanciare l’attività economica, ma i tassi negativi si riverberano in maniera pericolosa sul mercato immobiliare».

Professor Rossi, siamo dunque giunti a una situazione in cui verremo pagati per indebitarci?

Siamo di fronte a uno stravolgimento delle normali relazioni economiche tra un creditore e un debitore. In verità il mercato immobiliare è molto fragile. Il tasso ipotecario negativo si presenta come qualcosa di molto interessante, ma nasconde un meccanismo un po’ pericoloso. È un sintomo che l’economia non funziona correttamente e che siamo in una situazione molto difficile.

Che cosa intende per ‘meccanismo pericoloso’?

Faccio un esempio: visti i tassi bassissimi o addirittura negativi, posso essere propenso a farmi prestare 50 milioni anziché 30, che sono quelli che realmente mi servono. Sono quindi indotto a investire in maniera esagerata e rischio di fare un flop con la mia attività. Tutto questo porta a una maggiore fragilità dell’intero sistema finanziario.

Ritiene questa situazione sostenibile a medio-lungo termine?

Per niente. Credo invece che sia assolutamente insostenibile: si stanno rigonfiando i prezzi degli attivi immobiliari (in Svizzera) e quelli finanziari (nel mondo in generale e specialmente negli Stati Uniti) senza una crescita economica sostenibile nel tempo.

Torniamo indietro di dieci anni con una metafora: le banche centrali trovano una droga (la liquidità) che tiene in vita il paziente (il sistema bancario). Come mai non riescono a interrompere la somministrazione?

È proprio così: si inizia con 2 milligrammi, poi si va a 5, poi a 10. Non c’è una via di uscita se non una morte lenta. Il punto è che se il medico dà un trattamento sbagliato al paziente, non sarà certo aumentando la dose del farmaco che la situazione migliorerà. La soluzione adottata dalle banche centrali può solo dare origine alla prossima crisi, visto che amplifica i prezzi degli attivi finanziari in maniera sproporzionata rispetto all’attività economica. Ciò che in realtà andava fatto era accompagnare la politica monetaria da un aumento notevole della spesa pubblica, tanto più che i tassi di interesse sono tenuti così bassi. Sanità, trasporti, ambiente, socialità: sono questi gli ambiti in cui lo Stato potrebbe investire di più. Ma per ragioni ideologiche ciò non avviene. Invece si fanno delle manovre fiscali inutili e dannose, come quella paventata in Ticino del taglio lineare di 5 punti del moltiplicatore d’imposta cantonale.

Quale epilogo vede all’orizzonte?

Una crisi economica che le banche centrali non saranno più in grado di fronteggiare. Per fare ripartire l’economia occorre una maggior domanda sul mercato dei prodotti. E per fare questo ci vorrebbe una ridistribuzione della ricchezza più verso i salari del ceto medio e di quello basso. Alla fine si tratta di un rapporto di forza, una lotta di classe se vogliamo, dove le imprese hanno il coltello dalla parte del manico. Ed è qui dove lo Stato dovrebbe intervenire, un po’ ovunque e soprattutto in una realtà come quella ticinese: finanziandosi a tassi negativi e investendo per rispondere a numerosi bisogni insoddisfatti.

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