Ticino
28.03.2019 - 06:100

Sospetto galoppinaggio, quel giorno in Vallemaggia

Armando Dadò: mi ha invitato in casa e le schede compilate dagli aventi diritto. Il teste: si è presentato spontaneamente e il materiale era in bianco

Si difende. “Non ho messo nessuna crocetta su nessuna scheda e non ho chiesto alcun materiale di voto”, dice Armando Dadò a ‘CdT.ch’, contattato dal quotidiano di Muzzano ieri mattina, cioè dopo la pubblicazione sulla ‘Regione’ della sospetta vicenda di galoppinaggio avvenuta qualche settimana fa in Vallemaggia. Una vicenda sulla quale il Ministero pubblico sta indagando, in seguito a una segnalazione del deputato al Gran Consiglio di Montagna Viva Germano Mattei: frode elettorale e incetta di voti i reati ipotizzati dal procuratore generale aggiunto Nicola Respini, titolare del procedimento aperto per il momento contro ignoti. Al centro del caso ci sarebbe il noto editore di Locarno e papà del presidente del Ppd Fiorenzo Dadò (ieri non raggiungibile), in corsa alle ‘cantonali’ 2019 per un nuovo mandato quale parlamentare cantonale. Armando, con anni di politica attiva ‘azzurra’ alle spalle, si difende: secondo lui sarebbe “una gonfiatura solenne”, non ci sarebbe stata “alcuna corruzione elettorale”: l’amico e la madre di questi, ricoverata alla casa per anziani di Someo, avrebbero “compilato personalmente” le schede. Non solo; in giornata ai microfoni di ‘Radio Fiume Ticino’ fa sapere che Mattei ha ritirato la segnalazione. Vero. Però sul versante investigativo non cambia nulla. Mattei ha ritirato la segnalazione lo stesso giorno, il 15 marzo, in cui l’ha inoltrata (anche) alla Procura, poche ore dopo averla presentata, sostenendo di essersi nel frattempo chiarito con Armando Dadò, al quale aveva chiesto spiegazioni in relazione a quanto aveva appreso. Forse l’editore e padre del presidente dei popolari democratici non sa che nonostante il dietrofront di Mattei l’Ufficio del procuratore generale aveva deciso di vederci comunque chiaro e di aprire quindi un procedimento penale: ciò considerata la gravità dei fatti menzionati dal granconsigliere (e candidato) di Montagna Viva nell’esposto, che potrebbero configurare illeciti – frode elettorale e incetta di voti – perseguibili d’ufficio.

Armando Dadò racconta la propria versione. La racconta ai media, non essendo stato ancora interrogato dal Ministero pubblico. Una versione che stride con le dichiarazioni rese dalle persone sentite, in qualità di testimoni, dagli inquirenti. Quel giorno in Vallemaggia l’editore non sarebbe stato chiamato dall’amico, figlio della donna ricoverata all’istituto di Someo, che affacciatosi al balcone lo avrebbe “invitato a salire in casa”. Stando a quanto avrebbe indicato l’amico in sede di interrogatorio, Armando Dadò si sarebbe invece presentato spontaneamente al domicilio dell’anziana, dove vive appunto anche il figlio. Una visita di cortesia, con tuttavia la richiesta all’amico del materiale di voto e di quello della madre. Schede e buste, chieste e ottenute, di mamma e figlio, al quale l’editore avrebbe fatto datare e firmare la carta di legittimazione, atto indispensabile per poter inviare il materiale votato per corrispondenza. All’amico avrebbe poi detto che si sarebbe recato alla casa anziani di Someo per far firmare alla madre la carta di legittimazione intestata alla signora. Ma soprattutto l’amico avrebbe dichiarato davanti agli inquirenti che le proprie schede ritirate da Dadò erano ‘vergini’, di non aver insomma compilato alcuna scheda e quindi di averle consegnate ancora in bianco: circostanza questa citata anche nella famosa segnalazione. In casa dell’amico, quel giorno in Vallemaggia, c’era pure il figlio, sentito anch’egli dagli inquirenti, di Germano Mattei. Che l’editore avrebbe riconosciuto solo quando gli avrebbe detto di aver ricevuto il materiale di voto e che avrebbe votato... papà Germano.

Versioni contrastanti. Versioni sotto la lente del pg aggiunto Respini. La Procura, come scritto, vuole fare totale chiarezza. Verifiche sono state disposte anche alla Cancelleria comunale.

La lettera del cantone agli istituti: ‘Assistenza al voto solo da parte di un familiare o di un rappresentante legale’

Luoghi sensibili al punto da meritare una comunicazione specifica da parte del Cantone. Questi sono gli ospedali, le case per anziani e altri istituti analoghi, in cui risiedono o sono degenti cittadini aventi diritto di voto. Come permettere loro di esercitare questo diritto nel pieno rispetto della privacy? Come tutelare gli ospiti da ingerenze da parte di candidati e/o galoppini fin troppo insistenti? Questioni serie, molto serie, al punto che il Servizio dei diritti politici della Cancelleria dello Stato in una comunicazione specifica richiama le direzioni a “prestare la massima attenzione al rispetto della legge” e chiede collaborazione “informando e sensibilizzando su questo tema il personale, i familiari, i tutori e i curatori. Eventuali abusi saranno perseguiti dal Ministero pubblico”. Tre righe scritte in grassetto con tanto di cornice nera, al centro della prima pagina della direttiva datata 19 febbraio 2019 che – si suggerisce fra le altre cose – può essere affissa all’albo degli istituti. Nel paragrafo precedente si ricordano le sanzioni comminate dal Codice penale nei confronti di chi si rende colpevole di frode elettorale e incetta di voti: pena detentiva sino a tre anni o pena pecuniaria per il primo reato, multa per il secondo.

Pur con le più lodevoli intenzioni, cioè aiutare un amico a esercitare un proprio diritto, si può incorrere in un reato. “Riteniamo opportuno informare i vostri ospiti e i loro familiari – si legge nella lettera – che l’assistenza al voto per corrispondenza, in caso di impedimenti, può essere fornita soltanto dal rappresentante legale o da un familiare. Le norme di legge devono essere rispettate scrupolosamente per evitare ingerenze, condizionamenti, abusi e forme di acquisizione di consenso incompatibili con il libero esercizio del diritto di voto”. Se da un lato vi è dunque la questione del condizionamento, se non addirittura dell’abuso, dall’altra vi è quella della segretezza del voto, che “occorre salvaguardare”, raccomanda la direttiva cantonale, a firma Arnoldo Coduri (cancelliere) e Francesco Catenazzi (responsabile dei Servizi giuridici del Consiglio di Stato). Come tutelare la privacy? “Evitando interferenze di terze persone”. Ergo: “Il familiare o la persona legalmente autorizzata ad assistere l’elettore devono indicare le proprie generalità sulla carta di legittimazione di voto, per permetterne l’identificazione al momento di registrare il voto per corrispondenza. Se l’elettore è fisicamente impossibilitato a esprimere il proprio voto personalmente, può essere aiutato da un familiare o, in sua assenza, da persona legalmente autorizzata (tutore/curatore)”. Indicazioni chiare e severe a tutela del cittadino elettore, a cui occorre attenersi non soltanto all’interno di una casa anziani o istituto (dove per l’appunto dovrebbe esserci un certo controllo da parte del personale curante), ma anche a domicilio.

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